Quando il bullismo brucia l’anima, le sicurezze e la voglia di vivere

Il bullismo un tema, divenuto una piaga sociale in grado di determinare conseguenze inimmaginabili nell’animo di un giovane sia che si tratti di un atto verbale o fisico, scelto dalla regista australiana di origini siciliane Vita Catalano per il suo cortometraggio dal titolo “Story of Jack”.

 

Un atto, che nasce spesso senza una ragione e si traduce in una parola anonima in chat, in un’offesa e in un’azione violenta,compiuta per pura goliardia o noia, ma che è capace di sconvolgere la vita di una persona e provocare un senso di inadeguatezza ed in casi estremi il suicidio, è il bullismo. Un fenomeno sociale radicato ed in continuo aumento nella nostra società,che si allontana dai valori quali il rispetto, e l’educazione.

In Italia secondo l’Osservatorio nazionale adolescenza tra i 14 e i 18 anni, il 28 per cento dei ragazzi è stato vittima di bullismo tradizionale e l’8,5 per cento di cyberbullismo. Non solo tra i giovani, ma anche in aumento atti di bullismo nei confronti dei professori come il caso di Roma, dove uno studente ha minacciato di sciogliere il proprio insegnante nell’ acido o quello di Treviglio in cui un insegnante è stato spinto e insultato da uno studente. Cosa spinge un ragazzino a compiere un tale atto? Le radici di tutto ciò affondano in molti fattori, tra cui un ambiente familiare instabile ed una società rea anche tramite i mass media, visti come punto di riferimento da molti giovani, di diffondere modelli spesso negativi, fondati sull’apparenza e perfezione e capaci di escludere e consegnare alla “gogna” chi non li incarna.

Un tema delicato, affrontato nel cortometraggio “Story of Jack” di Vita Catalano, regista australiana con radici e cuore siciliano, presto cittadina italiana. Il suo è uno strumento educativo da consegnare ai genitori e agli insegnanti per rendere consapevoli gli studenti delle conseguenze delle loro azioni e parole, con lo scopo di riuscire a modificare il loro atteggiamento nei confronti di questa tematica sensibile.

Il parolaio magico – The magical wordsmith

di emigrazione e di matrimoni

Il parolaio magico

Mogol aveva avuto grande successo prima di conoscere Battisti. Prima ancora di compiere trent’anni ha vinto ben tre Festival di Sanremo con “Al di là” nel 1961 all’età di 26 anni, “Uno per tutte” nel 1963 e “Se piangi se ridi” nel 1965.

L’Italia è sempre stata riconosciuta per la sua musica e nel corso degli anni i nostri compositori e cantanti hanno avuto grandissimo successo internazionale. Però, con l’eccezione della lirica, la nostra musica di solito trova successo in traduzione, soprattutto in inglese e spagnolo. Per questo motivo i nostri parolieri non sono conosciuti dal grande pubblico internazionale.

Questo fenomeno colpisce anche e in modo particolare una categoria dei nostri cantanti, i cantautori, che si esprimono al meglio nella nostra lingua. Perciò gente come Fabrizio de André, Pino Daniele, Francesco de Gregori, Ivano Fossati, Francesco Guccini e Lucio Dalla non hanno mai avuto il riconoscimento internazionale che avrebbero meritato.

C’è un parolaio magico che da quasi sessant’anni ha avuto enorme successo in Italia con le sue parole, anche con canzoni che spesso sono state tradotte in altre lingue, ma non sempre con le stesse parole e quindi gli stessi messaggi, che abbiamo l’obbligo di fare conoscere ai nostri parenti e amici all’estero perché altrimenti non saprebbero mai quante delle canzoni italiane che loro conoscono siano state realizzate grazie a lui.

È ora che il mondo intero, iniziando dagli italiani all’estero, riconosca Giulio Rapetti, in arte Mogol.

Canto libero

Nel 1972 il sedicenne che ero nel mio primo viaggio in Italia ho sentito una canzone che   mi ha colpito profondamente perché le prima parole sembravano scritte per il figlio di emigrati italiani che si è sempre sentito un pesce fuor d’acqua nel suo paese di nascita.

“In un mondo che, non ci vuole più, il mio canto libero sei tu”. Quelle parole hanno espresso una solitudine che spesso nascondevo ai genitori. Non importa che in fondo si trattava di una canzone bellissima d’amore, ma l’emarginazione dei suoi protagonisti era identica a quel che sentivo ma non riuscivo mai ad esprimere.

https://www.youtube.com/watch?v=CXjAfzSldb4

Pochi giorni dopo ho sentito un’altra canzone che ancora oggi mi fa sentire emozioni forti ed era dello stesso cantante, Lucio Battisti. “Pensieri e parole” è una canzone complicata e impegnativa nel suo linguaggio e perciò, a causa del mio livello d’italiano di allora, ho impegnato anni per capire fino in fondo il suo messaggio.

Sono tornato in Australia con molti dischi nuovi, compresi alcuni di Battisti e man mano che me li potevo permettere, compravo tutti i suoi dischi e ci è voluto poco per capire che le parole che tanto mi colpivano in quelle canzoni non erano scritte da Battisti, bensì da Mogol.

Il sodalizio è andato avanti fino al 1980 quando hanno litigato perché Battisti voleva una percentuale più alta dei ricavi perché considerava che il loro successo fosse dovuto alla sua musica e la sua voce. Però, il semplice fatto che Battisti non ha potuto avere lo stesso livello di successo con le parole scritte da lui e altri mentre i suoi brani con Mogol continuavano a essere suonati, come lo sono ancora tutt’ora, dimostra che la magia di quel periodo era dovuto alle emozioni descritte dalle parole.

https://www.youtube.com/watch?v=iozxdmdq8uc

Sanremo

Mogol aveva avuto grande successo prima di conoscere Battisti. Prima ancora di compiere trent’anni ha vinto ben tre Festival di Sanremo con “Al di là” nel 1961 all’età di 26 anni, “Uno per tutte” nel 1963 e “Se piangi se ridi” nel 1965.

Mogol aveva già scritto per altri cantanti, come Mina, Bobby Solo, Tony Renis e Tony Dallara per nominarne alcuni, e anche per complessi storici come Équipe 84, i Dik Dik (per i quali ha tradotto in italiano (“Sognando California”) la classica “California Dreaming” del complesso americano i Mammas and the Papas, e i Rokes. In una carriera che non ha mai chiuso, Mogol ha scritto le parole per oltre 1.500 canzoni per una varietà enorme di artisti.

Benché il suo periodo d’oro è stato senza dubbio quello con Lucio Battisti per cui il binomio “Battisti-Mogol” ora fa parte della Storia della nostra musica e quindi della Cultura italiana, dopo la rottura Mogol ha continuato a lavorare e ad avere successi con molti altri cantanti come Riccardo Cocciante, Gianni Bella, Adriano Celentano, Mango e Gianni Morandi. Inoltre, nel caso di Morandi, entrambi fanno parte anche della Storia della Nazionale italiana di cantanti che nel corso dei decenni ha raccolti soldi per beneficenze importanti in Italia.

Debolezza

Ma per quanto sia bella la nostra lingua, particolarmente quando utilizzata per la musica, ha un punto debole che non possiamo nascondere e che dobbiamo affrontare.

Per capire la magia delle parole scritte da Mogol e i nostri grandissimi cantautori, dobbiamo capire l’italiano e non solo a un livello base. E malgrado i nostri oltre novanta milioni di emigrati e i loro discendenti in giro per il mondo il successo internazionale dei nostri cantanti non è dovuto alle nostre comunità italiane, bensì alle versioni in lingue straniere di questi brani che non sempre riflettono i messaggi contenuti nei brani originali.

Basta vedere i successi internazionali di Laura Pausini che sono basati sulle comunità di lingua spagnola in Sud America e negli Stati Uniti dove ha vinto numerosi premi nella categoria di musica latina.

Il risultato è che gente come Mogol non ha mai avuto il riconoscimento adeguato per le sue opere come ha fatto, per darne solo un esempio, l’americano Burt Bacharach che ha scritto successi per molti artisti.

Il successo di Mogol, anche internazionale delle versioni cover delle sue canzoni, l’ha spinto a creare il C.E.T. (Il Centro Europeo di Toscalano) in Umbria per lo sviluppo della cultura e della musica. Questo è un contributo importante che dovrebbe farci rendere conto che l’atteggiamento del paese verso la promozione della nostra cultura è davvero sbagliato.

Possiamo mangiare e bene anche

Nel 2010 in risposta a una domanda Giulio Tremonti, l’allora Tesoriere ha dichiarato, “Con la Cultura non si mangia”. Questa frase è diventata notoria, particolarmente perché pronunciata da un ministro importante del paese con il patrimonio culturale più importante del mondo.

Però, paesi come la Francia con il Louvre e ora anche la Russia con il suo stupendo Hermitage, hanno messo la Cultura, spesso con pezzi italiani importantissimi, al centro delle loro campagne pubblicitarie, campagne che hanno avuto grandissimo successo, come testimoniano le cifre dei visitatori in questi luoghi.

Il semplice fatto che Mogol, Laura Pausini e Paolo Conte (specialmente in Francia) e altri cantanti, che fanno certamente parte della nostra Cultura, abbiano successo dimostra che non solo con la   Cultura si mangia, ma si mangia anche bene.

Nel caso di Mogol, il successo non ha garantito il suo riconoscimento personale perché il pubblico mondiale conosce le versioni in altre lingue e quasi mai nelle versioni italiane dove le sue parole sono fondamentali.

Come paese dobbiamo capire che, come ha fatto persino Bollywood in India con il cinema, la Cultura deve essere promossa e in modo sistematico e mondiale e non solo a caso con successi individuali di artisti.

Ci lamentiamo che mancano i soldi per il restauro dei nostri musei e gallerie d’arte, ma facciamo finta di non capire che questi luoghi sono anche le   fabbriche di una grande industria capace di produrre i soldi necessari dai turisti mondiali che verrebbero nel paese   se solo facessimo conoscere veramente i nostri artisti e le loro opere.

Musica è solo un settore di questa industria che è ancora più potenziale che vera e faremmo un passo nella direzione giusta verso questa promozione se cominciassimo a far conoscere al modo il nostro parolaio magico, Mogol.

E dopo di lui c’è una lista lunga da fare perché nel corso degli anni abbiamo dimenticato troppi artisti importanti perché non abbiamo ancora capito che la nostra vera Gloria è la nostra Cultura.

 

di emigrazione e di matrimoni

The magical wordsmith

Mogol already achieved great success before meeting Battisti. He had won three Sanremo Song Festivals before his thirtieth birthday with “Al di là” (Beyond) in 1961 at 26 years of age, “Uno per tutte” (One man for all the ladies) in1963 and “Se piangi se ridi” (If you cry, if you laugh) in 1965.

Italy has always been known for her music and over the years our composers and singers have had great international success. However, with the exception of Opera, our music usually finds success in translation, especially in English and Spanish. For this reason our lyricists are unknown to the wide international public.

This factor hits in particular fashion one category of our singers, the cantautori (singer-songwriters), who express themselves best in our language.   Therefore, people like Fabrizio de André, Pino Daniele, Francesco Daniele, Ivano Fossati, Francesco Guccini and Lucio Dalla have never had the international recognition they deserve.

There is a magical wordsmith who for nearly sixty years has had enormous success in Italy with his words, even with songs that were often translated into other languages but not always with the same words and therefore the same messages, that we have a duty to introduce to our relatives and friends overseas because otherwise they would never know how many Italian songs they know were originally produced thanks to him.

It is time that the whole world, beginning with the Italians around the world, to get to know Giulio Rapetti, aka Mogol.

Song of Freedom

Ii 1972 as a sixteen year old in my first trip to Italy I heard a song that struck me deeply because the first words seemed written for the son of Italian migrants who always felts like a fish out of water in his country of birth.

In un mondo che, non ci vuole più, il mio canto libero sei tu” (In a world that no longer wants us, my song of freedom is you). These words expressed the loneliness I often hid from my parents. It does not matter that deep down this was a beautiful song of love but the marginalization of its protagonists was identical to what I felt but I never managed to express.

https://www.youtube.com/watch?v=CXjAfzSldb4

A few days later I heard another song that still today makes me feel strong emotions and it was by the same singer, Lucio Battisti. “Pensieri e Parole” (Thoughts and words) is a complex song and demanding in its language and thus, due to the level of my Italian at the time, I took years to fully understand its message.

I went back to Australia with many new records, including some by Battisti and as I could afford them I bought his albums and it did not take much to understand that the words that struck me so much in those songs were not written by Battisti but by Mogol.

The partnership continued until 1980 when they argued because Battisti wanted a higher percentage of the income because he thought that their success was due to his voice and music. However, the simple fact that Battisti never achieved the same success with the words he and others wrote while his songs with Mogol continued to be played, as they still are today, shows that the magic of the period was due to the emotions described by the words.

https://www.youtube.com/watch?v=iozxdmdq8uc

Sanremo

Mogol already achieved great success before meeting Battisti. He had won three Sanremo Song Festivals before his thirtieth birthday with “Al di là” (Beyond) in 1961 at 26 years of age, “Uno per tutte” (One man for all the ladies) in1963 and “Se piangi se ridi” (If you cry, if you laugh) in 1965.

Mogol had already written not only for other singers such as Mina, Tony Reni and Tony Dallara to name only a few but also for historic Italian groups such Équipe 84, the Dik Dik, (for which he translated the Mammas and the Papas classic “California Dreaming” into Italian as “Sognando California”) and the Rokes. In a career that never finished he wrote the words for more than 1,500 songs for an enormous variety of artists.

Although undoubtedly his greatest period was that with Battisti for which the duo “Battisti-Mogol” is now part of our music history and therefore part of Italian Culture, after their break Mogol continued to work and to have hits with many other singers such as Riccardo Cocciante, Gianni Bella, Adriano Celentano, Mango and Gianni Morandi. Furthermore, in the case of Morandi both are part of the history of the Italian national football team of singers which over the decades has raised money for important charities in Italy.

Weakness

But for how musical our language is, especially when used for music, it was a weakness that we must not hide and that we must deal with.

In order to understand the words written by Mogol and our great cantautori we must understand Italian and not only at a basic level. And despite our more than ninety million migrants and their descendants around the world, the international success of our singers is not due to our Italian communities but rather in the versions in other languages of these songs that do not always reflect the messages contained in the original pieces.

We only have to look at the international success of singer Laura Pausini that are based on the Spanish language communities in South America and the United States where she has won many awards in the Latin music category. The result is that people like Mogol have never had the appropriate recognition for their work, as happened for the American Burt Bacharach who wrote hits for many artists, to give only one example.

Mogol’s success, even internationally with cover versions of his songs, pushed him to create the C.E.T. (Il Centro Europeo di Toscalano, the European Centre of Toscalano) in Umbria for the development of culture and music. This is an impotent contribution that should make us understand that the country’s attitude towards the promotion of our Culture is truly wrong.

We can eat and also well

Answering a question in 2010 then Italian Treasurer Giulio Tremonti declared “You don’t eat with Culture”. This phrase became notorious, especially because it was said by an important minister of the country with the world’s most important cultural heritage.

However, countries such as France with the Louvre and now Russia with its stupendous Heritage have made Culture, often with very important Italian pieces, the centre piece of advertising campaigns that have had great success as shown by the numbers of visitors to these places.

Now, the simple fact that Mogol, Laura Pausini and Paolo Conte (especially in France) and other singers, who are certainly part of our Culture, have been successful shows that not only that we can eat with Culture but we can also eat well.

In the case of Mogol the success did not guarantee his personal recognition because the international audience knows the versions in other languages and almost never the original Italian versions in which his words are essential.

As a country we must understand, as even Bollywood has done in India with the movies, that Culture must be promoted systematically and worldwide and not by accident with individual hits by artists.

We complain that we lack the funds to renovate our museums and art galleries but we pretend that we do not understand that these places are also the factories of a great industry that can produce the money needed from the international tourists that would come if only we let them really know our artists and their works.

Music is only one sector of this industry that is more potential than real and we would take an important step in the right direction towards this promotion if we began to introduce our most important wordsmith, Mogol, to the world.

And after him there is a long list to make because over the years we have forgotten too many important artists because we have not yet understood that our real Glory is our Culture.

Roma, Rossella Seno canta “L’Amore Nero” per dire basta ai femminicidi

Lo spettacolo di canzone – teatro  vede in scena la cantattrice Rossella Seno che ha fatto dell’impegno sociale il suo credo professionale, insieme a Lino Rufo e Diego Vasapollo

di T. Primozich

Venerdì 1 febbraio al “Sopra c’è gente” in via Rubattino 1 – Roma, ore 21,30,  è in scena “L’Amore Nero”, lo spettacolo di canzone teatro contro il femminicidio, presentato dall’associazione “Ti amo da morire onlus”. Sul palco una cantattrice: Rossella Seno, un cantautore: Lino Rufo e un attore: Diego Vasapollo. Una rivisitazione artistica che coglie il dramma sempre più frequente del  femminicidio, ormai una piaga quasi giornaliera nel nostro paese.  “L’Amore Nero” Nero. Come il lutto. Come il dolore. Come il buio. Come il niente. Ma “L’amore nero” non è il niente.. E’ un cazzotto nello stomaco. E alla coscienza. Un passaggio con l’evidenziatore sulla sofferenza più cruda. Parole e note che sottolineano come farfalle impazzite ciò che non dovrebbe essere. Ma che è.

Uno spettacolo che si assume il compito di sensibilizzare sulle troppe morti ‘per amore’ che avvengono in Italia, nell’ultimo anno secondo dati Eures, sono 106 le vittime di femminicidio. Un dato che deve far riflettere e che va analizzato sotto la lente d’ingrandimento dei diritti umani, quelli delle donne i cui troppi omicidi non si possono e non si devono giustificare con l’assioma maschile de ‘ la amavo troppo, ma lei non ha capito’ . Perché l’amore è libertà, l’amore è rispetto dell’altrui dignità, l’amore è fare quello che vuoi sia fatto a te. E così Rossella Seno porta in scena quello che non deve essere mai più: l’amore che uccide.

Tutto pronto per la settima edizione di SetUp Contemporary Art Fair, a Bologna.

Dal 31 gennaio al 3 febbraio ritornerà  la fiera dell’arte contemporanea emergente che vedrà come protagoniste le tre figure chiave del mondo dell’arte: artista, curatore e gallerista.

SetUp Contemporary Art Fair, la manifestazione di riferimento di tutto ciò che è attuale e di tendenza nel panorama nazionale e internazionale dell’arte contemporanea, per l’edizione 2019 proporrà un programma ricco di novità, anteprime, ed eventi collaterali.

La fiera d’arte, organizzata d Simona Gavioli,  vedrà come protagoniste 25 gallerie di cui 22 italiane e 3 straniere provenienti dagli Stati Uniti, dalla Francia e dalla Spagna. Gli espositori dovranno proporre un progetto curatoriale con un massimo di tre artisti, presentati da un testo critico di un curatore under 35.

Il tema di quest’anno sarà Itaca, l’isola di Ulisse dove il cammino diventa meta, in analogia con la manifestazione, meta appunto di artisti, galleristi, collezionisti e appassionati,  che confrontandosi, costruiranno insieme la memoria del futuro. Itaca è anche l’isola del Mediterraneo da cui è partito un migrante,  e la scelta di questo luogo consentirà di raccontare il mondo che ci circonda, fatto di viaggi, attese, speranze e donne dal cuore di ferro come Penelope.

Il Comitato Scientifico, costituito da Silvia Evangelisti (critica, storica d’arte, curatrice e figura di spicco nel mondo dell’arte contemporanea), Camilla e Giovanni Scarzella ( collezionisti e membri del Club Spazio GaMeC), Chiara Caliceti (Collezionista) e Rocco Guglielmo (collezionista e direttore artistico del Museo Marca e della Fondazione Rocco Guglielmo di Catanzaro), in collaborazione con il Comitato Direttivo, assegnerà il Premio SetUp 2019 alla migliore rappresentazione del tema di Itaca.

Nel corso della manifestazione saranno assegnati altri due premi: il Premio Tiziano Campolmi, promosso dall’Associazione Tiziano Campolmi che acquisterà l’opera dell’artista vincitore e il Premio A.T. Cross Company per l’arte  per l’artista che avrà realizzato la migliore opera sulla carta del marchio SMLT.

Il programma dell’evento prevederà una serie di tavole rotonde presentate dalla Fondazione Rocco Guglielmo e dal Museo Marca di Catanzaro, a cura di  Simona Caramia, in cui esperti e personalità di spicco tratteranno la questione dei confini, analizzando molteplici prospettive attraverso un approccio interdisciplinare.

I visitatori potranno partecipare ai Curator-tour, guidati tra gli stand da giovani artisti e alle visite guidate del Palazzo Pallavicini, condotte dallo storico dell’arte Nicola Zanotti.

Venezuela: continuano le proteste anti-Maduro. 40 manifestanti hanno perso la vita. USA sanzionano il regime.

Gli Stati Uniti hanno imposto al governo venezuelano sanzioni per sette miliardi di euro. Trump non esclude l’intervento militare.

Recentemente, il leader dell’opposizione venezuelano Juan Guaidó  ha rilasciato un’intervista, nella quale ha affermato che, la settimana scorsa, 40 manifestati sono stati “assassinati” dalle forze dell’ordine durante le proteste contro Maduro. I dati sono stati confermati dalle Nazioni Unite. Al giornalista che gli domandava se non stesse conducendo il Paese  verso la guerra civile,  Guaidó ha risposto ribadendo “la necessità del popolo venezuelano di restaurare la democrazia e ricostruire un’economia prospera”. Per realizzare tali obiettivi è necessario che le forze armate, finora rimaste fedeli a Maduro, si uniscano alla rivolta ponendo fine al regime.

Al momento, Guaidó può contare sul sostegno degli Stati Uniti che, ieri, hanno imposto pesanti  sanzioni alla compagnia petrolifera nazionale venezuelana “Petróleos de Venezuela” (Pdvsa), comportando un danno economico di 7 miliardi di euro. Pdvsa produce il 95% del PIL e per anni ha esportato verso gli Stati Uniti mezzo milione di barili al mese. L’America è il primo importatore mondiale di petrolio venezuelano ed è grazie a questo mercato che Maduro ha potuto ricavare le risorse economiche per mantenere in piedi il suo regime. Ora però, le nuove sanzioni imposte dal governo Trump ridurranno drasticamente le importazioni di greggio dal Venezuela per il 2020, il che causerà a Pdvsa perdite per 11 miliardi di dollari. L’obiettivo del governo americano è quello di gettare sul lastrico il regime venezuelano, in modo da privarlo delle risorse economiche necessarie per comprarsi la fedeltà dei generali, a cui Maduro ha affidato il controllo dei principali settori economici del Paese, come l’industria petrolifera. Mentre le sanzioni entrano in vigore, gli USA stanno valutando la possibilità di un intervento militare in Venezuela.

Carnevale con Pinocchio: laboratori a tema e omaggi per chi viene mascherato a Collodi.

Le “ombre cinesi” protagoniste il 2 e 3 febbraio

Il carnevale sarà il tema centrale di tutti i fine settimana di febbraio al Parco di Pinocchio di Collodi (Pescia – PT) e i bimbi che verranno in maschera avranno un omaggio! A aprire il primo weekend del mese è il laboratorio di lettura animata e ombre cinesi (2 e 3 febbraio). I bambini leggeranno a turno una frase che sarà animata con le ombre cinesi: atmosfera suggestiva nella Sala del Grillo.

Nelle settimane successive sono in programma: il laboratorio dell’acchiappasogni (9/10 febbraio), il laboratorio di cartapesta(16/17 febbraio) e il 23 e 24 gennaio: gran festa di carnevale! Tutti i laboratori speciali si terranno dalle 15.30 alle 17.

Appuntamenti fissi dei weekend di febbraio saranno anche: truccabimbi, spettacolo di burattini, laboratori creativi. Inoltre: antiche giostre, percorsi avventura e percorsi narrativi.

Tutte le attività e laboratori speciali sono compresi nel prezzo del biglietto e non è necessaria la prenotazione. Il Parco di Pinocchio è aperto dalle 10.00 alle 17.00. La biglietteria chiude alle 16.00. Per informazioni: www.pinocchio.it / 0572-429342 /0572-429613.

Gli USA trattano con i talebani per raggiungere un accordo di pace in Afghanistan

Potrebbe essere la fine di un conflitto durato diciassette anni. Nel Paese sono dispiegati quattordicimila soldati americani. Il presidente afghano teme un “bagno di sangue”.

Prima di essere eletto presidente degli Stati Uniti nel 2016, Donald Trump ha promesso che avrebbe fatto “ritornare a casa” i 14mila soldati USA schierati in Afghanistan ed ora sta tentando di mantenere la promessa. Pochi giorni fa, il presidente americano ha inviato nel Paese medio orientale il “delegato speciale per la riconciliazione in Afghanistan” Zalmay Khalizad. A quest’ultimo spetta il compito di raggiungere un accordo di pace con i talebani, i fondamentalisti islamici che controllano la maggior parte del territorio afghano. Loro sono gli stessi che, insieme al gruppo terroristico Al Qaida, hanno compiuto il terribile attentato alle torri gemelle dell’11 settembre 2001. Al momento  Zalmay Khalizad non ha rilasciato alcun dettaglio a proposito dei punti che costituiranno il trattato di pace, ma, secondo ultime indiscrezioni, pare che l’intero accordo si basi su un principio fondamentale: il ritiro delle truppe USA dall’Afghanistan in cambio della garanzia dei talebani che Al Qaida non potrà più organizzare attentati sul territorio nazionale. Intorno alle rassicurazioni dei talebani ruota un profondo scetticismo, soprattutto da parte del governo Afghano che, pur essendo l’autorità politica del Paese, non è ancora stato coinvolto nelle trattative di pace.

Il presidente dell’Afghanistan Ashraf Ghani, oltre ad aver espresso seri dubbi riguardo l’affidabilità dei talebani, teme che il ritiro delle truppe americane dal territorio afghano porterà inevitabilmente a un bagno di sangue. Per sostenere la sua opinione,  Ghani ha ricordato l’esempio dell’ex presidente afghano Mohammad Najibullah. Quest’ultimo è stato al governo della nazione negli anni ‘80, quando il Paese era invaso dall’esercito dell’Unione Sovietica che, proprio come l’America oggi, era impegnata a combattere i talebani. Nell’impossibilità di vincere la guerra, la nazione comunista decise di ritirare le truppe, stipulando un trattato di pace con i talebani. L’accordo fu successivamente ratificato da Mohammad Najibullah. Una volta che l’armata sovietica lasciò il Paese, i talebani  impiccarono Najibullah a un semaforo e tentarono di prendere il controllo dell’Afghanistan, facendolo precipitare nell’anarchia. Escludere che uno scenario del genere possa ripresentarsi, dopo la partenza dei soldati americani, è impossibile, anche perché i legami tra i talebani e Al Qaida non hanno mai cessato di esistere. Questi timori però, non frenano Donald Trump il quale, così come il suo predecessore Barack Obama, ritiene che proseguire la guerra in Afghanistan, la più lunga nella storia degli USA, non abbia più senso. Sono decine di migliaia i soldati americani ad aver perso la vita nel conflitto.

La Sea Watch 3 fa ricorso alla Cedu. Conte fa ricorso alla Cedu. La Cedu farà ricorso alla UE?

In uno scarica barile di responsabilità che mette a nudo  l’assenza di solidarietà dei paesi europei, il comandante della Sea Watch 3 ha presentato ricorso alla corte di Strasburgo contro l’Italia

di Ettore Lembo

Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, torna stamani sul caso della nave Sea Watch 3: “Sbarco degli immigrati? – dice – Solo se prenderanno la via dell’Olanda, che ha assegnato la bandiera alla Sea Watch, o della Germania, paese della Ong. In Italia abbiamo già accolto, e speso, anche troppo”.

Sulla nave Sea Watch 3, “non c’è una bandiera italiana, ma olandese – ribadisce il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli -. L’Italia è il Paese che ha salvato il maggior numero di vite umane in questi anni, ma è finita l’epoca dei Renzi e dei Gentiloni. E’ ovvio che noi apriremmo un nostro porto come fosse un corridoio umanitario per farli sbarcare, ma immediatamente dopo mandarli in Olanda”. Toninelli, a Mattino Cinque, ha richiamato anche ad “una Europa solidale che si assume le proprie responsabilità”.

Il braccio di ferro cui stiamo assistendo tra il governo italiano e l’Europa, sul caso della nave Sea Watch 3, ferma davanti al porto di Siracusa, dimostra inequivocabilmente l’inefficacia dell’Europa nell’affrontare i problemi dei diritti umani e dell’emergenza umanitaria.

Pochi giorni fa la Ue ha cercato di porre rimedio per salvare capra e cavoli con il governo tedesco che si era “già dichiarato pronto con la Commissione Europea addetta al coordinamento a un contributo solidale insieme ad altri Stati membri”. Ma come nella metafora del gioco delle tre carte, alla ‘buona volontà’ della Germania non ha aderito l’Olanda che ha scaricato sul comandante della Sea  Watch 3 l’onere della soluzione per lo sbarco dei migranti. Nulla di fatto dunque cosicchè, mentre Salvini tiene il punto sulla volontà politica del Governo italiano tesa ad azzerare l’arrivo indiscriminato di clandestini,  il comandante della Sea Watch 3 ha presentato ricorso alla corte di Strasburgo contro l’Italia. Ma anche il Governo italiano con il premier Conte fa sapere che farà ricorso alla Cedu contro l’Olanda, paese di bandiera della SeaWatch 3.

A condire la complessità della situazione, che vede ben 47 migranti, tra adulti e ragazzi, ancora per mare dopo tanti giorni, anche se a poche centinaia di metri dalla costa, le ideologiche proteste di alcuni parlamentari dell’opposizione che, incuranti delle conseguenze, preferiscono mettere in difficoltà il governo, piuttosto che affrontare il problema e risolverlo alla radice.

Incomprensibile, se non per fini propagandistici, il voler salire a tutti i costi a bordo della nave dopo che il governo ha posto il veto di attracco nei porti italiani, per verificare lo stato di salute dei migranti a bordo, pur non essendovi alcuna emergenza sanitaria.

Nello specifico deve far riflettere il fatto che una nave olandese e che quindi potrebbe sbarcare in Olanda il suo carico umano, assoldata da una ONG tedesca, per cui potrebbe anche dirigersi verso la Germania, essendo nel Mediterraneo a raccogliere migranti che incrocia nelle acque libiche, o appena fuori le acque territoriali, con imbarcazioni che regolarmente vanno in avaria e a rischio affondamento, si diriga come tutte le altre sempre e solo verso Italia.

Resta lecito l’interrogativo se  chi gestisce queste partenze avvisi per tempo le ONG così da far diventare salvataggio un particolare ed illecito traghettamento verso la nazione che qualcuno ha individuato MOTU PROPRIO essere l’Italia.

Non si capisce infatti come mai questa nave, oramai rimasta da sola nel mediterraneo grazie agli interventi ostativi del governo italiano, che ha fermato le altre navi delle varie ONG, pur potendo dirigersi in Libia, Tunisia, Malta, Marocco, si sia diretta verso le acque territoriali italiane.

Di sicuro vi sono 47 persone che sono in balia delle onde e hanno tutto il diritto di chiedere il visto consolare per sbarcare all’estero, trovare una loro identità, una loro strada, come ogni essere umano, purché lo si faccia nel rispetto delle leggi.

Ma il problema è a monte.  Se si dà ancora una volta accoglienza in Italia, come già avvenuto per gli oltre seicentomila già sbarcati, sono già pronte a partire dalle coste Libiche altre ottocentomila persone. E’ evidente quindi che in questo caso chi dice di difendere i diritti umani, non fa altro che negarli.

In assenza di un intervento politico di coesione della Ue non resta che aspettare il parere della Corte di Strasburgo con l’auspicio che si faccia un po’ di chiarezza sulle responsabilità di ogni Paese di questa nostra Unione Europea.

Palermo, bye bye videogiochi e tecnologia. Nasce il primo parco giochi “smartphone free”

A Balestrate il primo parco giochi con divieto di chat e social ed un cronometro per misurare il tempo risparmiato, dedicato alla socializzazione. Il parco giochi ospiterà anche una raccolta fondi permanente, che sarà alimentata dalle donazioni dei visitatori e dalle eventuali multe per chi non rispetta il divieto.

di Francesca Garofalo

Quanto tempo si spreca in media per l’attività virtuale? Che siano social o videogiochi, il coinvolgimento di grandi e soprattutto piccoli a questi strumenti, spesso,fa perdere il contatto con la realtà. A questo proposito i cittadini di Balestrate, in provincia di Palermo, si sono opposti ad una vita fatta di tecnologia, priva di socializzazione ed in cui i giochi tradizionali appartengono al passato, con la creazione di un parco giochi “smartphone free”. A ridosso della scuola Aldo Moro, saranno previsti:  alberi, pavimentazione con erbetta naturale, panchine e gazebo in legno, illuminazione a energia solare, giostre, scivoli e altalene accessibili a tutti e senza barriere architettoniche.

All’ingresso del parco invece di un cartello “Vietato l’ingresso ai cani o calpestare l’erba”,ci sarà il divieto di usare i solcial network ed un armadietto nel quale depositare i telefoni, i tablet e gli strumenti elettronici per collegarsi a internet. “Sull’armadietto – dice il sindaco Vito Rizzo – ci sarà un cronometro che conterà i minuti dedicati alla socializzazione. I minuti cioè durante i quali ci si sarà riappropriati del proprio tempo”.L’idea nasce da un gruppo di genitori per dare a Balestrate, un paese di poco più di seimila abitanti,uno spazio verde attrezzato. Il progetto sarà realizzato grazie al finanziamento della Regione, il cantiere lavoro e una porzione dei fondi destinati alla democrazia diretta, 7mila euro, per acquistare i giochi. Al resto si penserà con altri progetti,come ad una richiesta di finanziamento al Gal Castellammare del Golfo e con una raccolta fondi. L’inaugurazione è prevista il prossimo 29 marzo, in concomitanza ai festeggiamenti della fondazione del paese.

Senzatetto fa dei giardini di Piazza Venezia la sua dimora

Carmen, così dice di chiamarsi nel suo stentato italiano, è una clochard che ha scelto come luogo per vivere e dormire i giardini che seguono un lato perimetrale di Piazza Venezia, dove transita il grande turismo di Roma affascinato dall’Altare della Patria

di T. Primozich

Qualche giorno fa mi sono affacciata dalla solita finestra della Lidu onlus dove presto il mio impegno volontario e, con mio grande stupore, ho visto all’interno del giardino che costeggia il capolinea degli autobus di Piazza Venezia,  un fagotto di stracci con dei piedi che fuoriscivano come da una tendina da campeggio. Poco più in là sulla panchina adiacente, una persona stesa con un berretto di lana sul capo ed altri stracci a mò di coperta, riposava in pieno e freddissimo giorno. Ho pensato: com’è possibile, come mai nessuno si accorge che qui sotto c’è un essere umano in difficoltà?

Un paio di mesi fa di ritorno da Milano con un treno che è arrivato alle 23.00 alla stazione Termini, uscendo per prendere un taxi sul piazzale principale della stazione, ho potuto contare circa 35 senzatetto che dormivano in quel luogo freddo ed inospitale. Una realtà quasi normale ormai, ho appreso subito dopo sentendo nei notiziari l’alto numero di clochard che popolano la Capitale. Ma mai mi sarei aspettata che in pieno centro storico, sullo sfondo dell’Altare della Patria, potesse bivaccare una povera donna  di età non inferiore ai 60 anni, malata e denutrita, sotto gli occhi indifferenti delle istituzioni in primo luogo.

Sono scesa in strada e l’ho avvicinata. Mi ha risposto in un italiano improbabile e, tra le poche cose che ho compreso , sembra che il suo nome sia Carmen e che sia originaria di un qualche paese russo. Era molto arrabbiata con i rom, ma non ne ho capito il motivo. Alle mie richieste sul motivo per cui vivesse per strada, ha risposto che le avevano rubato la borsa e non aveva più un documento importante per recarsi alla Caritas. Ma con tutta la buona volontà nel credere al suo fantasioso racconto, mi sono domandata: come può essere possibile che una clochard viva di giorno e di notte nel luogo più frequentato dal turismo della Capitale, senza che nessuno si occupi di lei?

Ho provato a chiedere notizie in un esercizio commerciale del posto, dopo averle offerto cappuccino, cornetto e tre sigarette, oltre un giubbotto imbottito per il gran freddo di questi giorni di inizio d’anno. L’esercente mi ha risposto che spesso i vigili si fermano da lei per domandare come sta. Ma stando ai fatti, cioè la sua permanenza sotto un albero e su una panchina, appare chiaro che nessuno interviene per  indurla in una situazione più umana.  Chiaccherando un po’ con la senzatetto ‘Carmen’, sempre che questo sia il suo vero nome, ho capito che si tratta di una persona provata e sofferente, ma per certi versi molto educata: l’ho osservata per almeno un quarto d’ora raccattare da terra le decine di rifiuti tra cartacce e bottiglie vuote vicino la ‘casetta’ sotto il cielo, che è la panchina dove dorme.

E mi sono domandata: ma  a che punto siamo arrivati? Come possiamo essere così indifferenti di fronte alla sofferenza umana? Dove sono i servizi sociali della Capitale più famosa del mondo? E che idea porteranno a casa di Roma  le centinaia di migliaia di turisti che transitano da Piazza Venezia?

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