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Il migrante inverso – The reverse migrant

By 2 Dicembre 2019 No Comments

di emigrazione e di matrimoni

Il migrante inverso

Quando si parla dell’emigrazione italiana è facile concentrarsi sulla prima generazione che è partita per costruire una vita nuova in un paese lontano dal luogo di nascita, ma la realtà è molto più complessa e dobbiamo capire che il fenomeno si estende ben oltre quello prima generazione

Sono nato nel posto sbagliato, e no, non me ne pento, non perché non abbiamo scelta in quel dettaglio della nostra vita, ma perché se fossi nato nel posto giusto non sarei la persona che sono oggi. E tutto quel che ne è seguito ha contribuito alla mia decisione di lasciare il mio paese di nascita, l’Australia, per vivere in Italia.

Quando si parla dell’emigrazione italiana è facile concentrarsi sulla prima generazione che è partita per costruire una vita nuova in un paese lontano dal luogo di nascita, ma la realtà è molto più complessa e dobbiamo capire che il fenomeno si estende ben oltre quello prima generazione.


I temi legati al fenomeno sono complessi, spesso molto personali e anche tristi, ma sono comuni in tutti i paesi d’emigrazione. Le motivazioni per emigrare non sempre sono apparenti e spesso i figli e i nipoti sanno, tantomeno capiscono, quel che succede attorno a loro nella famiglia. Per gli stessi motivi molto spesso i genitori sono così concentrati a costruire la vita nuova che non si rendono conto che a pagare un prezzo, a volte molto caro, per l’emigrazione sono proprio i figli che, nelle loro speranze, dovevano essere i beneficiari del trasloco radicale.

Per questi motivi ho deciso di fare tre articoli sulle mie esperienze da figlio di emigrati italiani, nato e cresciuto all’estero e ora residente in Italia. Inoltre, in Italia ho trovato un eco delle mie esperienze in Australia che dovrebbero servire come lezione per chi vuol aiutare gli emigrati ora nel Bel Paese a integrarsi al meglio.

Parte 1

I figli degli emigrati

Prime difficoltà

Come ho scritto nel passato, per noi primogeniti di emigrati delle due generazioni post belliche la nostra vita famigliare era la “normalità australiana”. Abbiamo capito solo al primo giorno di scuola che non era affatto così.

In primis, in un giorno che è già traumatico per la sua natura, scoprire che non parli la lingua dei tuoi coetanei e quindi ti senti già più solo, non è affatto bello e poi scoprire che non capisci quel che ti dice l’insegnante rende la vita ancora più difficile.

Qualcuno dirà che bisogna arrangiarsi e imparare le nuova lingua, e questo è vero, però la barriera creata da questa scoperta non sparisce mai del tutto e in molti casi ti seguirà per tutta la vita. A causa della mancanza del suono “th”,”ph” e “gh” in inglese, i figli di genitori italiani non l’avevano imparato in casa e, tristemente, gli insegnanti hanno preso questa mancanza come segno che eravamo meno intelligenti dei nostro coetanei.

Per molti di noi, compreso io, le differenze tra casa e scuola erano tali che hanno creato grandi difficoltà. Il mio rifiuto di anglicizzare il mio nome non era accettato da alcuni studenti e insegnanti e regolarmente mi ha creato problemi. Dopo tentativi vani di spiegare questi problemi ai miei genitori ho deciso di non parlarne più nella speranza che sparissero. Mi sono sbagliato e di brutto.

Quando avevo 11 anni ho avuto uno scontro enorme con un’insegante, malgrado il fatto che fino ad allora i miei gradi erano stati eccellenti. Non so cosa abbia iniziato questo scontro, ma alla fine dell’anno sono stato costretto a cambiare scuola invece d’essere espulso.

Poco è cambiato nella nuova scuola perché il nuovo preside era amico del vecchio preside e allora sono arrivato alla scuola nuova con la reputazione d’essere una fonte di guai. Ho dovuto proseguire con quell’ombra per il resto del mio percorso scolastico. Anni dopo, parlando poi con altri miei coetanei italo-australiani, ho scoperto che altre scuole avevano questi stessi atteggiamenti.

Ambizioni e tradizioni

Le nostre difficoltà si presentavano in molte forme ma diventavano molto più ovvie per le ragazze italiane.


Fino agli anni ‘70 nelle scuole cattoliche australiane che molti di noi abbiamo frequentato, maschi e femmine andavano in scuole separate. Per fortuna questo è cambiato ora, ma per via del pregiudizio verso gli “italiani” le ragazze di quella generazione sono state indirizzate verso “carriere” più idonee ai loro presunti talent. Così sono state consigliate a trovare lavoro come segretarie, parrucchiere, commesse, e così via. Bisogna riconoscere la bravura di quelle ragazze italiane che si sono ribellate a queste direzioni per poi diventare medici, avvocatesse ecc., smentendo i pregiudizi dei loro insegnati e consiglieri a scuola.

Inoltre, in un periodo difficile come l’adolescenza i genitori italiani, e in modo quei padri che volevano fare il pater familias come ormai non esisteva più nemmeno in Italia, hanno reso la vita ancora più difficile per le loro figlie limitando le loro uscite, soprattutto con non-italiani e in molti casi anche con ragazzi di altre regioni italiane. Conosco genitori che hanno costretto i loro figli a prendere strade che non volevano prendere, sia a livello professionale che sentimentale. I genitori più “tradizionali”, in modo particolare i padri, hanno costretto le loro figlie a lasciare fidanzati non graditi o a sposare figli di paesani e, in alcuni casi, persino organizzare matrimoni con sconosciuti dall’Italia.

Infatti, la vita di queste ragazze merita un capitolo a parte in qualsiasi Storia dell’emigrazione, italiana perché hanno dovuto superare barriere nella famiglia e nella vita in generale che molti oggigiorno avrebbero problemi a immaginare.

Italia

Poi, per molti di noi il primo viaggio in Italia a trovare i parenti è stato uno spartiacque ed è certamente il mio caso. Ho scoperto un mondo che non immaginavo, a partire dalla musica e altri aspetti d’Italia che non sapevo. E so con certezza che non ero l’unico a essere folgorato da questi viaggi di famiglia

In quegli anni era facile capire chi erano i figli e le figlie di emigrati italiani appena tornati da viaggi nel Bel Paese. Letteralmente si vedevano le differenze perché non vestivamo più come gli “australiani” ma secondo le ultime mode giovanili italiane. Poi, come me, molti hanno scoperto aspetti della vita italiana che risuonavano molto di più di quel che avevano trovato nel loro paese di nascita.

Per noi con pochi parenti in Australia il viaggio voleva dire anche scoprire che la nostra famiglia non era quel che pensavamo. C’è chi ha scoperto che c’erano circostanze, fino ad allora sconosciute, che hanno costretto i nostri genitori a emigrare. Abbiamo scoperto cugini e zii che fino ad allora erano solo nomi misteriosi, ma poi abbiamo scoperto che tra noi e loro, malgrado l’amore di famiglia, esisteva un’altra barriera, questa volta creata dalle differenze tra le scuole e le nostre vite che a volte rendeva difficile capire fino in fondo questi parenti cari.


Ricerca

Per noi di questa categoria di figli di emigrati italiani il ritorno dal primo viaggio in Italia è stato l’inizio della fase più importante della vita, quella di cercare la nostra vera identità.

Alcuni hanno trovato questa realtà nel paese di nascita, alcuni l’hanno trovata nel Bel Paese, alcuni l’hanno trovata in entrambi ed altri non l’hanno mai trovata perché non capiscono quel che cercano. Non è una fase affatto facile. A renderla ancora più difficile è pensare d’essere gli unici a sentirla, ma con il passare degli anni ho capito di non essere l’unico a sentire così.

Ho cominciato a scrivere per spiegare a chi sta affrontando questa realtà che quel che sente è vero e raramente facile. E ho cominciato a scrivere anche perché dobbiamo incoraggiare tutti a scrivere le loro storie perché anche queste sono parte della Storia dell’emigrazione italiana che vogliamo raccontare.

Continuerò nel prossimo articolo a raccontare la mia ricerca, ma nel frattempo voglio incoraggiare i lettori a inviarci le loro storie perché ognuna è diversa e unica e vogliamo conoscerle perché anche queste sono la nostra Storia.

Se volete contribuire con la vostra storia inviatele a: [email protected]

 


di emigrazione e di matrimoni

The reverse migrant

When we talk about Italian migration it is easy to concentrate on the first generation that left to start a new life in a new country far from the place of birth but the reality is much more complex and we must understand that the phenomenon extends well beyond that first generation.

I was born in the wrong place and no, I do not regret it, not because we have no choice in that detail in our lives but because if I had been born in the right place I would not be the person I am today. And all that followed it contributed to my decision to leave my country of birth, Australia, to live in Italy.

When we talk about Italian migration it is easy to concentrate on the first generation that left to start a new life in a new country far from the place of birth but the reality is much more complex and we must understand that the phenomenon extends well beyond that first generation.

The themes ties to the phenomenon are complicated, often very personal and even sad, but they are common to all countries of migration. The reasons for migrating are not always obvious and often the children and grandchildren do not know, much less understand, what happens around them in the family. For these very reasons the parents are often so focussed on making a new life that they do not realize that paying the price, sometimes a very high price, for the migration are the children who, in their dreams, should be the beneficiaries of this radical relocation.

For these reasons I decided to write three articles on my experiences as the son of Italian migrants born and raised overseas and now resident in Italy. Moreover, in Italy I found an echo of my experiences in Australia that should serve as a lesson for those who want to help the migrants now in Italy to integrate better.

Parte 1

The children of migrants

The first hardships

As I have written in the past, for us first children of Italian migrants of the two generations of migration after WW2 our family life was the “Australian norm”. We only understood on the first day at school that this was not at all the case.


Firstly, on a day that by its very nature is already traumatic, discovering you do not speak the language of your peers is not at all good, and therefore you feel even lonelier, and then to discover that you do not understand what the teacher tells you makes life even harder.

Someone will say that you have to make do and learn the new language and this is true, however, the barrier created by this discovery never totally disappears and in many cases will follow you for all your life. Due to the lack of the “th”, ”ph” and “gh” in Italian the children of Italian parents never learnt it at home and, sadly, the teachers took this gap as a sign that we were less intelligent than our peers.

For many of us, including me, the differences between home and school were such that they created great difficulties. My refusal to anglicize my name was not accepted by some students and teachers and regularly created problems for me. After vainly trying to explain these problems to my parents I decided not to talk about it anymore in the hope that they would go away. I was wrong and badly so.

When I was eleven, despite the fact that up till then my marks had been excellent I had an almighty clash with a teacher. I do not know what started this clash but at the end of the year I was forced to change schools rather than be expelled.

Little changed at the new school, the new principle was a friend of the former principle and so I came to the new school with the reputation of being a troublemaker. I had to continue with that shadow for the rest of my schooling. Years later while talking with some of my Italo-Australian peers I discovered other schools also had this attitude.

Ambitions and traditions

Our hardships came in many forms and they became even more obvious for Italian girls.

Until the 1970s in the Catholic schools that many of us in Australia attended boys and girls went to separate schools. Luckily this has now changed but due to this prejudice towards the “Italians” the girls of that generation were directed to “careers” more suitable to their presumed talents. So they were advised to find work as secretaries, hairdressers, shop assistants, and so forth. We must recognize the act of daring of those Italian girls who rebelled against these directions to become doctors, lawyers, etc., proving the prejudice of their school teachers and counsellors wrong.

Furthermore, in a difficult period like adolescence Italian parents, particularly those fathers who wanted to be the powerful paterfamilias as no longer happens even in Italy, made life even harder for their daughters by limiting their outings, especially with non-Italians and in many cases even boys from other Italian regions. I know parents who forced their children to take paths they did not want to take, professionally and sentimentally. The more “traditional” parents, especially the fathers, forced their daughters to leave unwelcome boyfriends or to marry the sons of people from the same town and in some cases even to organize weddings with unknown husbands from Italy.

 In fact, the lives of these girls deserve a special chapter in any history of Italian migration because they had to overcome barriers in the family and life in general that many today would have problems imagining.

Italy

And then for many of us the first trip to Italy to visit the relatives was a watershed and this was certainly the case for me. I discovered a world that I could not have imagined, starting with the music and other aspects of Italy that I never knew. And I know with certainty that I was not the only one to be struck by these family trips.

In those years it was easy to understand who were the sons and daughters of Italian migrants who had just come back from trips to Italy. You could literally see the differences because they did not dress as “Australians” but according to the latest Italian fashion for young people. And then, like me, many discovered aspects of Italian life that resonated much more that what we had found in our country of birth.

For those of us with few relatives in Australia the trip to Italy also meant discovering that our family was not what we thought. There are those who discovered there were circumstances that forced their parents to migrate that they did not know before then. We discovered cousins, uncles and aunts who before then were only mysterious names and then we discovered that despite the family love there was another barrier, this time between us and them, created by the differences between schooling and our lives that sometimes made it harder to fully understand these close relatives

Search

For us of this category of children of Italian migrants the return from the first trip to Italy was the start of the most important stage of our lives, that of searching for our true identity.

Some found this reality in the country of birth, some found it in Italy, some found it in both and others never found it because they do not understand what they are looking for.

This is not at all an easy stage. And making it even harder is thinking you are the only one to feel it but over the years I understood I was not the only one to feel this way.

I started writing to explain to those who are passing through this stage that what they feel is real and rarely easy. And I started to write because we must also encourage everybody to write their own stories because these too are part of the history of Italian migration that we want to write.

I will continue to tell the story of my search in the next article but in the mean time I want to encourage our readers to send us their own stories because each story is different and unique and we want to know them because they too are our history.

If you wish to contribute send your story to: [email protected]

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