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La lingua e l’orgoglio

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Gli Stati Generali della Lingua Italiana a Firenze commentati dallo storico italo- australiano Gianni Pezzano: la lingua italiana è il tramite per veicolare la nostra cultura in tutte le sue sfumature nel mondo con il supporto dei circa 90milioni di italiani all’estero

 Di Gianni Pezzano

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Quando una manifestazione è aperta dal Presidente del Consiglio e chiusa dal Presidente della Repubblica il tema deve essere per forza importante e cosi è stato a Firenze in questo inizio di settimana. Per la seconda volta gli Stati Generali della lingua italiana hanno discusso il futuro di quell’elemento che definisce la nostra essenza, la nostra lingua. La manifestazione è iniziata bene con l’annuncio di Matteo Renza di un aumento dei fondi destinati per insegnare la nostra lingua all’estero e poi con l’annuncio di Mario Giro, il Vice Ministro degli Esteri che ha annunziato il risultato del censimento degli studenti della nostra lingua nel mondo. Nel 2014 la cifra sembrava di 300.000, ma uno studio preciso attesta il numero degli studenti a ben oltre due milioni.

Una lettura delle cifre dimostra poi che le grandi concentrazioni di questi studenti si trovano in quei paesi con una grande presenza di emigrati italiani e dei loro discendenti, come anche nei Balcani, il Mediterraneo e la Cina che sono fonti di immigrati che ora vengono in Italia. Sono cifre da considerare con calma, sia per il loro significato che per come affrontare le differenze dei due gruppi. A suo merito, malgrado la cifra impressionante, Mario Giro ha riconosciuto che le cifre nei paesi di emigrazione italiana sono basse in paragone agli oltre novanta milioni composti dai cinque milioni di cittadini italiani all’estero e i discendenti delle varie generazioni di emigrati italiani. Però, come due anni fa, almeno agli occhi di chi scrive, c’era un’assenza importante alla manifestazione di Palazzo Vecchio. Si tratta dell’industria italiana che dovrebbe avere più interesse a vedere aumentare il più possibile il numero di italofoni nel mondo, cioè l’editoria. Solo gli italiani nel mondo sono oltre una volta e mezzo la popolazione attuale della penisola, senza scordare gli effetti di far interessare il pubblico internazionale ai nostri libri anche in versione tradotta. Quindi potenziali guadagni per le nostre case editrici.

Poi, di nuovo come due anni fa, i partecipanti alle due giornate fiorentine erano quelli che più sapevano la grandezza della nostro lingua e della Cultura che ne è il risultato. A un certo punto sembrava di essere in un raduno di convertiti che ascoltavano i loro predicatori, senza pensare che il nostro problema non è nel chi già conosce la nostra lingua, ma di farla capire a coloro che gestiscono i sistemi scolastici del mondo che spesso non la tengono nella giusta considerazione. Nel suo discorso il Presidente del Consiglio ha parlato dell’importanza di promuovere il “Made in Italy” e il sistema ‘Italia’, come anche di utilizzare la lingua per le promozioni. In un certo senza aveva ragione, ma il corso degli Stati Generali ha reso ovvio il fatto che quasi nessuno ha pensato a estendere questa logica soprattutto alla lingua stessa.

Se c’è un solo aspetto particolare che contraddistingue il “Made in Italy” questo si trova proprio nella nostra lingua. È quell’ aspetto che ci valorizza per quel che siamo e che tiene insieme le varie comunità italiane in cinque continenti. Un industriale con un prodotto di successo non cerca di promuoverlo al suo pubblico attuale, ma cerca sempre nuovi clienti interessati a nuovi prodotti ed è proprio questo che non è stato discusso nel corso delle tre sessioni. Nel corso della prima sessione quattro gruppi industriali italiani hanno dimostrato l’uso di immagini italiane nella loro pubblicità e, benché ci fossero elementi linguistici questi esempi erano composti da stereotipi degli italiani, invece di un uso specifico della lingua. Nessuno mette in dubbio l’importanza della Fiat Chrysler, l’Illycaffé, la San Pellegrino e la Bulgari e il loro fatturato ne è la prova, ma nessuno ha fornito prova che le immagini pubblicitarie hanno portato un grande aumento nei vari aspetti della nostra Cultura in giro per il mondo.

Gli esponenti hanno parlato delle glorie prodotte dai nostri artisti e autori, ma come sempre la concentrazione era sulla “Alta Cultura”, invece di riconoscere che esistono altre forme di Cultura altrettanto valide. Senza scordare poi che pochi all’estero, particolarmente tra i nostri connazionali, hanno la capacità di capire il linguaggio delle lirica e dei capolavori rinascimentali nelle versioni originali. Mentre Pierfrancesco Favina ha letto un estratto del Romanziere mi sono chiesto quanti all’estero hanno capito le parole, malgrado la bellezza musicale del linguaggio. Infatti, questo era l’aspetto degli Stati Generali che mi aveva già colpito nel 2014 e che nessuno è ancora riuscito a risolvere in maniera tale di indurre i figli e i nipoti degli emigrati a studiare la nostra lingua. Un motivo di questo si trova all’interno dei sistemi scolastici in molti paesi e due esponenti del CGIE (Consiglio Generale degli Italiani all’Estero) nel corso del pomeriggio hanno evidenziato il bisogno delle specificità delle comunità italiane all’estero che, malgrado aspetti in comune, hanno anche differenze importanti. Tutti aspetti da considerare quando si progetta come meglio promuovere la nostra lingua a livello internazionale.

Per quel che riguarda la Cultura italiana in Australia, va evidenziato per l’esperienza di chi come me è passato nel sistema scolastico australiano, sia nel sistema privato che nell’università di quel paese, ho imparato presto che la nostra cultura e la nostra lingua non sono considerate agli stessi livelli di quella anglosassone e quella francese. Infatti, ho frequentato quel che qui sarebbe stato il liceo classico, gli unici testi non inglesi che abbiamo studiato erano entrambi francesi “Lo straniero”  di Camus e “Il rosso e il nero” di Stendhal, entrambi in inglese. Solo quando eventualmente ho studiato l’italiano fuori dal sistema scolastico ho cominciato a conoscere davvero gli autori italiani, come anche i grandi personaggi della Cultura e la Storia del nostro paese. La sessione che trattava le comunità italiane all’estero ha avuto solo venti minuti di tempo e naturalmente il poco tempo ha limitato il numero di temi da affrontare in modo serio. Di certo una manifestazione del genere ha costi non indifferenti, ma mi chiedo se non sia necessario avere contributi consistenti da chi conosce intimamente le realtà nei paesi di residenza dei nostri amici e parenti all’estero, come anche se non sarebbe utile tenere versioni locali degli Stati Generali in questi paesi, sia prima che dopo l’evento in Italia, per dare un contributo prezioso agli organizzatori alla versione centrale, ma anche per attuare programmi realizzabili per aumentare il numero di italofoni nel mondo.

Non c’è dubbio che gli Stati Generali della lingua Italiana hanno il potenziale per aumentare la conoscenza della nostra lingua, la nostra Cultura ed eventualmente di tutti i prodotti della nostra penisola. Allo stesso tempo dobbiamo tenere in mente che le intenzioni serie e genuine degli organizzatori e i partecipanti non bastano da sole per ottenere quel posto d’onore mondiale che il nostro paese merita come il patrimonio culturale più grande e importante del pianeta. La lingua e la Cultura non crescono solo con le buone intenzioni, ma con le classi e gli insegnanti, crescono facendo conoscere tutti gli aspetti della nostra Cultura al mondo e non semplicemente quegli aspetti accessibili soltanto a chi già abbia un altissimo livello culturale italiano. Naturalmente gli Stati Generali hanno prodotto un volume di risultati e di proposte, ma non sarebbe giusto trattarli come un addendum a un articolo che vuole esprimere le reazioni immediate alle due giornate nella Sala dei 500 di Palazzo Vecchio. Non sarebbe giusto sia per che chi legge, che per chi li ha preparati. Quindi saranno il soggetto di un articolo più specifico.

I due giorni fiorentini hanno espresso idee valide, ma queste non sono sufficienti senza la volontà e l’impegno degli organizzatori e i partecipanti di mettere in azione i progetti necessari per vedere aumentare il numero di studenti della nostra lingua, che a suo turno avrebbe anche l’effetto di aumentare l’interesse in quegli aspetti della nostra Cultura che finora non sono conosciuti abbastanza fuori i confini del Bel Paese. Tutti i partecipanti erano ben conoscenti delle glorie contenute in tutte le regioni e non solo limitatati ai luoghi riconosciuti dall’UNESCO come Patrimoni mondiali. L’impegno deve essere di farli conoscere alche all’estero. In fondo questi sforzi non sarebbero semplici azioni culturali, sarebbero passi verso l’aumento della consapevolezza del pubblico internazionale di quel che l’Italia può offrire al mondo. Il risultato finale non sarebbe solo di vendere qualche libro di più, ma anche in aumenti enormi del livello del turismo in Italia e della vendita di prodotti italiani che in fondo sono posti di lavoro che renderebbero il paese più ricco, sia culturalmente che economicamente. Di Cultura si può vivere e bene anche, come dimostrano i francesi, ma bisogna farlo sempre come paese intero e non semplicemente per due giorni a Firenze ogni due anni.

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