Italiani nel Mondo

Chi sono gli italiani veri? – Who are the true Italians?

By 17 Novembre 2019 No Comments

di emigrazione e di matrimoni

Chi sono gli italiani veri?

È facile per il figlio di emigrati italiani nato e cresciuto all’estero avere difficoltà a trovare l’identità personale mentre cresce, infatti è solo naturale. Quel che molti non capiscono, partendo dai genitori, è che spesso questa ricerca impegna anni o decenni e per alcuni l’identità rimane una chimera che cercheranno tutta la vita.

Da quando abbiamo iniziato la rubrica degli “italiani all’estero” abbiamo cominciato non solo a diffondere gli articoli tra pagine dei social dedicate agli italiani in vari paesi, ma anche a partecipare a scambi tra utenti. Spesso l’esito di questi scambi è sorprendente, soprattutto se visto da qualcuno che non è mai uscito dal Bel Paese per incontrare quella realtà complessa che si chiama “gli italiani all’estero”.

Sappiamo già in Italia che non è facile identificare cosa vuol dire “italiano vero”, e non solo per motivi politici. All’estero questa definizione diventa molto più complessa, e non solo per la prima generazione nata all’estero, ma ancora più spesso anche tra coloro di terza, quarta, quinta e altre generazioni.


In fondo quell’identità da “italiano vero” non è proprio quel che molti si aspettano, dal momento che si rendono conto che non sono come i loro coetanei nei primi giorni di scuola all’estero.

Domenica mattina

Domenica scorsa stavo andando a una festa del paese nella Romagna in cui vivo in Italia dal 2010. A metà strada ho incontrato un gruppo di persone di una certa età che mi ha chiesto dove potevano trovare un bar. Alla fine delle mie indicazioni una delle signore ha fatto una battuta che ha fatto ridere tutti, compreso me.

“Proprio un romagnolo DOC!”

Sono il primo a dire che il momento in cui apro bocca per parlare in italiano chiunque sente il mio accento, che rivela la mia scuola nel mio paese di nascita, l’Australia. Sono fiero di quell’accento perché è parte di me, come sono fiero delle mie origini italiane che, a scuola e nelle altre fasi della mia vita, hanno creato molte difficoltà.

A dir il vero mi diverto molto a vedere le reazioni di molti che chiaramente cercano di capire l’origine di quel che sentono, e alcuni non hanno il coraggio di soddisfare la loro curiosità anche se la si legge benissimo sul volto.

Il fatto strano, e anche questo divertente per me, è che incidenti del genere non li trovo insoliti. Quasi ogni volta che vado in giro per le città d’Italia, a volte anche più d’una volta al giorno, qualcuno fa come quel gruppo di domenica, mi chiede come trovare questa strada o quel palazzo o monumento.

Ovviamente, le mie sembianze e anche il mio nome mi dichiarano italiano in tutti i sensi legali e morali, ma poi quando parlo è evidente che sono anche altro.

Famiglie

Quando faccio il giro delle pagine social degli italiani all’estero e in modo particolare sulle pagine delle comunità italo-americane, e non solo, vedo versioni diverse della ricerca di molti della loro vera identità personale, e non raramente gli utenti non sono di prima generazione nata in quei paesi, ma anche ben oltre.

Alcuni mettono le loro foto online e chiedono, “sono 100% italiano(a)?”. Qualcun altro mette una foto con un’altra domanda che rivela la profondità dei luoghi comuni riguardo le sembianze che dovrebbero avere gli italiani “é per un italiano(a) avere capelli rossi (o biondi)?”

Altre volte la ricerca per l’identità nasce dalla cucina. Versioni estere dei nomi di piatti o ingredienti creano scompiglio. In alcune zone degli Stati Uniti, per esempio, i calamari si chiamano “galamad”, il capocollo diventa “gabagool” e poi c’è un tema che è diventato così controverso che molti amministratori hanno deciso di proibirlo del tutto in molte pagine; l’uso della parola inglese “gravy” per descrivere il sugo/salsa/ragù tradizionale della domenica.


Potrebbe sembrare banale, ma per molti di loro l’identità personale da “italiani” non è nata dalla scuola, come succede in Italia quando insegnano la lunga Storia e la grandissima Cultura d’Italia con i nostri grandi autori, poeti e compositori. Questa loro identità nasce in casa con i piatti della nonna o della mamma. Nasce dalle tradizioni di famiglia del vino, il maiale e per moltissimi l’orto di casa. Solo dopo, quando cominciano ad andare a scuola, e qui scrivo da esperienza personale, si rendono conto che i loro coetanei non solo non riconoscono quel che portiamo a scuola per pranzo, ma nei casi delle famiglie che parlano l’italiano in casa, scopriamo che non parliamo nemmeno la lingua del nostro paese di nascita.

Naturalmente per chi è nato in seconda e altre generazioni queste tradizioni di famiglia cambiano, a partire dalla lingua parlata in casa che inevitabilmente diventa la lingua del paese di residenza. Allora la lingua italiana che conoscono e magari parlucchiano viene da ricordi vaghi della gioventù che tristemente cambiano nel corso degli anni. Queste famiglie cambiano ancora di più poi quando entrano nuovi parenti non italiani, che non solo cambiano cognomi, ma hanno anche l’effetto di cambiare le tradizioni in casa, comprese molto spesso le ricette che variano da famiglia a famiglia secondo i nuovi parenti.

Negli scambi sul social riguardo qualsiasi critica che qualcosa”non è italiano”, viene considerata un’offesa dal diretto interessato perché sono offese ai ricordi più cari dei genitori e i nonni.

Identità complessa

Quando poi hanno l’opportunità di andare in Italia questi figli, nipoti e pronipoti di emigrati italiani, scoprono che le loro idee di quel che vuol dire “italiano” non è la realtà che trovano nel Bel Paese.

Ovviamente la prima scoperta è quella della lingua che è diversa da quella che parlano nei loro paesi di nascita. Magari pensavano di parlare bene l’italiano per poi trovarsi in difficoltà a seguire discorsi complicati perché non hanno il vocabolario e la consapevolezza per capire dettagli importanti.

Dopo la lingua il discendente di emigrati scopre che quel che sapeva del patrimonio culturale personale non era niente in paragone al vero valore che è molto, ma molto più grande di quel che insegnano all’estero.


Allora, i figli, nipoti e pronipoti di emigrati italiani devono cominciare a capire che la propria identità non si forma solo da un aspetto della loro vita di famiglia, cioè dalla parte italiana.

Questa identità si trova in tutto quel che ognuno fa nella vita, prima in casa, poi a scuola e nella vita lavorativa, dove quel che incontra, quel che impara, quel che gli piace o non piace, non si basa solo sulle sue origini italiane, ma anche da quel che arriva dal proprio paese di nascita/residenza.

Risposta

Non esiste una risposta generale che va bene per tutti per trovare questa identità. Vogliamo essere come “gli altri” nella nostra vita, partendo dalla scuola, ma siamo diversi e non possiamo negare questa differenza.

Ma non solo per questo non dobbiamo formare una nuova identità personale. Nel mio caso la risposta era di capire che non sono “italiano” o “australiano”, sono italo-australiano ed è questo che rispondo alla domanda che segue lo sguardo confuso di chi non riconosce il mio accento quando parlo l’italiano. Molti sentono solo “australiano” e li correggo sempre perché in alcuni aspetti sono troppo australiano per essere solo italiano e altrettanto sono troppo italiano per essere solo australiano.

Allo stesso modo sono fiero d’avere la cittadinanza di entrambi i paesi perché sono il timbro di quel che mi sento davvero, il figlio di due mondi.

Proprio perché non esiste una risposta precisa vogliamo tendere una mano a coloro che leggono questa rubrica per dire che non sono i soli a sentirsi confusi, e in alcuni casi anche intimoriti dalla scoperta d’essere diversi. La ricerca non è facile, a volte anche sconvolgente, ma alla fine ci porta verso la nostra vera identità e a capire infine che la nostra vita è molto più ricca grazie a queste differenze.


Questo è un aspetto che molti in Italia non capiscono. Infatti, è proprio quel che i figli di emigrati stranieri ora in Italia stanno scoprendo ogni giorno. Si, hanno facce nuove, magari all’inizio hanno problemi con la nostra lingua, il colore della loro pelle è diverso, ma queste esperienze non vogliono dire che non possono contribuire al loro paese di nascita.

Basta vedere le esperienze dei nostri parenti e amici all’estero per capire che questo concetto è sbagliato. L’italiano vero è chi fa onore al paese, sia in Italia che all’estero, e devono essere giudicati da quel che fanno personalmente e non per le loro origini.

 

di emigrazione e di matrimoni

Who are the true Italians?

It is easy for the children of Italian migrants born and raised overseas to find it hard to find a personal identity as they grow up, in fact, it is only natural. What many do not understand, starting with the parents, is that often this search takes years or decades and for some the identity remains a chimera they seek for all their lives.

Since we started the “Italiani nel mondo” (Italians around the world) section we not only started spreading the articles in the social media pages dedicated to Italians in a number of countries but we also started to participate in exchanges amongst the users. Often the outcomes of these exchanges are surprising, especially if seen by someone who has never left Italy to meet that complex reality called “Italians overseas”.

We already know that in Italy it is hard to identify what “true Italian” means and not only for political reasons. Overseas this definition becomes much more complex and not only for the first generation born overseas and increasingly often even amongst those of third, fourth, fifth and other generations.


Deep down the identity of “true Italian” is not exactly what many expect from the moment that they understand that they are not like their peers in the first days at school overseas.

Sunday morning

Last Sunday I was walking to a feast in the town of the Romagna region where I have been living since 2010. Halfway there a group of people of a certain age asked me where they could find a bar. At the end of my directions one of the ladies made a comment that made everyone laugh, including me.

“This is an authentic romagnolo!”

I am the first to say that from the moment I start talking in Italian my accent reveals my education in my country of birth and school, Australia. I am proud of that accent because it is part of me, just as I am proud of my Italian origins which, at school and in other stages of my life, created a lot of difficulty.

To tell the truth, I very much enjoy watching the reactions of many people who clearly try to understand the origin of what they hear and some do not have the courage to satisfy their curiosity, even if it is obvious in their faces.

The strange and also entertaining thing for me is that such incidents are not unusual for me. Nearly every time I go around Italy’s cities, sometimes more than once a day, someone does what that group did on Sunday; they ask me how to find this street or that building or monument.

Obviously my appearance and even my name declare I am Italian in every legal and moral sense but when I speak it is evident that I am also something else.

Families

When I do the rounds of the social media pages of Italians overseas and especially the pages of the Italian American communities, and not only them, I see many versions of the search by many users for their true personal identity and not rarely the users are not from the first generation born in those countries but also well beyond.

Some put their photos online and ask “Am I 100% Italian?” Some put photos with another question that reveals the depth of the clichés concerning the look that Italians should have “Is it Italian to have red (or blond) hair?”

Other times the search for identity starts in the kitchen. Overseas versions of the names of dishes or ingredients create a ruckus. In some parts of the United States for example, “calamari” are called “galamad”, capocollo becomes “gabagool” and then there is the issue that has become so controversial that many administrators have decided to ban it completely from many pages; the use of the English word “gravy” to describe the traditional Sunday sugo/salsa/ragù.

It may seem banal but for many people their identity as “Italians” is not created at school as happens in Italy when they teach Italy’s long history and great Culture with our great authors, poets and composers. Their identity was born at home with nonna’s or mamma’s dishes. It was born from the family traditions of the wine, pig and the orto, the vegetable patch in the backyard at home. Only after they started going to school, and here I speak from personal experience, do they understand that their peers not only do not recognize what they take to school for lunch but in the cases of the families that speak Italian at home we discovered that we did not even speak the language of our country of birth.

Naturally these family traditions change for those of the second and other generations, starting with the language spoken at home that inevitably becomes the language of the country of residence. So the Italian they know and maybe speak to a certain extent comes from vague childhood memories that sadly change over the years. These families change even more when new non-Italian relatives come into the family who not only change surnames but also have the effect of changing the traditions at home, very often including the recipes that vary from family to family depending on the new relatives.

During the exchanges on the social media any criticism that something “is not Italian” is considered an insult by the person involved because they are insults to the dearest memories of parents or grandparents.

Complicated identity

When they then have the chance to go to Italy these children, grandchildren and great children of Italian migrants discover that their ideas of what “Italian” means is not the reality they find in the country.

Of course the first discovery is that the language is different from what they speak in their countries of origin. Maybe they thought they spoke Italian well only to find themselves in difficulty following complicated discussions because they do not have the vocabulary or knowledge to understand important details.

After the language the descendants of migrants discover that what he or she knew of their personal cultural heritage was nothing compared to its true value which is much, very much bigger that what is taught overseas.

So the children, grandchildren and great grandchildren of Italian migrants begin to understand that their identity is not formed only from their family lives, in other words from the Italian part.

This identity is found in what they do in their lives, first at home, then at school and their working lives where what they encounter, what they learn, what they like or do not like, is not based only on their Italian origins but also from what makes up their country of birth/residence

Answer

There is no general answer that is suitable for everyone for finding this identity. We want to be like “the others” in our lives, starting at school, but we are different and we cannot deny this difference.

But this is not the only reason we must not form a new personal identity. In my case it was to understand that I am not “Italian” or “Australian”. I am Italo-Australian and this is what I answer when someone asks the question that follows the confused look of those who do not recognize my accent when I speak Italian. Many hear only “Australian” and I always correct them because I am too Australian to be only Italian and too Italian to be only Australian.

In the same way I am proud to be a citizen of both countries because this is the official stamp of what I truly feel, I am the child of two worlds.

Precisely because there is not exact answer we want to give a hand to those who read this section to say that they are not the only ones who feel confused and in some cases even intimidated when they discover they are different. The search is not easy, sometimes it is even shocking, but in the end it takes us to our true identity and to finally understanding that our lives are very much richer thanks to these differences.

This is an aspect many in Italy do not understand. In fact, it is exactly what the children of foreign migrants now in Italy are discovering every day. Yes, they have new faces, maybe they had problems in the language in the beginning, the colour of their skin is different, but these experiences do not mean they cannot contribute to their country of birth.

We only have to look at the experiences of our relatives and friends overseas that this concept is wrong. The true Italian is the person who does the country proud, both in Italy and overseas, and they must be judged by what they personally do and not by their origins.

Lascia un commento