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Ambiente & Turismo

I dati sulle alluvioni in Italia

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Sono oltre 8 milioni gli italiani che abitano in aree ad alta pericolosità e quasi il 94% dei comuni italiani è a rischio dissesto e soggetto ad erosione costiera.

di Alexander Virgili

Secondo i dati del “Rapporto città clima 2023 speciale alluvioni” riportati dal Sole24 ore i numeri parlano da soli: negli ultimi 14 anni – dal 2010 al 31 ottobre 2023 – sono stati registrati 684 allagamenti da piogge intense, 166 esondazioni fluviali e 86 frane sempre dovute a piogge intense, che rappresentano il 49,1% degli eventi totali registrati. In questi 14 anni, le regioni più colpite per allagamenti da piogge intense sono state la Sicilia, con 86 casi, seguita da Lazio (72), Lombardia (66), Emilia-Romagna (59), Campania e Puglia (entrambe con 49 eventi), Toscana (48). Per le esondazioni fluviali al primo posto la Lombardia con 30 casi, seguita dall’Emilia-Romagna con 25 e dalla Sicilia con 18 eventi.   Tra le grandi città le più colpite sono state Roma, Agrigento, Palermo, Genova e Napoli. Alcune stime calcolano in Italia una spesa media di oltre 1,25 miliardi all’anno solo per la gestione delle emergenze degli ultimi 14 anni.

I dati ufficiali dei rapporti dell’ISPRA – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale offrono a cittadini, politici e amministratori un quadro articolato dei rischi presenti sul territorio italiano.  Sono oltre 8 milioni gli italiani che abitano in aree ad alta pericolosità e quasi il 94% dei comuni italiani è a rischio dissesto e soggetto ad erosione costiera. La cifra indicata da ISPRA, relativa alle persone esposte al rischio frane e alluvioni, comprende un milione e 300 mila residenti in zone a rischio frana, mentre quasi 7 milioni sono quelli che vivono in zone soggette alle alluvioni. Cono quasi 3 milioni è l’Emilia-Romagna la regione con i valori più elevati di popolazione esposta al rischio, seguita da Toscana (oltre 1 milione), Campania (oltre 580 mila), Veneto (quasi 575 mila), Lombardia (oltre 475 mila), e Liguria (oltre 366 mila).

Al dato sulla popolazione fa riscontro anche quello degli edifici. I dati raccolti dal Rapporto dividono in tre livelli di pericolosità – molto elevata, elevata e media – il totale dei 14 milioni di strutture presenti sul territorio. Il rischio elevato e molto elevato riguarda oltre 565 mila edifici (3,9%), mentre poco più di 1,5 milioni (10,7%) di strutture edilizie ricadono in aree inondabili nello scenario medio. Le industrie e i servizi ubicati in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata sono oltre 84 mila con 220 mila addetti esposti a rischio, mentre quelli esposti al pericolo di inondazione, sempre nello scenario medio, superano i 640 mila (13,4%).

Risale a circa cinque anni fa, il 2019, il rapporto dell’ISPRA sulle condizioni di pericolosità da alluvione in Italia. In esso si riporta che Calabria ed Emilia-Romagna sono le due regioni italiane con maggiori percentuali di territorio a rischio. Che circa il 5,4% del territorio nazionale ricade in aree potenzialmente allagabili, secondo uno scenario di probabilità/pericolosità elevata e questa percentuale sale al 14% in caso di scenario di probabilità/pericolosità bassa. Nelle aree a pericolosità elevata risiede il 4,1% della popolazione nazionale e ricade il 7,8% dei beni culturali, valori che raggiungono rispettivamente il 20,6% e il 24,3% nelle aree potenzialmente allagabili con bassa probabilità. Il 7,4% dei comuni italiani ha almeno il 20% della superficie in area allagabile in caso di scenario di probabilità elevata.  Risale al 2007 l’art. 4 della Direttiva Alluvioni 2007/60/CE (Floods Directive – FD) che richiede agli Stati Membri di effettuare la Valutazione Preliminare del Rischio (Preliminary Flood Risk Assessment – PFRA) per ciascun Distretto Idrografico (River Basin District – RBD), Unità di Gestione (Unit of Management – UoM) o porzione di distretto/Unità di gestione internazionale, ricadenti nel proprio territorio. Tale valutazione deve essere basata su informazioni disponibili o prontamente derivabili. In accordo con l’art. 5 della FD, l’identificazione delle aree a potenziale rischio significativo di alluvione (Areas of Potential Significant Flood Risk – APSFR) deve derivare dagli esiti del PFRA. Nel caso di RBD o UoM internazionali, le Autorità Competenti degli Stati Membri interessati devono condividere tra loro le informazioni rilevanti e l’individuazione della APSFR deve essere tra di loro coordinata. La Direttiva prevedeva che nel primo ciclo di gestione la Valutazione Preliminare venga completata entro il 22 dicembre 2011 e che il reporting alla Commissione Europea sia effettuato entro il 22 marzo 2012, ossia entro tre mesi come specificato all’art. 15 della FD.

Risale invece al 1989, oramai trentacinque anni fa, la Legge 183/89, “Norme per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo”.   Infine, riguardo la situazione degli oltre 213 mila beni architettonici, monumentali e archeologici presenti in Italia, quelli potenzialmente soggetti a fenomeni franosi sono oltre 12 mila nelle aree a pericolosità elevata; raggiungono complessivamente le 38.000 unità se si considerano anche quelli ubicati in aree a minore pericolosità. I beni culturali a rischio alluvioni – poco meno di 34 mila nello scenario a pericolosità media – arrivano a quasi 50 mila in quello a scarsa probabilità di accadimento (eventi estremi). Per la salvaguardia dei beni culturali, è importante valutare anche lo scenario meno probabile, tenuto conto che, in caso di evento, i danni prodotti al patrimonio culturale sarebbero inestimabili e irreversibili.

Inoltre, si sa che la crisi climatica in corso, assieme al surriscaldamento globale, sta portando un aumento nell’intensità e frequenza degli eventi meteo estremi, con modificazioni celeri negli anni. Solo nel 2023, l’Italia ha registrato ben 2.360 eventi di precipitazioni intense e grandinate, catalogati come estremi meteoclimatici dallo European Seve Weather Database. Questo dato rappresenta un picco storico mai raggiunto dal 2018, anno in cui è iniziato il monitoraggio con una metodologia condivisa. In soli cinque anni, il numero di queste manifestazioni atmosferiche considerate eccezionali è più che quadruplicato, dimostrando chiaramente come il cambiamento climatico stia trasformando e danneggiando l’Italia. Sono effetti dello squilibrio termico globale, che non è sintetizzabile solo nella dizione “riscaldamento globale”.  Gli eventi meteoclimatici estremi, come precipitazioni intense e periodi di siccità, sono correlati all’aumento delle temperature ma più in generale all’alterazione dei precedenti equilibri nelle masse atmosferiche. Lo testimoniano anche le anomale piogge nel deserto algerino, che hanno portato al riempimento di alcuni laghi effimeri.

L’Italia si trova in una delle zone più vulnerabili al cambiamento climatico, il cosiddetto “hotspot” Mediterraneo, cioè la classificazione del Mar Mediterraneo come una delle zone di maggior rischio di cambiamento climatico. Negli ultimi decenni, le temperature del Mediterraneo sono aumentate a un ritmo maggiore rispetto alla media globale, facendo sì che oggi viviamo in un’Italia più calda di circa 2,5-3°C rispetto ai livelli preindustriali (1850-1900), mentre a livello globale l’incremento è intenso ma comunque molto minore. Un aumento termico che produce un’enorme quantità di energia intrappolata nell’atmosfera, che a sua volta alimenta fenomeni meteorologici sempre più violenti e imprevedibili: per ogni incremento di 1°C nella temperatura, l’atmosfera può contenere circa il 7% in più di vapore acqueo, significa che la probabilità di eventi meteo estremi come le alluvioni aumenta.  Per tale motivo, alluvioni che in passato si verificavano ogni 10 o 20 anni ora si ripresentano con una cadenza sempre maggiore. Si stima che con un aumento di 1,5°C della temperatura globale, le alluvioni considerate eccezionali diventino il 50% più frequenti, e con un aumento di 2°C questa frequenza potrebbe crescere fino al 70%.

Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (PNACC), è stato elaborato al fine di dare attuazione alla Strategia Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti climatici (SNAC), approvata con Decreto direttoriale n. 86 del 16 giugno 2015 dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare. Il Piano è stato approvato (dopo otto anni) ma sembra attualmente privo di fondi e, secondo una prassi consolidata, nel corso degli anni politici e amministratori scaricano sulle gestioni precedenti errori e inadempienze, concludendo che al momento mancano i fondi.  Senza scendere in ulteriori dettagli statistici e normativi, come gli specifici Piani di Assetto Idrogeologico (PAI) e la Valutazione Preliminare degli eventi futuri, ci si chiede come mai pur in presenza di tanti dati e norme si debba assistere oramai quasi ogni anno a disastri, lutti, perdite economiche ingenti e usuali sterili polemiche.

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