Si laurea in Ingegneria Meccanica in barba al coronavirus

La pandemia non ferma i nostri giovani laureandi, congratulazioni a Pietro Camarda che si laurea on line in Ingegneria Meccanica a La Sapienza

Si chiama Pietro Camarda il giovane che due giorni fa si è laureato all’Università La Sapienza in Ingegneria Meccanica. Uno di coloro che avrebbero dovuto discutere la tesi in un’aula del più celebre ateneo italiano, ma a causa del coronavirus e della quarantena forzata cui siamo ormai tutti costretti, il grande passo che gli assicura un futuro è avvenuto grazie ad una piattaforma on line appositamente dedicata da La Sapienza. E così Pietro ha tagliato il suo traguardo di studi da casa, con un pc, in videoconferenza con i professori della sua commissione. Una modalità che anziché togliere valore all’importante obiettivo raggiunto, lo rende ancor più prezioso considerato che l’attuale momento non è dei migliori per quanto riguarda la normale vita di uno studente che è arrivato al termine del suo percorso di studi. Niente feste goliardiche con gli amici, nessun abbraccio dei professori che lo hanno seguito per anni, insomma nulla di tutto quello che si sogna esame dopo esame.

Eppure conseguire il titolo di una laurea così onerosa ai tempi del coronavirus ha qualcosa di veramente magico, è la dimostrazione che la vita continua, che con l’impegno personale ed un po’ di ottimismo tutto può tornare a funzionare come prima. O forse tutto sarà meglio di prima, perché dopo un’esperienza così tragicamente severa i nostri ragazzi hanno conquistato il loro obiettivo due volte, perché hanno dovuto dimostrare di potercela fare anche nelle peggiori condizioni. In questi difficili giorni ogni nuova nascita è una gioia, e non ha prezzo anche poter assistere al raggiungimento di traguardi di studio di giovani che, come Pietro Camarda, con caparbia volontà conquistano quello per cui hanno tanto studiato e che l’arrivo inaspettato di questa pandemia rischiava di vanificare.

A Roma ospedali in affanno per il coronavirus. Anche al Pertini mancano le protezioni per i medici

Troppi i medici contagiati negli ospedali romani. L’allarme del personale sanitario: ”mancano mascherine e guanti. Noi costretti a lavorare senza protezione”

“Mancano i Dpi a tutela del personale sanitario sia in ospedale che nei presidi dell’Asl Roma2, stiamo utilizzando la stessa mascherina per un’intera settimana” lo afferma un medico ospedaliero che ha scelto l’anonimato perché ormai si ha paura anche di parlare.  In realtà si tratta della mascherina da chirurgo, esattamente quella meno indicata per proteggere le vie respiratorie che sono invece le famose Ffp2 e Ffp3, delle quali non esiste traccia tra le esigue scorte dedicate al personale sanitario degli ospedali romani.

Ma non è questo l’unico motivo per cui sono troppi i casi di contagio, circa il 9% del totale di coloro che risultano positivi al tampone dal covid-19 che affligge medici ed infermieri della Capitale. In effetti anche se, dichiarato lo stato di emergenza, la maggior parte dei servizi sanitari considerati non urgenti sono stati rinviati a nuova data, gli ambulatori continuano a lavorare per effettuare le vaccinazioni che non sono state sospese. In ambulatorio quindi ogni giorno arrivano bambini da vaccinare per morbillo, parotite, rosolia, papilloma, meningite e così via, con genitori spesso raffreddati dei quali nulla si sa sull’effettivo stato di salute.

Parte importante della battaglia contro il virus è l’isolamento sociale, e la protezione dei medici e degli infermieri che possono contrarre facilmente un’infezione asintomatica continuando a veicolare l’infezione oltre che tra loro anche ai loro pazienti. A questo si aggiunge il rispetto delle regole, “si arriva al punto infatti, – spiega un operatore medico, -“che nell’effettuare alcuni controlli medici e burocratici di rito bisogna identificare il paziente che naturalmente ormai da due settimane porta la mascherina di protezione. E come si fa ad identificarlo? Semplice, con obbligo dei superiori gli si toglie la mascherina, con tutte le conseguenze caso per caso!”

C’è da dire che anche il personale medico ed infermieristico all’inizio di questa pandemia ha sottovalutato il problema. Ai primi di marzo l’OMS sosteneva che la mascherina doveva essere usata in presenza di paziente sintomatico, poi è venuto fuori che anche l’asintomatico può trasmettere il contagio. Indicazioni fuorvianti che non hanno reso semplice il contenimento del contagio. C’è stata una banalizzazione di una realtà che poi si è rivelata tragica, anche da parte degli stessi medici, gli stessi dirigenti ospedalieri hanno fatto resistenza all’utilizzo della mascherina con la motivazione che il rischio era fare terrorismo psicologico, cioè si spaventava l’utenza.

Sicuramente emerge che la nostra popolazione a partire dalle professioni sanitarie non era preparata culturalmente per questa guerra contro il coronavirus, in Italia come in tutto il mondo. E intanto le mascherine di protezione ormai sono merce rara, sia negli ospedali e nelle Asl, che per il resto della popolazione, con prezzi per il pezzo singolo che superano anche i 100 euro. Senza contare il pericolo dei positivi al virus ed asintomatici, quasi il 75% dei contagiati, che quando sono medici od infermieri rischiano di infettare tutti coloro che vengono a contatto con essi, magari solo per far fare un vaccino al proprio figlio. E’ proprio il caso di dire che è come un gatto che si morde la coda, se continua così non se ne viene fuori. Senza contare che il personale sanitario in questo difficile momento è essenziale, senza di loro chi curerà una popolazione afflitta dalla piaga coronavirus?

Pandemia da covid-19, il mondo si chiude in casa. Ma i conti non tornano

Un vaccino  sperimentale dagli USA già in fase di test su esseri umani, una percentuale di morti superiore in Italia rispetto alla Cina…qualcosa non torna

Dalle nostre pagine avevamo descritto uno scenario inquietante già il 20 febbraio con un articolo di Paolo Buralli Manfredi che spiegava : “I laboratori BLS, sono dei laboratori che trattano e studiano virus letali per gli esseri umani, questi laboratori vengono classificati su quattro livelli dal meno pericolosi ai più pericolosi, BSL1, BSL2, BSL3, BSL4, (Bio Sefity Level)

Il laboratorio da dove  è scaturita l’epidemia di Coronavirus si trova in Hubei una regione cinese che conta più di sessanta milioni di abitanti, ed il laboratorio in questione venne costruito nel 2014 con un progetto Franco-Cinese che prevedeva anche l’accesso di funzionari e ricercatori legati a doppio filo all’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanita’) ma, la cosa che è veramente particolare è il tipo di laboratorio,  perché il laboratorio di Wuhan è classificato come BLS4, cioè un laboratorio che maneggia virus altamente letali per l’uomo” (leggi) .

Ad oggi in Italia ci sono più contagiati e più morti che in Cina e considerato che quest’ultima ha quasi un miliardo e mezzo di abitanti mentre in Italia siamo circa 65milioni di persone i conti non tornano, anche perché i tempi di isolamento delle zone colpite, circa due settimane dai rispettivi primi pazienti deceduti in entrambi i paesi, sono pressoché identici. Quindi o noi stiamo esagerando o la Cina ha omesso qualcosa, sicuramente ha avvisato troppo tardi il mondo di quello che stava accadendo al suo interno e forse il numero di morti non è quello divulgato.

Allo stesso tempo uno studio clinico di fase 1 che valuta un vaccino sperimentale progettato per proteggere contro la malattia di coronavirus 2019 (COVID-19), è iniziato al Kaiser Permanente Washington Health Research Institute (KPWHRI) di Seattle (USA). Lo studio è andato così veloce che è già nella fase della sperimentazione umana con l’arruolamento di 45 volontari adulti sani dai 18 ai 55 anni per circa 6 settimane.  Il primo partecipante ha già ricevuto il vaccino sperimentale. Come riferisce un articolo che ne descrive l’azione, il vaccino sperimentale è stato sviluppato utilizzando una piattaforma genetica chiamata mRNA (RNA messaggero). Il vaccino sperimentale dirige le cellule del corpo ad esprimere una proteina virale che si spera possa suscitare una risposta immunitaria. Il vaccino mRNA-1273 ha mostrato risultati promettenti in modelli animali.

Sappiamo dalla scienza che per arrivare ad un vaccino i tempi sono molto lunghi, si parla di anni di lavoro, ma guarda caso i ricercatori americani in realtà stavano già lavorando ad un vaccino e sono stati in grado di sviluppare rapidamente mRNA-1273 a causa di precedenti studi di coronavirus correlati che causavano la sindrome respiratoria acuta grave (SARS) e la sindrome respiratoria del Medio Oriente (MERS). 

In attesa di scoprire se sarà la ricerca americana a fare centro nella scoperta del vaccino che salverà l’umanità colpita dal coronavirus su cui ancora oggi non è chiaro a chi attribuire la responsabilità della diffusione, è lecito avere dubbi sull’origine del virus, sulle modalità con cui si è diffuso, e se un qualche esperimento può averlo fatto sfuggire dalle maglie della sicurezza di un laboratorio, che doveva subìre i controlli dell’Oms, come ipotizzato nell’articolo del 20 febbraio scorso. Un vero thriller dove non si riesce a mettere nel giusto ordine tutti i tasselli che lo hanno provocato. E intanto il mondo intero si chiude a casa e l’economia muore di coronavirus. Chissà se restando in quarantena ognuno comincerà a ragionare con la propria testa uscendo dalle logiche distruttive della globalizzazione!

Delitto Parretta. La Corte d’Assise: Gerace voleva uccidere l’intera famiglia ma la pistola si è inceppata

Depositate le motivazioni per l’ergastolo comminato a Salvatore Gerace omicida del giovane Giuseppe Parretta di soli 18 anni. La madre Caterina Villirillo: ’Mio figlio è la vittima sacrificale di uno Stato che non difende i suoi cittadini dalla malavita organizzata’.

Sono 32 le pagine che motivano la sentenza di ergastolo, emessa dalla corte d’Assise di Catanzaro, a carico di Salvatore Gerace che il 13 gennaio del 2018 ha con ferocia ucciso il giovane Giuseppe Parretta di soli 18 anni a Crotone. La Corte di Assise di Catanzaro, presieduta dal dott. Alessandro Bravin, al seguito di un dibattimento nel corso del quale erano stati ripercorsi nei minimi dettagli gli ultimi momenti di vita del povero Giuseppe, aveva comminato la massima pena all’imputato Gerace Salvatore, l’autore dell’atroce delitto, avvenuto nella sede dell’associazione LibereDonne – gestita da sua madre Katia Villirrillo – e che era diventata, momentaneamente, anche la casa di Giuseppe e della sua famiglia.

Nella ricostruzione è emerso che il Gerace ha scientemente colpito Giuseppe perché era l’unico maschio presente, che poteva opporre resistenza alla sua azione omicida che aveva come obiettivo lo sterminio di tutti i componenti della famiglia Parretta- Villirillo, obiettivo non raggiunto per il solo fatto che la pistola utilizzata si è inceppata.

L’esposizione dei fatti

Nessuna colluttazione dunque, ipotesi scartata dai giudici e che Gerace aveva opposto come discolpa dell’efferato omicidio. La Corte ha infatti ritenuto essenziali le testimonianze della mamma di Giuseppe, della sorella Benedetta e della fidanzata Ester, presenti al delitto, che nella ricostruzione dei fatti hanno fatto comprendere come l’agire dell’omicida sia stato fulmineo, tant’è che è stato impossibile per tutti i presenti, ed in particolar modo per la madre, potersi difendere ed aiutare il povero Giuseppe. Il ragazzo dopo essere stato attinto da colpi di pistola a gambe e tronco che lo hanno costretto a terra, ha subìto un colpo di grazia da distanza ravvicinata all’altezza del cuore. Tutto perché il pregiudicato Salvatore Gerace si era convinto di essere spiato dai vicini.

Il 13 gennaio 2018 a Giuseppe Parretta era appena stata consegnata la moto che aveva acquistato con il frutto dei suoi sacrifici e del duro lavoro. Questo il motivo scatenante della reazione violenta del pregiudicato Gerace che, secondo i giudici, si convinse che la moto fosse il corrispettivo dell’attività di spionaggio nei suoi confronti. Questo timore scaturiva dal fatto che la madre del ragazzo ha sempre svolto la sua attività di volontariato per combattere contro la criminalità organizzata, salvando ragazze dalla strada e dalla droga. Tanto che il Gerace disse alla madre del ragazzo al termine del suo atto delittuoso con la pistola ormai inceppata: ‘Ti è andata bene, ero venuto a fare una strage’, frase con cui si evince la premeditazione del grave reato.

Le motivazioni della Corte

La Corte, nel valutare la volontà e determinazione nel commettere l’omicidio, ha ritenuto altresì fondamentale quanto dichiarato agli agenti dal Gerace al momento dell’arresto: “tranquilli, tranquilli, quello che dovevo fare l’ho fatto…”

Determinante la perizia balistica e l’esame autoptico del medico legale dott.ssa Aquila che con un’attenta ricostruzione delle ferite riportate dal giovane e le testimonianze dei famigliari presenti, è riuscita a smontare la fantasiosa tesi del Gerace che mirava ad ottenere un responso di legittima difesa, lui con una pistola in pugno carica e due nascoste in casa, contro un ragazzo di 18 anni appena compiuti, esile e disarmato.

Rilevanti, per i Giudici della Corte di Assise di Catanzaro, anche le contestazioni fatte degli avvocati difensori delle parti civili – avvocati Emanuele Procopio e Jessica Tassone- che con i loro interventi sono riusciti, dapprima a smentire le ritrattazioni fatte in aula dalla sorella del Gerace ed inoltre con il controesame dell’imputato hanno fatto emergere le contraddizioni delle plurime, fantasiose, ricostruzioni che quest’ultimo aveva fatto nelle varie fasi processuali.

Ma basta un ergastolo per un delitto così grave?

“I giudici hanno fatto il loro dovere – ha sostenuto Caterina Villirillo madre del giovane Giuseppe all’esito della sentenza – ma io sono stata abbandonata dallo Stato. Nessuno si assume la responsabilità di una morte assurda avvenuta solo perché io e la mia associazione abbiamo fatto quello che lo Stato dovrebbe fare: difendere i deboli. Mio figlio è la vittima sacrificale di uno Stato che non difende i suoi cittadini dalla malavita organizzata. E il risultato è che io e miei figli siamo soli, continuamente minacciati ed in pericolo di vita”

Coronavirus, che fine faranno coloro che hanno lavorato per accoglienza migranti? 

I ritardi dei pagamenti da parte delle Prefetture in questo momento di emergenza sanitaria rischiano di mandare definitivamente al collasso famiglie intere. Eppure il 28 gennaio la Corte Europea dei diritti Umani aveva condannato tale comportamento delle PA incurante del lavoro già svolto

L’emergenza sanitaria in cui è precipitato il Paese non deve distogliere l’attenzione da problemi che proprio in questa situazione rischiano di strozzare tutti coloro, piccole e medie associazioni di volontariato o cooperative, che si sono occupate di accoglienza rispondendo a bandi ed ottemperando agli impegni presi giorno per giorno, pur in assenza ormai da molti mesi dei pagamenti dovuti.  Infatti in alcuni territori, Cagliari, Pavia, Varese, Frosinone e Latina, per citarne alcuni, dalle Prefetture ancora non sono arrivati i soldi per il saldo del 2019 e molte prefetture devono saldare il 2018. Un’emergenza nell’emergenza, infatti, tenuto conto della sentenza del 28 gennaio scorso della Corte di Strasburgo che penalizza il nostro paese per i ritardi nei pagamenti da parte della PA, bisogna ricordare che tutto questo sistema potrebbe portare in futuro ad un debito per lo Stato enorme da sostenere, calcolabile in interessi sino all’8% in più. Non sarebbe più semplice corrispondere il dovuto a chi ha già svolto un lavoro di integrazione, così come da diktat dei vari bandi provinciali?

I soldi alle cooperative e le associazioni vengono erogati dalle Prefetture, che ricevono tutte insieme il bonifico dal Ministero dell’Interno. Solo che ogni Prefettura, spiegano gli operatori, ha le sue regole di rendicontazione e i suoi tempi per girare agli enti no profit i rimborsi dovuti. Sistemi diversi producono disparità nei tempi di consegna: il risultato per alcune province è che una serie di enti di gestione dell’accoglienza, vincitori di Bandi regolarmente erogati, stanno ancora aspettando molti pagamenti. Chi aiuterà questi enti gestori (associazioni e cooperative) in questo momento di vera emergenza? E chi pagherà il dovuto a chi ha lavorato per loro?
 

A maggior ragione in un momento in cui tutta la popolazione è in difficoltà e le associazioni o cooperative hanno necessità estrema di pagare i propri dipendenti, coloro che hanno svolto per ben due anni, questo è lo spazio temporale in cui le Prefetture non hanno corrisposto il dovuto, le loro prestazione d’opera in rispetto dei Bandi vinti.  “L’Italia avrebbe dovuto assicurare il rispetto da parte delle pubbliche amministrazioni, nelle transazioni commerciali con le imprese private, di termini di pagamento non superiori a 30 o 60 giorni”, segnalano nella sentenza del 28 gennaio i giudici della Cedu, constatando la violazione della direttiva europea del 2011. Ma non basta, considerati i ritardi ogni associazione o cooperativa che fa ricorso alla giustizia, con il passare del tempo potrà realizzare anche interessi sino all’8% in più per il ritardo subìto, con un danno ancora più alto ad un’economia già in recessione per l’emergenza covid-19. In questa situazione gli unici a trarre vantaggi sono le banche, che anticipano il denaro alle associazioni o cooperative in difficoltà con interessi esosi, cui gli stessi enti no profit si adeguano forzatamente perché in caso contrario non potrebbero più erogare quei servizi alle persone per cui si sono impegnati con il Governo. 

Al di là del costo in interessi futuri dovuti ci si domanda: ma in questo momento di emergenza non sarebbe il caso di metterci una pietra sopra e versare il dovuto che oltretutto permette la sopravvivenza a persone che in modo onesto hanno lavorato?

A Cagliari stanno controllando le carte del primo trimestre del 2019 e hanno saldato meno del 75% del 2018. E quando le associazioni o cooperative si lamentano dall’alto del Palazzo qualcuno risponde: ‘Fate come vi pare, servono i tempi giusti per le verifiche’. 

E quindi la nostra burocrazia è capace di bloccare piccole o medie associazioni che erogano servizi di accoglienza, dove hanno lavorato e lavorano soprattutto degli italiani, anche decine di over 50 non certo facili da collocare sul mercato del lavoro di oggi. Perché non stiamo parlando di aziende con coperture finanziarie, ma di realtà che devono impegnare beni personali per poter andare avanti. Magari utilizzando agevolazioni finanziarie di banche che, nate per questi scopi, alla fine chiedono il ‘conto’ incuranti delle difficoltà cui vanno incontro le stesse associazioni o cooperative. Un business che lucra sulla pelle di persone in grave difficoltà, che mette in ginocchio chi se ne occupa con coscienza, ottemperando a tutte le regole stabilite per fare integrazione. Si parla di servizi di assistenza generica alla persona, di pulizia e igiene ambientale degli immobili dedicati all’accoglienza; Erogazione dei pasti; Fornitura dei beni di prima necessità; Servizi di mediazione linguistica e culturale, servizi psicologici ed inserimento nel mondo del lavoro. 

Purtroppo in realtà ancora oggi si registrano ritardi anche fino a undici mesi, e molti Gestori vantano ancora crediti sul 2018. L’arretrato complessivo supera il mezzo miliardo di euro e  a questa somma si aggiungeranno gli interessi maturati che il Viminale prima o poi dovrà pagare. Ma in questo difficile momento l’urgenza è garantire la sopravvivenza di questi enti no profit permettendo loro di garantire occupazione in un paese che si avvia alla recessione. 

Qui di seguito la petizione su Change.org

http://chng.it/BvhRFttx

 

La Francia dichiara zona rossa per coronavirus tutto il Grand est del Paese

La regione della Francia che include Alsazia, Lorena e Champagne Ardenne è stata dichiarata zona a rischio

Niente scuola per una quarantena di 14 giorni in Alsazia, Lorena e Champagne Ardenne. La notizia è di oggi e fa seguito ad una emergenza conseguente alla ormai pandemia, dichiarata oggi dall’Oms, da coronavirus che sta mettendo in ginocchio il mondo intero.

Già il 5 di marzo in Francia un deputato repubblicano del Parlamento era risultato positivo al Coronavirus e le sue condizioni si erano ben presto aggravate. Jean Luc Reitzer, 68 anni, è ricoverato in terapia intensiva a Mulhouse, uno dei principali focolai del Paese. Lo ha confermato la presidenza dell’Assemblea nazionale. A Mulhouse, Capitale dell’Alsazia, c’è uno dei focolai più gravi del Paese: tutto sarebbe partito all’interno di una comunità evangelica locale.

L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha dichiarato che l’epidemia di Covid-19 è ormai una “pandemia”. Inoltre, il direttore generale dell’OMS ha espresso profonda preoccupazione per i “livelli allarmanti di inazione” della comunità internazionale di fronte ai “livelli allarmanti di diffusione”.

In Francia, l’ultimo bollettino mostra 33 decessi e 1.784 casi confermati. Inoltre, 86 persone sono ricoverate in terapia intensiva.

Coronavirus, l’Ordinanza della Regione Lazio

Il presidente della Regione Lazio Zingaretti ha emesso l’Ordinanza con le regole cui attenersi per evitare al massimo la diffusione del nuovo virus COVID-2019. Il provvedimento nasce in conseguenza del carattere particolarmente diffusivo dell’epidemia e dell’incremento dei casi anche sul territorio nazionale

La regione Lazio ha emesso l’Ordinanza in tema di prevenzione della diffusione su territorio regionale del COVID-2019, più semplicemente conosciuto come coronavirus che, arrivato anche in Italia dalla Cina, sta seriamente preoccupando le istituzioni per la velocità e facilità di contagio, in assenza al momento di opportuno vaccino e farmaci mirati. Un virus non particolarmente aggressivo paragonato ad Ebola, ma sicuramente estremamente facile da contrarre, come riportato da immunologi e virologi che ne stanno seguendo l’evoluzione, e che colpisce in modo particolare alcune fasce d’età con conseguenze funeste per chi soffre di altre patologie gravi. Una vera emergenza sanitaria che, se la diffusione aumentasse, metterebbe in ginocchio la sanità pubblica, in termini di utilizzo di posti letto e risorse professionali da dedicare alla cura di pazienti, che potrebbero aumentare in modo esponenziale in assenza di un’adeguata prevenzione. Per questi motivi il presidente della regione Lazio ha ritenuto di emettere una propria Ordinanza, a seguito del decreto-legge 23 febbraio 2020, n. 6, recante “Misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-2019”, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 23 febbraio 2020, n. 45, che, tra l’altro, dispone che le autorità competenti hanno facoltà di adottare ulteriori misure di contenimento al fine di prevenire la diffusione dell’epidemia da COVID.

Tra le misure di prevenzione adottate, che fanno seguito a quelle della Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte, Veneto e Liguria, si distinguono tre principali azioni:

‘Le scuole di ogni ordine e grado, le università, gli uffici delle restanti pubbliche amministrazioni devono esporre presso gli ambienti aperti al pubblico ovvero di maggiore affollamento e transito le informazioni sulle misure di prevenzione rese note dal Ministero della salute; nelle pubbliche amministrazioni e, in particolare, nelle aree di accesso a strutture del Servizio sanitario, nonché in tutti i locali aperti al pubblico, devono essere messe a disposizione degli addetti, nonché degli utenti e visitatori, soluzioni disinfettanti per il lavaggio delle mani’.

Allo stesso modo ‘i Sindaci e le associazioni di categoria devono promuovere la diffusione delle medesime informazioni sulle misure di prevenzione igienico sanitarie elencate presso gli esercizi commerciali; le aziende di trasporto pubblico locale devono adottare interventi straordinari di pulizia dei mezzi;  i viaggi d’istruzione, le iniziative di scambio o gemellaggio, le visite guidate e le uscite didattiche comunque denominate, programmate dalle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado sono sospese fino al 15 marzo 2020; quanto alle procedure concorsuali, deve essere garantita in tutte le fasi del concorso una adeguata distanza di sicurezza (la trasmissione droplet)’.

Viene altresì ordinato che ‘chiunque abbia fatto ingresso in Italia negli ultimi quattordici giorni dopo aver soggiornato in zone a rischio epidemiologico, come identificate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, ovvero nei Comuni italiani ove è stata dimostrata la trasmissione locale del virus deve comunicare tale circostanza al Dipartimento di prevenzione dell’azienda sanitaria territorialmente competente, che lo comunica al medico di medicina generale (“MMG”) ovvero pediatra di libera scelta (“PLS”) che assistono il soggetto’. I numeri da utilizzare per l’auto dichiarazione sono il Numero Unico dell’Emergenza 112 o il numero verde 800.118.800 attivo a decorrere dal 27 febbraio 2020. ‘Gli operatori di Sanità Pubblica che gestiscono tali informazioni, dopo aver assunto dall’utente più informazioni possibili inerenti lo stato di salute così come la permanenza in luoghi considerati a rischio, accertata la necessità di avviare la sorveglianza sanitaria e l’isolamento fiduciario, informano dettagliatamente l’interessato sulle misure da adottare, illustrandone le modalità e le finalità al fine di assicurare la massima adesione’. Di conseguenza gli stessi operatori informano il medico di medicina generale o il pediatra che segue il paziente affinchè vigilino sullo stato di salute dello stesso. Si innesca così il protocollo che oltre a tenere in isolamento volontario presso la propria abitazione il soggetto a rischio per 14 giorni, implica le successive azioni che l’operatore di Sanità Pubblica deve attuare: ‘accertare l’assenza di febbre o altra sintomatologia del soggetto da porre in isolamento, nonché degli altri eventuali conviventi;  informare la persona circa i sintomi, le caratteristiche di contagiosità, le modalità di trasmissione della malattia, le misure da attuare per proteggere gli eventuali conviventi in caso di comparsa di sintomi;  informare la persona circa la necessità di misurare la temperatura corporea due volte al giorno (mattina e sera)’.

Naturalmente oltre la permanenza in casa vige il divieto di viaggiare ed evitare contatti sociali. ‘In caso di comparsa di sintomi la persona in sorveglianza deve avvertire immediatamente il MMG/PLS e l’operatore di Sanità Pubblica che attiva presso il domicilio la procedura di esecuzione del test; indossare la mascherina chirurgica (da fornire all’avvio del protocollo) e allontanarsi dagli altri conviventi; rimanere nella sua stanza con la porta chiusa garantendo un’adeguata ventilazione naturale, in attesa dell’eventuale trasferimento in ospedale’.

Al momento i Comuni interessanti da provvedimenti di ordinanza sono i seguenti:

LOMBARDIA: Codogno, Castelgerundo, Castiglione d’Adda, Casalpusterlengo, Fombio, Maleo, Somaglia, Bertonico, Terranova dei Passerini, San Fiorano.

VENETO: Vo’ Euganeo (PD), x Mira (VE)

Si segnala inoltre che gli ospedali di Schiavonia di Monselice per la Bassa Padovana e l’ospedale di Mirano di Dolo sono le strutture dove sono stati ricoverati i casi. L’eventuale aggiornamento dell’elenco sarà conoscibile attraverso i siti istituzionali del Ministero della salute, del Dipartimento della protezione civile nazionale e della Regione Lazio

Ucai e Prap Triveneto avviano il progetto Exodus per riportare a casa i detenuti africani

Ricondurre in Africa le persone detenute nelle carceri italiane che vogliano far ritorno nelle comunità di origine, dopo un’adeguata formazione in ottemperanza dell’art. 27 della nostra Costituzione

C’è un solo modo per ‘togliere il disturbo’ e continuare la propria vita onestamente anche quando si è commesso un errore tale da finire agli arresti in Italia. L’unico modo è tornare nel proprio paese, lasciato con tanto dolore, sapendo di avere la possibilità di lavorare perché si è stati adeguatamente formati nel percorso di pena per reato commesso nel paese ospitante. In questo caso l’Italia. Ne è convinto Otto Bitjoca, presidente di Ucai, Unione delle comunità Africane in Italia, che sta portando avanti da tempo un progetto tanto ambizioso quanto cartesiano, in sinergia con il Provveditorato della Amministrazione Penitenziaria del Triveneto e l’organizzazione Diritti in Movimento Toscana. Se ne è parlato durante il convegno di pochi giorni fa a Padova presso la Sala Anziani di Palazzo Moroni, dove è stato firmato il primo documento di avvio. Il progetto Exodus si sviluppa fondando su due pilastri essenziali. Il primo è l’articolo 27 della nostra Costituzione che evidenzia: “La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Il secondo pilastro di Exodus, ancora più essenziale, sta nel fatto che ogni Africano emigrato in Italia ha un grande desiderio di tornare a casa, dalla quale non sarebbe mai partito se avesse avuto un lavoro ed una vita dignitosa. A questo si deve aggiungere un dato reale, che in realtà viene sottaciuto spesso per motivi politici: nelle nostre carceri la presenza africana si attesta al 17% di quella straniera, e per la maggioranza dei casi si tratta di persone che hanno commesso reati di lieve entità, solo per sopravvivere. La maggior parte di loro sono reclusi perché, in attesa di giudizio e senza residenza, non potrebbero andare altrove. Un costo enorme per l’amministrazione pubblica che il progetto di Bitjoca potrebbe diminuire notevolmente.

In questa ottica il sistema penitenziario italiano potrebbe contribuire a favorire il percorso di rimpatrio sfruttando meglio l’esperienza della detenzione con l’acquisizione di capacità professionali dei detenuti, necessarie a svolgere attività nei settori strategici dell’agricoltura, nell’artigianato e in tutti i lavori che richiedano competenze di base. Tali professionalità sarebbero poi volano della vocazione agricola e artigianale dei Paesi africani coinvolti e consentire obiettivi miglioramenti della vita in quelle società. Da questo punto di vista lo stesso Otto Bitjoca, presidente di Ucai ed economista che ormai da più di 40 anni vive a Milano, si farebbe carico degli interscambi con una serie di Paesi Africani che anelano alla crescita economica e riconoscono la necessità di un know how dall’occidente. Quale migliore occasione se non i propri ‘figli’ che tornano a casa con una formazione fondamentale per lo sviluppo economico dei loro territori?

Un progetto Exodus che a conti fatti è davvero la via maestra per aiutare in senso costruttivo il Continente Africano, rispettandone la dignità ed incentivandone lo sviluppo economico. Un progetto non semplice per chi interpreta l’Africa e la diaspora dei suoi popoli verso l’Europa come un ‘Business’ da gestire, e attraverso il quale lucrare guadagni senza risolvere il vero problema in diritti umani: il popolo Africano ha il sacrosanto diritto di costruire paese per paese la sua democrazia, e per farlo ha bisogno di rendersi indipendente dagli antichi colonizzatori in termini di economia, lavoro e capacità di sviluppo.

Tra le autorità che fino ad oggi hanno aderito con entusiasmo e lungimiranza all’idea di Ucai, oltre al Provveditorato per il Triveneto, anche Enrico Sbriglia, provveditore regionale dell’Amministrazione Penitenziaria, Armando Reho, direttore dell’Ufficio Detenuti e Trattamento, e lo psichiatra Mario Iannucci insieme alla collega Gemma Brandi, coordinatrice di Diritti in Movimento Toscana e membro del tavolo istituito dal Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede a tutela dei fragili il 9 gennaio scorso.

Tra le attività formative che si vorrebbero ‘esportare’ in Africa perché utili a quei territori, sono state evidenziate quelle per la realizzazione di call center governativi, imprese cooperative per la panificazione e produzione di prodotti da forno, per la trasformazione di semilavorati industriali e soprattutto per attività di carpenteria in ambito edilizio: muratori, piastrellisti, idraulici ed elettricisti, particolarmente carenti in quei Paesi.

Tra gli Istituti di pena coinvolti che dovranno realizzare classi omogenee di formazione professionale figurano per ora la Casa di Reclusione di Padova, la Casa Reclusione femminile di Venezia e le sezioni di Reclusione degli istituti di Verona, Treviso e Udine. Per ottenere l’indispensabile collaborazione, nel progetto saranno coinvolte le regioni del Triveneto e la Cassa delle Ammende

Integra onlus presenta a Roma The Albanian Code di Gady Castel

Quando il popolo albanese salvò migliaia tra ebrei, rifugiati, soldati italiani, dalla furia criminale del nazismo.

Anno 1943. L’Italia capitola agli Alleati con l’armistizio dell’8 settembre, e i nazisti iniziano ad uccidere soldati italiani considerati disertori in tutta la regione. La popolazione albanese rifiuta di ottemperare agli ordini dell’occupante nazista di consegnare gli ebrei residenti ai confini del paese. Prende spunto da questa storia il film documentario “The Albanian code” (“Il codice albanese”) prodotto dalla Katzir Production di YaelKatzir e Gady Castel per la Claims Conference.

L’Albania, la cui popolazione è oltre il 70% di religione musulmana, risponde ad un codice d’onore che si chiama “besa”, per cui è meglio morire che voltare le spalle a una persona bisognosa.  A tal punto che un albanese aiuta chiunque si presenti alla sua porta, anche se fosse il suo peggior nemico.  Ed in quel difficile momento storico persino il re Zog è intervenuto personalmente.  Bisogna ricordare che la comunita’ ebraica in Albania era molto piccola (circa 200 persone) e il numero degli ebrei salvati è stato di tanto maggiore. Le migliaia di altri che furono salvati erano arrivati in Albania da Serbia, Macedonia,  Croatia e Montenegro, sapendo che li’ avevano speranza di sopravvivere alle persecuzioni naziste.

In Albania gli ebrei non sono stati trattati come rifugiati ma come ospiti.  Sono oltre 2.000 gli ebrei, tra cui coloro che sono fuggiti nel paese, protetti e salvati da morte sicura. Per quanto ne sappiamo, non un singolo ebreo in Albania fu consegnato ai nazisti. “Besa” è stata descritta in un codice scritto intorno al 15° secolo ma ha radici più antiche nella storia. Significa letteralmente “mantenere una promessa”. Chi agisce secondo Besa è qualcuno che mantiene la parola data (promessa), qualcuno a cui si può affidare la propria vita e quella della propria famiglia. Durante l’Olocausto, il codice albanese di Besa, o pegno d’onore, è stato messo in atto da coloro che hanno aiutato e protetto i meno fortunati, tra cui migliaia di ebrei. Questo docufilm offre una visione ampia di questi eroi poco conosciuti e allo stesso tempo offre prospettive in prima persona nel racconto di coloro che sono stati salvati e degli albanesi che li hanno aiutati. “[È] un viaggio per dire grazie”, dice il regista, “al popolo albanese, che si è comportato diversamente dall’intera Europa”.

Un esempio unico di solidarietà umana, di grande attualità ancora oggi, che va oltre il credo religioso e che non ha eguali in tutto il mondo. Oltre agli ebrei d’Albania la popolazione albanese, supportata dalle autorità civili, nascose e protesse decine di migliaia fra soldati italiani, profughi, ed ebrei in fuga provenienti da gran parte dal resto d’Europa.

Il docufilm sarà presentato a Roma per la prima volta in Italia, il 24 febbraio alle ore 19,00 presso la Sala della Discoteca di Stato in una collaborazione tra Integra onlus, presieduta dall’italo – albanese Klodiana Cuka, in sinergia con Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo (LIDU onlus), Integra solidale, Ambasciata dell’Albania a Roma, associazione culturale Ipathia, TMP, Meditinere, PoloBiblo Museale Regione Puglia, Ministero Cultura Albanese, Accademia della Minerva.

Il docufilm The Albanian Code è stato presentato nel 2019 a Tirana alla presenza del Presidente albanese, di 5 Ministri e 12 Ambasciatori, guadagnando una standing ovation del pubblico presente che ha applaudito per più di cinque minuti dopo la visione dell’emozionante film. In quella occasione è nata l’idea di Klodiana Cuka di inserire i sottotitoli in italiano di cui si è fatta carico la sua Integra onlus, per la fruizione del docufilm presso il pubblico del nostro paese, in un’ideale gemellaggio nel percorso storico e nelle relative vicende che vedono Italia ed Albania vicine non solo geograficamente.

Gady Castel israeliano di origine italiana. Regista e produttore da oltre 50 anni. Alle spalle una lunga serie di oltre 65 documentari e iniziative di serie tv tra le ultime il documentario “La casa dei bambini” da cui e’ stata ispirata la serie rai “La guerra e’ finita”.

Il suo documentario “Rinascere in Puglia” e’ stato presentato con grande successo in vari siti della Puglia (oltre 20 siti) e in diverse altre citta’ italiane (Roma, Milano, Torino e Genova, ed altre citta’ in tutta l’Italia.

Il suo documentario “La casa dei bambini” continua ad essere presentato in diversi siti d’Italia nonché trasmesso a Rai Storia.

Per attivita’ culturali tra Italia e Israele e’ stato onorato col titolo di Cavaliere della Repubblica italiana dal Presidente Napolitano.

Vive e lavora in un kibbutz in Israele.

Sistema accoglienza:Integra onlus, eccellenza nel settore, spiega cosa non ha funzionato

Un sindaco sotto processo per concussione, un Comune sciolto per infiltrazioni mafiose, una Prefettura che subisce un’ordinanza del Tribunale a pagare il dovuto ma lo fa solo in parte. Un sistema che fa acqua da tutte le parti e troppo spesso vede l’accoglienza migranti trasformata in un business che più che integrare lucra sulla pelle dei più deboli. L’intervista a Klodiana Cuka, presidente di Integra onlus

L’ombra del reato di concussione sul sindaco di Neviano in provincia di Lecce, Silvana Cafaro, rinviata a giudizio per aver interferito nelle attività dell’associazione Integra onlus dal febbraio 2014 all’agosto 2016. Il motivo di tale interesse da parte della Silvana Cafaro sarebbero i fondi dedicati allo Sprar gestito dall’associazione Integra onlus, il giudizio è ancora in corso. A Parabita il Comune fu sciolto alla fine del 2015 con l’accusa di infiltrazioni con la Sacra Corona unita, anche lì Integra onlus gestiva un centro accoglienza, ma il suo operato all’epoca venne sabotato e i pagamenti bloccati per non aver assecondato le richieste del coordinatore del progetto in loco, poi rimosso dall’incarico, così come il sindaco e la dirigente degli affari sociali. Situazione simile a Frosinone dove Integra onlus denuncia il mancato pagamento di ben 2 anni di attività dei centri di accoglienza da lei gestiti, dopo essersi aggiudicata la gara d’appalto come da legislazione vigente in tema di accoglienza. Anche qui, dopo una prima sentenza, che fa seguito ad un ricorso d’urgenza da parte della onlus presieduta da Klodiana Cuka, che sancisce in parte le somme dovute all’associazione per il lavoro svolto, somme utili solo a compensare il lavoro di oltre un centinaio di dipendenti e collaboratori, la prefettura di Frosinone adempie solo in parte all’ordinanza del Giudice. Tutto questo svela un possibile retroscena ambiguo e difficile da comprendere, tant’è che ancora oggi la Integra onlus, che ha ormai chiuso per bisogno ogni struttura di accoglienza, subisce come un effetto domino i mancati pagamenti dello Stato sulle sue attività statutarie.  

Ma di che cosa si occupa nel suo fare attività di accoglienza Integra onlus da quasi vent’anni? Oltre al vitto e all’alloggio in rispetto alle normative europee, fornisce sostegno psicologico, lezioni di italiano, orientamento al lavoro, attività interculturali e ludiche, al fine di permettere a soggetti svantaggiati e provenienti da altri paesi di inserirsi ed integrarsi nel nostro tessuto sociale. Una scommessa che parte da lontano, da quando a sua volta Klodiana Cuka è arrivata a 20 anni in Italia dall’Albania, riuscendo per la sua autodeterminazione a laurearsi, a conseguire un dottorato e vari master, sino a diventare una vera e propria manager del sociale, esperta di fondi europei con la ferma volontà di utilizzarli per il soddisfacimento dei loro obiettivi: aiutare i più disagiati. E’ stata proprio la sua esperienza dolorosa di vita a darle lo slancio per aiutare altri che come lei affrontavano l’ignoto per migliorare la propria esistenza. A tal punto è stato grande l’impegno delle Cuka da farle raggiungere notevoli successi nell’ambito della progettazione europea e lo scambio di buone prassi a livello nazionale ed internazionale, tanto da farsi notare dal Consolato americano di Napoli dove nel 2016, a seguito di una visita dell’ambasciatore degli Usa in Italia Jhon Phillips all’interno della masseria leccese che era la sede operativa di Integra in puglia, viene inserita nel 75° programma americano ‘International Vip Leadership Program’, il più ampio programma di scambio di buone prassi di tutti i professionisti ed intellettuali del mondo.

Da quanto tempo esiste integra onlus?

Integra Onlus nasce a cavallo tra la fine del 2002 e inizio 2003 a Lecce. Intorno a me si uniscono dei professionisti italiani ed i presidenti delle associazioni dei Migranti, per dare vita nella città di Lecce ad una nuova realtà multietnica ed interculturale, che potesse diventare una voce congiunta rappresentativa delle comunità migranti presso le istituzioni, e per diffondere un modello nuovo culturare/interculturale di convivenza costruttiva, che mette l’uomo senza nessuna distinzione al centro dell’universo, facendo capire che ‘l’altro’,  il ‘diverso’ se lo conosciamo e lo scopriamo senza paura, sospendendo il pregiudizio,  può essere semplicemente un valore aggiunto, così come furono nei secoli, gli italiani migranti in giro per il mondo.

Certamente un percorso non facile, specie per un’associazione appena fondata da un’immigrata albanese, e anche perché sappiamo bene che le associazioni sono delle ottime realtà che possono incidere nello sviluppo ed il cambiamento sociale, ma la mancanza di risorse economiche rende tutto più difficile.

Proprio per questo, capendo il meccanismo amministrativo italiano e credendo, tuttora con tutta me stessa, nella forza del cambiamento, unendo la crescita di Integra al mio percorso di crescita professionale, ho indirizzato Integra sin dalla sua nascita verso la progettazione dei fondi strutturali, comunitari e la progettazione transnazionale, in una regione ricca da questo punto di vista, Obiettivo 1, come la Puglia.

Integra sin da subito ha iniziato a coinvolgere giovani universitari e professionisti che si affacciavano con curiosità verso il mondo dell’immigrazione, con diversi ruoli nei progetti in cui partecipava come partner nei primi anni di nascita, e man mano anche da Lead Partner nel secondo decennio della propria vita.

Che percorso ha fatto? Quanti centri aperti, quante persone supportate e quante di loro si sono poi effettivamente integrate?

Tra qualche giorno Integra compie 17 anni di vita e tornare indietro e mi rendo conto che grazie a questa  coraggiosa spinta e voglia di fare, tra le fila dell’associazione sono passati decine di tirocinanti universitari, quasi 500 dipendenti e collaboratori (a progetto e partita Iva), oltre 750 soci volontari, fornendo assistenza psicologica, linguistica e giuridica a oltre 5000 migranti presso lo sportello Lecce Accoglie del Comune di Lecce negli anni 2005-2007, ed a quasi 1000 migranti negli anni dell’Emergenza nord Africa 2011-2013 e ad altrettanti 1000 abbiamo offerto accoglienza tra il 2014 e il 2019 tra prima e seconda accoglienza. Una realtà che da una parte riempie il cuore di gioia e soddisfazione perché Integra ha raggiunto il proprio obbiettivo di nascita, e perché nulla è impossibile a chi crede fortemente, anche se a me piace dire nulla è’ impossibile al Signore. Ma dall’altra parte fa nascere in me tanta tristezza e sconforto e anche rabbia direi, perché è vero che sono stati anni di ricchi di opportunità e progetti e appalti vinti, ma anche anni difficili e duri, sempre in affanno per gli incassi ed i pagamenti, difficoltà che hanno portato con consapevolezza alla decisione di azzerare tutte le attività di accoglienza, grazie ad un sistema amministrativo italiano che fa acqua da tutte le parti.

Non ho mai voluto essere considerata un’imprenditrice anche se alla fine anche una Onlus seppur etica e’ sempre un’impresa. A maggior ragione mi sono detta: un imprenditore che ha la possibilità di far nascere nuovi progetti e la capacità di tradurre le idee in percorsi, deve produrre ricchezza e far stare bene i propri collaboratori! Non si può far assistere chi ha rischiato la vita attraversando il deserto ed il mare, da operatori che seppur si mettono in servizio di questi fratelli con passione, sono costretti ad attendere mesi e mesi nel silenzio, tra preoccupazioni e mille problemi, lo stipendio che arrivi per pagare le bollette e mandare i figli a scuola. Non è giusto!!!
Anche perché chi gestisce il Senato pubblico nei palazzi italiani, viene pagato ogni 27 del mese! Per questo Integra, così come tante altre piccole realtà del terzo settore, arrivando al massimo della disperazione grazie ai famigerati decreti sicurezza del precedente ministro dell’interno, ha detto BASTA!

L’unico rimpianto mio di tutti questi anni è quello di non essere riuscita a pagare le risorse umane impegnate nelle attività dell’associazione ogni mese, ed essere diventata insolvente per colpa dello Stato, della macchina amministrativa italiana che paga sempre in ritardo, ritardi che purtroppo per la maggior parte degli imprenditori o gli addetti del settore sono normali! E quando mi sentono battermi e ribellarmi, mi dicono: ‘ma che pretendi? L’Italia non cambierà mai, è’ stata e sarà sempre così!’
Però, rispondo con la fervida rabbia di San Agostino: nel resto della Comunità europea e negli USA non accade così! Assolutamente NO! Il grande rimpianto è non aver potuto mettere al servizio dell’altro e di tutta la comunità il mio potenziale in progettazione ed attuazione, così come possibile alla luce della rete nazionale ed internazionale costruita da Integra in anni di serio e professionale lavoro. Invece ho dovuto sempre convivere con l’affanno dei pagamenti che non arrivavano e con l’incubo dei pagamenti che mai risolti in tempo utile.

Come funziona il sistema immigrazione?

Anche se si ha la capacità professionale, economica e finanziaria di vincere dei progetti e/o appalti, parlo soprattutto nazionali italiani, questi progetti non possono essere sostenuti se non si ha la possibilità di accedere a degli anticipi bancari, prestando garanzie in proprio con la stessa dirigenza della Onlus. Tutto ciò correlato ad un grande rischio, anche perché quando  devi rendere un prestito, basta che vada male una rendicontazione e si inceppa la relazione/collaborazione con l’ente affidatario del progetto, e si rischia di fare il buco nero.
Ed è qui che la differenza tra la Onlus /cooperativa, ovvero l’ente gestore del progetto,  ed un azienda qualsiasi si azzera, non c’è nessuna differenza e i danni possono essere seri.

Ad un certo punto qualcosa è cambiato…ai bandi partecipano anche privati imprenditori e non più solo associazioni onlus del settore sociale.

È’ molto umiliante per chi proviene dal terzo settore, per chi è stato accanto allo Stato italiano nei momenti più duri delle emergenze e degli sbarchi dei migranti, nel picco dell’estate così come le notti di Natale e Capodanno, sentirsi dire da alcuni Vicari delle Prefetture o dirigenti del  settore amministrativo, come risposta ai solleciti dei pagamenti che a volte superano anche l’anno: ‘se non avete soldi non partecipate agli appalti’ !
Questo perché ? Perché un bel giorno, a differenza della gestione dell’Emergenza Nord Africa, lo Stato Italiano ha aperto la gestione delle strutture di accoglienza anche agli entri profit e ai grandi consorzi, che certamente a differenza nostra del piccolo e medio terzo settore, non avevano difficoltà ad anticipare soldi anzi al contrario avevano tanto da spendere, peccato che oltre a dare da mangiare e dormire, non forniscono alcuna attività di integrazione e inserimento socio lavorativo, per evidente conflitto di interesse rispetto al ruolo, quello sì davvero sociale, di una no profit.

Cosa è accaduto e perché il sistema italiano dedicato all’accoglienza è fallito?

In tutti questi anni abbiamo collaborato con dieci prefetture e oltre 15 comuni.
Abbiamo visto tanti funzionari, vicari e prefetti coerenti, premurosi e attenti nel fare il proprio dovere per il bene comune e del territorio. Così come purtroppo abbiamo visto anche tanta arroganza istituzionale che trattava i migranti come numeri e non come essere umani, e noi enti gestori come dei ladri capaci a fare solo business.
Noi abbiamo creduto all’accoglienza e abbiamo dimostrato con i fatti che l’integrazione è’ possibile! Che basta poco, basta impegnarsi veramente ogni giorno, creando le reti sui territori, mandando i beneficiari a scuola, facendoli partecipare a percorsi linguistici e professionali perché l’inserimento è’ possibile. Sono oltre 100 i nostri beneficiari che grazie a dei percorsi di tirocinio all’interno stesso di Integra, sono diventati liberi e indipendenti, e hanno trovato la loro strada nella vita. Numerosi i beneficiari che hanno portato le mogli in Italia e hanno creato una famiglia e una vita nuova; decine e decine i bambini nati nelle nostre strutture di accoglienza; tanti i bambini battezzati!

In tutti questi anni abbiamo conosciuto funzionari e ragionieri nelle Prefetture che lavoravano anche fuori orario e nei festivi per pagare velocemente tutti i gestori con i fondi appena arrivati dal ministero, dopo tanta attesa; così come abbiamo conosciuto Sindaci che a proprio rischio e pericolo si sono ostinati a dare ospitalità e difendere i progetti dell’accoglienza e battersi concretamente accanto a noi per l’integrazione ed il concreto inserimento socio lavorativo dei beneficiari, delle ragazze e dei ragazzi, come  li abbiamo sempre chiamati. Ma purtroppo abbiamo conosciuto anche Sindaci che dei progetti Sprar si sono avvalsi per nutrire il proprio bacino elettorale, facendo merce di scambio con ogni piccolo pezzo del progetto.
Ma certamente non siamo stati mai zitti!
Purtroppo in Italia oggi la politica della sottomissione e del subire è troppo diffusa, ma la storia insegna che se abbassi la testa e ti fai usare una volta sola, finirai per fare lo schiavo.
Reagire, denunciare, ribellarsi, costa ! È’ doloroso e porta conseguenze devastanti, ma se nel mondo siamo arrivati per lasciare un segno come diceva il Santo Wojtila, spetta a noi portare con dignità e perseveranza la nostra croce, perché la verità tarda, ma prima o poi vede sempre la luce!

Ed è alla luce di questa esperienza che è essenziale capire ogni realtà dell’accoglienza, monitorare il ben fatto e valutare come procedere. Non basta esternare slogan di tipo politico, quello che è giusto sapere per fare un bilancio è come e perché sono stati spesi soldi e con quali risultati. Dice bene la Cuka quando riferisce che ad un certo punto il sistema accoglienza diventa una risorsa per le imprese, in realtà quelle alberghiere con scarsi risultati nell’attività turistica. Cosa hanno fatto oltre a fornire vitto, scarso peraltro, e alloggio? Vedere numerosi immigrati stazionare in una struttura turistica ad esempio, senza poter fare nulla di positivo in termini di prospettive di integrazione e lavorative, non è di sicuro una soluzione per le loro povere vite, e l’unico risultato che si ottiene tenendoli in quelle condizioni è azzerare la loro dignità e le loro speranze per il futuro.

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