Un prezzo amaro – A bitter price

By 25 ottobre 2018Italiani nel Mondo
di emigrazione e di matrimoni

Un prezzo amaro

Si parla spesso di “razzismo” e della parola che ho intenzionalmente evitato fino a questo punto, “discriminazione”, però chi non li ha subiti non capisce cosa vogliono dire veramente, soprattutto per i ragazzi coinvolti.

Di Gianni Pezzano


Nel leggere le cronache della scuola di Lodi che aveva escluso figli degli stranieri dalla mensa per non aver fornito certa documentazione richiesta dall’amministrazione comunale, dobbiamo fare qualche riflessione su cosa vogliamo davvero dire quando parliamo di integrare gli immigrati che ora vengono in Italia.

Naturalmente i giornali hanno dato le reazioni dei politici e questa triste vicenda è diventata l’ennesimo pomo della discordia nell’eterna battaglia polemica che è la politica italiana.

Però, dobbiamo tutti chiederci se davvero vogliamo che le armi di questa battaglie siano i bambini che frequentano le nostre scuole. Questi bambini diventeranno i futuri cittadini del nostro paese e le conseguenze del loro trattamento potrebbe avere un prezzo amaro per noi tutti nel prossimo futuro.

A chi scrive questa vicenda i fatti di questi giorno hanno fatto ricordare una gioventù in Australia dove ha sentito sulla propria pelle il senso di esclusione che i ragazzini di Lodi hanno sicuramente sentito in queste settimane tormentose.


Chiesa e scuola

Quando ho iniziato la scuola nel 1960 abitavamo nella città di Adelaide in Australia in un quartiere che oggi definiremmo come “popolare”. Il simbolo di questo era propria la prima scuola che ho frequentato, gestita dalle monache. Per molti figli di genitori italiani era la prassi mandarli alle scuole cattoliche, ma quella scuola era davvero particolare.

In effetti la “scuola” era la chiesa parrocchiale perché all’epoca non esisteva una scuola vera e proprio. Dopo la messa di domenica le monache rimuovevano le panche della chiesa e mettevano su pannelli che dividevano quella zone in due aule scolastiche, una condivisa dal primo anno e il secondo e la seconda aula con il terzo e il quarto.

Già di per sé per noi figli di italiani, come per tutti i figli di immigrati, l’inizio della scuola era difficile perché non conoscevamo la lingua inglese visto che in casa parlavamo l’italiano. A peggiorare questa situazione erano spesso anche i pasti che portavamo da casa per pranzo perché erano totalmente diversi da quelli dei nostri coetanei. Inoltre, alcuni ragazzi bersagliavano i figli di italiani con battute e scherzi di pessimo gusto che solo dopo abbiamo incominciato a capire e infine odiare.

Un giorno le monache ci hanno detto che avrebbero proiettato dei cartoni animati, però dovevamo pagare due shillings (una moneta dell’epoca). Ricordo la felicità di chiedere la moneta ai miei genitori, come ricordo la delusione quando mi hanno risposto che non se lo potevano permettere. Non entro nel merito del discorso dei pianti e le suppliche naturali di un ragazzino di sei o sette anni ma, alla fine, sono andato a scuola con le tasche vuote.

Quel giorno hanno proiettato il filmino in un’aula e noi che non abbiamo pagato le “tariffa” siamo rimasti a fare lezioni mentre ascoltavamo i suoni buffi e le risate dall’altra parte della barriera che ci separava. Dove ero seduto potevo vedere dalla fessura della barriera le luci e alcuni colori dalle schermo. Sento ancora la tristezza e delusione di quel giorno a scuola.

Perciò, in questi giorni potevo capire benissimo il sentimento di quegli studenti a Lodi esclusi dalla mensa scolastica.

Estate e la bibita mancata

Alla fine del primo anno di scuola, dopo aver finalmente imparato almeno un inglese rudimentale, un giorno durante le vacanze estive ho cominciato a giocare con alcuni dei ragazzi australiani del quartiere. Nella mia mente sento ancora il caldo di quel pomeriggio e la felicità di poter finalmente avere compagnia visto che intorno a noi c’erano pochi ragazzi e nessuno di loro italiano.

Alla fine una di loro ha chiesto se volevamo andare a casa sua per bere qualcosa di fresco. Come   potevamo rifiutare? Cosi siamo andati in gruppo alla sua casa e abbiamo aspettato alla porta mentre chiedeva al padre di darci da bere.

Non avevo dubbi sulla sua risposta perché l’ha urlata. Quelle parole sono rimaste scritte sul mio cuore. “Quel bastardo italiano non entrerà mai in questa casa!”

Non mi ricordo il ritorno a casa, so solo che piangevo e non sapevo come dirlo ai miei genitori. A quell’ora loro erano a lavoro e non credo di averlo mai detto a loro. So di sicuro solo che non ho mai più giocato con quei ragazzi e che per i prossimi 8 anni finché abbiano continuato a vivere in quel quartiere non passavo mai da quella casa senza sentire la voce e le parole di quel padre.

Di nuovo, mentre leggevo le cronache da Lodi mi domandavo, quanti figli di stranieri hanno avuto esperienze simili in Italia? Tristemente credo che non possiamo dire che non succeda.

Scuola nuova

Come la prassi, dopo aver completato con successo e pieni voti i primi quattro anni a quella scuola ho dovuto cambiare. Quelle classi erano miste con ragazzi e ragazze ma dopo quel punto le monache accettavano solo le ragazze e noi maschi eravamo costretti a trovare un’altra scuola.

Questa nuova scuola, come tutti i collegi cattolici dell’epoca, era strettamente maschile. Solo anni dopo le scuole cattoliche hanno deciso di mischiare le classi, ma a quel punto ero già quasi alla fine del mio percorso scolastico normale.

E qui sono iniziati di nuovo i riti dei ragazzi apertamente irrispettosi di noi italiani. Però, i peggiori erano quelli che facevano finta di fare amicizia per poter a qualche punto fare uno scherzo. Inoltre, gli insegnati e il sistema scolastico non consideravano noi alunni non anglosassoni alla pari dei nostri coetanei autoctoni e lo vedevamo chiaramente.

Infatti, alla scuola che frequentavo non potevamo portare palloni di calcio a scuola per giocarci durante le pause perché non era considerato uno sport “da australiani”. Questa era solo uno dei comportamenti che abbiamo subito a scuola grazie alle nostre origini

Discriminazione

Si parla spesso di “razzismo” e della parola che ho intenzionalmente ho evitato fino a questo punto “discriminazione”, però chi non li ha subiti non capisce cosa vogliono dire veramente, soprattutto per i ragazzi coinvolti.

Non nascondo che sono uscito da scuola e il sistema universitario con molta rabbia verso il mio paese di nascita perché i miei studi in Storia mi avevano dimostrato come queste condizioni siano parte del sistema del paese. Leggendo le cronache di questi anni questa osservazione non si limita solo all’Australia e l’Italia.

Vogliamo integrare gli immigrati e questo deve iniziare dal trattamento equo a tutti i residenti del paese perché quando cominciamo a trattare settori della nostra popolazione in base alle origini creiamo le condizioni di scontri sociali nel futuro perché, come ero arrabbiato io, ci saranno in Italia quelli arrabbiati oggigiorno per le discriminazioni subite.

Lezioni e storie

Tristemente, il semplice fatto dell’esistenza del caso Lodi vuol dire che non abbiamo imparato le lezioni dei nostri emigrati all’estero nel corso di quasi due secoli.

Per questo motivo dobbiamo, come paese, finalmente capire che abbiamo l’obbligo di imparare e capire le lezioni dei nostri parenti e amici all’estero.

La nostra richiesta per le storie dell’emigrazione italiana non è per riempire le pagine del nostro sito, ma di documentare la nostra Storia ed è anche un mezzo importante per aiutare il paese dei nostri genitori e nonni a integrare al meglio gli immigrati che ora vengono qui.

Il prezzo di non imparare queste lezioni è davvero troppo alto e ancora più amaro.

Le nostre famiglie hanno sempre aiutato il nostro paese d’origine e certamente vogliamo continuare a farlo perché noi che abbiamo sofferto le crudeltà del razzismo e della discriminazione dobbiamo essere i primi ad assicurare che non accada più.

Inviate la vostre storie a: [email protected]

di emigrazione e di matrimoni

A bitter price

We often talk about “racism” and the word   have intentionally avoided up till now, “discrimination”, however, those who have not suffered it do not truly understand what they truly mean, especially for the children involved.

By Gianni Pezzano

As we read the newspaper articles about the school at Lodi that had excluded the children of migrants from the school canteen because they had not supplied certain documentation requested by the local council, we must reflect on what we really mean when we talk about integrating the migrants that are now coming to Italy.

Naturally the newspapers have given the reactions of the politicians and this sad case has become the latest bone of contention of the eternal war of words that is Italian politics.

However, we must all ask ourselves if we truly want the children that attend our schools to become the weapons in this war. These children will become our citizens of the future and the consequences of their treatment could have a bitter price for us all in the future.

This case made the writer remember a youth in Australia where he personally experienced the sense of exclusion that the young children at Lodi surely felt in these troubled weeks.

Church and school

When I started school in 1960 we lived in what would now be called a “working class” suburb of Adelaide in Australia. The symbol of this was the first school I attended that was run by nuns. It was the normal practice or many Italian parents to send their children to catholic schools, but this school was really particular.

Effectively the “school” was the parish church because there was no real schoolhouse at the time. After Sunday Mass the nuns removed the pews from the church and placed panels that divided the area into two classrooms, one shared by years one and two and the other shared by years three and four.

The start of school was already difficult for us children of Italian migrants, as for all the children of migrants, because we did not know English since we spoke Italian at home. Often what made this worse were also our lunches we brought from home because they were totally different from those of our peers. Furthermore, some other students targeted the children of Italian with jokes and pranks in bad taste that only later we began to understand and finally to hate.

One day the nuns told us that they would have shown cartoons, however we had to pay two shillings. I remember my happiness when I asked my parents for the money, just as I remember my disappointment when they told me they could not afford it. I won’t describe the tears and the pleading that are natural for a boy of six or seven but, in the end, I went to school with empty pockets.

That day they showed the cartoons in one classroom and we students who had not paid the “fee” were given other lessons as we heard the funny sounds and the laughter from the other side of the barrier that separated us. From where I was seated I could see through the crack in the barrier the lights and colours from the screen. I still feel the sadness and disappointment of that day at school.

For this reason, in this period I could understand perfectly the feelings of those students at Lodi excluded from the school canteen.

Summer and the missed drink

At the end of the first year of school, after finally learning at least rudimentary English, one day during the summer holidays I began to play with some Australian children in the suburb. I still feel in my mind that heat of that afternoon and the happiness of finally having company since there were few other children around us and none of them were Italian.

Finally one of the girls asked if we wanted to go to her home for a cold drink. How could we refuse? So we went in a group to her home and waited at the door as she asked her father to give us something to drink.

I had no doubts about the answer because he yelled it. Those words are still written on my heart. “That Italian bastard will never come into this house!”

I do not remember going home, I only know I was crying and I did not know how to tell my parents. At that time they were still at work and I think I never told them. I only know for sure I never played with those children again and that for the next eight years, for as long as we lived in that suburb I never walked past that house without hearing that father’s voice and words.

Once again, as I read the reports from Lodi I asked myself, how many children of foreigners have had similar experiences in Italy? Sadly, I think we cannot say it does not happen.

New school

As happened at the time, after successfully completing with high marks the first four years at that school I had to change. The classes were mixed boys and girls but at that point the nuns only accepted the girls and we boys were forced to find another school.

This new school, like all catholic colleges at the time, was strictly for boys. Catholic schools decided only years later to mix the classes but by then I was already near the end of my normal schooling.

And here once more began the rites of the boys who were openly spiteful towards us Italians. However, the worst ones were those that pretended friendliness in order to play a prank at some stage. In addition, the teachers and school system did not consider us non Anglo-Saxon students on a par with our native peers and we could clearly see this.

In fact, the school I attended did not let us bring soccer balls to school to play with during breaks because it was not considered a sport “for Australians”. This was only one of the behaviours we suffered at school thanks to our origins.

Discrimination

We often talk about “racism” and the word   have intentionally avoided up till now, “discrimination”, however, those who have not suffered it do not truly understand what they truly mean, especially for the children involved.

I do not hide that I came out of the school and university systems very angry at my country of birth because my studies of history had shown me that these conditions are part of the country. Reading the newspaper over recent years this observation is not limited only to Italy and Australia.

We want to integrate the migrants and this must start with equal treatment for all the country’s residents because when we begin to treat sectors of the population according to origins we create the conditions for social clashes in the future because, just as I was angry, there will be people in Italy who today are angry for the discriminations inflicted on them.

Lessons and stories

Sadly, the simple fact that there is a case in Lodi means that we have not learnt the lessons of our migrants overseas in the course of nearly two centuries.

For this reason we must, as a country, finally understand the obligation to learn and understand the lessons of our relatives and friends overseas.

Our request for stories of Italian migration is not to fill the pages of our site but to document our History and it is also an important means to help the country of our parents and grandparents to best integrate the migrants that now come here.

The price of not learning these lessons is truly too high and even more bitter.

Our families have always helped our country of origin and we certainly want to continue to do so because we who have suffered the cruelty of racism and discrimination must be the first to ensure that it no longer happens.

Send your stories to: [email protected]

3 Comments

  • Angelo Siciliano ha detto:

    Una storia triste e significativa, e per questo istruttiva da leggere, per capire come certi comportamenti discriminatori di oggi, verso i figli degli immigrati, potrebbero innescare certe dinamiche di scontri sociali nel prossimo futuro.
    Io sono figlio di contadini e per alcuni a scuola ero un diverso, per cui ogni piccola conquista dovetti sudarmela superando diversi ostracismi e talvolta anche il bullismo, di cui mi capitava di essere fatto oggetto.
    Confesso che i fatti di Lodi, – la discriminazione verso i figli degli stranieri che non potevano permettersi la mensa -, mi hanno fatto indignare, ma di più mi aveva impressionato il commento di un cittadino locale anziano, che al tigì paragonava i figli degli stranieri discriminati a delle “zecche sulle orecchie dei cani”.

    • Anonimo ha detto:

      Ciao Angelo e grazie per il commento. Confesso che non ho sentito il commento del TG, ma non mi meraviglio purtroppo, anche se mi fa arrabbiare e indignare perché in fondo siamo tutti uguali con gli stessi potenziali e diritti… Per questo ho scritto e scrivo ancora, troppo hanno dimenticato le nostre esperienze e, peggio ancora, tanti non le hanno mai sapute, oppure se ne fregano…

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