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La realtà crudele, attuale e futura

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Tempo di lettura: 4 minuti

Come paese dobbiamo ancora capire che fornire traduttori qualificati ( mediatori linguistici) per i servizi sanitari non è un privilegio, ma un diritto per garantire che le cure siano quelle adatte alle circostanze individuali, come per garantire che non ci siano sbagli di prognosi e dunque di cure

di Gianni Pezzano

A casa ad Adelaide in Australia parlavamo in italiano. La nostra era una famiglia fuori dalla media perché mamma e papà erano di regioni diverse, mamma del Lazio e papà della Calabria. Mamma aveva solo il fratello ad Adelaide, ma visto che zia era dalla Campania, le feste erano sempre nella loro lingua madre. Sentivo papà parlare il dialetto solo con  suo fratello, zio Rocco a Perth e con quei pochi paesani che incontravamo, di solito a Melbourne quando ci andavamo a trovare parenti.

Questa particolarità della nostra famiglia ha preso una piega triste al crepuscolo della vita dei miei genitori e in particolare dopo l’ultima battaglia di mamma contro un male terribile, ma non quanto il destino crudele e inesorabile di papà, benché i mali di papà sembravano la continuazione di quei malori che l’avevano costretto a lasciare il lavoro quando era ancora relativamente giovane.

Solo dopo il decesso della mamma ci siamo resi conto che eravamo così concentrati sul declino fisico di nostro padre che non avevamo capito il vero motivo dei suoi periodi confusi. Con il senno del poi, ora sappiamo che quei periodi tesi a casa erano dovuti alla demenza che l’ha tormentato nei suoi ultimi anni senza mamma.

Aveva una forma particolare per cui si svegliava abbastanza in sé, ma nel corso della giornata la sua memoria degradava man mano sino a sera. Quando di notte andavo a controllarlo prima di andare a letto lui mi rispondeva nel suo inglese rudimentale come fossi un infermiere o medico dell’ospedale di cui era regolarmente cliente. Negli ultimi giorni durante la polmonite che lo ha portato via, non parlava più l’italiano o l’inglese, parlava nel suo dialetto originale.

Questo è il destino crudele attuale tra la generazione degli emigrati italiani postbellici e dovrebbe servire come lezione per Italia nel 2017.

Nel corso degli anni 70 ad Adelaide, Carmine de Pasquale, uno dei primi psicologi italiani in Australia, ha cominciato a cercare fondi per una casa di cura per gli anziani italiani in quella città. Nei primi anni, con i suoi coetanei ancora sani e nel periodo più prosperoso della loro vita, il suo appello era accolto con non poco scetticismo e anche derisione, ma aveva riconosciuto la realtà crudele che eventualmente avrebbe colpito anche mio padre. La vita è crudele e le malattie della terza età sono imperdonabili e dunque bisognava prepararsi in tempo primo che fosse troppo tardi.

La società fondata da de Pasquale aprì la prima casa di cura per gli anziani italiani di Adelaide negli anni 80 e ora ce ne sono altre, non solo nella capitale dell’Australia Meridionale, ma in tutte le grandi città del continente australe. Ora ci sono case di cura di tante altre nazionalità come i greci, i maltesi e i libanesi che curano i loro anziani secondo le loro usanze e tradizioni e forniscono pasti secondo le loro usanze culinary, così da godere la vecchiaia come hanno vissuto da giovani.

Ora quella generazione sta inesorabilmente arrivando ai suoi ultimi anni,  quelle case che servono così bene i nostri anziani in Australia e altri paesi non saranno necessarie per i figli nati nel nuovo continente e col tempo saranno comprate dalle nuove leve di emigrati nel paese come i vietnamiti, gli indiani, i sudamericani e quelli del Medioriente che nel futuro non molto lontano dovranno prepararsi per la realtà insidiosa che noi Italo-australiani conosciamo così bene.

Ma nel prossimo futuro, con la crescita delle nuove comunità di immigrati c’è un altro paese che dovrà affrontare questi problemi. Purtroppo, i vari governi australiani hanno riconosciuto molto presto il bisogno di assistenza appropriata ai nuovi residenti, ma i vari governi italiani non hanno ancora fatto nemmeno i primi passi veri per assicurare che i vari servizi sanitari e assistenziali saranno pronti per il giorno che gli immigrati che ora lavorano nei nostri campi, fabbriche e cantieri cominceranno a sentire i primi segnali della vecchiaia che è in agguato per noi tutti.

Questa realtà crudele ora fa parte dell’Australia attuale e basta leggere gli annunci funebri dei quotidiani in Australia per capire che quella generazione di pionieri italiani, greci, croati, russi e di tutto il mondo sta scomparendo, però noi in Italia dobbiamo imparare dalle loro lezioni, e le esperienze dei nostri parenti e amici all’estero perché loro hanno sentito sulla loro pelle la situazione che il Bel Paese dovrà affrontare tra due decenni e in alcuni casi ancora prima.

Attualmente abbiamo fatto poco per incoraggiare le varie comunità di immigrati a formare i gruppi di auto-assistenza che erano alla base delle iniziative australiane per i loro immigrati. In fondo quelli meglio preparati a fornire la giusta assistenza ai futuri anziani si trovano già nella varie comunità, come dimostra il caso di Carmine de Pasquale.

Come paese dobbiamo ancora capire che fornire traduttori qualificati per i servizi sanitari non è un privilegio, ma un diritto per garantire che le cure siano quelle adatte alle circostanze individuali, come per garantire che non ci siano sbagli di prognosi e dunque di cure perché gli immigrati, oppure i loro figli quando fanno gli interpreti, non hanno una padronanza sufficiente dell’italiano per spiegare al medico i propri malanni.

Come in molti altri casi concernenti l’integrazione degli immigrati in Italia, abbiamo un database enorme di casi ed esperienze composti dai gruppi italiani di assistenza all’estero, come anche uffici esteri di vari Patronati italiani. Questi gruppi potrebbero consigliarci come programmare nel modo più efficace possibile per preparare per il nostro futuro.

Tristemente, bisogna fare una domanda controversa a tutte le forze politiche di entrambi i lati politici: esiste la volontà politica di superare le diffidenze e i luoghi comuni per preparare al meglio la realtà crudele che sicuramente arriverà in questo paese nel prossimo futuro?

Solo il tempo ci darà la risposta alla domanda. Nel frattempo dobbiamo solo sperare che l’azione non verrà in seguito a disgrazie che, alla luce delle nostre esperienze all’estero, sarebbero totalmente evitabili.

Carmine de Pasquale, Cavaliere della Repubblica in Italia, è stato per il governo australiano insignito come Officer of the Order of Australia, entrambe le onoreficenze per servizi alla comunità italiana di Adelaide

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