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La resa di Peter Kurten: ciò che nessun serial killer aveva mai fatto prima

By 28 Novembre 2019 No Comments

“Mi potrebbe dire se, una volta che la mia testa è stata tagliata, sarò ancora in grado di sentire il suono del mio sangue uscire dal ceppo del collo? Questo sarebbe il piacere di tutti i piaceri”.

“Mi potrebbe dire se, una volta che la mia testa è stata tagliata, sarò ancora in grado di sentire il suono del mio sangue uscire dal ceppo del collo? Questo sarebbe il piacere di tutti i piaceri”.

Con queste parole, rivolte al boia che lo decapitò il 2 luglio 1931, Peter Kurten, soprannominato Il Vampiro di Dusseldorf, lasciò questo mondo.

Soffriva di Sindrome di Renfield, una patologia che prende il nome da R.M. Renfield, personaggio del romanzo Dracula di Bram Stoker. Detenuto nel manicomio del Dr. John Seward, Renfield era un mangiatore compulsivo di uccelli e insetti allo scopo di trarne la forza vitale. La sindrome omonima è una manifestazione del vampirismo clinico, una parafilia caratterizzata dall’eccitazione sessuale associata al bisogno compulsivo di vedere, sentire o ingerire sangue. Secondo la psicanalisi, il vampirismo clinico, che non necessariamente comporta la convinzione per chi ne soffre di essere un vampiro, sembrerebbe dovuto a traumi e conflitti subiti durante lo sviluppo infantile dell’individuo e si manifesterebbe già in fase puberale associato proprio all’eccitazione e al piacere sessuale, diventando in età adulta il mezzo per raggiungerli.


La storia di Peter Kurten, effettivamente, ne è un esempio calzante. La sua infanzia è caratterizzata da estrema povertà, dovendo convivere con i genitori e dodici fratelli più piccoli in un angusto monolocale nella periferia industriale di Colonia. Già a nove anni Peter uccide la sua prima vittima, un amichetto con cui sta giocando su una zattera improvvisata. Il futuro Vampiro di Dusseldorf finge di affogare per attirare con l’inganno l’amico in suo soccorso, affogandolo. Quando il fiume restituisce il corpo, Peter è lì, e rivive tutto nella sua mente. Sarà la prima di tante fantasie rivissute sui luoghi dei suoi delitti.

È sicuramente il padre l’elemento destabilizzante della famiglia: alcolizzato e irascibile mina alle fondamenta una situazione già precaria, frustrante per le difficoltà economiche e connotata da continue tensioni tra gli adulti. La violenza è di casa e viene scatenata con brutale crudeltà contro la signora Kurten. Davanti agli occhi traumatizzati dei figli avvengono anche gli abusi sessuali con cui il padre rivendica il suo “diritto alla sessualità” nei confronti della moglie, ridotta a oggetto sessuale privo di volontà, spersonalizzata e succube.

A ciò si aggiunge presto l’amicizia con un vicino di casa, accalappiacani di professione. In realtà un uomo perverso che insegna a Kurten a masturbare e a torturare gli animali che finiscono nelle sue grinfie, tanto che Peter inizia presto ad avere rapporti sessuali con cani, ma anche agnelli, caprette e galline. La sua escalation nella perversione cresce ancora quando si accorge che l’eccitazione è maggiore se, durante il rapporto sessuale, pugnala a morte gli animali. Un’estasi mistica è quello che prova, non tanto durante l’orgasmo, quanto più nel momento in cui infligge il colpo con la lama del coltello.

La svolta, per la famiglia Kurten, si ha nel momento in cui il padre viene arrestato con l’accusa di aver abusato della figlia tredicenne. La moglie si risposa e tutti si lasciano alle spalle l’incubo passato. Tutti, tranne Peter, che ormai ventottenne, ha già superato il limite da un pezzo. Per lui la sessualità è qualcosa di distorto, è l’immagine della sofferenza della madre, è la furia dominatrice del padre, è la sadica tortura verso bestie terrorizzate. Il sesso è imposizione ad altri del proprio volere e piacere, è umiliazione e dolore. Il sesso è sangue.

A sedici anni scappa di casa ma viene presto arrestato per alcuni piccoli furti di cibo e vestiti. In carcere le sue fantasie vengono amplificate dai racconti brutali degli altri galeotti. Quando esce va a convivere con una prostituta specializzata in prestazioni sadomasochiste. Qui completa la sua deviata “educazione sessuale” assistendo ai rapporti della donna con i clienti e imparando nuovi e più raffinati metodi per provocare umiliazione. Ora può definirsi pronto.

Ciò che segue è un periodo di aggressioni, stupri e violenze in cui accumula ben 27 sentenze di colpevolezza a causa delle quali diventa una sorta di pendolare del carcere. Entra ed esce, accumulando odio, desiderio di vendetta e fantasie morbose. Nasce in lui l’idea che un’orgia di sangue e morte possa lavare via le sue sofferenze.

Nel 1913 Kurten torna a uccidere. Durante un tentato furto in appartamento, trova una bambina di 10 anni addormentata nel suo letto. La strangola, lasciandola priva di sensi, ma non la uccide. Poi, con un temperino la colpisce alla gola e si ritrova completamente imbrattato del suo sangue. Il semplice contatto con il liquido caldo gli provoca un’eiaculazione e a quel punto i pochi freni inibitori rimasti vengono abbattuti: si lancia sulla ragazza e le morde il collo, succhiandole il sangue direttamente dalla giugulare. Contemporaneamente la penetra con le mani, finché il cuore smette di battere, il sangue non scorre più e termina la possibilità di berne.

La colpa cade sulla zio della bimba e da questa vicenda Kurten ne esce indenne e galvanizzato. In compenso torna in carcere per furto e ci rimane fino al 1925. Nel 1929 si trasferisce a Dusseldorf per lavoro e qui, dopo appena un mese, torna ad uccidere. Ancora una bambina, Rosa Ohliger, viene trovata in un fossato cosparsa di liquido infiammabile e pugnalata con tredici coltellate. Prima di ucciderla l’assassino le ha morso il collo e il petto più volte, ne ha bevuto il sangue (vengono trovate tracce di saliva) e l’ha imbrattata di liquido seminale. Il giorno seguente è tornato sul luogo del delitto per tentare invano di incendiarne il corpo.

Si scopre però che, una settimana prima, il vampiro aveva già colpito con una brutale aggressione a Frau Kuhn, trovata con 24 pugnalate al petto. È stato questo il primo effettivo omicidio a Dusseldorf ed è in tale occasione che Kurten sperimenta nuovamente il ritorno sulla scena del delitto per rivivere e tornare a provare ripetutamente il piacere sessuale del sangue versato, che diventerà un rituale irrinuciabile per il vampiro di Dusseldorf.


A lui, tra il 1929 e il 1930, vengono associati almeno 30 delitti tra uomini, donne e bambini, a dimostrazione che non è il sesso in sé che lo attira, ma sono il sangue e l’assassinio in sé ad appagarlo realmente. Al piacere poi si aggiunge il senso di onnipotenza e l’eccitazione derivati dal terrore che pervade la popolazione alla notizia di un nuovo assassinio.

Dopo questa serie di omicidi, per i quali viene incolpato tale Strausberg, lo scemotto del villaggio che, oltre alle sue colpe, confessa anche quelle del vampiro, Kurten fa calmare le acque e diventa maggiormente premuroso nei confronti della moglie, in precedenza trascurata per dedicarsi alle sue fantasie.

La giostra della violenza ricomincia però sei mesi dopo, con tre donne aggredite, mutilate, abusate e “vampirizzate” in un solo giorno. Stessa sorte tocca a due bambine pochi giorni dopo e a tante altre vittime, fino all’ultima, Maria Budlick, una sguattera appena arrivata in città in cerca di lavoro. È il 14 maggio del 1930 quando Kurten salva letteralmente la ragazza dalle grinfie di un uomo che l’aveva condotta con l’inganno in un parco isolato e le offre una sistemazione presso un affitta camere. Kurten si presenta come un tipo a posto, corretto e gentile, e quella fede al dito dimostra che è sposato. Ma la moglie è fuori città e lei finisce per seguirlo fino a casa. Dopo un blando approccio rifiutato dalla ragazza, Kurten la riporta nei pressi del parco, confondendola tra viuzze e vicoli a lei sconosciuti. Poi la minaccia con un coltello e la violenta, ma non la uccide, sicuro di non poter essere rintracciato. La ragazza però ricorda il suo indirizzo di casa e il giorno dopo si presenta sotto casa di Kurten minacciandolo di rivolgersi alla polizia.

Il vampiro di Dusseldorf capisce di essere nei guai e con le spalle al muro e allora fa qualcosa che nessun serial killer aveva mai fatto prima: organizza la sua stessa cattura, confessando tutto alla moglie e pregandola di denunciarlo alla polizia. In tal modo la moglie potrà incassare la taglia su di lui e continuare a vivere serenamente per molti anni ancora.

Peter Kurten viene arrestato il 24 maggio del 1930. Il processo a suo carico si conclude con una sentenza di condanna a morte per ghigliottina. Fino all’ultimo momento dimostra di essere il “vampiro” che tutti hanno imparato a temere, desideroso di sentire letteralmente il proprio sangue uscire dal collo decapitato e provare, per un’ultima volta, il piacere di tutti i piaceri.

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