Diritti umani

Coronavirus, che fine faranno coloro che hanno lavorato per accoglienza migranti? 


I ritardi dei pagamenti da parte delle Prefetture in questo momento di emergenza sanitaria rischiano di mandare definitivamente al collasso famiglie intere. Eppure il 28 gennaio la Corte Europea dei diritti Umani aveva condannato tale comportamento delle PA incurante del lavoro già svolto

L’emergenza sanitaria in cui è precipitato il Paese non deve distogliere l’attenzione da problemi che proprio in questa situazione rischiano di strozzare tutti coloro, piccole e medie associazioni di volontariato o cooperative, che si sono occupate di accoglienza rispondendo a bandi ed ottemperando agli impegni presi giorno per giorno, pur in assenza ormai da molti mesi dei pagamenti dovuti.  Infatti in alcuni territori, Cagliari, Pavia, Varese, Frosinone e Latina, per citarne alcuni, dalle Prefetture ancora non sono arrivati i soldi per il saldo del 2019 e molte prefetture devono saldare il 2018. Un’emergenza nell’emergenza, infatti, tenuto conto della sentenza del 28 gennaio scorso della Corte di Strasburgo che penalizza il nostro paese per i ritardi nei pagamenti da parte della PA, bisogna ricordare che tutto questo sistema potrebbe portare in futuro ad un debito per lo Stato enorme da sostenere, calcolabile in interessi sino all’8% in più. Non sarebbe più semplice corrispondere il dovuto a chi ha già svolto un lavoro di integrazione, così come da diktat dei vari bandi provinciali?

I soldi alle cooperative e le associazioni vengono erogati dalle Prefetture, che ricevono tutte insieme il bonifico dal Ministero dell’Interno. Solo che ogni Prefettura, spiegano gli operatori, ha le sue regole di rendicontazione e i suoi tempi per girare agli enti no profit i rimborsi dovuti. Sistemi diversi producono disparità nei tempi di consegna: il risultato per alcune province è che una serie di enti di gestione dell’accoglienza, vincitori di Bandi regolarmente erogati, stanno ancora aspettando molti pagamenti. Chi aiuterà questi enti gestori (associazioni e cooperative) in questo momento di vera emergenza? E chi pagherà il dovuto a chi ha lavorato per loro?
 

A maggior ragione in un momento in cui tutta la popolazione è in difficoltà e le associazioni o cooperative hanno necessità estrema di pagare i propri dipendenti, coloro che hanno svolto per ben due anni, questo è lo spazio temporale in cui le Prefetture non hanno corrisposto il dovuto, le loro prestazione d’opera in rispetto dei Bandi vinti.  “L’Italia avrebbe dovuto assicurare il rispetto da parte delle pubbliche amministrazioni, nelle transazioni commerciali con le imprese private, di termini di pagamento non superiori a 30 o 60 giorni”, segnalano nella sentenza del 28 gennaio i giudici della Cedu, constatando la violazione della direttiva europea del 2011. Ma non basta, considerati i ritardi ogni associazione o cooperativa che fa ricorso alla giustizia, con il passare del tempo potrà realizzare anche interessi sino all’8% in più per il ritardo subìto, con un danno ancora più alto ad un’economia già in recessione per l’emergenza covid-19. In questa situazione gli unici a trarre vantaggi sono le banche, che anticipano il denaro alle associazioni o cooperative in difficoltà con interessi esosi, cui gli stessi enti no profit si adeguano forzatamente perché in caso contrario non potrebbero più erogare quei servizi alle persone per cui si sono impegnati con il Governo. 


Al di là del costo in interessi futuri dovuti ci si domanda: ma in questo momento di emergenza non sarebbe il caso di metterci una pietra sopra e versare il dovuto che oltretutto permette la sopravvivenza a persone che in modo onesto hanno lavorato?

A Cagliari stanno controllando le carte del primo trimestre del 2019 e hanno saldato meno del 75% del 2018. E quando le associazioni o cooperative si lamentano dall’alto del Palazzo qualcuno risponde: ‘Fate come vi pare, servono i tempi giusti per le verifiche’. 

E quindi la nostra burocrazia è capace di bloccare piccole o medie associazioni che erogano servizi di accoglienza, dove hanno lavorato e lavorano soprattutto degli italiani, anche decine di over 50 non certo facili da collocare sul mercato del lavoro di oggi. Perché non stiamo parlando di aziende con coperture finanziarie, ma di realtà che devono impegnare beni personali per poter andare avanti. Magari utilizzando agevolazioni finanziarie di banche che, nate per questi scopi, alla fine chiedono il ‘conto’ incuranti delle difficoltà cui vanno incontro le stesse associazioni o cooperative. Un business che lucra sulla pelle di persone in grave difficoltà, che mette in ginocchio chi se ne occupa con coscienza, ottemperando a tutte le regole stabilite per fare integrazione. Si parla di servizi di assistenza generica alla persona, di pulizia e igiene ambientale degli immobili dedicati all’accoglienza; Erogazione dei pasti; Fornitura dei beni di prima necessità; Servizi di mediazione linguistica e culturale, servizi psicologici ed inserimento nel mondo del lavoro. 

Purtroppo in realtà ancora oggi si registrano ritardi anche fino a undici mesi, e molti Gestori vantano ancora crediti sul 2018. L’arretrato complessivo supera il mezzo miliardo di euro e  a questa somma si aggiungeranno gli interessi maturati che il Viminale prima o poi dovrà pagare. Ma in questo difficile momento l’urgenza è garantire la sopravvivenza di questi enti no profit permettendo loro di garantire occupazione in un paese che si avvia alla recessione. 

Qui di seguito la petizione su Change.org

http://chng.it/BvhRFttx

 


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