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La sfida di creare una comunità italiana mondiale Parte 1- The challenge of creating a worldwide Italian community Part 1

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Tempo di lettura: 11 minuti
di emigrazione e di matrimoni 

La sfida di creare una comunità italiana mondiale. Parte 1

L’idea di una comunità italiana mondiale non è nuova, ma ora esistono i mezzi, partendo da quelli tecnologici e di trasporto, che potrebbero rendere questo sogno una realtà concreta.

Però, per poter realizzare un progetto ambizioso del genere dobbiamo partire da una domanda base che è solo apparentemente semplice: Chi sono gli italiani all’estero?

Per capire l’estensione del fenomeno della nostra emigrazione dobbiamo solo citare due casi.

Il primo coinvolge un paese che, almeno sui libri, è un paese di emigrazione recente, l’Australia. Bisogna sapere che, nel 1770, sulla barca Endeavour del Capitano James Cook che scoprì il luogo dove ora si trova la metropoli di Sydney, c’era un oriundo italiano, James Matra.

Matra nacque a New York nel 1746, figlio di James Magra, un corso (allora la Corsica era italiana, diventò francese tra il 1768 e il 1769) emigrato prima a Dublino (Irlanda) e poi trasferitosi a New York. E questo è già un’indicazione della nostra emigrazione ben prima di quel che molti pensano.

Il secondo caso ha avuto conferma recentemente sia in Brasile che in Argentina che hanno festeggiato ufficialmente i 150 anni di immigrazione italiana in quei paesi, anche se non c’è alcun dubbio che italiani ci fossero andati ancora prima di queste date ufficiali.

Ora troviamo colonie italiane in tutti i continenti e questi casi dovrebbero farci capire che ogni comunità ha la propria identità e Storia, come vediamo quando facciamo i giri delle pagine social di ogni paese.

Di conseguenza, nelle Americhe le comunità italiane di molte città sono almeno alla nona generazione. In Australia, dove le comunità italiane più importanti numericamente sono quelle post-guerra, sono alla terza generazione nata nel paese.

Come in Europa, dove l’emigrazione italiana del dopoguerra è arrivata almeno alla terza generazione nata nei vari Paesi.

E cosa vuol dire tutto questo in termini dell’identità italiana di ciascuna comunità?

Da figlio di emigrati nato all’estero, nel mio caso in Australia, posso descrivere questa esperienza vissuta direttamente.

In casa parlavamo in italiano, papà era calabrese, mentre mamma era nata nel Lazio. Però, nella stragrande maggioranza dei casi dei miei coetanei, la lingua in casa era il dialetto, perché la maggioranza si sposava con paesani o al massimo corregionali.

Mentre noi parlavamo in italiano con i nostri genitori, mio fratello Tony ed io parlavamo in inglese, e questo succedeva in tutte le famiglie italiane. Mentre il primogenito aveva una conoscenza base della lingua/dialetto, ogni figlio nato dopo ha avuto un livello inferiore.

E bisogna dire che non ho mai saputo di famiglie italiane che non hanno voluto parlare l’italiano con i loro figli, nemmeno nei trent’anni di attività all’interno della comunità italiana di Adelaide.

Inoltre, le tradizioni in casa erano quelle dei paesi d’origine in Italia.

Naturalmente, quando la prima generazione nata all’estero si è sposata, la lingua della loro casa non era più l’italiano, ma l’inglese, tranne quando visitavano i parenti immigrati e, naturalmente, i nipotini degli immigrati italiani raramente hanno avuto l’opportunità di poter imparare un livello base dell’italiano, tranne qualche parola o frase di rito.

Nel caso di matrimoni con non-italiani, le tradizioni in casa erano una miscela di quelle italiane e quelle dei parenti non-italiani.

Questo è sicuramente il modello nella maggioranza dei casi in Australia, e anche nella maggioranza delle case di emigrati italiani all’estero. Però, come in tutti i casi, c’è un’eccezione alla regola, gli Stati Uniti.

Come leggiamo regolarmente sulle pagine social, e come ho anche sentito dire da parenti in quel paese, molte famiglie hanno deciso di non utilizzare l’italiano con i figli e nipotini. E, benché abbiano mantenuto alcune tradizioni italiana, in effetti sanno poco o niente della lingua che li definisce. Una situazione resa peggiore dal fatto che le scuole all’estero, e non solo negli USA, insegnano poco o niente della nostra lingua e nemmeno della nostra Storia e Cultura…

E questo è un aspetto che gli incoscienti in Italia che abbiamo descritto in un recente articolo dovrebbero capire prima di fare certi commenti e critiche ai nostri parenti e amici negli Stati Uniti.

Senza dimenticare il fatto che, fino a non tanto tempo fa, la grande maggioranza dei nostri emigrati erano analfabeti e, quindi, quando incontravano situazioni nuove, italianizzavano le parole delle lingue locali, per cui i figli/discendenti pensano che siano parole “italiane” …

Inoltre, nei casi dell’emigrazione oltreoceano, fino agli anni ’70, il viaggio in Italia costava molto e impegnava tanto tempo sulle navi, per cui l’unico mezzo di contatto con i parenti in Italia era via posta. Allora, i nostri parenti e amici all’estero all’epoca non hanno potuto vedere i cambiamenti enormi in Italia, quindi l’Italia che descrivevano ai figli e i nipotini era un paese che già allora non assomigliava più a quello che avevano lasciato. E questa è l’immagine dell’Italia che molti discendenti dei nostri emigrati hanno ancora.

Il risultato di tutto questo era che, con ogni generazione, i discendenti dei nostri emigrati hanno come proprio Patrimonio Culturale certamente aspetti italiani, comprese alcune tradizioni, e anche aspetti della Cultura locale, e delle Culture dei componenti della famiglia di altre Culture.

Allora estendiamo queste situazioni alla popolazione totale degli italiani nel mondo.

Se usiamo la cifra di 85 milioni, che è probabilmente meno della realtà, ma, purtroppo, non potremo mai accertare con precisione, quanti saranno ora quelli della prima generazione (cioè, gli emigrati), con una conoscenza buona della nostra lingua? Sicuramente una piccola percentuale delle popolazioni italiane locali.

E, visto il numero crescente di discendenti di emigrati italiani che chiedono la cittadinanza, nemmeno gli iscritti all’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) hanno la certezza di conoscere la nostra lingua.

In parole semplici, la maggioranza dei nostri parenti e amici all’estero sanno poco o niente della lingua italiana, e nemmeno della nostra Cultura e Storia. Un dettaglio che bisogna SEMPRE tenere ben in mente quando parliamo degli oriundi in tutti i continenti.

Ma cosa vedono i nostri politici e burocrati quando vanno all’estero? Incontrano i rappresentanti del CGIE (Consiglio Generale degli Italiani all’estero) che ha tenuto la sua Assemblea Plenaria recentemente a Roma  e i Comites locali, tutti di prima generazione (emigrati), oppure di seconda generazione (ossia, figli di emigrati) con una conoscenza almeno buona della nostra lingua. E non incontrano mai la maggioranza della comunità italiana.

Quindi, e indubbiamente, questi politici e burocrati tornano in Italia con l’impressione che tutta la comunità sia come i membri del CGIE e il Comites. Un’impressione piuttosto ingannevole, se non totalmente falsa…

E con questa concezione falsa delle molte realtà all’estero, i nostri addetti ai rapporti con le comunità italiane nel mondo non sono in grado di produrre programmi efficaci per i nostri amici e parenti all’estero, partendo dall’incoraggiare i discendenti dei nostri emigrati a imparare la nostra lingua.

Questa è la situazione all’estero, con piccole differenze da comunità a comunità secondo il paese, e la lingua e le tradizioni di ciascun paese.

Eppoi, prima di concludere, dobbiamo dire che abbiamo un gran bisogno di istituire finalmente un Progetto internazionale per raccogliere la Storia vera di ciascuna comunità, non solo perché non sappiamo niente di quel che è successo ai nostri emigrati nei loro nuovi paesi di emigrazione, ma così potremo finalmente conoscere le differenze tra le comunità da Paese a Paese, perché ognuna di esse è unica, con esperienze diverse che abbiamo il dovere di comprendere per poterle includere pienamente in un progetto come quello della Comunità Italiana nel Mondo.

E questo NON vuol dire che non possiamo creare una comunità italiana mondiale, vuol dire che dobbiamo tenere ben in mente queste circostanze locali e lavorare con due ingredienti essenziali, il primo dei quali è il potenziale collante tra le nostre comunità sparse nel mondo.

Viste le differenze di lingue tra i paesi di residenza, che comprendono principalmente l’inglese, lo spagnolo, il portoghese, il francese, il tedesco, e il fiammingo, per nominarne le più importanti, il collante tra le comunità italiane è ovviamente quell’aspetto che ci definisce, la lingua italiana.

E il secondo ingrediente è già in fase di progettazione nelle Regioni che curano i rapporti con le nostre comunità all’estero, e che coinvolgerà proprio coloro che dovranno realizzare la futura Comunità Italiana Mondiale, gli oriundi giovani.

Difatti, il “Turismo delle radici” sarebbe la base perfetta per la creazione di questa comunità internazionale.

E nella seconda parte di questo articolo vogliamo proporre qualche idea per poter realizzare questo sogno che molti in giro per il mondo condividono, ma che, fino a ora non è stato possibile per mancanza di mezzi.

The challenge of creating a worldwide Italian community. Part 1

The idea of a worldwide Italian community is not new, but now there are the means, which could make this dream a solid reality, starting with technology and transport.

However, to be able to institute such an ambitious project we must start from a basic question that is only apparently simple: who are the Italians overseas?

To understand the extension of the phenomenon of our migration we need only to mention two cases.

The first involves a country that, at least in the books, is a country of recent migration, Australia. It must be known that in 1770, on Captain James Cook’s ship, the Endeavour, when he discovered the place where the metropolis of Sydney now stands, there was an oriundo (a person of Italian origin) onboard, James Matra.

Matra was born in New York in 1746, the son of James Matra, a Corsican (then Italian, Corsica became French between 1768 and 1769), who migrated first to Dublin (Ireland) and then moved to New York. And this is already an indication of our migration well before what many people think.

The second case was confirmed recently in Brazil and Argentina which officially celebrated 150 years of Italian migration in those countries, even if there is no doubt that Italians had gone there before the official dates.

Now we find Italian communities in all the continents and these cases should make us understand that each community has its own identity and history, as we see when we do the rounds of the social media pages of each country.

Consequently, in the Americas the Italian communities of many cities are in at least the ninth generation. In Australia, where the most important Italian communities numerically are those post-WW2, they are in the third generation born overseas.

As in Europe, where Italian migration after the war is now in at least the third generation born in the various countries.

And what does this mean in terms of the Italian identity of each community?

As the son of migrants, in my case in Australia, I can describe this from direct experience.

At home we spoke in Italian, papà was calabrese, and mamma was born in the Lazio region, but in the vast majority of cases of my peers, the language at home was dialect, because the majority of migrants married paesani (people from the same town), or, at most, from the same region.

While we spoke Italian with our parents, my brother Tony and I spoke to each other in English, and this happened in all the Italian families. While the first born had a basic knowledge of the language/dialect, every subsequent child had a lower level.

And it must be said that I have never known of Italian families that did not want to speak Italian with their children, not even in the thirty years of activity within the Italian community of Adelaide.

In addition, the traditions at home were those of the towns of origin in Italy.

Naturally, when the first generation born overseas got married, the language spoken in their homes was no longer Italian, but English, except when the migrant relatives visited and, of course, the grandchildren of Italian migrants rarely had the opportunity to learn a basic level of Italian, except for a few words and phrases.

In the case of marriages with non-Italians, the traditions at home were a mixture of the Italian ones and those of the non-Italian relatives.

This is surely the pattern of the majority of cases in Australia, and also in the majority of the homes of Italian migrants overseas, But, as in all cases, there is an exception to the rule, the United States.

As we read regularly on the social media pages, and as I have also heard from relatives in that country, many families decided not to use Italian with the children and grandchildren. And even though they have maintained some Italian traditions, in effect they know little or nothing of the language that defines them. A situation made worse by the fact that schools overseas, and not only in the USA, teach little or nothing of our language, and not even our history and Culture…

And this is aspect that the thoughtless people in Italy we described in a recent article  should understand before making certain comments and criticisms to our relatives and friends in the United States.

Without forgetting the fact that, until not long ago, the great majority of our migrants were illiterate and therefore when they encountered new situations, they Italianised the words of the local languages, so that the children/descendants think that these words are “Italian”…

Furthermore, in the cases of migration to other continents, until the ‘70s the trip to Italy cost a lot of money, and took a long time by ship, so that the only way of keeping in touch with the relatives in Italy was by mail. So, our relatives and friends overseas at the time were not able to see the huge changes in Italy, therefore, the Italy described to the children and grandchildren was a country that already no longer resembled the one they had left. And this is the image of Italy that many descendants of our migrants still have.

The result of all this was that, with every generation, the descendants of our migrants have, as their Cultural Heritage, certainly Italian aspects, including some traditions, and also aspects of the local Culture, and of the Cultures of the non-Italian members of the family.

So, let us extend these situations to the total population of the Italians in the world.

If we use the figure of 85 million, which is probably lower than the real figure, but, unfortunately, we will never be able to ascertain precisely how many will now be members of the first generation (in other words, the migrants), with good knowledge of our language, surely a low percentage of the local Italian populations.

And, considering the growing number of descendants of Italian migrants asking for citizenship, not even those registered in the AIRE (the Registry of Italian Citizens Resident Overseas) are sure to know our language.

Put simply, the majority of our relatives and friends overseas know little or nothing of the Italian language, and not even of our Culture and history. A detail we must ALWAYS keep in mind when we talk about the oriundi in all the continents.

But what do our politicians and bureaucrats see when they go overseas? They meet the representatives of the CGIE (the General Council of Italians Overseas) which held its Plenary General Assembly in Rome recently, or the members of the local Comites, all of the first generation (migrants , or of the second generation (in other words, the first generation born overseas) with at least a good level of our language. And they never meet the majority of the Italian community.

Therefore, and undoubtedly, these politicians and bureaucrats return to Italy with the impression that all the community is like the members of the CGIE and Comites. An impression that is at least misleading, if not totally false…

And with this false conception of the many realities overseas, our people responsible for relations with the Italian communities overseas are not able to plan effective projects for our relatives and friends overseas, starting with encouraging the descendants of our migrants to learn our language.

This is the situation overseas, with small differences from community to community depending on the country and the language and traditions of each country.

And then, before concluding, we must say that we have great need to finally set up an international Project to gather the true stories of each community, not only because we know little or nothing of what happened to our migrants in their new countries of migration, but so we will finally know the differences between the communities from country to country because each one is unique with different experiences that we have a duty to understand in order to fully include them in a project like the worldwide Italian community.

This does NOT mean we would not be able to create a worldwide Italian community, it means that we must keep these local circumstances well in mind and work with two essential ingredients, the first of which is the potential glue between our communities around the world.

Considering the differences in languages between the countries of residence, that include mainly English, Spanish, Portuguese, French, German, and Flemish, to name the most important, the glue between Italian communities is obviously that aspect that defines us, the Italian language.

And the second ingredient is already in the planning phase in the Regions which look after the relations with our overseas communities, and which will involve precisely that part of those communities that will have to build the future worldwide Italian community, young oriundi.

In fact, the Turismo delle radici” (Tourism of the origins), would be the perfect basis towards the creation of this international community.

And, in the second part of this article, we would like to propose some ideas of how to make this dream, that many people around the world share, come true, but which, until now has not been possible due to the lack of means.

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