Centomila ‘schiavi moderni’ sfruttati nelle campagne italiane

By 3 dicembre 2018Diritti umani

Vivono in baracche fatiscenti, prive di acqua potabile ed elettricità. Lavorano per un tozzo di pane. Molti sono minori che non vanno a scuola e sono costretti a prostituirsi.

di Vito Nicola Lacerenza


“La schiavitù è una pianta infestante che cresce su ogni terreno” ha detto il filosofo irlandese Edmund Burke, quasi descrivendo, seppur inconsapevolmente, l’attuale situazione della schiavitù in Italia, dove circa 100 mila persone lavorano e vivono nei campi in condizioni disumane. Lo ha reso noto la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) insieme alla Cgil che, attraverso il lavoro di team di volontari ed esperti, ha analizzato nel dettaglio questa piaga sociale, un esempio di “schiavitù odierna”: i braccianti agricoli sono quasi tutti immigrati irregolari provenienti dall’Europa dell’est e dall’Africa; il 71% di loro non è iscritto all’anagrafe, mentre il 66% vive senza acqua potabile e non ha accesso ai servizi igienici vivendo in baracche di plastica e cartone, senza  riscaldamento e corrente elettrica. E il lavoro di 9-10 ore al giorno  a questi centomila disperati è retribuito con 2 euro l’ora. Come una “pianta infestante” questo esercito di schiavi “cresce” e si confonde tra le piante di pomodoro coltivate nel meridione, tra le piantagioni di mele del nord Italia e si espande nei terreni di moltissime aziende agricole del Paese, le quali, per far fronte alla forte recessione che da anni attanaglia l’economia nazionale, ricorrono alla manodopera a bassissimo costo “offerta” dagli immigrati irregolari.

Questi ultimi, pur provenendo da nazioni e culture diverse, hanno in comune lo stesso destino. Che li vede condannati ad una vita fatta di miseria e duro lavoro. I “braccianti-schiavi” sono costantemente sorvegliati dal “caporale”, una sorta di “negriero” dei tempi moderni che condivide coi suoi sottoposti la nazionalità e la lingua. Quest’ultimo,  sempre dotato di un mezzo di locomozione, si occupa di accompagnare gli schiavi al lavoro e di riportarli nelle baraccopoli, da dove non possono uscire senza il permesso dei caporali che, rispetto ai loro connazionali, conoscono l’italiano e le leggi contro il caporalato.  Per tale ragione, i “nuovi negrieri” hanno interesse a mantenere i braccianti agricoli nell’isolamento delle baraccopoli e nella più totale ignoranza della lingua e delle norme italiane. È per questo che ai minori, i figli degli schiavi, non è permesso andare a scuola. L’unico modo che i giovani hanno per relazionarsi col mondo esterno è quello di prostituirsi per sopravvivere.

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