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Italiani brava gente, a volte no! Corsi e ricorsi delle migrazioni nel mondo

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Indagato Domenic Perre ad Adelaide in Australia per il delitto di un agente risalente al 1994. ‘Ogni contesto sociale in migrazione porta con sé buoni e cattivi ma non bisogna fare di tutta l’erba un fascio’ spiega Gianni Pezzano storico italo – australiano

Di Gianni Pezzano

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Nel 1994 ad Adelaide, nello Stato del Sud Australia, scoppiò un pacco bomba agli uffici della National Crime Authority (NCA), la DIA australiana e uccise l’agente federale Geoffrey Bowen. Il caso suscitò scalpore nel paese perché fu il secondo attentato fatale dopo quello dell’ Hotel Hilton a Sydney nel 1978 che non è mai stato risolto. A differenza del primo caso e a causa del bersaglio ci volle poco per capire che il delitto non era legato a cause politiche, ma alla malavita. Malgrado qualche voce mai confermata ufficialmente, la tecnologia scientifica dell’epoca non permise alle autorità di indicare con sicurezza il colpevole. Naturalmente nessuno dei due casi è stato mai chiuso. Nelle ultime settimane la polizia dello Stato ha annunciato che gli sviluppi scientifici nel frattempo, particolarmente nell’ambito delle prove del DNA, hanno permesso loro di poter individuare i probabili responsabili per la morte dell’agente Bowen. Ieri, la stampa australiana ha identificato l’indagato principale in Domenic Perre, già sospettato all’epoca perché coinvolto in un processo per una grande piantagione di marijuana nella quale l’agente Bowen aveva un ruolo importante per le indagini. Il nome del sospetto dice chiaramente che le origini della famiglia d’origine sono a Platì(RC), nota per i suoi legami con la ’Ndrangheta.

Adelaide non era nuova a simili casi di piantagioni di marijuana. In quell’epoca la città vide un processo che fece scandalo non solo per i legami di alcuni imputati con la malavita italiana, ma soprattutto perché uno degli eventuali colpevoli, Barry Moyse, era il capo della squadra antidroga della polizia locale. Infatti, il caso ha preso poi il suo nome “The Barry Moyse case”. Già prima dell’attentato degli uffici della NCA la presenza della malavita italiana in Australia era ben nota, soprattutto quella calabrese, sempre legata alla coltivazione della marijuana con fondi venuti dall’Italia. Nel 1977 Griffith nel South New Wales, un importante centro agricolo non lontano da Sydney con un’importante comunità italiana, era diventata nota per la coltivazione della marijuana. I sospetti verso alcuni italiani erano tali che le loro grandi ville furono etichettate come “Grass castles”, cioè “Castelli dell’erba”.

Un attivista locale, Donald MacKay, cominciò una campagna contro le piantagioni e in particolare contro certi esponenti italiani. Questa sua campagna lo rese famoso tra la popolazione locale  e lui ebbe una copertura mediatica nazionale importante, tanto che si parlava di una sua possibile entrata in politica. Disgraziatamente non successe perché sparì e il suo corpo non fu mai ritrovato. Immediatamente i sospetti si diressero verso alcuni noti personaggi italiani del territorio. Nonostante l’assassino James Bazley sia stato condannato per il delitto,  il mandante materiale Robert (Bob) Trimboli, che era stato identificato nel corso delle indagini e nel processo, non fu imputato perché le prove a suo carico non erano sufficienti per giustificare un processo. Trimboli morì nel 1985 in Spagna, senza aver dovuto mai affrontare il tribunale per la morte di MacKay. Nel maggio scorso la morte dell’avvocato italo-australiano Joseph “Pino” Aquaro con legami nella malavita calabrese dimostrò chiaramente che la ’Ndrangheta ha ancora un ruolo occulto nel continente australe. Infatti, Melbourne non è estranea a delitti del genere essendo stato teatro di guerre violente tra bande italiane che persino ispirarono una serie televisiva “Underbelly” sulla televisione australiana.

Questi fatti lontani effettivamente smentiscono il luogo comune ingenuo che molti condividono sui social media spesso per motivi xenofobi verso gli immigrati che ora vengono nel nostro paese, cioè che tutti gli emigrati italiani sono sempre stati grandi lavoratori e rispettosi delle leggi locali. Invece, sappiamo benissimo che un effetto delle grandi ondate di emigrazione italiana è stato proprio la diffusione del potere criminale di certi gruppi italiani. L’arresto di  Antonio Pelle a Bovalino(RC) il mese scorso con legami con i responsabili della strage di Duisburg in Germania nel 2007 dimostra che i legami internazionali non si limitano alla sola Australia.

Se vogliamo davvero combattere la criminalità organizzata dobbiamo prima di tutto riconoscere il ruolo degli italiani in questo fenomeno mondiale e non limitarci solo a puntare il dito verso minoranze criminali di altre nazionalità. Per questo motivo ci sono alcuni aspetti dei fatti australiani che dovrebbero far ripensare al nostro comportamento qui in Italia. Il primo e più triste è l’appello della polizia di Adelaide alla “comunità italiana” per chiedere a coloro che abbiano informazioni in merito al caso odierno di rompere il “muro di silenzio”. Come sappiamo fin troppo bene, quel “muro di silenzio” in italiano si chiama omertà ed è una muro ben difficile da abbattere. Infatti, la polizia della città ha rilasciato questo appello in due lingue, l’inglese e l’italiano, per dare più forza. Purtroppo questo inevitabilmente avrà le sue tristi conseguenze che rispecchiano il dibattito mondiale verso un altro gruppo di emigrati. Le indagini sull’attentato alla NCA metteranno nuove ombre sulla comunità italiana di quella città e non ho dubbi che qualche superficiale le utilizzerà per cercare di identificare tutti gli italiani come la “mafia”. Sono critiche che ci seguono da almeno un secolo e le cronache da vari paesi non fanno altro che confermare questa ‘etichetta’ nelle mente di chi ci crede. Per esperienza personale posso immaginare ragazzi a scuola rinfacciare questo nuovo caso a qualche coetaneo con un cognome italiano, oppure un compagno di lavoro con cui non si è proprio in sintonia. Tutto questo a dispetto del fatto che la comunità è ben radicata nel paese e ha esponenti ad ogni livello del suo sistema governativo e amministrativo.

Noi italiani abbiamo sempre combattuto questa immagine spiegando, a ragione, che i criminali con cognomi italiani sono una minoranza ed è quindi ingiusto timbrarci tutti in base alle loro azioni. Però, da esseri umani,  abbiamo la tendenza a fare queste accuse verso gli altri e negli ultimi anni in modo particolare verso i musulmani che spesso hanno l’unica colpa di avere un credo religioso differente dal nostro. Troppo spesso, soprattutto da parte di politici e rappresentanti di certi gruppi e per motivi di bassa politica, vediamo  puntare il dito contro tutta la comunità musulmana o un determinato gruppo etnico, per il comportamento di una minoranza di loro. Questo atteggiamento non si limita solo all’Italia e lo vediamo con grande forza nel corso dell’attuale campagna presidenziale americana dove Donald Trump, il candidato del Partito Repubblicano, utilizza questo cavallo di battaglia per aizzare quella parte xenofoba del paese verso gli immigrati da paesi musulmani, guarda caso proprio con le stesse modalità con cui in passato altri americani si scagliavano contro noi italiani. Abbiamo visto l’esempio più lampante di questo comportamento nello scambio poco edificante tra Trump e i genitori di un soldato musulmano, un capitano delle forze armate americane, ucciso nei combattimenti in Iraq. Questo non fa altro che rendere più difficile la loro integrazione. Il fatto fondamentale è che l’integrazione non è semplice e non è a senso unico. Deve comprendere il comportamento di entrambe le parti e inizia anche dal trattare i nuovi immigrati secondo il loro comportamento personale nel paese d’accoglienza e non in base alle loro origini o al comportamento di alcuni loro connazionali. Come anche loro devono comportarsi in modo rispettoso delle leggi del nuovo paese.

 Noi italiani all’estero l’abbiamo imparato sulla nostra pelle ed è una lezione che alcuni in Italia, e non solo, devono ancora imparare, da entrambi le parti.

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