‘Sarà il nostro futuro’, il corto che apre uno spiraglio all’ottimismo dei giovani che guardano al passato per costruire il loro futuro

La cultura al centro per i nostri giovani come bene di prima necessità che può sconfiggere il male, anche quello provocato da un minuscolo virus.  E’ questa la narrazione di ‘Sarà il nostro futuro’, prodotto da Isabel Russinova e Rodolfo Martinelli Carraresi.

Di Tiziana Primozich

Tante sono le proposte che gli artisti hanno offerto al pubblico fin dai primi giorni di quarantena, letture, poesie, momenti di musica e sono molti anche gli autori e i registi che hanno voluto raccontare attraverso la loro sensibilità e creatività il momento che stiamo vivendo, inaspettato ed invasivo per tutti e particolarmente proprio per il settore culturale.  Isabel Russinova e Rodolfo Martinelli Carraresi sono stati tra i primi a realizzare, proprio dalla quarantena, un corto cinematografico che ha subito conquistato gradimento e audience e che continua a crescere dal canale you tube da cui è fruibile. Si tratta di “Sarà il mio futuro” uno short movie che ha come protagonisti i giovani, i più penalizzati e fragili di fronte all’ evento che viviamo, perché caricati del peso di affrontare il futuro.

E questo è il messaggio del corto dove ragazzi dalle facce pulite e dalle espressioni serene e presenti, misurati ed incisivi, propongono ognuno una frase del pensiero di alcuni tra i più grandi italiani, da Italo Calvino a Leonardo da Vinci, da Alda Merini a Rita Levi Moltalcini, ma anche Pascoli, Svevo e tanti altri, tracciando così attraverso un perfetto filo conduttore la loro risposta al momento storico che viviamo con la storia che siamo stati e che idealmente saremo ancora. Le loro parole intonate e le giovani voci emozionano, comunicando fiducia, forza e consapevolezza, oltre ad una energia che spinge a voler affrontare il domani con più coraggio. Un crescendo di emozione, nella semplicità del racconto che chiude con un inaspettato eco lontano affidato al pensiero di Ipazia di Alessandria.  “Sarà il mio futuro” è una proposta originale, elegante, che affida proprio alla cultura e alla formazione il compito di sostenere il futuro.

Un video di speranza perché è nella grandezza del nostro passato culturale che abbiamo la certezza anche in questo momento tragico, di approdare in un futuro ricco di possibilità per il nostro Paese. Ed i nostri ragazzi lo sanno e ne sono consapevoli. Solo ricordando le gesta ed i pensatori che hanno fatto grande la nostra meravigliosa penisola, i nostri giovani possono trarre l’ispirazione che restituirà loro la forza di ricominciare. ‘Sarà il nostro futuro’ quindi è un inno al passato per essere capaci di costruire un futuro. Grazie ad Isabel Russinova e Rodolfo Martinelli Carraresi per questa testimonianza artistica che narra un glorioso passato, unica leva nelle menti dei nostri ragazzi che dalla storia possono estrapolare le energie e la consapevolezza del ‘chi siamo oggi’ ma soprattutto del ‘chi saremo nel tempo’…….Ed il covid19 sarà solo un incidente di percorso come tanti altri.           

Coronavirus, domani parte la Fase2. Ma il Governo saprà preservare la popolazione da ricadute?

Dopo il disastro della Fase1 dell’emergenza covid-19, causato da autopsie non effettuate per tempo ed una conseguente ed approssimativa interpretazione degli effetti sulla salute di questo nuovo virus, a cosa deve prepararsi la nostra popolazione ormai in preda al terrore, conscia anche delle poche certezze su ipotesi terapeutiche?

App di rintracciamento, riaperture di industrie, attività di commercio e artigianato a scaglioni, sì a funerali a numero chiuso, no ad assembramenti nei parchi e nei centri sportivi. Ci si potrà incontrare con i congiunti previa autocertificazione. Sono queste alcune delle regole previste dal Governo che da domani 4 maggio ha stabilito che si può partire con la Fase2 dell’emergenza da epidemia covid-19. Ma facendo un passo indietro qualcosa non quadra. A cominciare da come all’arrivo del virus in Italia, ricordiamo i primi virulenti focolai di Codogno e Lombardia, l’emergenza sia stata gestita male e senza un vero piano nazionale che sbarrasse con efficacia la strada ad un virus così infettivo ed aggressivo.

Da subito ci si è concentrati sul futuro vaccino come la panacea di ogni male, eppure la storia ci insegna che l’arte medica, così è giusto definire il lavoro dei medici, si basa sull’osservazione dei sintomi, su una corretta diagnosi e sull’individuazione di terapie che curano i sintomi ed indeboliscono l’eventuale virus. Chi ha avuto una malattia cancerosa lo sa bene, la chemioterapia in realtà entra in collisione con l’organizzazione interna della cellula tumorale e ne blocca la duplicazione intervenendo in complessi meccanismi biologici.

Quindi per logica la prima cosa che si doveva fare erano le autopsie sui primi deceduti, non solo per capire di cosa erano morti, il tampone evidenziava una infezione da coronavirus, quanto per comprendere come agisce questo nuovo virus, cioè dare la giusta interpretazione anatomo-patologica. Invece grazie a qualche professorone che si è autocelebrato sulle televisioni nazionali, si è dato per scontato che la morte sopraggiungeva per polmonite interstiziale. Una errata diagnosi, solo dopo due mesi la popolazione ha saputo quanto chiunque ha affermato tale realtà fosse fuori strada, che ci è costata più di 30mila morti ed un paese in ginocchio economicamente.

E’ di oggi la notizia, pubblicata sul Fatto Quotidiano e confortata dalla virologa Gismondo, che il coronavirus colpisce in particolar modo i vasi sanguigni, con formazione di trombi. La polmonite sarebbe quindi solo uno degli eventi successivi e non il principale da cui parte tutto. Una realtà già evidenziata su questo giornale grazie al documento di protesta di Ampas sul modus operandi del Governo in questa grave emergenza.

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“Descrivere il passato, comprendere il presente, prevedere il futuro: questo è il compito della medicina” diceva Ippocrate, padre della medicina. Eppure il passato in questo caso non è servito a nulla. E non esiste una spiegazione logica per non aver voluto fare le opportune indagini in tempo utile, che in questo caso si chiamano autopsie. Ippocrate fu anche il primo a studiare l’anatomia e la patologia, per farlo applicò la dissezione sui cadaveri già nel IV sec. A.C., l’autopsia appunto. Siamo stati bombardati giorno e notte di dati, numeri di morti, di infettati. Siamo stati sottoposti ad un regime di terrore quando molto più semplicemente bastava esaminare gli effetti devastanti del virus su persone decedute. E perché poi dai vari enti preposti si è cercato in tutti i modi di ‘bannare’ per dirla con un termine moderno, ogni terapia che fosse un’alternativa all’idea del vaccino? Negli anni ’80 nacque una pericolosa malattia: la sindrome da HIV. Da allora nessun istituto di ricerca è riuscito ad elaborare un vaccino, però il numero di morti molto alto nella fase iniziale, si è poi stabilizzato nel tempo. Ma come? Con terapie antivirali ad hoc che rallentano il corso di questa orribile e funesta malattia.

Dalla  molecola 3B  scoperta  da un  gruppo  scientifico  tedesco, che parrebbe  inibire  l’enzima  proteasi  usato  dal  virus  per  replicarsi  nelle  cellule, ai  potenti  antivirali  come  il  REMDESIVIR  (utilizzato  per  l’Ebola) alla  IDROSSICLOROCHINA o PLAQUENIL  (utile  come antimalarico),  al  TOCILIZUMAB (l’antiflogistico  trattato  al  Cotugno  di  Napoli  dal   prof.Ascierto) per  la  risoluzione  dell’aspetto  flogistico, da  altri  antivirali  come LOPINAVIR,  RITONAVIR  (utilizzati  per  HIV),   all’utilizzo  ottimale  del  plasma  di  chi  ha  gia’  contratto  anticorpi o siero terapia (Osp.  Di  Mantova), per  finire  all’Eparina  a basso  peso  molecolare  ed  alte  dosi ( CLEXANE ) che si è rivelata fondamentale nell’operare  la  dissoluzione  dei   micro-trombi  venosi  e  nell’aggregazione  degli  stessi  nelle  pareti  endoteliali  dei  capillari   e  non  solo   polmonari.

La  scoperta e l’utilizzo  dei  tali  presidi  farmaceutici  (tra l’altro  a  basso  costo)  e’  avvenuta, anche  se  in ritardo  per  le  pochissime  autopsie  effettuate,  sulla  indicazione  anatomo-patologica  che l’infezione  procura un  danno  ed  una  reattivita’  endoteliale  con  formazione  di  micro-trombi  endovasali, la  cosiddetta  TEP, Tromboembolia  Polmonare   o    Venosa  Generalizzata, che  determina  la  tragica  evenienza  e  che, invece,  affrontata  per  tempo  (Prima  e  Seconda  fase  dell’invasione), porterebbe, come  sta  portando,  ad  evitare  il  ricorso  alle  terapie  Intensive, con  relativo  normo—affollamento  delle  strutture  di  Rianimazione.

Insomma solo grazie a chi opera sul campo, e non certo a chi blatera in televisione, siamo arrivati alla certezza di chi stiamo combattendo e di come è meglio affrontarlo. Abbiamo assistito a campanilismi pseudo virologici dettati da interessi privati di case farmaceutiche. Nonostante da più voci qualificate arrivasse la corretta diagnosi, cioè che il coronavirus è una malattia infiammatoria vascolare sistemica, il Governo si spendeva per acquistare respiratori aumentando il carico di pazienti in terapia intensiva, quando ormai non c’era nulla da fare, perché la vera malattia non era stata presa in tempo.

E considerati gli errori devastanti della Fase1, cosa potrà mai accadere nella Fase2? Di certo alla luce delle evidenze scientifiche non ha alcun senso tenere le persone chiuse in casa. Sempre Ippocrate nel passato remoto ci disse quanto sia importante la prevenzione, l’igiene e la ricerca. Invece in questo nostro mondo moderno assistiamo a logiche che mettono al centro interessi economici di pochi mentre andrebbe potenziato il sistema di organizzazione dei medici di base, che dovrebbero essere opportunamente formati per creare uno scudo tra popolazione e virus. In effetti si stanno organizzando, l’ultima chicca è che il colosso farmaceutico Sanofi ha siglato un accordo di intesa triennale con la Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (Simg) e la Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (Fimmg) finalizzato “allo sviluppo di progettualità volte a formare i medici del futuro” su diverse tematiche cliniche e per identificare “un corretto orientamento in caso di emergenza sanitaria, picchi di gestione di condizioni o patologie stagionali”. https://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/articolo.php?articolo_id=84420

Uno scandaloso conflitto di interessi, che nega ai medici di base il rispetto del giuramento fatto che prevede l’obbligo “di esercitare la medicina in autonomia di giudizio senza accettare nessuna interferenza o indebito condizionamento”. Perché in modo assolutamente umano, chi paga comanda. E certo Sanofi non sigla un accordo per buonismo, è un’industria farmaceutica. Il tempo svelerà con quali intenzioni nasce questa sinergia, e intanto la nostra libertà viene sempre più limitata dal clima di terrore che si è instaurato dall’inizio di questa epidemia. Così come non è chiaro al momento l’imminente utilizzo di una app di rintracciabilità, su base volontaria sembra, così come descritto oggi in un servizio di ‘Mezz’ora in più’ di Lucia Annunziata su Rai3. L’app consentirebbe di individuare le persone malate e conseguentemente farle assistere dai medici di base in primis. Sì proprio quelli che devono, in futuro, la loro formazione su emergenze sanitarie a Sanofi! E soprattutto quanto costeranno gli eventuali farmaci suggeriti ai medici di base da Sanofi?

Naturalmente l’app di tracciabilità è senz’altro una buona idea, ma come tutte le cose che invadono la privacy va stabilito che utilizzo farne. Perché l’app avrà in sé tutti i nostri dati sensibili, tutti i nostri spostamenti, tutta la nostra vita attimo per attimo. Al di là della legislazione vigente che nega questa possibilità, e facendo però appello al buon senso che ci dice che dobbiamo proteggerci dal virus, dove finiranno tutti i nostri dati? Come saranno utilizzati? Ci sarà un cervellone digitale che raccoglie tutto? E quindi in ambito di controllo umano sulle nuove tecnologie, chi controllerà il controllore?

E concludiamo con la saggezza di Ippocrate che più di 2.400 anni fa, da buon padre della medicina, diceva: “Ciò che io possa vedere o sentire durante il mio esercizio o anche fuori dell’esercizio sulla vita degli uomini, tacerò ciò che non è necessario sia divulgato, ritenendo come un segreto cose simili”. Sarà così anche in questa epidemia covid-10 del 2020?

App di monitoraggio per Covid-19, l’esempio dell’Australia

Il governo australiano ha invitato milioni di cittadini a scaricare l’app di tracciamento dei contatti per il coronavirus in maniera volontaria.

Il primo ministro Scott Morrison ha affermato che un ampio utilizzo sarebbe il “biglietto” per riprendere la vita normale il più presto possibile. Tre milioni di persone hanno scaricato l’app COVIDSafe dal suo lancio di domenica sera, e per la massima efficacia, circa il 40% della popolazione dovrebbe scaricarla.

“Vorrei paragonarlo al fatto che se vuoi uscire fuori quando il sole splende, devi mettere la crema solare.”, ha detto il Primo Ministro.

L’Australia è riuscita a tenere bassa la curva del virus, ed il governo prevede di espandere lo screening per Covid-19 dopo aver assicurato mercoledì altri 10 milioni di kit di test.

La nazione ha circa 6.700 casi e solo 88 le persone decedute.

Come funziona l’app?

L’app COVIDSafe chiede agli utenti di indicare la loro fascia d’età, un numero di cellulare, un codice postale e un nome, che può essere anche uno pseudonimo.

Utilizza un segnale wireless Bluetooth per scambiare una “stretta di mano digitale” con un altro utente quando i due si trovano entro 1,5 m di distanza. L’app registra quindi questo contatto e lo crittografa.

Gli utenti a quel punto verranno avvisati se hanno avuto più di 15 minuti di contatto ravvicinato con un altro utente che risulta positivo.

Tra le preoccupazioni sulla privacy di chi avrà accesso ai dati memorizzati dell’app, il governo ha dichiarato che solo le autorità sanitarie statali sono qualificate a monitorare i cittadini.

I dati saranno archiviati in Australia e il ministro della sanità ha dichiarato che “nemmeno un ordine del tribunale” consentirebbe ad altre autorità, compreso la polizia, ad accedervi.

Covid-19, Ampas interviene su ipotesi Fase 2 e violazioni dei diritti Costituzionali

I medici del gruppo della Medicina di Segnale, sono 735 gli iscritti all’AMPAS, preoccupati per le possibili derive autoritarie in atto, in un comunicato elencano le eventuali lesioni dei diritti costituzionalmente garantiti per i cittadini.

Mentre il Governo da alcuni giorni informa la popolazione circa l’inizio della Fase2, elencando i relativi provvedimenti per arginare l’epidemia da coronavirus che avranno luogo dal 4 maggio in poi, l’Ampas, associazione per la Medicina di Segnale che conta ben 735 iscritti in tutto il Paese, presidente Luca Speciani, ha divulgato un comunicato che mette in guardia la popolazione sulle possibili derive e violazioni della Costituzione cui abbiamo già assistito nella Fase1, quando dichiarato lo stato di emergenza tutti i cittadini italiani hanno subìto una serie di gravi violazioni, al limite tra il dettato dell’art.32 della nostra legge principale e tutti gli altri diritti costituzionalmente garantiti.

‘La libertà di movimento, il diritto allo studio, la possibilità di lavorare, la possibilità di accedere alle cure per tutti i malati non-Coronavirus sono i diritti costituzionali violati durante la Fase1’, spiega il comunicato, come anche “si profila all’orizzonte una grave lesione al nostro diritto alla scelta di cura”, con evidente riferimento alla possibilità di vaccinazione obbligatoria tanto propagandata dalle Tv nazionali, con gli interventi al limite del grottesco di personaggi come Roberto Burioni, che ricordiamo si è più volte contraddetto nel corso dell’evolversi della pandemia da covid-19 che ha colpito tutto il mondo, e che risulta essere principale attore della Pomona Ricerca srl.  In effetti appena si apre il sito di questa azienda privata che si occupa di ricerca su anticorpi monoclonali si legge: ‘La società si concentra sulla scoperta e lo sviluppo di mAb umani per la profilassi e il trattamento di malattie causate da virus dell’epatite C, virus dell’influenza e virus JC’… E dopo qualche riga:…’Il Prof. Massimo Clementi e Roberto Burioni dell’Università Vita-Salute San Raffaele sono i creatori della tecnologia aziendale’, un ricercatore in definitiva che svolge la sua attività presumibilmente per interessi unilaterali, quelli dell’azienda privata da lui rappresentata. Eppure per molto meno anni fa l’Italia rese la vita impossibile alla virologa Ilaria Capua, addirittura con un procedimento penale che finì nel nulla dove la scienziata, pur senza avere nessuna entratura diretta in alcuna azienda farmaceutica, fu accusata di essere una trafficante di virus, mentre è tuttora una ricercatrice pura, che non teme di divulgare al mondo i dati scientifici da lei elaborati, con probabile disappunto di una serie di grosse aziende farmaceutiche abituate a lucrare su brevetti ed esclusive.

“Ora sta entrando in vigore un’app per il tracciamento degli spostamenti degli individui, – continua il comunicato Ampas – in patente violazione del nostro diritto alla privacy, e che già qualcuno pensa di utilizzare per scopi extrasanitari. Tutto questo in assenza di una vera discussione parlamentare, e a colpi di decreti d’urgenza”, insiste il comunicato Ampas evidenziando anche su questo punto il pericolo di anticostituzionalità delle nostre libertà, sempre in nome del virus.

Il documento redatto pone importanti quesiti anche circa le figure che operano come consulenti del Ministero della Salute riferendosi a scelte di professionisti come consiglieri che allo stesso tempo collaborano con grandi aziende farmaceutiche. E pone legittime domande sull’immediato futuro: “Sempre in tema di conflitto di interessi: è stato il Parlamento a stabilire i componenti della Task force costituita recentemente per affrontare la cosiddetta fase2? Sono presenti possibili conflitti di interesse? Tali soggetti pare abbiano chiesto l’immunità dalle conseguenze delle loro azioni. Ma non dovrebbero essere figure istituzionali a prendere “decisioni” sul futuro del nostro paese?”

E se non bastassero le violazioni rispetto alla scelta della cura ed alla nostra privacy, si aggiunge anche la violazione dell’art.21 della Costituzione: è stata infatti recentemente costituita una task force, l’ennesima, per garantire un’informazione non viziata da fake news. In realtà per i giornalisti professionisti o pubblicisti iscritti all’albo non ce n’era bisogno, perché rispondono personalmente e penalmente qualora divulghino notizie non supportate da fonti effettive. Per tutto il resto della popolazione vige il diritto costituzionale di opinione e parola anche scritta, che può anche essere in disaccordo con le opinioni o la scienza ufficiale, ma dal momento che viviamo in uno stato democratico non può esistere la possibilità di mettere il bavaglio a nessuno. Semmai ogni libera opinione può diventare occasione di dibattito, d’altronde proprio le fonti ufficiali in un primo momento dissero che il coronavirus poteva provocare la morte per polmonite bilaterale, e dopo qualche tempo sempre le stesse fonti hanno chiarito che “il decesso avviene a causa di una forte coagulazione intravascolare – e – molte vite possono essere salvate con l’uso della semplice eparina”.

A questo proposito va evidenziato che nonostante le istituzioni ed il Governo siano convinti che l’unica soluzione al lockdown sarà il futuro vaccino, i medici Ampas, la maggior parte impegnati sul campo contro il covid-19 negli ospedali italiani, riferiscono che riveste grande importanza lo stile di vita, la corretta alimentazione e le terapie che via via stanno producendo il loro effetto sulle persone malate. Certo il virus non starà ad aspettare di essere eliminato, e come nel caso della maggior parte dei virus subirà delle mutazioni. Il rischio è che saremo costretti ad assistere alla sperimentazione per un nuovo vaccino ogni stagione che cambia. “Tutti aspettano come una liberazione il nuovo vaccino (che giornalisti e virologi a senso unico continuano a vantare come l’unica possibile soluzione), dimenticando alcuni fatti.” Spiega il comunicato Ampas – “Il primo è che il vaccino viene sviluppato sulla base delle proiezioni teoriche sui virus in circolo l’anno precedente, e dunque è una “scommessa” (è esperienza comune ad ogni inverno che molte persone vaccinate si ammalino comunque). Il secondo è la continua forte variabilità di un virus a RNA come il Coronavirus, di cui pare esistano già diverse varianti. Ciononostante, in dispregio anche del rischio di interferenza virale (per cui il vaccino per un virus diverso può esacerbare la risposta ad un altro virus) la regione Lazio propone l’obbligatorietà per tutti i sanitari e tutti gli over65 di effettuare vaccinazione antinfluenzale ordinaria, violando ancora una volta (se l’obbligo fosse reale) il diritto costituzionale alla scelta di cura”.

E’ chiaro a tutti ormai che annaspiamo in un territorio sconosciuto, quello del coronavirus che ha invaso le nostre vite, ma è d’obbligo dare ascolto a tutte le voci della scienza, e soprattutto non veder trasformare questa epidemia in una opportunità di carattere politico o economico per pochi privilegiati, il che presuppone in primis il pieno rispetto della nostra Costituzione, con le cautele che essa stessa prevede e consente. Calpestare la nostra democrazia non ci porterà alla vittoria contro un virus, ma alla morte civile dei nostri diritti così faticosamente conquistati.

In nome del Virus, andate (non) in pace!

L’episodio occorso a don Lino Viola sacerdote della chiesa di San Pietro Apostolo a Gallignano, frazione di Soncino (Cremona), durante la celebrazione della Santa Messa ha davvero colmato la misura. Nel video il dettaglio dei carabinieri che in ogni modo tentano di interrompere la celebrazione

Se non bastavano le molteplici negazioni del diritto al culto religioso sancito dalla nostra Costituzione con la chiusura dei cimiteri e la negazione dell’estrema unzione ai malati in fin di vita e del conseguente funerale cattolico, in questi ultimi due giorni abbiamo assistito al peggior (evidente e maldestro) abuso di potere in un luogo sacro: la chiesa di San Pietro Apostolo a Gallignano, frazione di Soncino (Cremona).

Quanti episodi simili sono già accaduti nel nostro Paese? Perché tanto silenzio intorno ad essi? Perché un giornale così generoso nei titoli e nei commenti critici come La Repubblica si limita a segnalare il video di ripresa amatoriale della scena?

Come si può vedere nel video che sta facendo il giro del web, mentre il sacerdote don Lino Viola celebrava la Santa Messa alla presenza di solo 13 fedeli in più di 300 metri quadri di spazio, due carabinieri cercano in tutti i modi di interrompere la celebrazione ‘in nome del Virus’, forti di un decreto urgente che vieta ogni forma di aggregazione anche nei luoghi dedicati al culto religioso. “Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume” recita l’art.19 della nostra Costituzione che aggiunge l’art.20 ovemai non fosse chiaro tale diritto: “Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività”.

La cosiddetta folla probabilmente era più ordinata e numericamente inferiore a quella presente davanti ad un supermercato: il provvedimento al di là della sua modalità ci ricorda che ormai il nostro Paese ha accettato di vivere di solo pane!

Ma al di là di diritti e doveri ci si pone la stessa domanda che era insita in un articolo di qualche giorno fa che riportava alcune testimonianze di madri cui veniva impedito l’accesso al cimitero. Si tratta di madri che hanno perso i figli a seguito di efferati omicidi e che vedono come una boccata d’ossigeno la loro visita ai figli morti, ne hanno un bisogno estremo e non osiamo immaginare come ci si sentirebbe nei loro panni.

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E soprattutto il cimitero, che è un luogo di preghiera e di dolore, in che modo potrebbe mai vedere al suo interno una folla dissennata di persone? Ad ogni caso e nel rispetto dell’emergenza sanitaria, non sarebbe stato utile organizzare dei turni di entrata ed uscita esattamente come si fa per i supermercati, all’interno dei quali vi posso assicurare che solitamente circolano più di 15 persone. Costoro, anche se forniti di mascherina, ti arrivano a 3 cm di distanza perché magari tu sei al reparto dei latticini e c’è sempre qualcuno che torna indietro e ti affianca perché…ops ha dimenticato la mozzarella! Tutto questo se non fosse solo ridicolo è oltraggioso verso il credo religioso di una maggioranza della popolazione, che si sentirebbe rassicurata anche solo dal poter partecipare ad una Messa una volta alla settimana. Ma certo non tutti o tanti insieme, sempre in nome del virus, magari facendo dei turni, una cosa non particolarmente difficile da organizzare.

Parlarne e ribellarsi come ha fatto Don Lino è un esercizio di democrazia, così come quello di destinare una protesta per iscritto ai responsabili di questa situazione.

La chiusura dei cimiteri, come l’impedimento a celebrare la Santa Messa, può sembrare l’ultimo dei problemi che un governo si sente in dovere di risolvere, deve essere invece colta come mancanza di una visione dell’uomo, dei suoi diritti, della sua dignità. Un concetto molto limitato e pericoloso della società, una visione miope e fallimentare della ripartenza del Paese. Tutto ciò che disumanizza, che non fortifica gli animi esasperati, che non consola dal profondo infatti blocca una vera ripartenza.

Ed i toni pacati, paterni, rassicuranti e la dedizione del vecchio sacerdote sono il monito ad una società che non viene invitata a rivelare quella solidarietà a cui il Presidente ci ha invitato: senza più rispetto per i vivi e per i morti … ecco a cosa ci stiamo lasciando ridurre.

Le sfere che sono coinvolte in questa assenza di attenzione alla spiritualità umana sono: l’esercizio della misericordia, la custodia della memoria, la privazione che aggrava il lutto, la secolarizzazione dello spazio sacro.

Vista la maniera con cui si gestisce oggi la morte (non più congedo dall’esistenza terrena) come pura questione igienico-sanitaria … come riparare a tutta la violenza in atto?

E nel caso dei due carabinieri che si arrogano il diritto di interrompere il rito religioso, quando avrebbero potuto attendere e poi alla fine della Messa attuare i controlli di rito e le eventuali sanzioni, da chi deriva loro la possibilità di comportarsi come se avessero avuto di fronte un comune delinquente e non un sacerdote? E il Sindaco di quel paesino che pretende di parlare con il religioso durante la celebrazione ed al telefono, che diritto ha di interferire anche ai sensi dell’art. 20 della Costituzione?

Come il giovane carabiniere concepisce il suo ufficio? Come è stato formato (senza rispetto per un luogo sacro, attaccato alla interpretazione forse peggiore di alcune regole, interpretazione che si converte in principio di cecità morale)? Perché non è inviato in contesti che hanno una urgenza sicuramente maggiore in ordine alla pubblica sicurezza?

Così per il sindaco … che rinuncia ad un’alleanza vera per la ricostruzione della sua città? Quale scuola di amministrazione gli ha insegnato ad interrompere la messa in questa maniera? Lo farebbe mentre si celebra un processo, o mentre si sta compiendo un’operazione chirurgica? Quale deontologia di partito potrebbe permettere una visione così povera della società?

Sarebbe interessante ascoltare le parole della maggioranza silenziosa del popolo di Dio, e anche della società civile nella sua interezza …

Sarebbe interessante vedere come i vertici dello Stato e della Chiesa commentano questi fatti, per capire fin dove sono capaci di guidarci e che idea di società ci propongono.

Anche un Re ed una Regina dell’artista Nina Ventura nella sfida social: chi è più chic quando butta la spazzatura?

Tanti i gruppi sui social che, in questo pazzo momento di emergenza sanitaria per covid-19, lanciano sfide e creano gruppi per vincere l’isolamento della quarantena. Tra i più esilaranti la Bin Isolation Outing dall’Australia ( la gita in isolamento verso il bidone)

Tra le più simpatiche sfide social nate in questo periodo di emergenza sanitaria mondiale, spicca il Bin Isolation Outing lanciato sul web dall’australiana Danielle Askew, una maestra d’asilo di Hervey Bay, nello Stato del Queensland. Chiunque può partecipare con un suo filmato da postare su Facebook, dove si vedono uomini o donne che si truccano e si mettono in ghingheri come per un party, ma in realtà escono solo a buttare il sacchetto della spazzatura nel bidone fuori casa. Un modo per sdrammatizzare il grave periodo che stiamo vivendo che non ha colto impreparata Nina Ventura, l’originale artista italo – australiana di Adelaide, che usa manichini vintage come tela per creare splendide opere d’arte. Nina infatti ha realizzato due sue creature, un Re ed una Regina, che con grande eleganza e regalità hanno portato il loro sacco della spazzatura buttandolo nel bidone fuori della villa dove vive la stessa Nina Ventura. Un colpo davvero da artista, la Ventura infatti restituisce vita a chi ha una esistenza virtuale, magari buttato in un magazzino.

I suoi manichini si caratterizzano per essere arricchiti da lei con preziosi merletti, bottoni ed oggetti appartenenti al passato, in particolare al glorioso passato dell’artigianato italiano, il paese dove Nina ama trascorrere lunghi periodi proprio alla ricerca di preziosi piccoli trofei che lei usa per far rinascere a nuova vita manichini dimenticati, nascosti in magazzini e che nessuno più utilizza. Ma spesso accade che la seconda vita offerta da Nina Ventura a questi oggetti inanimati, regala loro un lignaggio che mai avrebbero potuto sperare, come nel caso di Re e Regina usati nel gioco del Bin Isolation Outing. E certamente ha attirato su di sé le attenzioni di tutto il mondo, soprattutto nel mondo del cinema, un esempio su tutti: il personaggio che Jane Symour ha interpretato nel famoso film di James Bond del 1973 Live & Let Die è diventato un’opera d’arte commissionata dalla stessa attrice per il suo galà Open Hearts Foundation. Un’appassionata di antiquariato italiano l’artista Nina Ventura, che fa rivivere una cultura del passato attraverso le sue creature, adattandole a moderni ed antichi personaggi.

17 aprile 1975, 45 anni dopo non dimentichiamo l’olocausto della Cambogia- April 17, 1975, after 45 years we have not forgotten Cambodia’s holocaust

di emigrazione e di matrimoni

17 aprile 1975, 45 anni dopo non dimentichiamo l’olocausto della Cambogia

Un vero genocidio che vide la morte di quasi 2milioni di cambogiani dopo la presa di potere dei Khmer rossi, che fece seguito all’atto arbitrario degli Usa del 1970 quando un colpo di stato militare appoggiato dagli Stati Uniti depose dal trono di Cambogia il Re Norodom Sihanouk.

E’ stato il più grande genocidio della storia dopo quello degli ebrei nella seconda guerra mondiale. Il 17 aprile 1975, giornata della memoria in Cambogia, i Khmer Rossi di Pol Pot si impossessarono del paese con la complicità della pessima e arrogante politica estera degli Stati Uniti, che nel 1970 avevano pensato bene di appoggiare un colpo di stato militare per deporre dal trono di Cambogia il Re Norodom Sihanouk, portando al potere il generale Lon Nol. Cominciò così una sanguinosa guerra civile che vede il suo culmine il 17 aprile 1975, quando i seguaci del leader maoista Pol Pot entrano a Phnom Penh accolti dalla popolazione che non ne poteva più della funesta influenza americana. Ma i cambogiani non sapevano a cosa stavano andando incontro. Pol Pot attuò infatti da quel momento in poi uno dei più violenti genocidi della storia contemporanea, azzerando la classe di intellettuali ed i professionisti della Cambogia colpevoli solo della loro ‘conoscenza’ e di non essere comunisti. Uno sterminio che conta quasi 2milioni di morti e che vide l’uso della forza e della tortura sul resto della popolazione, nella convinzione di piegarla ad un nuovo regime intollerante di ogni libera idea personale.  Appena entrati a Phnom Penh i khmer rossi, tra i quali molti ragazzi e ragazze in età adolescenziale e con velleità rivoluzionarie contro il capitalismo, iniziarono l’evacuazione forzata di tutti gli abitanti dicendo che si trattava di una misura temporanea per ridurre il sovraffollamento e difendersi da possibili bombardamenti americani. Chi si rifiutava di abbandonare la propria casa veniva fucilato o sgozzato sul posto. Non ci fu alcun riguardo neanche per i malati, l’ospedale fu chiuso e tutti furono trasferiti in campi di lavoro agricolo. L’ obiettivo era quello di creare una repubblica socialista agraria completamente autosufficiente, in cui i vertici del partito controllavano totalmente la vita dei cambogiani.

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Sotto la guida di Pol Pot fu avviato un programma di ingegneria sociale di stampo maoista che prevedeva l’azzeramento della famiglia, del denaro e della religione, al fine di creare “l’uomo nuovo”, un rivoluzionario ateo, etnicamente “puro”, privo di affetti o inclinazioni borghesi e dedito esclusivamente al lavoro dei campi, alla patria e alla rivoluzione. Tutto questo costò la vita ad almeno un terzo della popolazione, il nemico non era un’altra etnia, ma la propria. Un orrore che vide un po’ di giustizia solo nel 2006 quando fu finalmente istituita una corte internazionale sotto l’egida delle Nazioni Unite – il Tribunale speciale per i khmer kossi – che quasi quarant’anni dopo la caduta del regime condannò all’ergastolo per crimini contro l’umanità tre dei principali responsabili delle atrocità commesse negli anni ‘70. Il primo Kaing Kek lew, capo della polizia e direttore del famigerato campo di tortura S–21. Poi la condanna a Nuon Chea, l’ideologo del partito, e Khieu Samphan, capo di stato del regime. Ma la prima sentenza che ha riconosciuto ufficialmente il crimine di genocidio è arrivata soltanto nel novembre del 2018.

“La mia famiglia ed io avevamo deciso, portando con noi poche cose, di andare verso il villaggio dei miei nonni, che si trova a sud della capitale. La strada era bloccata e fu necessario cambiare direzione, percorrendo una parallela del fiume Mekong. Solo dopo parecchi giorni riuscimmo ad arrivare al villaggio dei nonni con una barca. Il viaggio a piedi era molto faticoso. L’evacuazione della popolazione dalla capitale fu una delle migrazioni forzate della storia recente. Gli ospedali furono svuotati: molti malati morirono. Ho saputo poi che la capitale Phnom Penh diventò una città fantasma durante il regime dei Khmer Rossi che durò 4 anni, dal 1975 al 1979, anno in cui la Cambogia fu invasa dai Vietnamiti” è il racconto del dott. Bovannrith Tho Nguon, oggi medico e virologo a Biella in Italia, che all’epoca era solo un ragazzo di 13 anni. Il periodo dei Khmer Rossi durò solo 4 anni ma produsse un orrore inimmaginabile: l’unico lavoro possibile era quello del contadino, furono abolite le scuole e fu azzerata la famiglia come nucleo sociale. “Il lavoro nei campi era massacrante e poteva durare anche più di 12 ore per solo 2 ciotole di brodaglia di riso, una a pranzo e una a cena. – spiega Bovannrith Tho Nguon, –  Tutti soffrivamo la fame tremendamente. Il regime, ovvero il direttivo del partito, l’Angkar, voleva creare una società nuova utilizzando l’ideologia comunista”.

 La storia di Bovannrith Tho Nguon è oggi un libro: ‘Cercate l’Angkar – Il terrore dei Khmer Rossi raccontato da un sopravvissuto cambogiano’, edizione Jaca Book di Milano. Un libro che dovrebbe essere promosso nelle nostre scuole per ricordare l’orrore dell’olocausto cambogiano e realizzare nel cuore di ogni ragazzo che mai più tanta violenza possa essere possibile in alcun posto del mondo. Perché troppi furono gli adolescenti che, manipolati da pochi adulti, in quel frangente si macchiarono di orribili delitti.

di emigrazione e di matrimoni

April 17, 1975, after 45 years we have not forgotten Cambodia’s holocaust

It was a true genocide which saw the death of almost 2 million Cambodians after the Khmer Rouge took power which followed the arbitrary act by the United States when a military coup d’état in 1970 supported by the United States dethroned Cambodia’s King  Norodom Sihanouk.

This was history’s greatest genocide after that of the Jews during the Second World War. On April 17, 1975, Cambodia’s Day of Memory, Pol Pot’s Khmer Rouge took over the country with the complicity of the poor and arrogant foreign policy of the United States  that in 1970 had thought  it had done well to support a military coup d’état to depose Cambodia’s King  Norodom Sihanouk to bring General Lon Nol to power. And so began a bloody civil war which reached its peak on April 17, 1975 when the followers of the Maoist leader Pol Pot entered Phnom Penh welcomed by the population that could no longer take the disastrous influence of America. But the Cambodians did not know what was going to happen. In fact, from that moment Pol Pot  carried off one of modern history’s most violent genocides, eliminating Cambodia’s intellectuals and professionals who were guilty only of their “knowledge” and of not being communists.  This was an extermination that counted almost 2 million dead and saw the use of force and torture on the rest of the population in the conviction of bending it to a new regime that has no tolerance for any free personal opinion.

As soon as they entered Phnom Penh the Khmer Rouge, which included many adolescent boys and girls and with ambition for a revolution against capitalism, began the forced evacuation of all the inhabitants saying that this was a temporary measure to reduce overcrowding and for defence against the American bombing. Those who refused to leave their homes were shot or slaughtered on the spot. There was no concern even for the sick, the hospital was closed and they were all transferred to forced labour in the fields.  The objective was that of creating an agricultural socialist republic that was totally self-sufficient in which the heads of the party fully controlled the lives of the Cambodian. Under the leadership of Pol Pot a Maoist style social engineering programme was started that required the cancellation of the family, money and religion for the purpose of creating the “new man”, an ethnically pure revolutionary atheist devoid of emotions or bourgeois inclinations and dedicated exclusively to work in the fields, to the home land and the revolution. All this cost the lives of at least one third of the population and the enemy was not another ethnicity but its own people. This horror saw a little justice only in 2006 when the international Special Tribunal for the Khmer Rouge under the auspices of the United Nations was finally created that almost forty years after the fall of the regime finally sentenced the three main perpetrators responsible imprisonment for the atrocities committed in the 1970s to life imprisonment. The first was Kaing Kek Lew, chief of the police and director of the infamous S-21 torture camp. And then the sentencing of Nuon Chea, the party’s ideologue and Khieu Samphan, the regime’s head of State. But the first sentence that officially recognized the crime of genocide came only in November of 2018.

 “My family and I had decided to go to my grandparents’’ village to the south of the capital bringing only a few things. The road was blocked and it was necessary to change direction, running parallel to the Mekong River. We only managed to reach the grandparents’ village many days later by boat. The trip was tiring. The evacuation of the capital’s population was one of the greatest forced migrations in recent history. The hospitals were emptied and many of the sick died. I then found out that the capital Phnom Penh became a ghost city during the regime of the Khmer Rouge that lasted four years, from 1975 to 1979, the year in which Cambodia was invaded by the Vietnamese” This is the story of Dr. Bovannrith Tho Nguon who at the time was a boy of only 13 and today is a doctor and virologist in Biella in Italy. The period of the Khmer Rouge lasted only 4 years but produced unimaginable horror. The only work possible was that of a peasant, schools were abolished and the family as a social unit was abolished. “The work in the fields was exhausting and could even more than 12 hours for only two bowls of meager rice soup, one for lunch and one for dinner,” explained Bovannrith Tho Nguon, “We all suffered the hunger terribly. The regime, or rather the Angkar, the party’s directive, wanted to create a new society using communist ideology”. Bovannrith Tho Nguon’s story is now a book, “Cercate l’Angkar – Il terrore dei Khmer Rossi raccontato da un sopravvissuto cambogiano” (Look for rhe Angkar – The terror of the Khmer Rouge told by a Cambodian survivor), published by Milan’s Jaca Book.

This is a book that should be promoted in our schools to remember the horror of the Cambodian holocaust and to write in the heart of every child that so much violence can never more be possible anywhere in the world because at that time too many adolescents, manipulated by a few adults, were stained by horrible crimes.

Translation by Gianni Pezzano

In emergenza coronavirus ogni laurea è un trofeo: come è cambiata la vita dei nostri ragazzi

Diego Taccone consegue la laurea magistrale in Giurisprudenza a Firenze. Ma per poco non si smarriva nel web.

In emergenza coronavirus, tutti a casa in quarantena forzata, i nostri giovani laureandi stanno affrontando una realtà che mai avrebbero potuto immaginare, con annessi e connessi che a volte hanno aspetti anche esilaranti. E’ il caso di Diego Taccone, che ha conseguito due giorni fa la laurea magistrale in Giurisprudenza a Firenze. Tutto pronto per il collegamento da casa, il giovane Diego davanti allo schermo del pc serio e attento per essere ascoltato dalla commissione composta da sei membri accademici sulla piattaforma Meet, questa la scelta dell’Università di Firenze per mantenere l’appuntamento con i laureandi preso mesi or sono. Ma al termine di undici sedute di laurea, qualcosa nei meccanismi digitali non ha funzionato. Ed il giovane Diego Taccone, dodicesimo, si è trovato spiazzato perché nessuno lo chiamava per dare un termine alla tesi di laurea dall’impegnativo titolo: “Gli Statuti fiorentini in volgare del 1415: edizione diplomatico interpretativa e studio lessicale”, una connessione che si era interrotta ben due volte.

A quel punto Diego ha fatto sentire la sua voce, e meno male, ricordando ai docenti: “Professori, ci sono ancora io!”. Così anche lui ha potuto completare la sua seduta di laurea portando, si fa per dire, a casa da dove tutto si è svolto, il risultato più importante per la sua futura vita lavorativa: la laurea magistrale in Giusrisprudenza. Naturalmente non è colpa di nessuno il fatto che Diego abbia rischiato di essere dimenticato nel web, forse un sovraccarico, in questo momento di utilizzo esagerato da parte di tutti gli italiani, ha intasato anche la piattaforma utilizzata dall’Università di Firenze. In questa emergenza tutto può accadere. Ma Diego Taccone non si è arreso, e vedendo che non lo chiamavano per la proclamazione ha trovato la forza di intervenire reclamando il suo diritto. Ecco…questi sono i nostri ragazzi anche in tempi di emergenza coronavirus, e non v’è dubbio che un giovane così determinato saprà mettere a frutto gli studi effettuati nel corso di anni, un esame dopo l’altro. Un plauso alla Commissione di laurea che nella tragedia che stiamo vivendo ha saputo dare ascolto e sostegno alle nostre future menti. Questa è l’Italia dalle mille risorse, dove la voce del nostro futuro ha l’attento riscontro dall’esperienza del nostro passato, nell’imprevedibilità del presente.

L’abbraccio all’Italia dagli Italiani all’estero. La dedica alla patria del baritono Cosimo Ciccone

Italo-Australiano, Cosimo Ciccone dedica il ‘Và pensiero’ all’Italia che soffre ma che, come sempre, risorgerà. Nel video scorrono i volti dei grandi della storia della penisola italiana

L’emergenza coronavirus e la grande sofferenza che l’Italia sta affrontando ha eliminato le distanze tra Italiani all’estero e quelli in territorio nazionale. In questo video un regalo del baritono Italo- Australiano Cosimo Ciccone che ha dedicato la sua vita alla lirica ed il bel canto. Infatti è oggi uno dei più grandi maestri di canto in Australia. “In questo momento di emergenza sanitaria il pensiero di noi Italiani all’estero va alla Patria che abbiamo lasciato da piccini. Tanta la nostalgia ed il dolore di veder la nostra Italia così ferita ed i nostri fratelli sofferenti. Ma passerà, e quando tutto sarà passato ricordate tutti che noi italiani nel mondo vi abbiamo abbracciato e vi siamo vicini tutto il tempo che ci resta.

L’Italia, come la storia ci insegna, ce la farà e si rialzerà regalando ancora e per sempre al mondo creatività, emozione, arte, musica, scienza, perché sempre la nostra Patria è stata unica in ogni campo dello scibile umano, e così sarà sempre. I grandi della nostra storia millenaria ci hanno lasciato la luce della loro energia che è il faro che guida ogni italiano in patria e nel mondo”, questo il messaggio all’Italia di Cosimo Ciccone.

Il presidente Pasquale Tridico trasforma le gravi carenze dell’INPS in un vero thriller

Continua la vicenda INPS con scuse inaccettabili del presidente dell’Ente Tridico al Tg1. A giustificazione della grave violazione della privacy emersa stamane con i profili di utenti resi pubblici, il Numero Uno dell’Inps ha affermato: “avevo allertato da giorni  Governo,  Polizia Postale e Servizi Segreti di attacchi hacker sulla piattaforma per le richieste bonus”

Il presidente del’INPS fa rima con il suo nome ‘Tri…dico’ nel senso che ne ha dette tre al Tg1 una peggio dell’altra. Pur riconoscendo la gravità dell’impossibilità di presentare le domande per il bonus di 600 euro ai lavoratori autonomi, ammette anche lo scambio di schede che stamane avevamo verificato, quando è stato evidente che ognuno poteva accedere ai dati sensibili di chiunque. Secondo quanto riferisce Tridico dal piccolo schermo l’Inps sta subendo attacchi innumerevoli di hacker (?) e lui avrebbe allertato già da diversi giorni il Governo, la Polizia Postale ed addirittura i Servizi Segreti. Insomma, un vero thriller in cui la vera vittima sarebbe la stessa Inps. In seguito a tali dichiarazioni due le ipotesi: se l’enfasi usata da Tridico fosse solo una tattica giustificatoria, allora è chiaro che con superficialità  non ha tenuto conto del carico che il server dell’Inps avrebbe subìto da tutta Italia allo scoccare dell’ora x. Se al contrario quanto affermato dal presidente dell’Ente erogatore dei bonus fosse vero, allora la nostra Polizia Postale ed i nostri Servizi Segreti sarebbero poco ‘competenti’  in materia di hacker. Fatto sta che stamane sono andati in giro i dati sensibili di una popolazione già fortemente provata dall’emergenza coronavirus e, soprattutto, l’Inps si è fatta inconsapevolmente e superficialmente carico di violazione della privacy.

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La conseguenza potrebbe essere che qualche malfattore si sia impossessato dei dati di qualcun altro, chiamasi furto di identità, e non andiamo oltre perché è chiaro a chiunque cosa questa evenienza può comportare. In ogni caso viene difficile pensare che i nostri Servizi Segreti possano essere così ‘incompetenti’ visto che siamo famosi nel mondo per la nostra Intelligence. Senza andare a scomodare cotanta Istituzione, il presidente Tridico avrebbe dovuto prevenire un tale disastro nel quale, lo ricordiamo, sono venute a mancare tutte le forme di controllo ed organizzazione logistica. La piattaforma utilizzata per la raccolta delle richieste è una diretta responsabilità dell’INPS che dovrebbe avvalersi di fior fiore di informatici, l’operazione ‘richiesta bonus’ è fallita miseramente mettendo anche in piazza i dati degli utenti, chi pagherà per questa violazione che rappresenta  un reato perseguito dalla legge?

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