Inaugurata la sede del comitato vesuviano – nolano della Lidu onlus

Su iniziativa di Enzo Peluso e con il supporto e l’ospitalità del circolo Giovanni XXIII di Palma Campania, è stata inaugurata la sede del comitato Lega Italiana Diritti dell’Uomo dell’area vesuviana – nolana presieduto da Giuseppe Mungiguerra. Presente il presidente nazionale della storica associazione Eugenio Ficorilli.

E’ stata inaugurata sabato 4 luglio, alle ore 17,30, la sede del comitato vesuviano – nolano della Lidu, la Lega italiana per i diritti umani. L’evento, moderato dalla giornalista Nicole Lanzano,  si è svolto a Palma Campania, presso la sede del circolo Giovanni XXIII in via Nola, che ospiterà provvisoriamente la sede del comitato vesuviano – nolano della Lidu per i mesi estivi. L’apertura del comitato è stata fortemente voluta da Enzo Peluso, imprenditore palmese che da anni è un attivista Lidu e che per la Lega per i diritti umani ha anche ricoperto cariche nazionali.

Nel rituale benvenuto dei padroni di casa è intervenuto a porgere il saluto del presidente del circolo Giovanni XXIII, Aniello Lauri che, ricordando ai presenti l’attenzione doverosa ai diritti umani, ha riportato alla memoria le vicende storiche del patriota palmese Vincenzo Russo che partecipò attivamente alla nascita della Repubblica Partenopea in opposizione al potere borbonico. Russo venne preso con le armi in mano il 13 giugno e giustiziato il 19 novembre 1799, a soli 29 anni: fu impiccato in Piazza del Mercato, a Napoli. Da quel momento, egli divenne un martire del giacobinismo italiano.

Esposto il progetto scuola della Lidu onlus nazionale che trova nel comitato dell’area vesuviano – nolana un grande alleato per divulgare nelle scuole della zona i temi dei diritti dell’uomo, sin dalle scuole primarie per arrivare anche nelle medie e medie superiori, con l’aiuto di un gruppo di giovani che saranno formati e costituiranno il supporto logistico del progetto stesso.

Il presidente della Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo ha voluto ricordare il significato storico del 4 luglio che è anche l’Indipendence Day per gli Stati Uniti d’America che nel 1776 conquistavano la loro indipendenza dalla Gran Bretagna. ‘Tra le conquiste in termini di diritti Umani’ – ha spiegato Eugenio Ficorilli, – ‘ gli americani introdussero nella loro Carta Costituzionale anche il diritto alla felicità.

I particolari dell’evento nel filmato delle interviste fatte dalla giornalista Nicole Lanzano ad Enzo Peluso ed Eugenio Ficorilli.

Il Sappe scende in piazza e protesta in via Arenula contro il ministro Bonafede

In difesa del corpo di Polizia Penitenziaria anche la Consolidal romana presieduta da Serenella Pesarin socio-psico-terapeuta ed esperta sui temi della detenzione per essere stata Direttore generale del Dipartimento della Giustizia Minorile

“Abbiamo 4mila uomini in meno, facciamo turni di lavoro massacranti ed il ministro Bonafede coccola i detenuti e non si preoccupa degli agenti aggrediti e denunciati” – così Donato Capece segretario generale del Sappe, sindacato autonomo polizia penitenziaria, stamane durante la manifestazione della categoria in via Arenula a Roma di fronte il Ministero della Giustizia – “Noi confidiamo nella magistratura, ma è inaccettabile che passi il concetto che le carceri italiane siano luoghi oscuri dove accade di tutto e di più”. E poi ancora: “Ministro Bonafede hai fallito su tutto!”

Niccolò Rocco di Torrepadula

La protesta fa seguito al sit-in davanti al carcere di Santa Maria Capua Vetere e, giovedì scorso a Roma, davanti alla sede del  Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, in largo Luigi Daga. “Non v’è dubbio che l’emergenza sanitaria per covid19 ha messo a nudo tutte le carenze del nostro sistema penitenziario, – spiega Niccolò Rocco di Torrepadula – Ma quanto successo a Santa Maria Capua Vetere dove 44 agenti hanno ricevuto sulla pubblica via gli avvisi di garanzia per i procedimenti a loro carico aperti da Magistrati che poco conoscono del mondo del carcere, è semplicemente scandaloso. Delegittimare in questa maniera una Forza di Polizia merita un solo commento: Vergogna!!!”. Il duro commento di Niccolò Rocco di Torrepadula volontario nelle carceri ex art. 17 e 78 per oltre 10 anni nasce dalla sua profonda conoscenza della vita all’interno degli istituti di pena e dall’aver assistito al duro lavoro della Polizia Penitenziaria che, sottodimensionata nei numeri, “ svolge da sempre un compito durissimo e pericoloso, il loro impegno ed i rischi che corrono sono decuplicati in questo periodo dato che, per la impossibilità di accedere agli Istituti Penitenziari da parte di congiunti e parenti dei detenuti, la popolazione carceraria è particolarmente ‘agitata’ e frequenti sono le aggressioni agli agenti e le rivolte domate con molti feriti fra gli agenti, quanto scritto vale sia per gli Istituti dove sono reclusi i maggiorenni sia, e soprattutto, per gli istituti dove sono reclusi i minori spesso dimenticati da tutti”.

“Lascia basiti quanto successo a Santa Maria Capua Vetere,” – commenta Serenella Pesarin già Direttore generale del Dipartimento della Giustizia Minorile nazionale e oggi presidente di Consolidal – Roma – “le modalità con cui questi angeli del penale sono stati trattati, e tutto di fronte ai familiari dei detenuti. Non ci sono parole per esprime il dissenso di quanto avvenuto”.

“La polizia penitenziaria svolge un ruolo delicatissimo sia nelle strutture penali per gli adulti che per i minori – specifica con autorevolezza la Pesarin – sono loro che vivono giorno e notte con le persone ristrette, che coniugano sicurezza e trattamento, un binomio non semplice e che richiede alta professionalità esercitata senza riflettori, senza neanche il dovuto riconoscimento da parte dell’opinione pubblica che sa molto poco di questa realtà”.

“Ci si aspetta che la Magistratura faccia piena luce sui dolorosi accadimenti nell’Istituto di Pena di Santa Maria Capua Vetere, perché così la verità ancora una volta potrà trionfare e dare il dovuto riconoscimento agli operatori di Polizia Penitenziaria che rappresentano un corpo di polizia con prerogative complesse e che svolgono un lavoro molto delicato a contatto con un universo di fragilità dove spesso gli ultimi, i dimenticati dal mondo, trovano solo in loro ascolto” conclude Serenella Pesarin

La clausura forzata in casa per il covid19 ha inasprito la violenza domestica di genere

La presidente della Lidu onlus di Firenze, arch. Dania Scarfalloto Girard, esprime preoccupazione per i troppi eventi di violenza contro le donne che si sono verificati in periodo di lockdown. Non bisogna abbassare la guardia ed è un dovere intervenire anche solo ricordando la normativa che introduce e condanna la violenza di genere

Il periodo di lockdown dovuto all’emergenza sanitaria per pandemia da coronavirus ha portato gravi ripercussioni su tutta la popolazione: economiche ma anche psicologiche per ogni categoria sociale. Ma tra tutte va evidenziata quella subìta da molte donne, che costrette in casa con i loro ‘aguzzini’ hanno visto aumentare in modo esponenziale la violenza contro di loro. Anche l’Oms è intervenuta poichè  “profondamente turbata dalle segnalazioni di molti paesi di un aumento delle violenze contro donne e uomini, da parte del partner, e contro i bambini, collegate a Covid-19” come riferisce Hans Kluge, direttore regionale per l’Europa, che denuncia il preoccupante aumento del numero di chiamate di donne aggredite dal partner, che sono almeno 5 volte di più del pre-lockdown. Un fenomeno che ha colpito anche il nostro Paese e che va combattuto prima di tutto con una corretta informazione e anche con la necessaria formazione culturale delle giovani generazioni. Un compito compreso nella tutela dei diritti umani che la Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo persegue fin dal 1919 e che la presidente del comitato di Firenze, arch. Dania Scarfalloto Girard, ha come primo punto del suo programma. Ricorda infatti in un suo scritto odierno sui social dedicati alla sua attività umanitaria sulla violenza di genere (Art. 1, Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’Eliminazione della Violenza contro le Donne, Vienna, 1993)

 “Con l’espressione violenza di genere si indicano tutte quelle forme di violenza da quella psicologica e fisica a quella sessuale, dagli atti persecutori del cosiddetto stalking allo stupro, fino al femminicidio, che riguardano un vasto numero di persone discriminate in base al sesso. Spesso si parla di violenza di genere per caratterizzare le diverse forme di violenza agite contro le donne, ma non solo. Le Nazioni Unite in occasione della Conferenza Mondiale sulla Violenza contro le Donne tenutasi a Vienna nel 1993, la definiscono come ogni atto legato alla differenza di sesso che provochi o possa provocare un danno fisico, sessuale, psicologico o una sofferenza della donna, compresa la minaccia di tali atti, la coercizione o l’arbitraria privazione della libertà sia nella vita pubblica che nella vita privata. “La violenza fisica comprende qualsiasi atto volto a far male o a spaventare la vittima e, nella maggior parte dei casi, a procurare lesioni. Non riguarda solo l’aggressione fisica grave, che richiede cure mediche d’emergenza, ma anche ogni contatto fisico finalizzato a spaventare e a rendere la vittima soggetta al controllo dell’aggressore, poiché anche forme minori di questo tipo di violenza possono essere estremamente nocive, in quanto possono essere percepite come una minaccia alla vita di chi le subisce. Nel maltrattamento fisico, la componente psicologica più pesante consiste nell’imprevedibilità dell’aggressione, in quanto qualsiasi pretesto può essere motivo scatenante. Questo induce la vittima potenziale a consumare tutte le sue energie nel tentativo di evitare comportamenti che possano far irritare il suo carnefice, provocando così una sua aggressione fisica o verbale”.

Fonte: “Violenza di genere” di F.Focà

‘Sarà il nostro futuro’, il corto che apre uno spiraglio all’ottimismo dei giovani che guardano al passato per costruire il loro futuro

La cultura al centro per i nostri giovani come bene di prima necessità che può sconfiggere il male, anche quello provocato da un minuscolo virus.  E’ questa la narrazione di ‘Sarà il nostro futuro’, prodotto da Isabel Russinova e Rodolfo Martinelli Carraresi.

Di Tiziana Primozich

Tante sono le proposte che gli artisti hanno offerto al pubblico fin dai primi giorni di quarantena, letture, poesie, momenti di musica e sono molti anche gli autori e i registi che hanno voluto raccontare attraverso la loro sensibilità e creatività il momento che stiamo vivendo, inaspettato ed invasivo per tutti e particolarmente proprio per il settore culturale.  Isabel Russinova e Rodolfo Martinelli Carraresi sono stati tra i primi a realizzare, proprio dalla quarantena, un corto cinematografico che ha subito conquistato gradimento e audience e che continua a crescere dal canale you tube da cui è fruibile. Si tratta di “Sarà il mio futuro” uno short movie che ha come protagonisti i giovani, i più penalizzati e fragili di fronte all’ evento che viviamo, perché caricati del peso di affrontare il futuro.

E questo è il messaggio del corto dove ragazzi dalle facce pulite e dalle espressioni serene e presenti, misurati ed incisivi, propongono ognuno una frase del pensiero di alcuni tra i più grandi italiani, da Italo Calvino a Leonardo da Vinci, da Alda Merini a Rita Levi Moltalcini, ma anche Pascoli, Svevo e tanti altri, tracciando così attraverso un perfetto filo conduttore la loro risposta al momento storico che viviamo con la storia che siamo stati e che idealmente saremo ancora. Le loro parole intonate e le giovani voci emozionano, comunicando fiducia, forza e consapevolezza, oltre ad una energia che spinge a voler affrontare il domani con più coraggio. Un crescendo di emozione, nella semplicità del racconto che chiude con un inaspettato eco lontano affidato al pensiero di Ipazia di Alessandria.  “Sarà il mio futuro” è una proposta originale, elegante, che affida proprio alla cultura e alla formazione il compito di sostenere il futuro.

Un video di speranza perché è nella grandezza del nostro passato culturale che abbiamo la certezza anche in questo momento tragico, di approdare in un futuro ricco di possibilità per il nostro Paese. Ed i nostri ragazzi lo sanno e ne sono consapevoli. Solo ricordando le gesta ed i pensatori che hanno fatto grande la nostra meravigliosa penisola, i nostri giovani possono trarre l’ispirazione che restituirà loro la forza di ricominciare. ‘Sarà il nostro futuro’ quindi è un inno al passato per essere capaci di costruire un futuro. Grazie ad Isabel Russinova e Rodolfo Martinelli Carraresi per questa testimonianza artistica che narra un glorioso passato, unica leva nelle menti dei nostri ragazzi che dalla storia possono estrapolare le energie e la consapevolezza del ‘chi siamo oggi’ ma soprattutto del ‘chi saremo nel tempo’…….Ed il covid19 sarà solo un incidente di percorso come tanti altri.           

Coronavirus, domani parte la Fase2. Ma il Governo saprà preservare la popolazione da ricadute?

Dopo il disastro della Fase1 dell’emergenza covid-19, causato da autopsie non effettuate per tempo ed una conseguente ed approssimativa interpretazione degli effetti sulla salute di questo nuovo virus, a cosa deve prepararsi la nostra popolazione ormai in preda al terrore, conscia anche delle poche certezze su ipotesi terapeutiche?

App di rintracciamento, riaperture di industrie, attività di commercio e artigianato a scaglioni, sì a funerali a numero chiuso, no ad assembramenti nei parchi e nei centri sportivi. Ci si potrà incontrare con i congiunti previa autocertificazione. Sono queste alcune delle regole previste dal Governo che da domani 4 maggio ha stabilito che si può partire con la Fase2 dell’emergenza da epidemia covid-19. Ma facendo un passo indietro qualcosa non quadra. A cominciare da come all’arrivo del virus in Italia, ricordiamo i primi virulenti focolai di Codogno e Lombardia, l’emergenza sia stata gestita male e senza un vero piano nazionale che sbarrasse con efficacia la strada ad un virus così infettivo ed aggressivo.

Da subito ci si è concentrati sul futuro vaccino come la panacea di ogni male, eppure la storia ci insegna che l’arte medica, così è giusto definire il lavoro dei medici, si basa sull’osservazione dei sintomi, su una corretta diagnosi e sull’individuazione di terapie che curano i sintomi ed indeboliscono l’eventuale virus. Chi ha avuto una malattia cancerosa lo sa bene, la chemioterapia in realtà entra in collisione con l’organizzazione interna della cellula tumorale e ne blocca la duplicazione intervenendo in complessi meccanismi biologici.

Quindi per logica la prima cosa che si doveva fare erano le autopsie sui primi deceduti, non solo per capire di cosa erano morti, il tampone evidenziava una infezione da coronavirus, quanto per comprendere come agisce questo nuovo virus, cioè dare la giusta interpretazione anatomo-patologica. Invece grazie a qualche professorone che si è autocelebrato sulle televisioni nazionali, si è dato per scontato che la morte sopraggiungeva per polmonite interstiziale. Una errata diagnosi, solo dopo due mesi la popolazione ha saputo quanto chiunque ha affermato tale realtà fosse fuori strada, che ci è costata più di 30mila morti ed un paese in ginocchio economicamente.

E’ di oggi la notizia, pubblicata sul Fatto Quotidiano e confortata dalla virologa Gismondo, che il coronavirus colpisce in particolar modo i vasi sanguigni, con formazione di trombi. La polmonite sarebbe quindi solo uno degli eventi successivi e non il principale da cui parte tutto. Una realtà già evidenziata su questo giornale grazie al documento di protesta di Ampas sul modus operandi del Governo in questa grave emergenza.

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“Descrivere il passato, comprendere il presente, prevedere il futuro: questo è il compito della medicina” diceva Ippocrate, padre della medicina. Eppure il passato in questo caso non è servito a nulla. E non esiste una spiegazione logica per non aver voluto fare le opportune indagini in tempo utile, che in questo caso si chiamano autopsie. Ippocrate fu anche il primo a studiare l’anatomia e la patologia, per farlo applicò la dissezione sui cadaveri già nel IV sec. A.C., l’autopsia appunto. Siamo stati bombardati giorno e notte di dati, numeri di morti, di infettati. Siamo stati sottoposti ad un regime di terrore quando molto più semplicemente bastava esaminare gli effetti devastanti del virus su persone decedute. E perché poi dai vari enti preposti si è cercato in tutti i modi di ‘bannare’ per dirla con un termine moderno, ogni terapia che fosse un’alternativa all’idea del vaccino? Negli anni ’80 nacque una pericolosa malattia: la sindrome da HIV. Da allora nessun istituto di ricerca è riuscito ad elaborare un vaccino, però il numero di morti molto alto nella fase iniziale, si è poi stabilizzato nel tempo. Ma come? Con terapie antivirali ad hoc che rallentano il corso di questa orribile e funesta malattia.

Dalla  molecola 3B  scoperta  da un  gruppo  scientifico  tedesco, che parrebbe  inibire  l’enzima  proteasi  usato  dal  virus  per  replicarsi  nelle  cellule, ai  potenti  antivirali  come  il  REMDESIVIR  (utilizzato  per  l’Ebola) alla  IDROSSICLOROCHINA o PLAQUENIL  (utile  come antimalarico),  al  TOCILIZUMAB (l’antiflogistico  trattato  al  Cotugno  di  Napoli  dal   prof.Ascierto) per  la  risoluzione  dell’aspetto  flogistico, da  altri  antivirali  come LOPINAVIR,  RITONAVIR  (utilizzati  per  HIV),   all’utilizzo  ottimale  del  plasma  di  chi  ha  gia’  contratto  anticorpi o siero terapia (Osp.  Di  Mantova), per  finire  all’Eparina  a basso  peso  molecolare  ed  alte  dosi ( CLEXANE ) che si è rivelata fondamentale nell’operare  la  dissoluzione  dei   micro-trombi  venosi  e  nell’aggregazione  degli  stessi  nelle  pareti  endoteliali  dei  capillari   e  non  solo   polmonari.

La  scoperta e l’utilizzo  dei  tali  presidi  farmaceutici  (tra l’altro  a  basso  costo)  e’  avvenuta, anche  se  in ritardo  per  le  pochissime  autopsie  effettuate,  sulla  indicazione  anatomo-patologica  che l’infezione  procura un  danno  ed  una  reattivita’  endoteliale  con  formazione  di  micro-trombi  endovasali, la  cosiddetta  TEP, Tromboembolia  Polmonare   o    Venosa  Generalizzata, che  determina  la  tragica  evenienza  e  che, invece,  affrontata  per  tempo  (Prima  e  Seconda  fase  dell’invasione), porterebbe, come  sta  portando,  ad  evitare  il  ricorso  alle  terapie  Intensive, con  relativo  normo—affollamento  delle  strutture  di  Rianimazione.

Insomma solo grazie a chi opera sul campo, e non certo a chi blatera in televisione, siamo arrivati alla certezza di chi stiamo combattendo e di come è meglio affrontarlo. Abbiamo assistito a campanilismi pseudo virologici dettati da interessi privati di case farmaceutiche. Nonostante da più voci qualificate arrivasse la corretta diagnosi, cioè che il coronavirus è una malattia infiammatoria vascolare sistemica, il Governo si spendeva per acquistare respiratori aumentando il carico di pazienti in terapia intensiva, quando ormai non c’era nulla da fare, perché la vera malattia non era stata presa in tempo.

E considerati gli errori devastanti della Fase1, cosa potrà mai accadere nella Fase2? Di certo alla luce delle evidenze scientifiche non ha alcun senso tenere le persone chiuse in casa. Sempre Ippocrate nel passato remoto ci disse quanto sia importante la prevenzione, l’igiene e la ricerca. Invece in questo nostro mondo moderno assistiamo a logiche che mettono al centro interessi economici di pochi mentre andrebbe potenziato il sistema di organizzazione dei medici di base, che dovrebbero essere opportunamente formati per creare uno scudo tra popolazione e virus. In effetti si stanno organizzando, l’ultima chicca è che il colosso farmaceutico Sanofi ha siglato un accordo di intesa triennale con la Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (Simg) e la Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (Fimmg) finalizzato “allo sviluppo di progettualità volte a formare i medici del futuro” su diverse tematiche cliniche e per identificare “un corretto orientamento in caso di emergenza sanitaria, picchi di gestione di condizioni o patologie stagionali”. https://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/articolo.php?articolo_id=84420

Uno scandaloso conflitto di interessi, che nega ai medici di base il rispetto del giuramento fatto che prevede l’obbligo “di esercitare la medicina in autonomia di giudizio senza accettare nessuna interferenza o indebito condizionamento”. Perché in modo assolutamente umano, chi paga comanda. E certo Sanofi non sigla un accordo per buonismo, è un’industria farmaceutica. Il tempo svelerà con quali intenzioni nasce questa sinergia, e intanto la nostra libertà viene sempre più limitata dal clima di terrore che si è instaurato dall’inizio di questa epidemia. Così come non è chiaro al momento l’imminente utilizzo di una app di rintracciabilità, su base volontaria sembra, così come descritto oggi in un servizio di ‘Mezz’ora in più’ di Lucia Annunziata su Rai3. L’app consentirebbe di individuare le persone malate e conseguentemente farle assistere dai medici di base in primis. Sì proprio quelli che devono, in futuro, la loro formazione su emergenze sanitarie a Sanofi! E soprattutto quanto costeranno gli eventuali farmaci suggeriti ai medici di base da Sanofi?

Naturalmente l’app di tracciabilità è senz’altro una buona idea, ma come tutte le cose che invadono la privacy va stabilito che utilizzo farne. Perché l’app avrà in sé tutti i nostri dati sensibili, tutti i nostri spostamenti, tutta la nostra vita attimo per attimo. Al di là della legislazione vigente che nega questa possibilità, e facendo però appello al buon senso che ci dice che dobbiamo proteggerci dal virus, dove finiranno tutti i nostri dati? Come saranno utilizzati? Ci sarà un cervellone digitale che raccoglie tutto? E quindi in ambito di controllo umano sulle nuove tecnologie, chi controllerà il controllore?

E concludiamo con la saggezza di Ippocrate che più di 2.400 anni fa, da buon padre della medicina, diceva: “Ciò che io possa vedere o sentire durante il mio esercizio o anche fuori dell’esercizio sulla vita degli uomini, tacerò ciò che non è necessario sia divulgato, ritenendo come un segreto cose simili”. Sarà così anche in questa epidemia covid-10 del 2020?

App di monitoraggio per Covid-19, l’esempio dell’Australia

Il governo australiano ha invitato milioni di cittadini a scaricare l’app di tracciamento dei contatti per il coronavirus in maniera volontaria.

Il primo ministro Scott Morrison ha affermato che un ampio utilizzo sarebbe il “biglietto” per riprendere la vita normale il più presto possibile. Tre milioni di persone hanno scaricato l’app COVIDSafe dal suo lancio di domenica sera, e per la massima efficacia, circa il 40% della popolazione dovrebbe scaricarla.

“Vorrei paragonarlo al fatto che se vuoi uscire fuori quando il sole splende, devi mettere la crema solare.”, ha detto il Primo Ministro.

L’Australia è riuscita a tenere bassa la curva del virus, ed il governo prevede di espandere lo screening per Covid-19 dopo aver assicurato mercoledì altri 10 milioni di kit di test.

La nazione ha circa 6.700 casi e solo 88 le persone decedute.

Come funziona l’app?

L’app COVIDSafe chiede agli utenti di indicare la loro fascia d’età, un numero di cellulare, un codice postale e un nome, che può essere anche uno pseudonimo.

Utilizza un segnale wireless Bluetooth per scambiare una “stretta di mano digitale” con un altro utente quando i due si trovano entro 1,5 m di distanza. L’app registra quindi questo contatto e lo crittografa.

Gli utenti a quel punto verranno avvisati se hanno avuto più di 15 minuti di contatto ravvicinato con un altro utente che risulta positivo.

Tra le preoccupazioni sulla privacy di chi avrà accesso ai dati memorizzati dell’app, il governo ha dichiarato che solo le autorità sanitarie statali sono qualificate a monitorare i cittadini.

I dati saranno archiviati in Australia e il ministro della sanità ha dichiarato che “nemmeno un ordine del tribunale” consentirebbe ad altre autorità, compreso la polizia, ad accedervi.

Covid-19, Ampas interviene su ipotesi Fase 2 e violazioni dei diritti Costituzionali

I medici del gruppo della Medicina di Segnale, sono 735 gli iscritti all’AMPAS, preoccupati per le possibili derive autoritarie in atto, in un comunicato elencano le eventuali lesioni dei diritti costituzionalmente garantiti per i cittadini.

Mentre il Governo da alcuni giorni informa la popolazione circa l’inizio della Fase2, elencando i relativi provvedimenti per arginare l’epidemia da coronavirus che avranno luogo dal 4 maggio in poi, l’Ampas, associazione per la Medicina di Segnale che conta ben 735 iscritti in tutto il Paese, presidente Luca Speciani, ha divulgato un comunicato che mette in guardia la popolazione sulle possibili derive e violazioni della Costituzione cui abbiamo già assistito nella Fase1, quando dichiarato lo stato di emergenza tutti i cittadini italiani hanno subìto una serie di gravi violazioni, al limite tra il dettato dell’art.32 della nostra legge principale e tutti gli altri diritti costituzionalmente garantiti.

‘La libertà di movimento, il diritto allo studio, la possibilità di lavorare, la possibilità di accedere alle cure per tutti i malati non-Coronavirus sono i diritti costituzionali violati durante la Fase1’, spiega il comunicato, come anche “si profila all’orizzonte una grave lesione al nostro diritto alla scelta di cura”, con evidente riferimento alla possibilità di vaccinazione obbligatoria tanto propagandata dalle Tv nazionali, con gli interventi al limite del grottesco di personaggi come Roberto Burioni, che ricordiamo si è più volte contraddetto nel corso dell’evolversi della pandemia da covid-19 che ha colpito tutto il mondo, e che risulta essere principale attore della Pomona Ricerca srl.  In effetti appena si apre il sito di questa azienda privata che si occupa di ricerca su anticorpi monoclonali si legge: ‘La società si concentra sulla scoperta e lo sviluppo di mAb umani per la profilassi e il trattamento di malattie causate da virus dell’epatite C, virus dell’influenza e virus JC’… E dopo qualche riga:…’Il Prof. Massimo Clementi e Roberto Burioni dell’Università Vita-Salute San Raffaele sono i creatori della tecnologia aziendale’, un ricercatore in definitiva che svolge la sua attività presumibilmente per interessi unilaterali, quelli dell’azienda privata da lui rappresentata. Eppure per molto meno anni fa l’Italia rese la vita impossibile alla virologa Ilaria Capua, addirittura con un procedimento penale che finì nel nulla dove la scienziata, pur senza avere nessuna entratura diretta in alcuna azienda farmaceutica, fu accusata di essere una trafficante di virus, mentre è tuttora una ricercatrice pura, che non teme di divulgare al mondo i dati scientifici da lei elaborati, con probabile disappunto di una serie di grosse aziende farmaceutiche abituate a lucrare su brevetti ed esclusive.

“Ora sta entrando in vigore un’app per il tracciamento degli spostamenti degli individui, – continua il comunicato Ampas – in patente violazione del nostro diritto alla privacy, e che già qualcuno pensa di utilizzare per scopi extrasanitari. Tutto questo in assenza di una vera discussione parlamentare, e a colpi di decreti d’urgenza”, insiste il comunicato Ampas evidenziando anche su questo punto il pericolo di anticostituzionalità delle nostre libertà, sempre in nome del virus.

Il documento redatto pone importanti quesiti anche circa le figure che operano come consulenti del Ministero della Salute riferendosi a scelte di professionisti come consiglieri che allo stesso tempo collaborano con grandi aziende farmaceutiche. E pone legittime domande sull’immediato futuro: “Sempre in tema di conflitto di interessi: è stato il Parlamento a stabilire i componenti della Task force costituita recentemente per affrontare la cosiddetta fase2? Sono presenti possibili conflitti di interesse? Tali soggetti pare abbiano chiesto l’immunità dalle conseguenze delle loro azioni. Ma non dovrebbero essere figure istituzionali a prendere “decisioni” sul futuro del nostro paese?”

E se non bastassero le violazioni rispetto alla scelta della cura ed alla nostra privacy, si aggiunge anche la violazione dell’art.21 della Costituzione: è stata infatti recentemente costituita una task force, l’ennesima, per garantire un’informazione non viziata da fake news. In realtà per i giornalisti professionisti o pubblicisti iscritti all’albo non ce n’era bisogno, perché rispondono personalmente e penalmente qualora divulghino notizie non supportate da fonti effettive. Per tutto il resto della popolazione vige il diritto costituzionale di opinione e parola anche scritta, che può anche essere in disaccordo con le opinioni o la scienza ufficiale, ma dal momento che viviamo in uno stato democratico non può esistere la possibilità di mettere il bavaglio a nessuno. Semmai ogni libera opinione può diventare occasione di dibattito, d’altronde proprio le fonti ufficiali in un primo momento dissero che il coronavirus poteva provocare la morte per polmonite bilaterale, e dopo qualche tempo sempre le stesse fonti hanno chiarito che “il decesso avviene a causa di una forte coagulazione intravascolare – e – molte vite possono essere salvate con l’uso della semplice eparina”.

A questo proposito va evidenziato che nonostante le istituzioni ed il Governo siano convinti che l’unica soluzione al lockdown sarà il futuro vaccino, i medici Ampas, la maggior parte impegnati sul campo contro il covid-19 negli ospedali italiani, riferiscono che riveste grande importanza lo stile di vita, la corretta alimentazione e le terapie che via via stanno producendo il loro effetto sulle persone malate. Certo il virus non starà ad aspettare di essere eliminato, e come nel caso della maggior parte dei virus subirà delle mutazioni. Il rischio è che saremo costretti ad assistere alla sperimentazione per un nuovo vaccino ogni stagione che cambia. “Tutti aspettano come una liberazione il nuovo vaccino (che giornalisti e virologi a senso unico continuano a vantare come l’unica possibile soluzione), dimenticando alcuni fatti.” Spiega il comunicato Ampas – “Il primo è che il vaccino viene sviluppato sulla base delle proiezioni teoriche sui virus in circolo l’anno precedente, e dunque è una “scommessa” (è esperienza comune ad ogni inverno che molte persone vaccinate si ammalino comunque). Il secondo è la continua forte variabilità di un virus a RNA come il Coronavirus, di cui pare esistano già diverse varianti. Ciononostante, in dispregio anche del rischio di interferenza virale (per cui il vaccino per un virus diverso può esacerbare la risposta ad un altro virus) la regione Lazio propone l’obbligatorietà per tutti i sanitari e tutti gli over65 di effettuare vaccinazione antinfluenzale ordinaria, violando ancora una volta (se l’obbligo fosse reale) il diritto costituzionale alla scelta di cura”.

E’ chiaro a tutti ormai che annaspiamo in un territorio sconosciuto, quello del coronavirus che ha invaso le nostre vite, ma è d’obbligo dare ascolto a tutte le voci della scienza, e soprattutto non veder trasformare questa epidemia in una opportunità di carattere politico o economico per pochi privilegiati, il che presuppone in primis il pieno rispetto della nostra Costituzione, con le cautele che essa stessa prevede e consente. Calpestare la nostra democrazia non ci porterà alla vittoria contro un virus, ma alla morte civile dei nostri diritti così faticosamente conquistati.

In nome del Virus, andate (non) in pace!

L’episodio occorso a don Lino Viola sacerdote della chiesa di San Pietro Apostolo a Gallignano, frazione di Soncino (Cremona), durante la celebrazione della Santa Messa ha davvero colmato la misura. Nel video il dettaglio dei carabinieri che in ogni modo tentano di interrompere la celebrazione

Se non bastavano le molteplici negazioni del diritto al culto religioso sancito dalla nostra Costituzione con la chiusura dei cimiteri e la negazione dell’estrema unzione ai malati in fin di vita e del conseguente funerale cattolico, in questi ultimi due giorni abbiamo assistito al peggior (evidente e maldestro) abuso di potere in un luogo sacro: la chiesa di San Pietro Apostolo a Gallignano, frazione di Soncino (Cremona).

Quanti episodi simili sono già accaduti nel nostro Paese? Perché tanto silenzio intorno ad essi? Perché un giornale così generoso nei titoli e nei commenti critici come La Repubblica si limita a segnalare il video di ripresa amatoriale della scena?

Come si può vedere nel video che sta facendo il giro del web, mentre il sacerdote don Lino Viola celebrava la Santa Messa alla presenza di solo 13 fedeli in più di 300 metri quadri di spazio, due carabinieri cercano in tutti i modi di interrompere la celebrazione ‘in nome del Virus’, forti di un decreto urgente che vieta ogni forma di aggregazione anche nei luoghi dedicati al culto religioso. “Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume” recita l’art.19 della nostra Costituzione che aggiunge l’art.20 ovemai non fosse chiaro tale diritto: “Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività”.

La cosiddetta folla probabilmente era più ordinata e numericamente inferiore a quella presente davanti ad un supermercato: il provvedimento al di là della sua modalità ci ricorda che ormai il nostro Paese ha accettato di vivere di solo pane!

Ma al di là di diritti e doveri ci si pone la stessa domanda che era insita in un articolo di qualche giorno fa che riportava alcune testimonianze di madri cui veniva impedito l’accesso al cimitero. Si tratta di madri che hanno perso i figli a seguito di efferati omicidi e che vedono come una boccata d’ossigeno la loro visita ai figli morti, ne hanno un bisogno estremo e non osiamo immaginare come ci si sentirebbe nei loro panni.

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E soprattutto il cimitero, che è un luogo di preghiera e di dolore, in che modo potrebbe mai vedere al suo interno una folla dissennata di persone? Ad ogni caso e nel rispetto dell’emergenza sanitaria, non sarebbe stato utile organizzare dei turni di entrata ed uscita esattamente come si fa per i supermercati, all’interno dei quali vi posso assicurare che solitamente circolano più di 15 persone. Costoro, anche se forniti di mascherina, ti arrivano a 3 cm di distanza perché magari tu sei al reparto dei latticini e c’è sempre qualcuno che torna indietro e ti affianca perché…ops ha dimenticato la mozzarella! Tutto questo se non fosse solo ridicolo è oltraggioso verso il credo religioso di una maggioranza della popolazione, che si sentirebbe rassicurata anche solo dal poter partecipare ad una Messa una volta alla settimana. Ma certo non tutti o tanti insieme, sempre in nome del virus, magari facendo dei turni, una cosa non particolarmente difficile da organizzare.

Parlarne e ribellarsi come ha fatto Don Lino è un esercizio di democrazia, così come quello di destinare una protesta per iscritto ai responsabili di questa situazione.

La chiusura dei cimiteri, come l’impedimento a celebrare la Santa Messa, può sembrare l’ultimo dei problemi che un governo si sente in dovere di risolvere, deve essere invece colta come mancanza di una visione dell’uomo, dei suoi diritti, della sua dignità. Un concetto molto limitato e pericoloso della società, una visione miope e fallimentare della ripartenza del Paese. Tutto ciò che disumanizza, che non fortifica gli animi esasperati, che non consola dal profondo infatti blocca una vera ripartenza.

Ed i toni pacati, paterni, rassicuranti e la dedizione del vecchio sacerdote sono il monito ad una società che non viene invitata a rivelare quella solidarietà a cui il Presidente ci ha invitato: senza più rispetto per i vivi e per i morti … ecco a cosa ci stiamo lasciando ridurre.

Le sfere che sono coinvolte in questa assenza di attenzione alla spiritualità umana sono: l’esercizio della misericordia, la custodia della memoria, la privazione che aggrava il lutto, la secolarizzazione dello spazio sacro.

Vista la maniera con cui si gestisce oggi la morte (non più congedo dall’esistenza terrena) come pura questione igienico-sanitaria … come riparare a tutta la violenza in atto?

E nel caso dei due carabinieri che si arrogano il diritto di interrompere il rito religioso, quando avrebbero potuto attendere e poi alla fine della Messa attuare i controlli di rito e le eventuali sanzioni, da chi deriva loro la possibilità di comportarsi come se avessero avuto di fronte un comune delinquente e non un sacerdote? E il Sindaco di quel paesino che pretende di parlare con il religioso durante la celebrazione ed al telefono, che diritto ha di interferire anche ai sensi dell’art. 20 della Costituzione?

Come il giovane carabiniere concepisce il suo ufficio? Come è stato formato (senza rispetto per un luogo sacro, attaccato alla interpretazione forse peggiore di alcune regole, interpretazione che si converte in principio di cecità morale)? Perché non è inviato in contesti che hanno una urgenza sicuramente maggiore in ordine alla pubblica sicurezza?

Così per il sindaco … che rinuncia ad un’alleanza vera per la ricostruzione della sua città? Quale scuola di amministrazione gli ha insegnato ad interrompere la messa in questa maniera? Lo farebbe mentre si celebra un processo, o mentre si sta compiendo un’operazione chirurgica? Quale deontologia di partito potrebbe permettere una visione così povera della società?

Sarebbe interessante ascoltare le parole della maggioranza silenziosa del popolo di Dio, e anche della società civile nella sua interezza …

Sarebbe interessante vedere come i vertici dello Stato e della Chiesa commentano questi fatti, per capire fin dove sono capaci di guidarci e che idea di società ci propongono.

Anche un Re ed una Regina dell’artista Nina Ventura nella sfida social: chi è più chic quando butta la spazzatura?

Tanti i gruppi sui social che, in questo pazzo momento di emergenza sanitaria per covid-19, lanciano sfide e creano gruppi per vincere l’isolamento della quarantena. Tra i più esilaranti la Bin Isolation Outing dall’Australia ( la gita in isolamento verso il bidone)

Tra le più simpatiche sfide social nate in questo periodo di emergenza sanitaria mondiale, spicca il Bin Isolation Outing lanciato sul web dall’australiana Danielle Askew, una maestra d’asilo di Hervey Bay, nello Stato del Queensland. Chiunque può partecipare con un suo filmato da postare su Facebook, dove si vedono uomini o donne che si truccano e si mettono in ghingheri come per un party, ma in realtà escono solo a buttare il sacchetto della spazzatura nel bidone fuori casa. Un modo per sdrammatizzare il grave periodo che stiamo vivendo che non ha colto impreparata Nina Ventura, l’originale artista italo – australiana di Adelaide, che usa manichini vintage come tela per creare splendide opere d’arte. Nina infatti ha realizzato due sue creature, un Re ed una Regina, che con grande eleganza e regalità hanno portato il loro sacco della spazzatura buttandolo nel bidone fuori della villa dove vive la stessa Nina Ventura. Un colpo davvero da artista, la Ventura infatti restituisce vita a chi ha una esistenza virtuale, magari buttato in un magazzino.

I suoi manichini si caratterizzano per essere arricchiti da lei con preziosi merletti, bottoni ed oggetti appartenenti al passato, in particolare al glorioso passato dell’artigianato italiano, il paese dove Nina ama trascorrere lunghi periodi proprio alla ricerca di preziosi piccoli trofei che lei usa per far rinascere a nuova vita manichini dimenticati, nascosti in magazzini e che nessuno più utilizza. Ma spesso accade che la seconda vita offerta da Nina Ventura a questi oggetti inanimati, regala loro un lignaggio che mai avrebbero potuto sperare, come nel caso di Re e Regina usati nel gioco del Bin Isolation Outing. E certamente ha attirato su di sé le attenzioni di tutto il mondo, soprattutto nel mondo del cinema, un esempio su tutti: il personaggio che Jane Symour ha interpretato nel famoso film di James Bond del 1973 Live & Let Die è diventato un’opera d’arte commissionata dalla stessa attrice per il suo galà Open Hearts Foundation. Un’appassionata di antiquariato italiano l’artista Nina Ventura, che fa rivivere una cultura del passato attraverso le sue creature, adattandole a moderni ed antichi personaggi.

17 aprile 1975, 45 anni dopo non dimentichiamo l’olocausto della Cambogia- April 17, 1975, after 45 years we have not forgotten Cambodia’s holocaust

di emigrazione e di matrimoni

17 aprile 1975, 45 anni dopo non dimentichiamo l’olocausto della Cambogia

Un vero genocidio che vide la morte di quasi 2milioni di cambogiani dopo la presa di potere dei Khmer rossi, che fece seguito all’atto arbitrario degli Usa del 1970 quando un colpo di stato militare appoggiato dagli Stati Uniti depose dal trono di Cambogia il Re Norodom Sihanouk.

E’ stato il più grande genocidio della storia dopo quello degli ebrei nella seconda guerra mondiale. Il 17 aprile 1975, giornata della memoria in Cambogia, i Khmer Rossi di Pol Pot si impossessarono del paese con la complicità della pessima e arrogante politica estera degli Stati Uniti, che nel 1970 avevano pensato bene di appoggiare un colpo di stato militare per deporre dal trono di Cambogia il Re Norodom Sihanouk, portando al potere il generale Lon Nol. Cominciò così una sanguinosa guerra civile che vede il suo culmine il 17 aprile 1975, quando i seguaci del leader maoista Pol Pot entrano a Phnom Penh accolti dalla popolazione che non ne poteva più della funesta influenza americana. Ma i cambogiani non sapevano a cosa stavano andando incontro. Pol Pot attuò infatti da quel momento in poi uno dei più violenti genocidi della storia contemporanea, azzerando la classe di intellettuali ed i professionisti della Cambogia colpevoli solo della loro ‘conoscenza’ e di non essere comunisti. Uno sterminio che conta quasi 2milioni di morti e che vide l’uso della forza e della tortura sul resto della popolazione, nella convinzione di piegarla ad un nuovo regime intollerante di ogni libera idea personale.  Appena entrati a Phnom Penh i khmer rossi, tra i quali molti ragazzi e ragazze in età adolescenziale e con velleità rivoluzionarie contro il capitalismo, iniziarono l’evacuazione forzata di tutti gli abitanti dicendo che si trattava di una misura temporanea per ridurre il sovraffollamento e difendersi da possibili bombardamenti americani. Chi si rifiutava di abbandonare la propria casa veniva fucilato o sgozzato sul posto. Non ci fu alcun riguardo neanche per i malati, l’ospedale fu chiuso e tutti furono trasferiti in campi di lavoro agricolo. L’ obiettivo era quello di creare una repubblica socialista agraria completamente autosufficiente, in cui i vertici del partito controllavano totalmente la vita dei cambogiani.

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Sotto la guida di Pol Pot fu avviato un programma di ingegneria sociale di stampo maoista che prevedeva l’azzeramento della famiglia, del denaro e della religione, al fine di creare “l’uomo nuovo”, un rivoluzionario ateo, etnicamente “puro”, privo di affetti o inclinazioni borghesi e dedito esclusivamente al lavoro dei campi, alla patria e alla rivoluzione. Tutto questo costò la vita ad almeno un terzo della popolazione, il nemico non era un’altra etnia, ma la propria. Un orrore che vide un po’ di giustizia solo nel 2006 quando fu finalmente istituita una corte internazionale sotto l’egida delle Nazioni Unite – il Tribunale speciale per i khmer kossi – che quasi quarant’anni dopo la caduta del regime condannò all’ergastolo per crimini contro l’umanità tre dei principali responsabili delle atrocità commesse negli anni ‘70. Il primo Kaing Kek lew, capo della polizia e direttore del famigerato campo di tortura S–21. Poi la condanna a Nuon Chea, l’ideologo del partito, e Khieu Samphan, capo di stato del regime. Ma la prima sentenza che ha riconosciuto ufficialmente il crimine di genocidio è arrivata soltanto nel novembre del 2018.

“La mia famiglia ed io avevamo deciso, portando con noi poche cose, di andare verso il villaggio dei miei nonni, che si trova a sud della capitale. La strada era bloccata e fu necessario cambiare direzione, percorrendo una parallela del fiume Mekong. Solo dopo parecchi giorni riuscimmo ad arrivare al villaggio dei nonni con una barca. Il viaggio a piedi era molto faticoso. L’evacuazione della popolazione dalla capitale fu una delle migrazioni forzate della storia recente. Gli ospedali furono svuotati: molti malati morirono. Ho saputo poi che la capitale Phnom Penh diventò una città fantasma durante il regime dei Khmer Rossi che durò 4 anni, dal 1975 al 1979, anno in cui la Cambogia fu invasa dai Vietnamiti” è il racconto del dott. Bovannrith Tho Nguon, oggi medico e virologo a Biella in Italia, che all’epoca era solo un ragazzo di 13 anni. Il periodo dei Khmer Rossi durò solo 4 anni ma produsse un orrore inimmaginabile: l’unico lavoro possibile era quello del contadino, furono abolite le scuole e fu azzerata la famiglia come nucleo sociale. “Il lavoro nei campi era massacrante e poteva durare anche più di 12 ore per solo 2 ciotole di brodaglia di riso, una a pranzo e una a cena. – spiega Bovannrith Tho Nguon, –  Tutti soffrivamo la fame tremendamente. Il regime, ovvero il direttivo del partito, l’Angkar, voleva creare una società nuova utilizzando l’ideologia comunista”.

 La storia di Bovannrith Tho Nguon è oggi un libro: ‘Cercate l’Angkar – Il terrore dei Khmer Rossi raccontato da un sopravvissuto cambogiano’, edizione Jaca Book di Milano. Un libro che dovrebbe essere promosso nelle nostre scuole per ricordare l’orrore dell’olocausto cambogiano e realizzare nel cuore di ogni ragazzo che mai più tanta violenza possa essere possibile in alcun posto del mondo. Perché troppi furono gli adolescenti che, manipolati da pochi adulti, in quel frangente si macchiarono di orribili delitti.

di emigrazione e di matrimoni

April 17, 1975, after 45 years we have not forgotten Cambodia’s holocaust

It was a true genocide which saw the death of almost 2 million Cambodians after the Khmer Rouge took power which followed the arbitrary act by the United States when a military coup d’état in 1970 supported by the United States dethroned Cambodia’s King  Norodom Sihanouk.

This was history’s greatest genocide after that of the Jews during the Second World War. On April 17, 1975, Cambodia’s Day of Memory, Pol Pot’s Khmer Rouge took over the country with the complicity of the poor and arrogant foreign policy of the United States  that in 1970 had thought  it had done well to support a military coup d’état to depose Cambodia’s King  Norodom Sihanouk to bring General Lon Nol to power. And so began a bloody civil war which reached its peak on April 17, 1975 when the followers of the Maoist leader Pol Pot entered Phnom Penh welcomed by the population that could no longer take the disastrous influence of America. But the Cambodians did not know what was going to happen. In fact, from that moment Pol Pot  carried off one of modern history’s most violent genocides, eliminating Cambodia’s intellectuals and professionals who were guilty only of their “knowledge” and of not being communists.  This was an extermination that counted almost 2 million dead and saw the use of force and torture on the rest of the population in the conviction of bending it to a new regime that has no tolerance for any free personal opinion.

As soon as they entered Phnom Penh the Khmer Rouge, which included many adolescent boys and girls and with ambition for a revolution against capitalism, began the forced evacuation of all the inhabitants saying that this was a temporary measure to reduce overcrowding and for defence against the American bombing. Those who refused to leave their homes were shot or slaughtered on the spot. There was no concern even for the sick, the hospital was closed and they were all transferred to forced labour in the fields.  The objective was that of creating an agricultural socialist republic that was totally self-sufficient in which the heads of the party fully controlled the lives of the Cambodian. Under the leadership of Pol Pot a Maoist style social engineering programme was started that required the cancellation of the family, money and religion for the purpose of creating the “new man”, an ethnically pure revolutionary atheist devoid of emotions or bourgeois inclinations and dedicated exclusively to work in the fields, to the home land and the revolution. All this cost the lives of at least one third of the population and the enemy was not another ethnicity but its own people. This horror saw a little justice only in 2006 when the international Special Tribunal for the Khmer Rouge under the auspices of the United Nations was finally created that almost forty years after the fall of the regime finally sentenced the three main perpetrators responsible imprisonment for the atrocities committed in the 1970s to life imprisonment. The first was Kaing Kek Lew, chief of the police and director of the infamous S-21 torture camp. And then the sentencing of Nuon Chea, the party’s ideologue and Khieu Samphan, the regime’s head of State. But the first sentence that officially recognized the crime of genocide came only in November of 2018.

 “My family and I had decided to go to my grandparents’’ village to the south of the capital bringing only a few things. The road was blocked and it was necessary to change direction, running parallel to the Mekong River. We only managed to reach the grandparents’ village many days later by boat. The trip was tiring. The evacuation of the capital’s population was one of the greatest forced migrations in recent history. The hospitals were emptied and many of the sick died. I then found out that the capital Phnom Penh became a ghost city during the regime of the Khmer Rouge that lasted four years, from 1975 to 1979, the year in which Cambodia was invaded by the Vietnamese” This is the story of Dr. Bovannrith Tho Nguon who at the time was a boy of only 13 and today is a doctor and virologist in Biella in Italy. The period of the Khmer Rouge lasted only 4 years but produced unimaginable horror. The only work possible was that of a peasant, schools were abolished and the family as a social unit was abolished. “The work in the fields was exhausting and could even more than 12 hours for only two bowls of meager rice soup, one for lunch and one for dinner,” explained Bovannrith Tho Nguon, “We all suffered the hunger terribly. The regime, or rather the Angkar, the party’s directive, wanted to create a new society using communist ideology”. Bovannrith Tho Nguon’s story is now a book, “Cercate l’Angkar – Il terrore dei Khmer Rossi raccontato da un sopravvissuto cambogiano” (Look for rhe Angkar – The terror of the Khmer Rouge told by a Cambodian survivor), published by Milan’s Jaca Book.

This is a book that should be promoted in our schools to remember the horror of the Cambodian holocaust and to write in the heart of every child that so much violence can never more be possible anywhere in the world because at that time too many adolescents, manipulated by a few adults, were stained by horrible crimes.

Translation by Gianni Pezzano

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