Cinema & Teatro
“Caravaggio, Il Maledetto”: un’opera teatrale che ricostruisce magistralmente gli ultimi attimi di vita del Maestro
Dal 29 febbraio al 3 marzo, presso il Teatro Ghione di Roma, si è portata in scena una rappresentazione straordinaria dedicata a “Caravaggio, Il Maledetto”
di Giordana Fauci
Dal 29 febbraio al 3 marzo, presso il Teatro Ghione di Roma, in Via delle Fornaci n. 37 a Roma, si è portata in scena una rappresentazione straordinaria dedicata a “Caravaggio, Il Maledetto”, con la regia di Ferdinando Ceriani, in un libero adattamento tratto da “Caravaggio, probabilmente” di Franco Molè.
Ad interpretare il ruolo di Michelangelo Merisi da Caravaggio, noto anche come “Il Maledetto” un magistrale Primo Reggiani, assieme ad altri due straordinari attori: Francesca Valtorta e Fabrizio Bordignon.
Sulla scena, gli ultimi momenti di vita del grandioso pittore, colto da visioni che, invero, raccontano il suo vissuto, quale protetto del committente, “Sua Eminenza, il Cardinal Dal Monte…” e, poi, il suo amore profondo e carnale per “Lena di San Luigi dei Francesi…”, ovvero la meretrice Maddalena Antonietta, musa e, invero, “Madonna, delle sue opere…”.
Uno spettacolo che affascina fin dall’inizio: non solo per l’interpretazione dei tre attori, ma altresì per il fascino che generano le immagini riprodotte sullo sfondo della scena e che, invero, rappresentano i capolavori di Caravaggio: quadri pronti a prendere vita nell’assoluta concretezza della luce e della forza evocativa dei bui improvvisi. E, poi, le facce: straordinarie facce impresse da sempre nella memoria di Caravaggio che non desiderava, di certo, limitarsi ad essere un “capocciante…”.
Perché Il Maledetto, con le sue pitture, “voleva rendere palpabile l’invisibile…”, come confida candidamente alla sua Lena, di cui si augura di “rappresentare l’immagine…”.
Questo l’obiettivo-principe del Maledetto: un obiettivo evidentemente raggiunto in ogni sua Opera e, ad onore del vero, in ognuno dei suoi capolavori.
Tutto ciò senza dimenticare di descrivere la Roma cinquecentesca ed eterna e, dunque, Trastevere, San Luigi dei Francesi, le ombre dei ricordi, gli incubi, l’amore e la morte che lo hanno perseguitato.
Tutto questo, in poco più di un’ora, è rappresentato in scena: la storia di un artista che ha reso la sua vita arte e che ha dato all’arte la sua vita.
Un artista che è sempre stato oltremodo convinto di voler “dipingere verità senza veli…” e, perciò, certo che “tutto deve apparire chiaro nelle sue opere…”.
Un uomo il cui sguardo è sempre andato ben oltre i limiti, sebbene abbia avuto la sventura di vivere “in un ambiente che avrebbe potuto portarlo molto su o molto giù…”, così garantendogli “col suo potere il successo o, in caso contrario, il totale fallimento…”.
E, ovviamente, chi come Caravaggio e Lena non si è adattato a cotanto marciume, non ha potuto non andare incontro ad innumerevoli problemi, oltre ad apparire perennemente in lotta con gli altri, oltre che con sé stesso, al punto che Il Maledetto arriva a confidare che “sono le risse ad accadere intorno a lui, non certo lui, umile imbratta tele, a cercarle…”.
Già! Un umile “imbratta tele…”, seppur pienamente cosciente di voler dipingere e, ad onore del vero, “aggiungere raggi di sole sul muro nero…”.
Perché Michelangelo Merisi ha sempre visto i suoi dipinti dapprima nella sua testa e solo dopo li ha riprodotti su tela.
Ed è, senza alcun dubbio, questo il motivo per cui Caravaggio è divenuto sì grande e, invero, grandioso, al punto da arrivare ad occuparsi di dipingere le pitture della Cappella di San Luigi dei Francesi, pur non accettando di sottostare ad alcun compromesso fino alla fine dei suoi giorni.
Un artista che, dunque, è sempre stato pienamente conscio che “il potere uccide…” e che, perciò, è voluto vivere “uccidendo quello stesso potere…”.
Perché, se così non fosse stato, se ne sarebbe andata la stessa fiducia riposta nell’arte.
Un artista grandioso, Caravaggio, come tutte le persone semplici.
Un artista che, in effetti, si è sempre unicamente preoccupato di catturare la luce e rappresentare la vita vera, convinto che “i Santi sono gente come noi…”.
Un artista che ha, perciò, reso Madonna la meretrice Lena, che non ha potuto fare a meno di gridargli la sua riconoscenza, prima di togliersi la vita: “Tu mi hai dato la possibilità di essere una Madonna…”, l’abbiamo sentita gridare al suo amato prima di abbandonarlo.
Perché anche Lena, come Caravaggio, ha sempre lottato contro la prepotenza dei potenti, soprattutto quando l’amato si è visto costretto a cambiare la vera storia ed il titolo del suo meraviglioso dipinto “Giuditta e Oloferne”, realizzato nel 1602.
E, forse, proprio a seguito di tale vicenda Caravaggio ha preso finalmente coscienza di una verità inconfutabile e fin troppo triste: “è sempre stato libero sì, ma solamente di bruciare…”.
Così, dopo esser vissuto combattendo, Il Maledetto non potrà che morire stremato e solo: il 18 luglio del 1610, su una spiaggia sperduta di Porto Ercole. E, poco prima di morire, non potrà non ripercorrere i momenti salienti della sua intera esistenza, steso sulle assi di un vecchio letto da pescatore, in compagnia di due estranei che non riescono ad interpretarne né i pensieri né le parole.
Del resto, i dettagli della morte del Maledetto sono del tutto sconosciuti: questo spettacolo, dunque, rappresenta il giusto spazio in cui far nascere un’opera teatrale, con le sue verosimiglianze ma, soprattutto, con le sue verità.
Ed è proprio una verità ad essere rivelata a conclusione dell’opera: Caravaggio amava la vita “ferocemente e disperatamente…” ed è stata proprio la sua ferocia e la sua disperazione ad accompagnarlo fino alla fine, mentre “la pittura lo ha divorato, da sempre e per l’eternità…”.
