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Diritti umani

Il film “Voyage en Barberie” e la tratta degli schiavi nel Sinai

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Tempo di lettura: 4 minuti

Film documentario diretto da Cécile Allegra e Delphine Deloget

a cura di Ilaria Nespoli

locandinaRoma, 7 dicembre – Sulla base di una rapporto fornito dall’OIM, l’Organizzazione internazionale per le Migrazioni sarebbero ben un milione le persone sottoposte a tratta degli schiavi. Molte di esse provengono dall’Eritrea, oggi dominata da una dittatura che ha trasformato il Paese in una prigione a cielo aperto, caratterizzata da un servizio militare obbligatorio spesso a tempo indeterminato, da costanti violazioni dei diritti umani accompagnate da esecuzioni sommarie, sparizioni e torture. Questa condizione spinge molti cittadini eritrei a lasciare il proprio Paese in cerca di una vita migliore: attualmente si stima che ben cinque mila persone escano ogni anno dall’Eritrea per cercare di raggiungere l’Europa attraverso l’Egitto. La fuga di questi individui spesso si interrompe lungo una delle rotte migratorie più percorse, il deserto del Sinai, in cui si consuma un vero e proprio dramma, il rapimento di migliaia di eritrei ad opera di predoni senza scrupoli. Questa drammatica vicenda, avvolta ancora dal silenzio, è stata magistralmente raccontata da “Voyage en Barberie”, un film documentario diretto da Cécile Allegra e Delphine Deloget, recentemente proiettato presso la Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani in un incontro organizzato dalla Commissione per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato. Il film, presentato da Cècilia Allegra come “una riflessione sulla tortura che l’uomo infligge ai propri simili, che andava svelata e raccontata al mondo intero”, tratta della vicenda umana di tre ragazzi eritrei che, in fuga dalle drammatiche condizioni di vita che caratterizzano il loro paese, tentavano di giungere l’Europa attraverso la rotta del Sinai. Essi raccontano di essere stati rapiti nella zona situata a nord-est del Deserto del Sinai da bande di predoni e di aver vissuto dei mesi interi in un quello che tutti i protagonisti del film non hanno esitato a definire una sorta di “buco nero dell’umanità”. Una prigionia, caratterizzata da torture e violenze di ogni genere, quasi tutte ancora impresse sulla pelle dei protagonisti. Molti di questi atti ignobili venivano perpetrati proprio mentre i prigionieri si trovavano al telefono con le loro famiglie, al fine di ottenere un più rapido pagamento del riscatto, fissato in decine di migliaia di euro. Questo perché gli eritrei sono considerati da questi trafficanti senza scrupoli alla stregua dell’oro, come ricorda Abu Abdullah, nome fittizio di uno di questi personaggi senza scrupoli. Secondo un’inchiesta condotta da EveryOne Group, un’organizzazione umanitaria che si batte per la difesa dei diritti umani in Medioriente e una Ong israeliana, impegnata sullo stesso fronte, Global Crisis Solution Center, il traffico sarebbe gestito da bande, a quanto pare capeggiate da un certo Abu Khaled, beduino palestinese della tribù Rashaida, al quale vengono attribuiti legami con Hamas, al momento  –  tuttavia – non verificati. Sempre secondo EveryOne Group, le vittime attualmente nelle mani della rete dei trafficanti, che specula sulla disperazione di chi fugge da guerre e soprusi di vario genere, sarebbero circa duemila persone, quasi tutte provenienti dal Corno d’Africa e ancora in catene nei  container sotterrati nel Sinai. Un giro d’affari che frutta milioni di dollari a gente senza scrupoli, in combutta diretta con il commercio internazionale di organi, espiantati a chi non riesce a farsi mandare i soldi del riscatto dai propri parenti. Il tutto avviene nel silenzio assoluto delle autorità egiziane e senza un intervento deciso dell’Unione europea. Per di più, l’Eritrea è considerata da alcuni Paesi membri, Gran Bretagna in primis, “Stato sicuro”, ovvero un Paese che per definizione è caratterizzato dall’assenza di persecuzioni, tortura o trattamenti inumani, minaccia di violenze o guerre, tali da impedire a chiunque decida di andarsene il riconoscimento dello status di rifugiato politico nel Paese di approdo. Dunque, la lista degli Stati ritenuti sicuri è di estrema importanza poiché stabilisce il discrimine fra i migranti economici e i richiedenti asilo, il quale è già di per sé un’ipocrisia intellettuale dal momento che tutte queste persone sono in fuga da qualcosa che impedisce loro di vivere un’esistenza dignitosa, indipendentemente dal fatto che si chiami povertà o violazione dei propri diritti. Pertanto, chiediamo con forza alle istituzioni europee di non limitarsi a piani di aiuti economici diretti ai Paesi di origine dei migranti ma di modificare le proprie politiche migratorie, innanzitutto rivedendo l’elenco di Paesi sicuri, poiché è inaccettabile che chi fugge da un Paese in cui non è tollerata alcuna forma di opposizione politica, la libertà di stampa è totalmente assente e dove sono all’ordine del giorno torture, detenzioni senza processo, sparizioni, lavoro forzato, non possa vedersi riconosciuto il proprio diritto all’asilo solo perché tale Stato è, a questo punto in maniera assolutamente errata, ritenuto “sicuro”. Inoltre, la ridefinizione delle liste dei Paesi sicuri è strettamente connessa al concetto di vigilanza quale primo imperativo morale che dobbiamo ridestare, poiché – come evidenziato dal Presidente della Commissione per la tutela e la promozione dei diritti umani senatore Luigi Manconi, nel corso della proiezione del film documentario – tutte le conquiste sul piano dei diritti umani sono reversibili se non si interviene per mantenerle in vita. Infine, è importante ricordare come l’attuazione di interventi seri ed efficaci per interrompere questo traffico di esseri umani che si consuma alle porte dell’Europa vada ben al di là dell’obiettivo specifico, anche tenuto conto del fatto che la tratta nutre non solo il traffico internazionali di organi ma anche le cellule terroristiche dell’Isis, responsabili degli attentati che si stanno susseguendo in tutto il mondo con una rapidità impressionante e che stanno gettando il mondo occidentale in uno stato di terrore di cui non si vede la fine.

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