Connect with us
Azzera la bolletta

Attualità

Conflitto Russia–Ucraina ed emergenza risorse energetiche— Russia-Ukraine conflict and energy resources emergency

Published

on

Tempo di lettura: 5 minuti
di emigrazione e di matrimoni

Conflitto Russia –Ucraina ed emergenza risorse energetiche

di Marco Andreozzi

Un piano energetico è necessario per qualsiasi sistema-Paese che voglia organizzare la crescita della propria struttura economica nei modi più robusti, durevoli e progressivamente sostenibili con una visione proiettata sul futuro. Per definizione, poi, tale piano va continuamente rivisto e rivisitato in funzione del progresso tecnologico, delle pressioni ambientali e delle criticità legate anche alla sicurezza degli approvvigionamenti, fattore quest’ultimo che è tristemente emerso nell’attualità dell’invasione russa in Ucraina e correlata questione della dipendenza dal gas estero con la mercificazione speculativa “pro domo putiniana”.

L’Europa è stata poco previdente, e anche l’Italia, fin dai primi segnali del 2007 sulle intenzioni nazionaliste e sulla incipiente deriva autocratica del Cremlino, fino all’errore sommo dato dall’approvazione tedesca del “Nord Stream-2”, la linea gasifera diretta Russia-Germania, passando sotto il Mar Baltico. A danno di un solo Paese, fra l’altro: l’Ucraina. Un’iniziativa inutile se si considera che l’Europa importa annualmente circa 170 miliardi di metri cubi di gas e la capacità del gasdotto ucraino può arrivare a 145 miliardi di metri cubi. Il resto lo fanno altre tre linee di trasporto. Oltremodo inutile in una fase in cui, pur progressivamente, si deve andare a sostituire il metano (gas ad alto potere climalterante) con alternative che siano allo stesso tempo sempre meno impattanti dal punto di vista ambientale, ma anche sempre più endogene.

Un piano energetico nazionale dev’essere naturalmente realizzato partendo sempre dalla cognizione che il sistema-energia è utensile di sviluppo socio-economico piuttosto che fine a se stesso come invece certo fallace populismo ambientalista tende a collocarlo. La sua forza parte dall’analisi delle banche-dati sui fronti domanda-offerta di energia e impatti ambientali geolocalizzati. Tra questi ultimi, l’impronta del carbonio pro capite è indicatore molto interessante, rappresentando il quantitativo di emissioni di anidride carbonica equivalente (che include tutti i gas climalteranti “riportati” sull’anidride carbonica stessa) per abitante e quindi il grado di efficienza climatica di ciascuna nazione. A questo riguardo l’Italia è virtuosa, con un’impronta annua poco sotto le 6 tonnellate, terz’ultimo tra i Paesi G-7, sopra la Francia delle centrali nucleari (5 tonnellate), e la Gran Bretagna (5,5). Canada (18,5), USA (15,5) e Giappone (9,7) sono sul podio, con la Germania su 9,5 tonnellate. Tra i Paesi in via di sviluppo, si noti l’Arabia Saudita (16), la Russia (11,5), e la Cina (7,5). E’ evidente che, negli impegni internazionali di riduzione dei gas serra (COP), si dovrebbe tener conto di questo indicatore molto più di quanto si sia fatto finora e concordare priorità che orientino investimenti in uso più razionale dell’energia piuttosto che in nuova generazione da fonti rinnovabili.

Tornando al dato, si fa notare che esiste una notevole differenza tra l’impronta di un centro urbano tipo-capoluogo di regione e quello di una periferia o di un centro di provincia (molto diffusi in Italia), che risulta mediamente tre volte meno efficiente. Le impronte del carbonio sono prevalentemente dovute agli spostamenti in auto, sempre la voce prevalente laddove gli spostamenti totali valgono grosso modo un terzo delle emissioni totali. Da qui si deve partire, e quindi, ad esempio, bus elettrici piccoli molto frequenti, e incentivi alle bici elettriche solo per chi vive in periferie e in cittadine. Nei centri storici? A piedi.

di emigrazione e di matrimoni

Russia-Ukraine conflict and energy resources emergency

by Marco Andreozzi

An energy plan is necessary for any country that wants to organize the growth of its economic structure in the most robust, durable and progressively sustainable ways with a vision projected towards the future. By definition, then, this plan must be continually revised and revisited in relation to technological progress, environmental pressures and critical issues also linked to the security of supplies, the latter a factor that has sadly emerged in the current situation of the Russian invasion of Ukraine and the related issue of dependence on foreign gas with the speculative “pro domo putiniana” commodification.

Europe was not very provident, and even Italy, since the first signs of 2007 on nationalist intentions and the incipient autocratic drift of the Kremlin, till to the supreme error given by the German approval of the “Nord Stream-2”, the direct Russia-Germany gas pipeline, passing under the Baltic Sea. To the detriment of one country only: Ukraine. A useless initiative considering that Europe imports approximately 170 billion cubic meters of gas annually and the capacity of the Ukrainian pipeline alone can reach 145 billion cubic meters. The rest are done by three other transport pipelines. Extremely useless in a phase in which, albeit progressively, it is necessary to replace methane (a high climate-altering gas) with alternatives that must be at the same time less and less impacting from an environmental point of view, but also increasingly endogenous.

A national energy plan must be implemented always starting from the awareness that the energy system is a tool of socio-economic development rather than an end per sé, as a certain fallacious environmentalist populism tends to place it. Its strength starts from the analysis of databases on the energy demand-supply fronts and geo-localized environmental impacts. Among the latter, the per capita carbon-footprint is a very interesting indicator, representing the quantity of emissions of per capita carbon dioxide equivalent (which includes all climate-changing gases “factored” on carbon dioxide itself) and therefore the degree of climate-impact efficiency of each country. In this regard, Italy is virtuous, with an annual footprint just under 6 tons, third last among the G-7 countries, above France of nuclear power plants (5 tons), and Great Britain (5.5). Canada (18.5), USA (15.5) and Japan (9.7) are on the podium, with Germany at around 9.5 tons. Among the developing countries, note Saudi Arabia (16), Russia (11.5), and China (7.5). It is clear that, in the international commitments to reduce greenhouse gases (COP), this indicator should be taken into account much more than what has been done so far and priorities must be agreed towards investments in a more rational use of energy rather than new renewable power generation.

Returning to the datum, it should be noted that there is a significant difference between the carbon-footprint of a regional capital-type urban center and that of a suburbia or provincial center (very common in Italy), which is on average three times less efficient. Carbon footprints are mainly due to car trips, always the prevailing item where total trips are worth roughly one third of the total emissions. From here you have to start, and therefore, e.g., very frequent small electric buses, and incentives for electric bikes only for those who live in suburbs and small towns. In historical downtowns? Walk more.

Print Friendly, PDF & Email
Apollo Mini Fotovoltaico
Serratore Caffè

Questo si chiuderà in 0 secondi