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I risultati del sondaggio della Lidu internazionale sull’impatto covid19 su famiglie italiane

By 18 Maggio 2020 No Comments

La Lega Internazionale per i Diritti dell’Uomo (www.lidu-ilhr.it) pubblica i dati che emergono nella compilazione di un questionario su emergenza covid19, cui hanno partecipato 574 persone da tutto il territorio nazionale.

Di Michele Marzulli

Il questionario, diretto a tutti gli italiani in una fascia di età superiore ai 18 anni, è stato creato con lo scopo di comprendere l’impatto che la recente pandemia Covid-19 ha avuto sulle famiglie ITALIANE. L’indagine e stata promossa dalla L.I.D.U. – I.L.H.R. IT (Lega Internazionale per i Diritti dell’Uomo – International League for Human Rights). Il sondaggio ha visto la partecipazione di 574 persone su tutto il territorio italiano in modo spontaneo. L’esito della campionatura ha certamente subito l’influenza di un digital divide ancora molto pronunciato in Italia, ma gli esiti del sondaggio, se confrontati con i risultati di analoghi studi effettuati da altri soggetti nello stesso periodo temporale, rappresentano il sentiment degli italiani.

L’età media dei partecipanti è di cinquanta anni, con un’età minima di diciotto ed una massima di ottantadue. La situazione di tensione derivante dalla pandemia e dalla conseguente reclusione abitativa si manifesta in modo differenziato a seconda della composizione del nucleo familiare.


Indicativo il quesito posto sulla fiducia verso il futuro, per il quale l’effetto “famiglia” sembra proteggere maggiormente i singoli individui da una paura generalizzata verso il futuro. Le linee di tendenza mostrano, infatti, un ottimismo della maggior parte degli intervistati, ad esclusione del caso dei single, dove si nota l’unica linea di tendenza leggermente negativa. I nuclei famigliari maggiormente penalizzati risultano essere quelli composti da una persona, single senza figli o parenti a carico, che risultano maggiormente frustrati, persino rispetto alle famiglie mono genitoriali, ovvero single con figli a carico. Entrando più nel dettaglio, l’effetto “famiglia” risulta ancora con più evidenza nelle domande riferite al bisogno diretto di una assistenza, dove l’assistenza economica sarebbe utile al 26,83% degli intervistati (ed un 28,3% quando la domanda si riferisce ai figli o parenti a carico), mentre quella psicologica e quella di tipo sociale rappresentano una parte minoritaria delle esigenze crescenti (sotto il 10%). Interessante è il dato dei nuclei familiari composti da più di cinque soggetti, dove scompare praticamente l’esigenza di supporto di tipo psicologico ed è appena accennata la richiesta di un aiuto assistenziale di tipo sociale per i figli o parenti a carico (nella misura del 10%). Di particolare interesse è il sentiment della popolazione circa le limitazioni delle libertà personali. Dall’analisi comparata dei risultati, sia comparati nel loro totale, che segmentati in base alla profilazione psicologica (pessimista – medio – ottimista), i risultati mostrano come la popolazione italiana stia vivendo la situazione della compressione delle proprie libertà personali, risultando favorevole alla maggior parte delle limitazioni imposte.

Il risultato è sicuramente derivante dalla presa di coscienza della pericolosità del momento e delle incertezze circa natura ed esito della pandemia in corso (accentuata dal bombardamento mediatico che ha caratterizzato questo momento di reclusione). E’ da sottolineare, tuttavia, che la situazione fotografata mette in risalto una disponibilità (inaspettata) alla rinuncia (se pur momentanea) delle garanzie offerte dalla tutela dei diritti umani e fondamentali dell’uomo. Nel sondaggio si sondavano, infatti, in modo indiretto, i livelli di sopportazione delle principali tutele fondamentali dei diritti umani: libertà di movimento e circolazione, libertà di culto, libertà di espressione, libertà di lotta per le tutele nel lavoro.

Oltre 4 miliardi di persone sono state in lockdown, misura estrema per contenere la diffusione del virus COVID-19. Mai nella storia dell’Umanità è stata registrata una così diffusa restrizione di alcune libertà individuali e compressione di diritti civili, dettata dall’urgenza inderogabile di tutelare la salute pubblica, e soprattutto quella delle persone più vulnerabili.

Oltre a portare alla luce questa contrapposizione tra diritto alla salute ed altri diritti umani fondamentali (giova ricordare che i diritti umani sono sempre innati e indivisibili, ossia nessuno può essere trattato in maniera prioritaria rispetto agli altri) l’avvento della pandemia COVID-19 sta disvelando una serie di ingiustizie strutturali, innescando violazioni o omissioni nella tutela dei diritti umani, con particolare danno ad interessi sociali ed economici.

Milioni di persone hanno perso il proprio lavoro, a causa della diffusione di precariato e lavoro sommerso. Milioni rischiano la fame e troppi non hanno potuto e non possono avere accesso a cure adeguate a causa dell’indebolimento progressivo dei sistemi sanitari pubblici. Ovviamente questo aspetto della crisi, quello relativo agli impatti sui diritti umani, si fa sentire in maniera diversa a seconda delle situazioni.

In Paesi dove già esisteva una situazione di autoritarismo può essere occasione per intensificare ancor di più la morsa repressiva. Sono quei paesi dove lo stato di eccezione è la regola. In altri, quelli “democratici”, la contrazione temporanea di alcuni diritti fondamentali rischia, se non sottoposta a strettissime condizioni, ed a monitoraggio e verifica trasparente e pubblica, di approfondire faglie che già si stavano aprendo nelle nostre società. Insomma, il rischio da scongiurare è di trasformare in regola lo stato di eccezione. Basti pensare alle legislazioni già adottate e restrittive della libertà di manifestare e di associazione, in nome della lotta al terrorismo, o le campagne di criminalizzazione della solidarietà con i migranti e di delegittimazione dei movimenti sociali e della società civile.

Secondo il rapporto “People Power Under Attack 2019” dell’organizzazione CIVICUS almeno il 40% della popolazione mondiale vive in Paesi dove esistono livelli variabili di repressione, e solo il 3 per cento vive in paesi dove tutti i diritti fondamentali sono rispettati.

La Convenzione del Consiglio d’Europa sui diritti umani e la biomedicina (Convenzione di Oviedo), è il solo strumento giuridico internazionale vincolante in questo campo. Essa fornisce un quadro unico per la protezione dei diritti umani, anche in un contesto di gestione delle emergenze e delle crisi sanitarie, per guidare le decisioni e le pratiche sia in campo clinico sia nel settore della ricerca.

Anche in Europa lo scoppio della pandemia di COVID-19 sta influenzando la vita quotidiana delle persone nei suoi 27 Stati membri. Poichè il numero di persone infette nel territorio dell’UE ha iniziato a salire rapidamente a febbraio e marzo, i governi hanno messo in atto una serie di misure volte a contenere la diffusione del virus.

In termine di diritto internazionale, il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, prevede la possibilità di invocare lo stato di emergenza e di derogare ad alcuni diritti in esso riconosciuti. Tale deroga pero dev’essere, temporanea, proporzionata, giustificata e comunicata immediatamente alle Nazioni Unite assieme a tutte le informazioni relative alle misure prese, ed ai tempi previsti per la loro reversibilità. Un obbligo al quale anche il nostro paese e tenuto, a maggior ragione ora che l’Italia e membro temporaneo del Consiglio ONU per i Diritti Umani.

Molte delle misure messe in essere in Europa, a causa di una situazione di emergenza eccezionale motivata dall’urgente necessita di salvaguardare la vita umana, stanno giustificando restrizioni o compressioni di altri diritti, come la libertà di movimento, di riunione e di manifestazione.

In Italia, le misure del governo per combattere la pandemia COVID-19 stanno producendo profonde implicazioni a livello dei diritti fondamentali di ciascuno. Le risposte del governo volte a fermare il virus, infatti, comportano importanti ripercussioni sui diritti degli individui presenti nella penisola, in particolare nei confronti dei soggetti più vulnerabili o a rischio, come gli anziani, i bambini, le persone con disabilita, i rifugiati politici e, più in generale, gli stranieri residenti e non residenti nel territorio italiano.

Per affrontare la pandemia in continua crescita, appare importante prendere quindi

attentamente in considerazione almeno cinque aspetti che andrebbero nel tempo tenuti sotto

osservazione per valutare l’impatto sui diritti fondamentali delle persone:

 

Vita familiare

le risposte del governo hanno avuto un ampio impatto sui diritti fondamentali, quali il diritto di movimento e di riunione, nonchè i diritti legati al lavoro, alla sanità e all’istruzione. Anche se tali misure sono state introdotte in momenti diversi e con intensità variabile, esse non dovrebbero portare a un isolamento sociale.

Gruppi vulnerabili

alcuni individui sono più vulnerabili di altri, ad esempio gli anziani e i bambini, le persone con patologie preesistenti, gli stranieri presenti sul territorio, i senzatetto, i carcerati e le persone negli istituti. Lo Stato dovrebbe proteggere la popolazione sul territorio, ma non isolare le persone nelle strutture quali le case di cura, le prigioni e i centri per i rifugiati. Bisognerebbe inoltre elaborare misure mirate per rispondere ai bisogni specifici di altri gruppi vulnerabili, ad esempio case-rifugio per le vittime della violenza domestica e informazioni accessibili sull’assistenza sanitaria a coloro che non possono essere raggiunti dalla comunicazione tradizionale.

Razzismo

la pandemia di COVID-19 ha provocato un aumento degli attacchi di stampo razzista e xenofobo in particolare nei confronti di persone ritenute di origini asiatiche (e degli extracomunitari in genere) e per questo sarebbe fondamentale monitorare attentamente gli episodi di razzismo e xenofobia per indagare e perseguire tali reati.

 Disinformazione e protezione dei dati

in quasi tutti i paesi dell’UE è presente disinformazione in merito alla pandemia. Molti raccolgono dati per contribuire a ridurre la diffusione del virus, ma i paesi dell’UE dovrebbero restare vigili e mettere in atto le garanzie di protezione dei dati nel proteggere la salute pubblica.

Il Lavoro

numerose persone vedono sospesa la loro possibilità lavorativa e questo produrrà nel medio periodo grandi situazioni di incertezze e disagio che potrebbero portare a tensioni sociali difficilmente contenibili in un momento di pandemia. Sarebbe opportuno la messa in campo di tutti i possibili strumenti di assistenza, soprattutto in virtù del fatto che la situazione è dipesa dall’emanazione di norme finalizzati alla salute pubblica.

Ai quali si sommano almeno altri cinque temi principali e particolarmente spinosi:

1) la crescente accettazione politica e sociale del razzismo;

2) l’inosservanza dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati;

3) le minacce ai diritti delle donne;

4) la repressione del dissenso;

5) l’erosione dell’indipendenza giudiziaria.

A questi andrebbero aggiunti poi: gli usi non regolamentati delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale, che spesso producono violazioni in termini di privacy, uguaglianza e libertà di espressione e riunione; l’uso della decretazione d’urgenza causato dalla situazione emergenziale.

In Italia, da un punto di vista più generale, il filosofo Giorgio Agamben è molto critico circa l’idea diffusa di “stato d’emergenza”, che «manifesta ancora una volta la tendenza crescente a usare lo stato di eccezione come paradigma normale di governo». Secondo il filosofo, in particolare: ≪[i]l decreto-legge subito approvato dal governo “per ragioni di igiene e di sicurezza pubblica” si risolve infatti in una vera e propria militarizzazione “dei comuni e delle aree nei quali risulta positiva almeno una persona per la quale non si conosce la fonte di trasmissione o comunque nei quali vi è un caso non riconducibile ad una persona proveniente da un’area già interessata dal contagio di virus”. Una formula cosi vaga e indeterminata permetterà di estendere rapidamente lo stato di eccezione in tutte le regioni, poiché è quasi impossibile che

degli altri casi non si verifichino altrove […]. L’altro fattore, non meno inquietante, è lo stato di paura che in questi anni si è evidentemente diffuso nelle coscienze degli individui e che si traduce in un vero e proprio bisogno di stati di panico collettivo, al quale l’epidemia offre ancora una volta il pretesto ideale. Così, in un perverso circolo vizioso, la limitazione della libertà imposta dai governi viene accettata in nome di un desiderio di sicurezza che è stato indotto dagli stessi governi che ora intervengono per soddisfarlo.»

Dal punto di vista costituzionale, si è espresso di recente Gaetano Silvestri, sostenendo che: ≪[…] è vero che la Costituzione italiana non contiene una norma specifica sullo stato di necessità, come alcune altre Carte europee, ma si tratta di una omissione voluta, perché non era ancora svanito il ricordo, nella mente dei Costituenti, dell’art. 48 della Costituzione di Weimar, che contribuì notevolmente ad aprire la strada all’affermazione del regime nazista. Alla contrazione autocratica del potere, nell’ipotesi di emergenza, si è preferita la puntuale previsione di specifici modi di applicazione di princìpi e regole costituzionali, quando alcuni beni collettivi (salute, sicurezza, pacifica convivenza) fossero gravemente minacciati. […]

Poiché ogni diritto, dovere o potere, pubblico e privato, si inserisce in un contesto di rapporti giuridicamente regolati e condizionati dalle diverse situazioni di fatto, la loro consistenza e la loro portata si definisce, volta per volta, dall’interazione tra la posizione singola, personale o istituzionale, ed il contesto medesimo, che varia a seconda delle circostanze, sempre nell’ambito di schemi normativi pre-disposti direttamente dalla Costituzione o dalla stessa specificamente previsti nelle loro linee generali. Lo stato di eccezione schmittiano – di questi tempi spesso evocato – presuppone invece uno spazio vuoto, deregolato e riempito dalla volontà del sovrano, inteso come potere pubblico liberato da ogni vincolo giuridico e capace di trasformare istantaneamente la propria forza in diritto. Tutto ciò non è ipotizzabile nell’Italia repubblicana e democratica, mentre sarebbe ben possibile sul piano dell’effettività storica se, anche sulla base di equivoci non chiariti, si accedesse all’idea di un salto extra-sistematico verso un ordinamento giuridico-costituzionale opposto a quello vigente e paradossalmente introdotto da quest’ultimo. […] Sarebbe quindi coerente e prudente non parlare più di “sospensione” delle garanzie costituzionali» Altri costituzionalisti, come Michele Anis, hanno addirittura parlato di ≪[…] eclissi delle libertà costituzionali≫.

E ancora più importante, la Corte Costituzionale, nella sua relazione annuale a firma della sua presidente Marta Cartabia, riafferma che: “[l] La nostra Costituzione non contempla un diritto speciale per lo stato di emergenza sul modello dell’art. 48 della Costituzione di Weimar o dell’art. 16 della Costituzione francese, dell’art. 116 della Costituzione spagnola o dell’art. 48 della Costituzione ungherese. Si tratta di una scelta consapevole. Nella Carta costituzionale non si rinvengono clausole di sospensione dei diritti fondamentali da attivarsi nei tempi eccezionali, né previsioni che in tempi di crisi consentano alterazioni nell’assetto dei poteri.”

Difficile sarà quindi trovare una panacea per questa pandemia, ma sicuramente i tempi che verranno saranno caratterizzati più dalle decisioni in tema di diritto che non dagli effetti del virus COVID-19. In questi termini desta un po’ di preoccupazione l’esito del sondaggio effettuato, in relazione proprio ai livelli di sopportazione della compressione delle libertà individuali delle famiglie italiane. Deve, infatti, far riflettere il dato che circa l’80% degli intervistati è risultato d’accordo alla limitazione di libertà di circolazione, mentre per il 47% sarebbe giusta una limitazione della libertà di sciopero, che il 25% circa degli intervistati riterrebbe giusta una limitazione della libertà di espressione, e che solo il 35% indica di soffrire nel non poter espletare le proprie libertà religiose.

Concludiamo, quindi, riportando le parole di Dunja Mijatović, Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa, che condividiamo e che ben rappresentano la situazione in essere e quella in divenire: ≪Al momento, l’attenzione, le risorse e gli sforzi degli Stati sono giustamente dedicati alla repressione della pandemia di Covid-19 e alla protezione della salute e della vita di milioni di persone in Europa. Ma quando la pandemia sarà sotto controllo, gli Stati dovranno raddoppiare i loro sforzi per risolvere annose carenze in termini di giurisprudenza, prassi e narrativa, lesive della dignità umana e i diritti umani. […]. In tutto questo la pandemia “sta esacerbando problemi di vecchia data e sottolineando le debolezze del sistema europeo di protezione dei diritti umani».

www.lidu-ilhr.it


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