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Diritti umani

I risultati del sondaggio della Lidu internazionale sull’impatto covid19 su famiglie italiane

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La Lega Internazionale per i Diritti dell’Uomo (www.lidu-ilhr.it) pubblica i dati che emergono nella compilazione di un questionario su emergenza covid19, cui hanno partecipato 574 persone da tutto il territorio nazionale.

Di Michele Marzulli

Il questionario, diretto a tutti gli italiani in una fascia di età superiore ai 18 anni, è stato creato con lo scopo di comprendere l’impatto che la recente pandemia Covid-19 ha avuto sulle famiglie ITALIANE. L’indagine e stata promossa dalla L.I.D.U. – I.L.H.R. IT (Lega Internazionale per i Diritti dell’Uomo – International League for Human Rights). Il sondaggio ha visto la partecipazione di 574 persone su tutto il territorio italiano in modo spontaneo. L’esito della campionatura ha certamente subito l’influenza di un digital divide ancora molto pronunciato in Italia, ma gli esiti del sondaggio, se confrontati con i risultati di analoghi studi effettuati da altri soggetti nello stesso periodo temporale, rappresentano il sentiment degli italiani.

L’età media dei partecipanti è di cinquanta anni, con un’età minima di diciotto ed una massima di ottantadue. La situazione di tensione derivante dalla pandemia e dalla conseguente reclusione abitativa si manifesta in modo differenziato a seconda della composizione del nucleo familiare.

Indicativo il quesito posto sulla fiducia verso il futuro, per il quale l’effetto “famiglia” sembra proteggere maggiormente i singoli individui da una paura generalizzata verso il futuro. Le linee di tendenza mostrano, infatti, un ottimismo della maggior parte degli intervistati, ad esclusione del caso dei single, dove si nota l’unica linea di tendenza leggermente negativa. I nuclei famigliari maggiormente penalizzati risultano essere quelli composti da una persona, single senza figli o parenti a carico, che risultano maggiormente frustrati, persino rispetto alle famiglie mono genitoriali, ovvero single con figli a carico. Entrando più nel dettaglio, l’effetto “famiglia” risulta ancora con più evidenza nelle domande riferite al bisogno diretto di una assistenza, dove l’assistenza economica sarebbe utile al 26,83% degli intervistati (ed un 28,3% quando la domanda si riferisce ai figli o parenti a carico), mentre quella psicologica e quella di tipo sociale rappresentano una parte minoritaria delle esigenze crescenti (sotto il 10%). Interessante è il dato dei nuclei familiari composti da più di cinque soggetti, dove scompare praticamente l’esigenza di supporto di tipo psicologico ed è appena accennata la richiesta di un aiuto assistenziale di tipo sociale per i figli o parenti a carico (nella misura del 10%). Di particolare interesse è il sentiment della popolazione circa le limitazioni delle libertà personali. Dall’analisi comparata dei risultati, sia comparati nel loro totale, che segmentati in base alla profilazione psicologica (pessimista – medio – ottimista), i risultati mostrano come la popolazione italiana stia vivendo la situazione della compressione delle proprie libertà personali, risultando favorevole alla maggior parte delle limitazioni imposte.

Il risultato è sicuramente derivante dalla presa di coscienza della pericolosità del momento e delle incertezze circa natura ed esito della pandemia in corso (accentuata dal bombardamento mediatico che ha caratterizzato questo momento di reclusione). E’ da sottolineare, tuttavia, che la situazione fotografata mette in risalto una disponibilità (inaspettata) alla rinuncia (se pur momentanea) delle garanzie offerte dalla tutela dei diritti umani e fondamentali dell’uomo. Nel sondaggio si sondavano, infatti, in modo indiretto, i livelli di sopportazione delle principali tutele fondamentali dei diritti umani: libertà di movimento e circolazione, libertà di culto, libertà di espressione, libertà di lotta per le tutele nel lavoro.

Oltre 4 miliardi di persone sono state in lockdown, misura estrema per contenere la diffusione del virus COVID-19. Mai nella storia dell’Umanità è stata registrata una così diffusa restrizione di alcune libertà individuali e compressione di diritti civili, dettata dall’urgenza inderogabile di tutelare la salute pubblica, e soprattutto quella delle persone più vulnerabili.

Oltre a portare alla luce questa contrapposizione tra diritto alla salute ed altri diritti umani fondamentali (giova ricordare che i diritti umani sono sempre innati e indivisibili, ossia nessuno può essere trattato in maniera prioritaria rispetto agli altri) l’avvento della pandemia COVID-19 sta disvelando una serie di ingiustizie strutturali, innescando violazioni o omissioni nella tutela dei diritti umani, con particolare danno ad interessi sociali ed economici.

Milioni di persone hanno perso il proprio lavoro, a causa della diffusione di precariato e lavoro sommerso. Milioni rischiano la fame e troppi non hanno potuto e non possono avere accesso a cure adeguate a causa dell’indebolimento progressivo dei sistemi sanitari pubblici. Ovviamente questo aspetto della crisi, quello relativo agli impatti sui diritti umani, si fa sentire in maniera diversa a seconda delle situazioni.

In Paesi dove già esisteva una situazione di autoritarismo può essere occasione per intensificare ancor di più la morsa repressiva. Sono quei paesi dove lo stato di eccezione è la regola. In altri, quelli “democratici”, la contrazione temporanea di alcuni diritti fondamentali rischia, se non sottoposta a strettissime condizioni, ed a monitoraggio e verifica trasparente e pubblica, di approfondire faglie che già si stavano aprendo nelle nostre società. Insomma, il rischio da scongiurare è di trasformare in regola lo stato di eccezione. Basti pensare alle legislazioni già adottate e restrittive della libertà di manifestare e di associazione, in nome della lotta al terrorismo, o le campagne di criminalizzazione della solidarietà con i migranti e di delegittimazione dei movimenti sociali e della società civile.

Secondo il rapporto “People Power Under Attack 2019” dell’organizzazione CIVICUS almeno il 40% della popolazione mondiale vive in Paesi dove esistono livelli variabili di repressione, e solo il 3 per cento vive in paesi dove tutti i diritti fondamentali sono rispettati.

La Convenzione del Consiglio d’Europa sui diritti umani e la biomedicina (Convenzione di Oviedo), è il solo strumento giuridico internazionale vincolante in questo campo. Essa fornisce un quadro unico per la protezione dei diritti umani, anche in un contesto di gestione delle emergenze e delle crisi sanitarie, per guidare le decisioni e le pratiche sia in campo clinico sia nel settore della ricerca.

Anche in Europa lo scoppio della pandemia di COVID-19 sta influenzando la vita quotidiana delle persone nei suoi 27 Stati membri. Poichè il numero di persone infette nel territorio dell’UE ha iniziato a salire rapidamente a febbraio e marzo, i governi hanno messo in atto una serie di misure volte a contenere la diffusione del virus.

In termine di diritto internazionale, il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, prevede la possibilità di invocare lo stato di emergenza e di derogare ad alcuni diritti in esso riconosciuti. Tale deroga pero dev’essere, temporanea, proporzionata, giustificata e comunicata immediatamente alle Nazioni Unite assieme a tutte le informazioni relative alle misure prese, ed ai tempi previsti per la loro reversibilità. Un obbligo al quale anche il nostro paese e tenuto, a maggior ragione ora che l’Italia e membro temporaneo del Consiglio ONU per i Diritti Umani.

Molte delle misure messe in essere in Europa, a causa di una situazione di emergenza eccezionale motivata dall’urgente necessita di salvaguardare la vita umana, stanno giustificando restrizioni o compressioni di altri diritti, come la libertà di movimento, di riunione e di manifestazione.

In Italia, le misure del governo per combattere la pandemia COVID-19 stanno producendo profonde implicazioni a livello dei diritti fondamentali di ciascuno. Le risposte del governo volte a fermare il virus, infatti, comportano importanti ripercussioni sui diritti degli individui presenti nella penisola, in particolare nei confronti dei soggetti più vulnerabili o a rischio, come gli anziani, i bambini, le persone con disabilita, i rifugiati politici e, più in generale, gli stranieri residenti e non residenti nel territorio italiano.

Per affrontare la pandemia in continua crescita, appare importante prendere quindi

attentamente in considerazione almeno cinque aspetti che andrebbero nel tempo tenuti sotto

osservazione per valutare l’impatto sui diritti fondamentali delle persone:

 

Vita familiare

le risposte del governo hanno avuto un ampio impatto sui diritti fondamentali, quali il diritto di movimento e di riunione, nonchè i diritti legati al lavoro, alla sanità e all’istruzione. Anche se tali misure sono state introdotte in momenti diversi e con intensità variabile, esse non dovrebbero portare a un isolamento sociale.

Gruppi vulnerabili

alcuni individui sono più vulnerabili di altri, ad esempio gli anziani e i bambini, le persone con patologie preesistenti, gli stranieri presenti sul territorio, i senzatetto, i carcerati e le persone negli istituti. Lo Stato dovrebbe proteggere la popolazione sul territorio, ma non isolare le persone nelle strutture quali le case di cura, le prigioni e i centri per i rifugiati. Bisognerebbe inoltre elaborare misure mirate per rispondere ai bisogni specifici di altri gruppi vulnerabili, ad esempio case-rifugio per le vittime della violenza domestica e informazioni accessibili sull’assistenza sanitaria a coloro che non possono essere raggiunti dalla comunicazione tradizionale.

Razzismo

la pandemia di COVID-19 ha provocato un aumento degli attacchi di stampo razzista e xenofobo in particolare nei confronti di persone ritenute di origini asiatiche (e degli extracomunitari in genere) e per questo sarebbe fondamentale monitorare attentamente gli episodi di razzismo e xenofobia per indagare e perseguire tali reati.

 Disinformazione e protezione dei dati

in quasi tutti i paesi dell’UE è presente disinformazione in merito alla pandemia. Molti raccolgono dati per contribuire a ridurre la diffusione del virus, ma i paesi dell’UE dovrebbero restare vigili e mettere in atto le garanzie di protezione dei dati nel proteggere la salute pubblica.

Il Lavoro

numerose persone vedono sospesa la loro possibilità lavorativa e questo produrrà nel medio periodo grandi situazioni di incertezze e disagio che potrebbero portare a tensioni sociali difficilmente contenibili in un momento di pandemia. Sarebbe opportuno la messa in campo di tutti i possibili strumenti di assistenza, soprattutto in virtù del fatto che la situazione è dipesa dall’emanazione di norme finalizzati alla salute pubblica.

Ai quali si sommano almeno altri cinque temi principali e particolarmente spinosi:

1) la crescente accettazione politica e sociale del razzismo;

2) l’inosservanza dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati;

3) le minacce ai diritti delle donne;

4) la repressione del dissenso;

5) l’erosione dell’indipendenza giudiziaria.

A questi andrebbero aggiunti poi: gli usi non regolamentati delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale, che spesso producono violazioni in termini di privacy, uguaglianza e libertà di espressione e riunione; l’uso della decretazione d’urgenza causato dalla situazione emergenziale.

In Italia, da un punto di vista più generale, il filosofo Giorgio Agamben è molto critico circa l’idea diffusa di “stato d’emergenza”, che «manifesta ancora una volta la tendenza crescente a usare lo stato di eccezione come paradigma normale di governo». Secondo il filosofo, in particolare: ≪[i]l decreto-legge subito approvato dal governo “per ragioni di igiene e di sicurezza pubblica” si risolve infatti in una vera e propria militarizzazione “dei comuni e delle aree nei quali risulta positiva almeno una persona per la quale non si conosce la fonte di trasmissione o comunque nei quali vi è un caso non riconducibile ad una persona proveniente da un’area già interessata dal contagio di virus”. Una formula cosi vaga e indeterminata permetterà di estendere rapidamente lo stato di eccezione in tutte le regioni, poiché è quasi impossibile che

degli altri casi non si verifichino altrove […]. L’altro fattore, non meno inquietante, è lo stato di paura che in questi anni si è evidentemente diffuso nelle coscienze degli individui e che si traduce in un vero e proprio bisogno di stati di panico collettivo, al quale l’epidemia offre ancora una volta il pretesto ideale. Così, in un perverso circolo vizioso, la limitazione della libertà imposta dai governi viene accettata in nome di un desiderio di sicurezza che è stato indotto dagli stessi governi che ora intervengono per soddisfarlo.»

Dal punto di vista costituzionale, si è espresso di recente Gaetano Silvestri, sostenendo che: ≪[…] è vero che la Costituzione italiana non contiene una norma specifica sullo stato di necessità, come alcune altre Carte europee, ma si tratta di una omissione voluta, perché non era ancora svanito il ricordo, nella mente dei Costituenti, dell’art. 48 della Costituzione di Weimar, che contribuì notevolmente ad aprire la strada all’affermazione del regime nazista. Alla contrazione autocratica del potere, nell’ipotesi di emergenza, si è preferita la puntuale previsione di specifici modi di applicazione di princìpi e regole costituzionali, quando alcuni beni collettivi (salute, sicurezza, pacifica convivenza) fossero gravemente minacciati. […]

Poiché ogni diritto, dovere o potere, pubblico e privato, si inserisce in un contesto di rapporti giuridicamente regolati e condizionati dalle diverse situazioni di fatto, la loro consistenza e la loro portata si definisce, volta per volta, dall’interazione tra la posizione singola, personale o istituzionale, ed il contesto medesimo, che varia a seconda delle circostanze, sempre nell’ambito di schemi normativi pre-disposti direttamente dalla Costituzione o dalla stessa specificamente previsti nelle loro linee generali. Lo stato di eccezione schmittiano – di questi tempi spesso evocato – presuppone invece uno spazio vuoto, deregolato e riempito dalla volontà del sovrano, inteso come potere pubblico liberato da ogni vincolo giuridico e capace di trasformare istantaneamente la propria forza in diritto. Tutto ciò non è ipotizzabile nell’Italia repubblicana e democratica, mentre sarebbe ben possibile sul piano dell’effettività storica se, anche sulla base di equivoci non chiariti, si accedesse all’idea di un salto extra-sistematico verso un ordinamento giuridico-costituzionale opposto a quello vigente e paradossalmente introdotto da quest’ultimo. […] Sarebbe quindi coerente e prudente non parlare più di “sospensione” delle garanzie costituzionali» Altri costituzionalisti, come Michele Anis, hanno addirittura parlato di ≪[…] eclissi delle libertà costituzionali≫.

E ancora più importante, la Corte Costituzionale, nella sua relazione annuale a firma della sua presidente Marta Cartabia, riafferma che: “[l] La nostra Costituzione non contempla un diritto speciale per lo stato di emergenza sul modello dell’art. 48 della Costituzione di Weimar o dell’art. 16 della Costituzione francese, dell’art. 116 della Costituzione spagnola o dell’art. 48 della Costituzione ungherese. Si tratta di una scelta consapevole. Nella Carta costituzionale non si rinvengono clausole di sospensione dei diritti fondamentali da attivarsi nei tempi eccezionali, né previsioni che in tempi di crisi consentano alterazioni nell’assetto dei poteri.”

Difficile sarà quindi trovare una panacea per questa pandemia, ma sicuramente i tempi che verranno saranno caratterizzati più dalle decisioni in tema di diritto che non dagli effetti del virus COVID-19. In questi termini desta un po’ di preoccupazione l’esito del sondaggio effettuato, in relazione proprio ai livelli di sopportazione della compressione delle libertà individuali delle famiglie italiane. Deve, infatti, far riflettere il dato che circa l’80% degli intervistati è risultato d’accordo alla limitazione di libertà di circolazione, mentre per il 47% sarebbe giusta una limitazione della libertà di sciopero, che il 25% circa degli intervistati riterrebbe giusta una limitazione della libertà di espressione, e che solo il 35% indica di soffrire nel non poter espletare le proprie libertà religiose.

Concludiamo, quindi, riportando le parole di Dunja Mijatović, Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa, che condividiamo e che ben rappresentano la situazione in essere e quella in divenire: ≪Al momento, l’attenzione, le risorse e gli sforzi degli Stati sono giustamente dedicati alla repressione della pandemia di Covid-19 e alla protezione della salute e della vita di milioni di persone in Europa. Ma quando la pandemia sarà sotto controllo, gli Stati dovranno raddoppiare i loro sforzi per risolvere annose carenze in termini di giurisprudenza, prassi e narrativa, lesive della dignità umana e i diritti umani. […]. In tutto questo la pandemia “sta esacerbando problemi di vecchia data e sottolineando le debolezze del sistema europeo di protezione dei diritti umani».

www.lidu-ilhr.it

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Diritti umani

“La Santità in Politica”, intervista all’autore Agostino Siviglia. Avvocato e criminologo, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale

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La Pira , De Gasperi o Aldo Moro andavano a messa tutte le mattine, per trovare ispirazione e conforto, dovendosi cimentare quotidianamente con la complessità dell’azione politica, vissuta come servizio e non come strumento di potere fine a sé stesso

di Titty Marzano

 

Sono stati avviati, da qualche tempo, processi di beatificazione nei confronti di uomini che hanno avuto nel nostro recente passato responsabilità politiche. “Che cosa hanno a che fare i politici con la santità?” – ci si chiede e non a torto dopo le vicende, certo non edificanti, di Tangentopoli e dintorni. In questo voler intrecciare santità e politica – ci si chiede ancora – non c’è il rischio di far perdere alla gente il senso e della santità – comunque la si voglia intendere – e della politica?

L’interrogativo c’è ed è dunque utile affrontarlo. Lo facciamo con Agostino Siviglia. Avvocato e criminologo, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, curatore del volume “La Santità in Politica”, edito da Città del Sole. All’interno del volume le Conversazioni  abbracciano circa 150 anni di tradizione storica del cattolicesimo italiano da Giuseppe Toniolo ad Aldo Moro.

Papa Francesco ha evidenziato qualche tempo fa che “anche la politica è occasione per vivere la santità” e ci troviamo a conclusione dell’anno intitolato alle celebrazioni Sturziane, le chiedo quindi che hanno a che fare i politici con la santità? Ovvero la politica come vocazione per Lei è ancora attuale?

La santità è sempre attuale! Non passa mai di moda. E dunque anche la vocazione politica può assurgere a santità. Certo, accostare santità e politica, oggi, appare “scandaloso”, ma non è sempre stato così. Basti pensare a Giuseppe Toniolo, don Luigi Sturzo, Alcide De Gaspei, Giorgio La Pira, solo per citarne qualcuno, per comprendere che la via della santità può essere percorsa anche e soprattutto attraverso l’impegno politico. Del resto, la politica dovrebbe essere “la forma più alta di carità”, per dirla con Paolo VI, e ci sono stati politici che l’hanno interpretata così, consumando un’intera esistenza al servizio del bene commune.

Santo vero e politico vero dovrebbero assoggettarsi entrambi a disciplina interiore ed a regole inflessibili.

Oggi come potrebbe essere riproposta questa “spiritualità civica”? E soprattutto un modello di santità in cui la vita torni ad essere legata all’esercizio di un potere pubblico è ancora attuale ed attuabile?

Lo è di certo. La Pira o De Gasperi o Aldo Moro andavano a messa tutte le mattine, per trovare ispirazione e conforto, dovendosi cimentare quotidianamente con la complessità dell’azione politica, vissuta come servizio e non come strumento di potere fine a se stesso. Nutrivano lo spirito, in sostanza, e da questo nutrimento quotidiano traevano sicurezza di ideali, fiducia nell’umanità, coraggio d’azione.   

Trascinare fuori la politica dal suo regno, quello della terra, delle cose relative, sarebbe auspicabile, ma innalzare la politica sugli altari è renderle un buon servizio? E sono compatibili per lei santità e compromesso?

La Politica non deve, a mio avviso, essere proiettata in una dimensione diversa da quella che le è propria: la presenza fra le persone. Ecco, i politici dovrebbero ritrovare questo senso di “presenza” e dare un segno autentico di “vicinanza”, come ha ribadito di recente Papa Francesco, per farsi prossimi e cooperare con la comunità di riferimento per il perseguimento del bene comune, partendo dagli ultimi.

A volte si dovranno fare anche dei compromessi, certamente, ma esistono compromessi al “rialzo” che qualificano ed edificano l’impegno politico. Questo tipo di compromessi non solo sono compatibili con la santità, ma sono indispensabili per perseguirla. Si tratta, in altre, parole di fare il possible, a seconda delle circostanze e poi, magari, così facendo, come diceva San Francesco d’Assisi, trovarsi a realizzare l’impossibile.

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Diritti umani

Quando le straordinarie fragilità umane camminano verso il Mistero

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Avere fede non dipende dalla cosa in cui credi. La Fede non ha direzioni prescelte e non conosce condizionamenti esterni

di AnnaMaria Antoniazza

Ogni essere umano cammina con le sue straordinarie fragilità verso Dio. Inciampa, si rialza, corre e si ferma a pensare. Ma è sempre in movimento. La vera morte non è la morte del corpo ma della mente perché a quella non esiste rimedio. Puoi pure avere due gambe da maratoneta ma se il tuo cervello e’ spento, se il tuo cuore e’ arido, se non aiuti te stessa o chi ti e’ vicino a vivere meglio, in realtà dall’alto dei cieli chi ti guarda vede solo un povero pagliaccio che si agita miseramente pronto a bruciare al primo scoppio. Per questo la preghiera, il rapporto personale con Dio sono così importanti. Perche’ mettono in contatto il noi che vive nell’anima con l’Altro. E non esiste fioritura migliore di una persona che dialoga con l’Immenso. Non importa in cosa si crede. Avere fede non dipende dalla cosa in cui credi. La Fede non ha direzioni prescelte e non conosce condizionamenti esterni.

E’ talmente intima, e’ cosi cucita alla tua anima che solo viverla come un dono cambia completamente la struttura della tua Persona. Non importa la condizione personale che vivi, la situazione di difficoltà in cui ti trovi. Non conta neanche essere religiosi per avere Fede. Perche’ la Fede come atteggiamento di fiducia nell’altro e’ qualcosa che viene prima di qualsiasi scoperta umana, di qualsiasi credenza, di qualsiasi storia possa essere raccontata su Dio e sull’ aldilà. E’ un orizzonte antropologico e interiore, un DNA che rinasce in ogni creatura che viene al mondo. Non conosce un collocamento nello spazio o nel tempo. Ti e’ semplicemente data. L’importante e’ non perderla di vista anche quando credi di non averla mai ricevuta o di non essere meritevole di un regalo tanto grande. Chi prega prima di tutto parla, non si sa con chi, non si sa con cosa. E’ a suo modo un gesto di totale follia la preghiera dell’uomo, di abbandono a quel Mistero che quando chiudi gli occhi sai solo che c’e’ e che ti abbraccia senza chiederti nulla in cambio.

Credit Photo: Paolo Buralli Manfredi

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Diritti umani

La sanità in Calabria in tempi di covid: l’odissea di una giovane mamma

Benedetta Parretta

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La storia vera di Valentina Caridi che prende il covid in ospedale per un parto cesareo. Le inadempienze del personale medico

Mentre in Parlamento si discute la fiducia ad un Governo in crisi per una politica inefficace nelle azioni di contrasto all’emergenza pandemica del covid19, in Calabria la Sanità è allo sbando e anche un semplice parto diventa un’odissea.

Cosa è accaduto a Valentina Caridi che il 18 dicembre aveva un parto cesareo programmato?

Mi chiamo Valentina Caridi e vivo a Locri, un paese in provincia di Reggio Calabria. Questa è la mia storia! Ero in attesa di un parto cesareo programmato per venerdì 18 dicembre 2020 per posizione podalica del bambino. Ma sabato 12 dicembre sono cominciate contrazioni relativamente forti e non sempre costanti. Durante la notte al loro intensificarsi io e mio marito abbiamo deciso di andare al pronto soccorso di Locri anche perché ho notato perdite ematiche che comunque indicano una preparazione al parto.

Arrivata al pronto soccorso mi hanno fatto il tampone per il Covid, e al risultato negativo mi sono potuta recare in reparto di ginecologia dove un’ostetrica mi ha visitato e mi fatto un tracciato per monitorare le contrazioni. Il risultato è che non avevo molta dilatazione e le contrazioni non erano da parto. Il travaglio non è iniziato.

Cosa è accaduto a quel punto?

L’ostetrica ha chiamato il ginecologo di turno che neanche mi ha guardato, non mi ha fatto alcuna domanda e non ha sentito la necessità di farmi un’ecografia sapendo che il bambino è podalico e da lì a qualche giorno avrei avuto il cesareo programmato, e quindi sono stata dimessa. Non capivo che necessità avessi di entrare completamente in travaglio se comunque avrei dovuto affrontare un cesareo. Sono tornata a casa e ho passato una notte tra dolori e pensieri vari.

I dolori si sono fermati durante la notte o sono continuati?

Il giorno dopo le contrazioni si sono intensificate e sono diventati via via più regolari ma ho deciso di aspettare quanto più possibile per non sentirmi di nuovo dire che era tutto fermo, ma durante la notte non ho resistito più a quei dolori e li ho riconosciuti come contrazioni vere e proprie.

Sono ritornata al pronto soccorso, questa volta l’accoglienza è perfetta. Nuovo tampone, ancora negativo. Una graziosa infermiera mi ha accompagnato in sedia a rotelle in reparto e due ostetriche mi hanno accolto con il sorriso e mi hanno accompagnato dal ginecologo anche lui sorridente e pronto a visitarmi. Non appena mi ha visto ha capito che ero pronta a partorire ma quando è venuto a conoscenza che ho un cesareo programmato non ha esitato un attimo a farmi l’ecografia e visitarmi. Risultato? Dilatazione 8cm (la dilatazione massima per un parto è 10cm) …praticamente con un cesareo programmato mi sono fatta anche il travaglio.

Mi dissero “signora ma perché ha aspettato tanto? Poteva venire molto prima”.

Ho spiegato che la sera prima ero stata lì e sono rimasti tutti perplessi nel sapere che non mi era stata fatta alcuna ecografia ed ero stata mandata a casa. Lunedì 14 dicembre durante la notte alle 2.49 con un cesareo d’urgenza è nato Matteo. Lui sta bene, io sto bene. L’emozione è fortissima. Sono rimasta in degenza qualche giorno in un reparto pieno di gente competente questa volta, sempre gentile e pronta sempre ad aiutare. Ovviamente nessuno ha potuto venire a trovarmi ma capisco la situazione. Per la nostra sicurezza è meglio così.

Finalmente dopo 3 giorni si torna a casa (senza farmi alcun tampone), tra le mille difficoltà e i mille dolori che purtroppo un cesareo comporta.

Finalmente a casa ma….

Nei giorni a seguire lamentavo forti dolori alla ferita, nella zona del taglio.

Tirava e bruciava da morire ed il 21 dicembre, ad una settimana dal parto quindi, decido di chiamare la ginecologa e d’accordo con lei pensiamo sia meglio andare al pronto soccorso.

Allora io mio marito Daniele e mio figlio Matteo siamo andati al pronto soccorso di Locri e ovviamente vista la situazione ho dovuto prima aspettare di fare il tampone per il Covid. Premetto che ero molto dolorante, ho dovuto aspettare circa una mezz’oretta per registrarmi e poi circa un’oretta per fare il tampone e avrei dovuto aspettare 40 minuti per il risultato.

Nel frattempo due cari infermieri giovani e gentili mi hanno fatto un prelievo e un altro tampone portandomi in una stanza.

Dopo tutta questa attesa finalmente ecco il risultato.

Un signore spunta da lontano e mi dice ” signora lei è positiva al covid”.

Sono rimasta sorpresa, non me lo aspettavo ma onestamente visti i dolori che stavo sentendo non me ne interessava più di tanto, volevo solo essere visitata e capire se tutto andasse bene.

Questo signore non disse più nulla, mi guardava dispiaciuto e allora io gli chiesi “e quindi? Ora che si fa?” e lui mi rispose “E QUINDI NIENTE, LEI IN REPARTO NON PUÒ SALIRE E IL MEDICO NON SCENDERÀ A VISITARLA PERCHÉ LEI È POSITIVA”.

Ma come? erano almeno 4 ore che ero lì ad aspettare, piena di dolori ad una settimana da un cesareo d’urgenza, con un neonato in macchina e mi viene detto che nessuno mi visita perché sono positiva?

Intanto Matteo piangeva quindi l’ho raggiunto in macchina perché aveva fame e Daniele è rimasto ad aspettare il risultato delle analisi e a chiedere spiegazioni.

La dottoressa di turno gli ha detto “mi dispiace tanto, non so cosa fare. Purtroppo tutti i medici SI SONO RIFIUTATI DI VISITARLA.”

Proprio così, si sono rifiutati.

“Capisco la paura di infettarti o infettare i propri cari ma SEI UN MEDICO. Lavori nella sanità, devi mettere in conto tutto e hai giurato di prestare soccorso a chiunque ne abbia bisogno. I medici, infermieri e personale seri per non infettare i propri cari hanno vissuto mesi lontano da loro, non si sono rifiutati di visitare o prestare soccorso nascondendosi dietro un virus. E poi i colleghi che invece ci lavorano a stretto contatto? Ad esempio gli operatori del 118? Perché loro si e tu no?”

Le cure senza visita

Mi prescrivono un antibiotico preventivo per un eventuale infezione e così torno a casa con i dolori che non sono certo diminuiti. Il giorno dopo, prendiamo la macchina e io Daniele e Matteo andiamo al pronto soccorso di Reggio Calabria al centro Covid.

Anche qui ovviamente lunga attesa, 3 tamponi effettuati ma alla fine arriva un ginecologo.

LUI NON SI È RIFIUTATO. HA MESSO LA TUTA, ERA COPERTO DALLA TESTA AI PIEDI ED È SCESO A VISITARMI.

È stato gentilissimo davvero, super disponibile a rispondere alle mie mille domande.

La visita va bene, guardando la ferita mi ha tranquillizzato basandosi sul suo aspetto, ma quando chiedo se è possibile fare un’ecografia per vedere se internamente è tutto a posto mi risponde che purtroppo non hanno un ecografo.

I dubbi su una formazione al seno

Prima di andare via ho posto una domanda, qualche giorno dopo il parto mi sono accorta di avere una palla al seno sinistro di dimensioni piuttosto grandi.

La posizione non fa pensare che sia qualcosa legato all’allattamento e infatti la dottoressa mi aveva detto di fare urgentemente un’ecografia che avevo prenotato per martedì 22 dicembre ma che purtroppo ho dovuto annullare perché positiva al Covid.

Allora al pronto soccorso a Reggio chiesi se poteva vedermi un senologo o qualcun’altro, anche se non era possibile fare l’ecografia ma che almeno qualcuno mi guardasse, toccasse questa pallina e mi desse qualche notizia.

Mi viene risposto “No signora, non può scendere nessuno”.

La sensazione è stata come se mi avessero detto “già è tanto che è sceso il ginecologo, ora non esageri chiedendo altro”.

Sono ritornata a casa pieni di dolori anche quella sera, ho fatto l’antibiotico che mi hanno prescritto, per fortuna i dolori piano piano sono diminuiti. Non sono passati del tutto ma mi è stato spiegato che è normale visto il profondo taglio che mi hanno fatto e i tanti strati cuciti che devono rimarginarsi.

Al secondo tampone fatto il 2 gennaio sono risultata ancora positiva e sto aspettando con ansia di essere negativa per poter fare l’ecografia al seno che avrei dovuto fare d’urgenza e vedere cos’è.

Finché sono positiva nessuno mi visita e devo aspettare.

Ne ho parlato anche con i carabinieri e i medici dell’USCA e la loro risposta è stata “eh signora, mi dispiace ma non si può fare niente finché lei è positiva”.

Purtroppo al terzo tampone fatto giorno 11 gennaio sono risultata ancora positiva.

Quindi altra lunga attesa prima di poter essere visitata.

Ma da dove esce questo covid visto che non ho incontrato nessuno al di fuori dei sanitari?

Il Covid l’avrò preso in ospedale, nessun tampone alle dimissioni e ostetriche positive al Covid.

Hanno fatto tamponi alle ragazze in camera con me dimesse il giorno dopo ma nessuno mi ha contattata nei giorni a seguire per avvisarmi che qualche ostetrica era positiva quindi di fare un tampone per controllare il mio stato.

Io l’ho scoperto casualmente andando al pronto soccorso perché accusavo dolori.

In quanto asintomatica se non avessi avuto quei dolori non l’avrei saputo.

La storia di Valentina Caridi è la dimostrazione di almeno tre evidenze che stanno dando scacco matto alla sanità calabrese: la prima è che la paura del covid impedisce le normali buone e necessarie prassi mediche. La seconda è che i controlli sul personale sanitario non sono sufficientemente capillari e la terza è che le altre patologie sono ignorate completamente. Il covid ha annullato qualsiasi altra patologia, anche un parto diventa un’odissea, figuriamoci un dubbio su una patologia che ha bisogno di indagini, chi è positivo al covid è come un appestato in Calabria…qualcosa di molto serio si è interrotto. L’augurio è che medici e sanitari tornino ad espletare il loro ruolo, anche se con le dovute precauzioni. Ma non è accettabile che abbandonino i pazienti al loro destino per paura del covid19.

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