L’on. Fabio Porta e la risorsa della rete degli italiani nel mondo – Fabio Porta and the network of Italians in the world

di emigrazione e di matrimoni

L’on. Fabio Porta e la risorsa della rete degli italiani nel mondo

Intervista a Fabio Porta già parlamentare eletto in sud America con esperienza decennale in tema di comunità italiane all’estero

Molti nostri lettori conosceranno il nostro ospite, l’On Fabio Porta dai suoi anni alla Camera dei Deputati come eletto nella circoscrizione estera del Sudamerica. Si trova ora a Roma a causa della situazione di COVID-19) in attesa di poter tornare in Brasile

D: On. Fabio Porta ci racconti qualcosa dei suoi 10 anni di esperienza parlamentare e del lavoro svolto a favore della comunità italiana in sud America nel corso degli anni.

R: Dieci anni vissuti intensamente, grazie al rapporto continuo con la straordinaria comunità italiana che vive in Sudamerica; una collettività grande non solo numericamente ma soprattutto per la ricchezza della propria storia, ancora vivacissima, e per il profondo e forte legame con l’Italia.   Ho cercato al tempo stesso di essere presente e attuante in Parlamento, e sono particolarmente orgoglioso di essere riuscito a conciliare queste due dimensioni apparentemente difficili da coniugare insieme.   Difficile fare una sintesi del lavoro fatto: voglio sottolineare l’introduzione di un rapporto utile e virtuoso tra le nostre collettività e i consolati, con l’istituzione del cosiddetto “fondo per la cittadinanza” per il miglioramento dei servizi consolari; un’altra pagina che non dimenticherò mai è quella a difesa dei diritti umani, della giustizia e della memoria, culminata con la partecipazione del governo italiano come parte civile al “Processo Condor” (ndr: per le vittime delle repessioni politiche in Sud America negli anni ’70 e ’80 che compresere 23 italiani e finì con 24 ergastoli).; quindi, l’approvazione della legge che rende permanente le conferenze Italia-America Latina e la promozione dei Forum parlamentari italo-latinoamericani; infine l’emergenza Venezuela, che ho seguito con passione fin dal primo momento contribuendo alla soluzione di problemi concreti, come quello del pagamento delle pensioni italiane che erano bloccate da oltre due anni.

D: In questo periodo in cui siamo tutti chiusi in casa per l’emergenza sanitaria mondiale, ha qualche pensiero sui rapporti tra l’Italia e le sue comunità sparse in giro per il mondo, e non solo in Sud America? Molti italiani all’estero seguono con ansia gli sviluppi di questa tragedia che ci ha colpito così profondamente

R: La pandemia ha drammaticamente messo il nostro Paese al centro del mondo e ancora una volta è emerso un patrimonio di relazioni umane e sociali straordinario e per certi versi commovente: quello delle nostre collettività all’estero.   In tutto il mondo si sono moltiplicate iniziative di solidarietà per aiutare l’Italia a combattere il virus, spesso promosse dalle nostre tantissime comunità sparse in ogni angolo del pianeta.   Ci siamo sentiti tutti vicini all’Italia e al suo dramma; questo patrimonio non potrà e non dovrà essere disperso.   Oggi, più che nel dopoguerra, l’Italia può contare all’estero su collettività forti, organizzate e spesso in posizioni dominanti a livello politico, economico e sociale.   Una rete di risorse umane che, se adeguatamente sollecitate e coinvolte, potrà essere determinante per la ‘ricostruzione’ del Paese dopo la crisi dovuta a Covid19.

D: I rapporti tra paesi si mantengono anche con la stampa, ha qualche pensiero su come migliorare il ruolo fondamentale della Rai a favore degli italiani all’estero?  Pensa che sia sufficiente trasmettere in lingua italiana visto che la stragrande maggioranza di essi è ben oltre la terza generazione e quindi senza la capacità di capire del tutto la nostra lingua?

R: Per un Paese come il nostro, con una comunità ‘italica’ stimata in oltre 250 milioni di persone (solo in America Latina abbiamo circa 80 milioni di italo-discendenti !), un network televisivo come la RAI dovrebbe costituire un vettore strategico non soltanto di informazioni ma anche di lingua, cultura e ‘made in Italy’.   Purtroppo non è così, e per dimostrarlo sarebbe sufficiente analizzare il trend delle risorse destinate dalla RAI a “RAI International” prima e poi a “RAI Italia” in questi ultimi anni.   Ma non è solo una questione di risorse.   Che senso ha trasmettere in italiano senza sottotitolare i programmi ?    Sia in lingua inglese, spagnola e portoghese ma anche semplicemente in italiano, anche per aiutare le nuove generazioni di italiani all’estero ad avvicinarsi alla nostra bellissima lingua.  

D: Il ruolo di RAI World è anche di educare il pubblico, sia in Italia che all’estero, quali strumenti possono essere messi in campo per dare forza a questo ruolo? Ad esempio, quanto sappiamo della vita e delle vicende degli italiani all’estero, magari attraverso prodotti filmici?

R: L’epopea degli italiani nel mondo costituisce di per sé una fonte unica e irripetibile di ispirazione per documentari, film, sceneggiati.   La storia della nostra emigrazione nel mondo si incrocia da sempre con quella dei grandi Paesi di immigrazione, con le scoperte scientifiche, con la storia dell’arte, della musica, con la religiosità, lo sport, la politica…  Per non parlare delle vicende legate all’imprenditoria, al commercio, alla nascita dei sindacati.   Un materiale unico dal punto di vista della produzione cinematografica, ma soprattutto una storia ricchissima che meriterebbe essere conosciuta da tutti, principalmente in Italia.   Anche in questo caso sarebbe forse necessaria una maggiore attenzione e qualche investimento in più; è anche colpa nostra se in passato il cinema si è ricordato dei nostri emigrati più per raccontare la storia di gangster e mafiosi che non quella di scienziati e artisti.

D: Nel nostro giornale abbiamo cominciato a raccogliere la Storia e le esperienze dei nostri parenti e amici all’estero. Quali le sinergie possibili oltre all’impegno del nostro giornale per poter finalmente sapere e riconoscere i successi, i lavori, i sogni, e anche i fallimenti e le tragedie della Storia della nostra emigrazione con un occhio attento al contributo non solo economico, che gli emigrati hanno dato alla nostra Patria nel corso di ben oltre un secolo e mezzo?

R: Parlavo prima del mio lavoro parlamentare: se c’è un rimpianto, è quello di non essere riuscito a fare approvare una legge che continuo a ritenere fondamentale per l’Italia, prima ancora che per le sue comunità all’estero.   Mi riferisco all’introduzione dello studio multidisciplinare nelle scuole delle migrazioni, con particolare riferimento ovviamente alla storia dell’emigrazione italiana nel mondo.   Solo così riusciremmo, almeno in parte, a combattere quella incredibile e lesionista ignoranza che cresce in Italia relativamente alla ricchezza della presenza degli italiani all’estero.   Vivo da oltre venti anni in Brasile e ancora oggi è comune incontrare persone, anche in Parlamento (sic !), che si meravigliano quando racconto che nel Paese “del samba e del carnevale” vivono almeno 37 milioni di italo-discendenti.   E gli esempi, purtroppo, potrebbero continuare.   Come si fa a valorizzare qualcosa che non si conosce ? E’ questa la domanda che dobbiamo farci quando reclamiamo, giustamente, maggiore attenzione e qualche investimento in più diretto alle nostre collettività nel mondo.

D: Molti italiani soprattutto in sud America considerano il passaporto italiano un “bene di lusso”. Infatti con esso si può lavorare in Europa in generale e non solo in Italia. Esistono anche casi di falsificazione di documenti per ottenere la cittadinanza italiana, come accaduto per giocatori sudamericani di calcio nel passato per poter giocare come italiani o europei e non come extracomunitari. Sono in molti a desiderare questo privilegio, ma quanto è giusto e quanto è utile?

R: La cittadinanza non dovrebbe essere mai considerata un “privilegio”, come nemmeno una “concessione”.   Si tratta di un diritto, uno dei principali diritti alla base della vita di una nazione.   Un diritto che ovviamente comporta anche dei doveri, e questo per la sua intrinseca carica di responsabilità civile, sociale e politica.    I fenomeni di falsificazione e corruzione relativi al riconoscimento della cittadinanza italiana sono purtroppo una delle gravi conseguenze dell’enorme accumulo di domande di cittadinanza (soprattutto in Sudamerica e specialmente in Brasile) che in alcuni casi ha fatto arrivare a dieci anni il tempo per la definizione di questa pratica presso il Consolato.   Rafforzare i consolati con maggiori risorse umane ed economiche è il primo passo per facilitare una agile e attenta trattazione di questi processi ed evitare abusi e anche falsificazioni.   Voglio però ribadire in questa occasione che si tratta di fenomeni minoritari rispetto alla quasi totalità del numero di queste domande, quasi sempre originate da una sincera volontà di ricostruire il legame con l’Italia derivante dai propri vincoli familiari.   Che un cittadino americano con passaporto italiano lo utilizzi per lavorare o viaggiare nel resto dell’Europa e non in Italia non è di per sé un reato.   Mi domanderei semmai perchè questo avviene, o meglio perché troppo spesso l’Italia non riesce ad essere attrattiva per chi viene da fuori, a maggior ragione se con ascendenza o cittadinanza italiana.

D: La nostra legge di cittadinanza è adeguata per un mondo sempre più globalizzato?

R: L’Italia è un Paese in recessione demografica, prima ancora che economica.   Tra poco le due emergenze si aggraveranno, soprattutto la seconda.   Ma è chiaro a tutti gli economisti, e non soltanto a sociologi o demografi, che l’andamento demografico condiziona positivamente o negativamente l’economia.   Nel caso italiano il progressivo e per certi versi inesorabile invecchiamento della popolazione sta producendo ormai da diversi anni effetti negativi sull’incremento del nostro PIL.    Per “ringiovanire” la popolazione esistono soltanto tre leve: fare più figli o valorizzare le giovani generazioni di immigrati o emigrati.   Sappiamo che la prima opzione è al momento la più complessa, dipendendo in gran parte dalla sfavorevole congiuntura economica e dalle politiche per le famiglie dei nostri governi; riguardo a emigrati e immigrati, invece, sappiamo che oggi possiamo contare con una popolazione di oltre dieci milioni di persone (divisa quasi esattamente tra stranieri in Italia e italiani all’estero) e su un potenziale ancora più grande di italo-discendenti in grado di portare nuova linfa al nostro sistema sociale e produttivo.    La legge sulla cittadinanza va quindi mantenuta e adeguata, con l’obiettivo di includere e non escludere il patrimonio umano proveniente da emigrazione e immigrazione.   Il minimo comun denominatore dovrà essere lo ‘ius culturae’; una maggiore conoscenza della nostra lingua, della storia e dei valori costituzionali che sono alla base della nostra democrazia non potrà che dare maggiore consistenza alla piena cittadinanza di tutti.  

D: Visto che anche l’emigrazione italiana nel mondo sta arrivando alla quinta e oltre generazioni di discendenti degli emigrati, cosa possiamo fare come paese per aiutarli a scoprire le loro origini italiane e per mantenere contatti con il paese d’origine, con o senza passaporto italiano?

R: Come ho detto prima, investire in questo settore sarà fondamentale per la ricostruzione post Covid19.   Dalle nuove generazioni italiane nel mondo potranno arrivare idee, progetti e risorse utilissimi in una fase che sarà difficile e delicata.   Cosa fare ? Sarò concreto e obiettivo: lingua, scuola e turismo.   Tre settori strategici per ricomporre un rapporto che abbiamo troppo spesso lasciato alla nostalgia e allo spontaneismo.   La promozione della lingua e cultura italiana all’estero deve essere il canale principale sul quale puntare; l’ho sempre considerata parallela all’investimento in Italia sull’emigrazione a scuola: tanto importante sarà per i giovani italiani conoscere la presenza italiana all’estero, quanto fondamentale sarà offrire alle giovani generazioni italiane all’estero strumenti concreti e innovativi per recuperare o apprendere la lingua dei loro antenati.   Quindi scuola e università, a partire da una intensificazione degli scambi tra istituzioni educative italiane e straniere; scambi che coinvolgano le famiglie nell’accoglienza degli studenti e soprattutto le università.   In Italia abbiamo eccellenze universitarie a livello mondiale che potrebbero solo arricchirsi da una maggiore presenza di giovani italo-discendenti.   Infine il turismo, quello delle “radici” o di “ritorno” in primo luogo.   E’ un settore strategico sul quale ho lavorato molto da Presidente del Comitato sugli italiani nel mondo della Camera e adesso con il “Comitato 11 ottobre di iniziativa per gli italiani all’estero”; esistono studi e progetti portati avanti in questi anni da giovani ricercatori e operatori del settore.   Paesi con un bacino di utenti di gran lunga inferiore a quello degli italiani nel mondo (penso alla Scozia o all’Irlanda) hanno ottenuto risultati interessantissimi da investimenti e programmi mirati in questo campo; sarebbe strano se l’Italia non facesse altrettanto.

D: Ha qualche cosa che vuole dire ai nostri lettori prima di finire la nostra intervista?

R: Solo un ringraziamento per questa opportunità e un incoraggiamento a tutta l’informazione “per” e “su” gli italiani nel mondo; fate un lavoro importantissimo, fondamentale per dare sostanza, anche democratica, alla partecipazione delle nostre collettività alla vita pubblica italiana e siete un elemento imprescindibile per garantire oggi e domani quel preziosissimo legame che unisce l’Italia al mondo. Grazie !

Ringraziamo l’Onorevole Porta per la sua gentilezza e disponibilità e gli auguriamo buon lavoro, sia in Italia che in Sud America con i nostri parenti e amici in quel continente.

 

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Fabio Porta and the network of Italians in the world

Interview with Fabio Porta, former parliamentarian elected in South America with decades of experience among Italian communities abroad

Many of our readers will know our guest, the Honourable Fabio Porta, from his years in Italy’s Chamber of Deputies as the elected representative of the overseas electorate of South America. He is currently in Rome due to the CIVID-19 situation as he waits to be able to return to Brazil.

Q: Fabio Porta, please tell us something of you 10 years of parliamentary experience and the work you have carried out for the Italian community in South America during the years.

A: They were ten years lived intensely thanks to the continual rapport with the extraordinary Italian community that lives in South America. It is a great community not only numerically but above all for the wealth of its history which is still very much alive and for the deep and strong connection with Italy. At the same time I tried to be present and active in Parliament and I am still particularly proud to have been able to reconcile these two dimensions which are apparently hard to put together. It is hard to make a summary of the work carried out, I want to highlight the introduction of a useful and virtuous relationship with our communities and the consulates with the institution of the so-called “fondo per la cittadinanza” (citizenship fund) for the improvement of the services at the consulates. Another page that I will never forget is that of the defence of human rights, justice and memory which culminated in the Italian government’s participation as the “Project Condor Trial” (editor’s note: for the 23 Italian victims of the political repression in South America in ‘70s and 80s which included and finished with 24 life sentences). And then the approval of the law that the Italy-Latin America conference permanent and the promotion of the Italian-Latin American Parliamentary Forums. Finally, the Venezuelan emergency which I followed passionately from the first instant, contributing to the solution of solid problems such as that of the payment of Italian pensions that had been blocked for more than two years.

Q: In this time that we are all closed in our homes due to the worldwide health emergency have you any thoughts about the relationship between Italy and her communities spread around the world and not only in South America? Many Italians overseas are anxiously following the developments of this tragedy that has affected us so deeply.

A: The pandemic has dramatically put our country at the centre of the world and again a heritage of in some ways moving extraordinary human relations has emerged; that of our communities overseas. Initiatives of solidarity around the world to help Italy fight the fight have multiplied, often promoted by our very many communities scattered in every corner of the planet.  We have all felt close to Italy and her drama. This heritage cannot and must not be lost. Today, more than after the war, Italy can count on overseas communities that are strong, organized and often in dominant positions politically, economically and socially. This is a network of human resources that, if properly solicited and involved, can be decisive for the “reconstruction” of the country after the COVID-19 crisis.

Q: Relations between countries are also maintained with the Press, do you have any thoughts on how to improve the essential role of the RAI in favour of Italians overseas? Do you think that it is enough to transmit in Italian since the vast majority of them are well beyond the third generation and therefore without the ability to fully understand our language?

A: For a country like ours with a strong “Italic” community estimated at more than 250 million (in Latin America alone we have more than 80 million Italian descendants!), a television network such as RAI should constitute a strategic vector not only for information but also for our language, culture and “made in Italy”. Unfortunately this is not so and to demonstrate this it would be sufficient to analyze the trend of the resources destined by RAI for “RAI International” before and then to “RAI Italia” in recent years. But it is not only a question of resources. What sense does it make to transmit in Italian without subtitles for the programmes? Be it in English, Spanish and Portuguese or also simply in Italian, also to help the new generations of Italians overseas to get closer our beautiful language.

Q: The role of RAI World is also to educate the public, both in Italy and overseas, what tools can be put in place to give strength to this role? For example, how much do we know about the lives and the events of Italians overseas, maybe through film products?

A: On its own the epic of the Italians around the world constitutes a unique and unrepeatable source of inspiration for documentaries, films and TV series. The history of our migration around the world has always intersected with that of the great countries of migration, with scientific discoveries, with the history of art, music and religion sport and politics… Not to mention the issues tied to entrepreneurship, commerce, and the birth of trades union. This is unique material from the point of view of film production but it is especially a very rich history that deserves to be known by everyone, mainly in Italy. And in this case too more attention and also more investment may be required. It is also our fault if in the past the cinema has remembered our migrants more by telling stories of gangsters and mafiosi than those of scientists and artists.

Q: Our newspaper had started to gather the history and the experiences of our relatives and friends overseas.  What possible synergies, in addition to the commitment of our newspaper,  are needed in order to finally know and recognize the successes, works, dreams, as well as the failures and the tragedies of the history of our migration with an acute eye for the contributions, and not only economic, that the migrants have given our Home land over well more than a century and a half?

A: I spoke before of my work in Parliament. If there is one regret it is that of not being able to pass a law that I continue to consider essential for Italy and even more for her communities overseas. I refer to the introduction of the multidisciplinary study on migration at school, obviously with specific reference to Italian migration around the world. Only in this way would we be able, at least in part, to fight that incredible and self destructive ignorance that is growing in Italy regarding the richness of the presence of Italians overseas. I have lived in Brazil for more than twenty years and it is still common today, even in Parliament (sic!), to meet people who are amazed when I tell them that at least 37 million Italian descendants live in the country of “samba and the carnival”. And unfortunately the examples could continue.  How do you value something you do not know? And this is the question we must ask ourselves when we rightly claim more attention and some direct investment for our communities around the world.

Q: Many Italians, especially in South America, consider the Italian passport a “luxury item”. In fact, you can work in Europe in general with the passport and not only in Italy. There are also cases of falsification of documentation to obtain Italian citizenship, as has happened in the past for South American football players to be able to play as Italians or Europeans and not as foreign players. Are there many who desire this privilege, but how right and how useful is it?

A: Citizenship should never be considered as a “privilege”, and not even as a “concession”. Citizenship is a right, one of the main rights underlying the life of a nation.  This is a right that obviously entails duties and for this reason, its intrinsic burden of civil, social and political responsibility. The phenomena of falsification and corruption regarding the recognition of Italian citizenship are unfortunately one of the serious consequences of the enormous accumulation of applications for citizenship (above all in South America and especially Brazil)) that in some cases have taken ten years for the resolution of a file at the Consulate.  Strengthening the consulates with greater human and economic resources is the first step to nimble and attentive treatment of these procedures and to prevent abuse and also falsification. However, in this occasion I want to emphasize that these are minor phenomena compared to the almost totality of the number of these questions, almost always originating from a sincere desire to rebuild a link with Italy that comes from the family ties. That an American citizen with an Italian passport uses it for work or to travel in the rest of Europe and not in Italy is not in itself a crime. If anything, I wonder why this happens, better yet, why Italy often cannot be attractive to those who come from outside, even more so if they are of Italian origins or citizenship.

Q: Is our citizenship law adequate for an increasingly globalized world?

A: Italy is in demographic recession even more than economic. Soon the two emergencies will worsen, especially the latter.  But it is evident to all the economists, and also sociologists or demographers, that the demographic trend conditions the economy positively or negatively. In the case of Italy, the progressive and inexorable aging of the population has for a few years now been producing negative effects on the growth of our GDP. There are only three levers to “rejuvenate” the population: having more children, to enhance the young generations of immigrants or emigrants.  We know that currently the first option is more complicated and largely dependent on the unfavourable economic situation and the policies for the families of our governments.  Concerning emigrants and immigrants, we know that today we can count on a population of more than ten million people (divided almost equally between foreigners in Italy and Italians overseas) and on the even greater potential of Italians descendants able to give new life to our social and productive system. The citizenship law must therefore be maintained and updated with the aim of including and not excluding the human heritage from emigration and immigration. The lowest common denominator must be the ‘ius culturae’ (law of Culture), greater knowledge of our language, history and those values of the Constitution that are the basis of our democracy can only give greater consistency to full citizenship for all.

Q: Considering that Italian migration around the world is reaching the fifth and greater generation of descendants of migrants, what can we do as a country to help them discover their Italian origins and to maintain the contacts with the country of origin, with or without an Italian passport?

A: As I said before, investing in this sector will be essential for reconstruction after COVID-19. In a phase that will be difficult and delicate, very useful ideas, projects and resources will come from the new Italian generations around the world. What to do? I will be concrete and objective: language, school and tourism. There are three strategic sectors to recompose a relationship that all too often we have left to nostalgia and spontaneity. The promotion of Italian language and Culture must be the main channel on which to focus and I have always considered this to be parallel to the investment in Italy of emigration in the school. It is as important for young Italians to know the Italian presence overseas, as it will be to offer the generations of young Italian overseas concrete and innovative tools to recover or to learn the language of their ancestors. Therefore, school and university starting with the intensification of the exchanges between Italian and foreign educational institutions, exchanges that involve families in the welcoming students and especially the universities. In Italy we have excellent world class universities that would only be enriched by a greater presence of young Italian descendants. Finally, tourism, in first place that of the “roots” or “return” in first place. This is a strategic sector on which I have worked a lot as President of the Committee on Italians in the world in the Chamber of Deputies and now in the “Comitato 11 ottobre di iniziativa per gli italiani all’estero” (11 October Committee of  Initiative for Italians overseas). There are studies and projects carried out by young researchers and operators in the sector. Countries with a far smaller user base than that of the Italians overseas (I am thinking of Ireland and Scotland) have achieved very interesting results from investments and programmes aimed at this field and it would be strange if Italy did not do likewise.

Q: Do you have anything you want to say to our readers before we finish our interview?

A: Only thank you for this opportunity and encouragement for all the information “for” and “about” Italians around the world. You are doing a very important job, basically to give substance, even democratic, to the participation of our communities to Italy’s public life and you are an essential part element for guaranteeing today and tomorrow that valuable link that unites Italy to the world, Thank you.

We thank the Honourable Fabio Porta for his kindness and availability and we wish him the best for his work in both Italy and South America with our relatives and friends in that continent.

A cosa serve la Storia? – What use is history?

di emigrazione e di matrimoni

A cosa serve la Storia?

La Storia non serve solo a prevedere sommosse violente e grandi rivoluzioni, ma serve soprattutto per dare i mezzi per poter giudicare il mondo che ci circonda ed avere la consapevolezza che ci permette di prendere le migliori decisioni per il futuro.

Il 14 luglio 1789 alla notizia della caduta della Bastiglia Luigi XVI chiese “È una rivolta?”, la risposta del Duca di Liancourt fu tanto veloce quanto lapidaria, “No Sire, è una rivoluzione”.

Questo scambio è entrato nei libri di Storia e l’ho sentito per la prima volta a scuola seguito poi dalla domanda inevitabile di uno studente, “ma il Re non poteva prevedere l’arrivo della Rivoluzione?”. Il nostro insegnante l’ha utilizzato per illustrare come il re non aveva i mezzi e la consapevolezza per capire che decenni di cattiva amministrazione e un senso di oppressione sempre in aumento tra la popolazione stava portando il paese alla rivoluzione.

Oggi con il senno di poi potremmo vedere e capire i passi storici, iniziando con l’Illuminismo, che aveva portato la Francia a questa rivoluzione che segnò la fine di una dinastia, vide l’Impero glorioso ma breve di Napoleone, che era il segnale che stava per iniziare un’epoca nuova della Storia dell’Uomo che oggi non è ancora finita.

Però Luigi XVI e i suoi consiglieri non potevano capire le conseguenze delle decisioni loro e dei loro predecessori.

Non possiamo dire altrettanto dello Zar russo Nicola II che, visto il ruolo del suo paese nella caduta di Napoleone, sicuramente studiò la Storia di quel periodo violento. Senza dubbio, con il fallimento della rivolta sanguinosa del 1905 lui si considerava al di sopra di ogni pericolo al suo potere, ma si sbagliava e anche lui finì come Luigi XVI, giustiziato da una parte del popolo che lui rappresentava, almeno in teoria.

La Rivoluzione Francese è un fatto raro nella Storia, un episodio nuovo che nessuno poteva prevedere fino in fondo. Fu la destituzione del re non da parte di un’altra famiglia aristocratica, come si era visto spesso per millenni, ma dal suo stesso popolo. Poi, nessun libro di Storia dell’epoca avrebbe potuto prevedere la violenza e la spietatezza del Terrore che finì solo con Napoleone, che divenne Imperatore di un paese che solo pochi anni prima voleva essere una democrazia.

Dal 1789 abbiamo visto altre rivoluzioni del genere, delle quali quella Russa fu la più importante, ma tutte hanno seguito lo stesso modello di comportamento, la destituzione del re, un periodo di scontri tra i responsabili del complotto anti-monarchico, seguito da un periodo di violenza dal quale esce un dittatore ancora peggio del re destituito. Nel caso russo, il suo Napoleone si chiamava Stalin che certamente non aveva i meriti militari del suo predecessore francese.

Ma la Storia non serve solo a prevedere sommosse violente e grandi rivoluzioni, ma serve soprattutto per dare i mezzi per poter giudicare il mondo che ci circonda ed avere la consapevolezza che ci permette di prendere le migliori decisioni per il futuro.

Quando leggiamo la Storia della Grecia e di Roma del periodo classico vediamo gli stessi vizi umani che sentiamo nei notiziari ogni giorno. Vediamo la gelosia, la rabbia, l’ignavia e tutte le emozioni che dettano il comportamento dell’uomo. La scoperta di pietre con il nome del grande statista Temistocle ci dimostra come illeciti elettorali succedevano anche nell’Atene antica che molti utilizzano, impropriamente purtroppo, come modello della Democrazia moderna.

Il mondo nuovo in cui viviamo ha mezzi di comunicazione e di trasporto che gli antichi potevano solo sognare, ma gli istinti e i vizi personali di ogni individuo non sono mai cambiati nel corso del tempo.

Gli appartenenti dei Black Block si lamentano delle grandi multinazionali, ma non si rendono conto che queste società non sono che la versione moderna delle compagnie private che saccheggiarono il mondo in nome dei re e regine dell’Inghilterra, la Francia, la Spagna, il Portogallo e le altre potenze coloniali. Ci lamentiamo dei nostri politici, magari sognando un’epoca d’oro di politica “pulita” mai esistita, però ci scordiamo degli scandali che coinvolsero politici in ogni paese del mondo nel corso del tempo.

Nel mondo d’oggi abbiamo un esempio davvero lampante di come l’Uomo non riesca a capire le lezioni del passato. Ormai sono decenni che i paesi occidentali cercano di portare pace nel Medioriente, spesso partecipando in azioni militari di breve durata che creano problemi di lunga durata che a loro turno creano le condizioni per altri interventi brevi. Poi ci meravigliamo di ondate di profughi da paesi distrutti da interventi occidentali.

Tragicamente, mentre leggiamo i libri di Storia vediamo gli stessi paesi come campi di battaglia che sono ancora luoghi di conflitti moderni. È facile individuare Iran e Iraq, le antiche Persia e Babilonia e naturalmente Israele e i paesi che lo circondano. Diventa ancora più triste poi vedere quante volte leggiamo i nomi di Sudan, Cina, Cuba, Marocco, Algeria e potrei andare avanti per paragrafi di luoghi che erano nelle mire delle potenze internazionali, anche prima del ritrovamento di petrolio, oro, argento o altri minerali che molti ritengono siano gli unici motivi per le guerre.

In ogni caso, la Storia non serve solo per i capi di governo e i politici che decidono il destino dei nostri paesi, ma anche in ogni aspetto della nostra vita. Magari chiediamo condoni edilizi dopo aver costruito abusivamente un palazzo in una zona proibita, per poi lamentarci quando una pioggia forte porta via la casa costruita sul percorso di un fiume in secca, eppure vediamo casi del genere fin troppo spesso nei notiziari.

La Storia non è semplicemente una recitazione di date e re, di cadute di imperi e di ascese di mercenari e signorie. La Storia vera è guardare cosa aveva portato paesi e persone in determinate situazioni e come ne sono usciti, oppure molto spesso perché sono morti. La Storia vera è vedere e capire gli sbagli del passato per poter evitare destini tragici, come anche di trovare il modo di ripetere gli esempi di successo.

Quando guardiamo il passato vediamo il percorso che ha creato questo mondo in cui viviamo e potremo renderci conto che i nostri predecessori non erano poi così diversi da noi. Oggi vediamo i ricchi che comprano Ferrari e aerei privati per dimostrare le loro ricchezze e potere, invece nel passato i potenti costruivano palazzi e pagavano artisti per sfoggiare al mondo il frutto dei loro lavori e, spessissimo, dei loro complotti segreti.

Nel suo capolavoro “Il Mestiere delle Armi” il regista Ermanno Olmi ci fornisce una finestra sul passato per vedere come è morto Giovanni de Medici, detto Delle Bande Nere. Vediamo la mentalità provinciale dei Gonzaga e D’Este che porterà alla sua morte per tradimento in campo di battaglia.

Possiamo veramente dire che siamo meglio di questi signori che regnavano sulle nostre città importanti per secoli? Basta vedere il campanilismo politico italiano che dura ormai da decenni al Parlamento Europeo a Strasburgo per vedere come programmi partitici domestici hanno la precedenza sulle priorità nazionale e per capire che non abbiamo ancora capito le lezioni di certi episodi del nostro passato, e nemmeno tanto lontani.

Cosa c’è meglio della Storia per insegnarci come evitare di ripetere per l’ennesima volta gli sbagli del passato e creare un mondo migliore? Però, per farlo bisogna cominciare ad insegnare la Storia a scuola perché molti dei nostri esponenti politici moderni certamente non l’hanno fatto…

 

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What use is history?

History does not only serve to predict violent uprisings and great revolutions, above all it serves to give us the means to be able to judge that world around us and to have the awareness that allows us to make the best decisions for the future

On July 14, 1789 on hearing the news of the fall of the Bastille French King Louis XVI asked, “Is this a revolt?” The reply by the Duke of Liancourt was a fast as it was blunt, “No Sire, this is a revolution”.

This exchange entered the history books and I heard it for the first time at school when it was followed by the inevitable question by a student, “But couldn’t the King see the Revolution was coming?” Our teacher used this to illustrate how the King did not have the means or the awareness to understand that decades of bad administration and an ever growing sense of oppression amongst the population was bringing the country to revolution.

With hindsight today we see and understand the historical stages, beginning with the Enlightenment, that brought France to the Revolution that marked the end of a dynasty, saw Napoleon’s glorious but brief Empire and was the signal that a new Era of Human history was about to begin and that today has not yet ended.

However, Louis XVI and his advisers could not understand the consequences of their decisions and those of their predecessors.

We cannot say as much for Russia’s Tsar Nicholas II who, considering his country’s role in Napoleon’s fall, had surely studied that violent period of history. Without doubt after the failure of the bloody revolt in 1905 he considered himself above any threat to his power but he was wrong and he too finished like Louis XVI executed by a part of the population that he represented, at least in theory.

The French Revolution was a rare occurrence in history, a new episode that nobody could have fully foreseen. It was the dethroning of a King, not by another aristocratic family as we had seen for millennia, but by his own population. And then, no history book of the time could have foreseen the violence and the ruthlessness of the Terror that ended only with Napoleon who became Emperor of a country that only a few years before wanted to become a democracy.

Since 1789 we have seen other such revolutions, of which the Russian was the most important, but all followed the same model of behaviour, the dethronement of a ruler, a period of clashes between those responsible for the anti-monarchist plot followed by a period of violence out of which came a dictator that was even worse than the deposed monarch. In the case of Russia, its Napoleon was called Stalin who certainly did not have the military merits of his French predecessor.

But history does not only serve to predict violent uprisings and great revolutions, above all it serves to give us the means to be able to judge that world around us and to have the awareness that allows us to make the best decisions for the future.

When we read the history of Classical Greece and Rome we see the same human vices that we read in the news today. We see jealousy, rage, ignorance and all the emotions that dictate Man’s daily behaviour. The discovery of stones with the name of the great statesman Themistocles shows us how electoral fraud also happened in ancient Athens which many use, improperly unfortunately, as a model for modern democracy.

The new world in which we live has means of communication and transportation that the people of the ancient past could only dreamed but the instincts and personal vices of each individual have never changed over time.

The members of the Black Block complain about the large multinationals but they do not realize that these companies are only the modern versions of the private companies that sacked the world in the name of Kings and Queens of England, France, Spain and Portugal and the other colonial powers. We complain about our politicians, maybe with the dream of a “clean” Golden Age of politics that never existed, however we forget the scandals that involved politicians in every country in the world over time.

In today’s world we have a truly striking example of how man cannot understand the lessons from the past. For decades now western countries have been trying to bring peace to the Middle East, often taking part in short-lived military operations which create long term problems which in turn create the conditions for other brief interventions. And then we are amazed at the waves of refugees from the countries devastated by the western interventions.

Tragically, when we read history books we see the same countries as battlefields that are still places for modern conflicts. It is easy to identify Iran and Iraq, the ancient Persia and Babylon, and naturally Israel and the countries that surround them.  This becomes even sadder when we see how many times we read the names of Sudan, China, Cuba Morocco, Algeria and I could continue for paragraphs of places that became the targets for international powers, even before the discovery of oil, gold, silver or other minerals that many believe are the sole reasons for wars.

In any case, history does not serve only for heads of government and politicians who decide the destinies of their countries but also for every aspect of our lives. We may ask for building amnesties after having illegally constructed a building in a forbidden area and then we complain when strong rain takes away a house built on a dry riverbed and yet we see such cases all too often in the news.

History is not simply a recitation of dates and Kings, the fall of Empires and the rise of mercenaries and ruling families. True history is to look at what brought these countries and people into certain situations and how they came out or, very often, why they died. True history is to see and understand the mistakes of the past in order to be able to avoid repeating tragic fates, as well as also to find the way to repeat the successful examples.

When we look at the past we see the path that created the world in which we live and we can understand that our predecessors were not so different from us. Today we see the rich who buy Ferraris and private airplanes to show their wealth and power and instead in the past the powerful built palaces and paid artists to show the world the fruit of their labours and very often their secret plots.

In his masterpiece “Il Mestiere delle Armi” (The Profession of arms) the film director Ermanno Olmi gives us a window to the past to see how Giovanni de Medici, called “Delle Bande Nere” (of the “Black Bands” due to the dark colouring of their armour) died. We see the provincial mentality of the Gonzaga and d’Este dynasties that brought about his death by betrayal on the battlefield.

Can we truly say we are better than those Lords who reigned over our major cities for centuries? We only have to look at the parochialism of Italian politics in the European Parliament in Strasbourg that has now lasted for decades to see how domestic political party agendas have taken precedence over national priorities and to understand that we have not yet learnt the lessons of certain episodes from our past and some not even so long ago at that.

What is better than history to teach us how to avoid repeating once again mistakes from the past and to create a better world? However, in order to do so we must teach history at school because most of our modern politicians certainly did not do so…

La Creazione di un Meme – The Creation of a Meme

di emigrazione e di matrimoni

La Creazione di un Meme

Negli ultimi anni i “meme” sono diventati i tormenti dei social. Prendono in giro i bersagli di turno ma fin troppo spesso il messaggio contenuto non è quel che sembra ed altrettanto spesso si basano su bugie.

Purtroppo, i meme non sono altro che la manipolazione dei lettori, a volte per motivi puramente politici, soprattutto nel caso dalle pagine di politici, oppure anche per altri motivi, come per screditare personaggi o prodotti, come vediamo ora con le ondate di falsità dei presunti pericoli del 5G.

Nel caso del soggetto di questo articolo il meme non solo falsifica la storia affascinante della bellissima foto in testa all’articolo, ma contiene la frase che è l’esatta antitesi di quel che la foto mostra e in questo caso esiste la prova dell’accaduto.

Allora guardiamo bene il meme in questione e vediamo come immagini, frasi e anche personaggi celebri sono utilizzati per motivi occulti e soprattutto farlocchi.

Bambi

L’immagine è irresistibile, un soldato che porta in groppa un asino per la campagne che è il simbolo del bisogno di “leadership”, la capacità di guidare le truppe o la gente. Invece la Storia vera, in entrambi i sensi della parola, della foto è ancora più bella.

L’asinello nella foto si chiamava “Bambi” e il soldato che lo porta non è un soldato della seconda guerra mondiale in Sicilia, bensì un harki (soldato maghrebino) della celebre Legione Straniera francese, e fu scattata nel Maghreb algerino nel 1958. Difatti, l’asino diventerà la mascotte pluridecorata del reggimento del soldato che lo salvò.

Inoltre, il meme dice che l’asino non fu portato per amore verso l’animale, invece, come dimostra il certificato “Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals” (Società  Reale per la prevenzione della crudeltà agli animali in Gran Bretagna) nell’attestato e decorazione al fianco al harki  che aveva salvato l’asinello, proprio perché era affamato e dissetato.

Infine, l’unità era il 13° Demi-Reggimento della Legione Straniera che, benché giovane in termini militari, fu fondata per partecipare nelle guerre tra la Finlandia e l’Unione Sovietica nel 1940, fu al centro delle unità francesi che appoggiarono Charles De Gaulle nelle lotte per liberare la Francia dai nazisti e molte altre battaglie nei decenni dopo la guerra mondiale, compresa la storica disfatta francese a Dien Bien Phu che mise fine al colonialismo francese in Vietnam.

Per chi vuole sapere di più di questa unità può trovare l’informazione in inglese al link: http://foreignlegion.info/history/13dble/  che chiaramente dimostra che il copyright alla foto appartiene alla Legione Straniera e quindi le origini della foto sono inconfutabili.

Avendo visto come questo meme sia un falso storico, possiamo capire benissimo che si tratta di  una critica a capi politici con un ragionamento sbagliato. Ma l’attrazione del meme è proprio nell’immagine bellissima che perde il senso dell’umanità del gesto del soldato con la manipolazione e la falsificazione della foto e la sua Storia vera.

Ma come si fa a creare un meme del genere e come si fa a riconoscere le falsità del messaggio?

Atto di creazione

Nel corso degli anni i meme hanno preso molte forme. Quelle più comuni sono di personaggi storici importante insieme a presunte citazioni che cercano di rinforzare oppure indebolire individui o categorie di personaggi, oppure anche per promuovere complotti che girano nel web fin troppo spesso.

Allora si vede una citazione di Aristotele, Napoleone, Churchill e altri personaggi del genere con un commento che sembra confermare le opinioni e/o pregiudizi del lettore pro o contro certi soggetti, e il lettore lo condivide automaticamente per dimostrare la propria sensibilità verso il soggetto. Con quel semplice click il lettore fa il gioco occulto del creatore del meme di diffondere idee o teorie false e manipolate.

Il lettore spesso cerca conferme di quel che pensa e questi messaggi semplici e, apparentemente chiari, sembrano fornire le prove inconfutabili di quel che pensa. Spesso diventa così convinto del messaggio che si offende quando qualcuno cerca di spiegare a lui o lei che la notizia e/o le immagini sono false e tutti noi abbiamo visto regolarmente i litigi online che ne seguono.

Ma come si fa a riconoscere i meme farlocchi e quindi evitare litigi sterili e infine inutili?

Riconoscere

Incredibilmente, la prima prova del meme falso si trova proprio nel messaggio. Se la grammatica è scorretta esiste una grande possibilità che tutto il meme sia falso. L’intenzione del designatore/creatore non è di fare l’autore ma diffondere idee e messaggi falsi e manipolatori, la grammatica spesso non fa parte dei suoi pensieri quando mette insieme il meme.

Peggio ancora quando lo sbaglio grammaticale è proprio nella citazione del personaggio celebre e dovrebbe già preavvisare il lettore del gioco occulto del disegnatore del meme. Purtroppo, il lettore in cerca conferme delle proprie idee e non nota dettagli del genere.

Per confermare l’autenticità della citazione basta fare una ricerca con Google con il nome del personaggio e la citazione stessa, nello spazio di pochissimi istanti il lettore scoprirebbe se la citazione sia vera o no.

Non raramente il lettore scopre che la citazione è stata manipolata dal creatore del meme. Un esempio è una presunta citazione di Aristotele che fa un commento riguardo il “capitalismo” che regolarmente fa il giro del web. Basti pensare che la parola “capitalismo” risale alla fine del ‘700 per capire che la citazione è falsa. E questo non è che un esempio di falsità dei meme.

Ovviamente la manipolazione si fa anche con l’immagine stessa. Basta dare una spiegazione diversa dell’immagine utilizzata che il lettore la interpreta nel modo sbagliato. Questo è il caso dell’asinello nella foto. La spiegazione della Sicilia della seconda guerra mondiale è plausibile e quindi il meme potrebbe essere vero, ma nel caso specifico, la storia raccontata è palesemente falsa e facilmente verificabile.

Come si fa a controllare un’immagine? Incredibilmente facile con l’internet, ma bisogna solo avere pazienza e anche un senso critico. Esiste il mezzo di fare “reverse image search” (ricerca a rovescio dell’immagine”) su Google. Basta scaricare l’immagine e utilizzare uno dei mezzi disponibili nelle ricerche per trovare le origini della foto. Però bisogna stare attenti, se il meme è virale molti delle prime risposte si riferiscono al meme, però con pazienza e logica si trova l’origine della foto/immagine e quindi si può sapere la veridicità del meme.

Manipolazione

Per alcuni queste considerazioni sono banali ma nel corso degli ultimi anni i meme sono diventati un’arma potente di disinformazione e fonte di non poche controversie online, persino tra amici e parenti. Tutti cerchiamo soluzioni facili a problemi odierni e i meme sembrano fornirle, ma nella nostra voglia di conferme, o di smentite, accettiamo fin troppo facilmente il meme che sia in accordo con le nostre idee.

Però, le controversie delle cosiddette “scie chimiche”, il giro feroce di presunti pericoli del sistema 5G delle reti cellulare, e persino il ritorno dei terrapiattisti dimostra come una tristemente non piccola parte della popolazione crede in idee che sono l’opposto della scienza, che si basa su un principio fondamentale, che le teorie devono essere provate in modo sistematico e facilmente verificabili.

I meme non fanno questo e la storia dell’asinello salvato dal harki ci fa capire benissimo come un’immagine davvero carina e che attira l’attenzione del lettore possa essere manipolata per motivi occulti e spesso per motivi non affatto etici.

Non cadiamo nel tranello dei disegnatori di questi meme. Siamo più critici e prendiamo i minuti necessari per confermare o smentire i meme. Non solo non faremo brutte figure, ma eviteremo di diffondere bugie e altre falsità che inquinano il nostro discorso pubblico, che non fanno altro che promuovere idee e programmi occulti e spesso pericolosi.

 

di emigrazione e di matrimoni

The Creation of a Meme

In recent years “memes” have become the bane of the social media. They deride their targets and all too often the message they contain is not what it seems and just as often based on lies.

Unfortunately, memes are only the manipulation of the readers, sometimes for purely political reasons, especially in the case of those of the pages of politicians, or also for other reasons, such as discrediting people or products as we are now seeing with the waves of falsehoods on the alleged dangers of 5G.

In the case of the meme that is the subject of this article the meme not only falsifies the story of the wonderful photo at the head of this article but contains a phrase that is the exact antithesis of what the photo shows and in this case there is proof of what happened.

So, let us look closely at the meme in question and let us see how images and also famous people are used for hidden and sometimes fraudulent reasons.

Bambi

The image is irresistible, a soldier carrying a donkey in the countryside that is the symbol of the need for “leadership”, the capacity to lead soldiers or people. Instead, the true history and the story of the photo are even more wonderful.

The name of the small donkey was “Bambi” and the soldier carrying him was not from the Second World War in Sicily but rather a harki (an Algerian soldier) of the famous French Foreign Legion and it was taken in 1958 in the Maghreb region of Algeria. In fact, the donkey became famous as a highly decorated mascot of the regiment of the soldier who saved him.

Furthermore, the meme says the donkey had not been carried for love of the animal, instead, as the certificate and medal from the British Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals alongside shows, the harki had saved the donkey for precisely the reason that the donkey was starving and thirsty.

Finally, the unit was the 13th Demi-Regiment of the Foreign Legion. Even though young in military terms, the unit had been founded to take part in the wars between Finland and the Soviet Union in 1940, the regiment was in the middle of French forces that supported Charles de Gaulle in his struggles to free France from the Nazis and in many other battles in the decades after the war, including the historic French defeat in Dien Bien Phu which out an end to French colonialism in Vietnam.

For those who want to know more about this unit, they can find information on the link http://foreignlegion.info/history/13dble/  which clearly shows that the copyright of the photo belongs to the Foreign Legion and therefore the origins of the photo are irrefutable.

Having seen that this meme is a falsehood of history, we can understand very well that the meme is a criticism of modern political leaders with the wrong reasoning. But the precise attraction of the meme is the beautiful image that, with the manipulation and falsification of the photo and its true history, loses its sense of humanity in the act by the soldier.

But how is such a meme created and how do we recognize the falsehoods of the message?

Act of creation

Over the years memes have taken many forms. The most common are of major historical characters together with alleged quotations that try to reinforce or weaken individuals or categories of people or also to promote conspiracy theories that all too often do the rounds of the web.

So we see a quotation by Aristotle, Napoleon, Churchill and other such people with a comment that seems to confirm the opinions and/or prejudices of the reader for or against certain subjects and the reader shares it automatically to show his or her sensibility to the subject. With a simple click the reader plays the hidden game of the meme’s creator of spreading ideas or false and manipulated theories.

Readers often look for confirmation of what they think and these simple and apparently clear messages seem to provide irrefutable proof of what they think. Often they are so convinced by the message that they are offended when someone tries to explain to them that the news and/or image are false and we have all seen the regular arguments online that then follow.

How do we recognize fraudulent memes and therefore avoid sterile and useless arguments?

Recognition

Incredibly, the first proof of a false meme is found in the message itself. If the grammar is incorrect there is a great probability that all the meme is false. The intention of the designer/creator is not to be an author but to spread false and manipulative ideas and often the grammar is not part of his or her thoughts when putting together the meme.

This aspect is made even worse when the error in grammar is in the quotation from the famous person and should act as a warning for the reader of the hidden game by the meme’s designer. Unfortunately, the reader in search of confirmation of his or her ideas does not notice such details.

In order to confirm the authenticity of the quotation we only have to do a search on Google with the person’s name and the quotation, in the space of a few short seconds the reader will discover whether or not the quotation is true.

Not uncommonly the reader discovers that the quotation has been manipulated by the meme’s creator. One example is the alleged quotation by Aristotle making a comment about “capitalism” which regularly makes the rounds of the web. We only have to think that the word “capitalism” goes back to the late 18th century to understand that the quote is false. And this is only one example a falsehood in memes.

Obviously the manipulation is also done with the image itself. We only have to give a different explanation for the image used and the reader interprets it in the wrong way. This is the case of the little donkey in the photo. The explanation of Sicily during the Second World War is plausible and therefore the meme could be true, but in this specific case the story told is patently false and easily verifiable.

How do you check an image? Incredibly easily with the internet but you only have to be patient and also critical. There is a means called “reverse image search” on Google. You only have to download the image and use one of the methods available to find the origin of the photo. However, you have to be careful, if the meme is viral many of the first answers refer to the meme but with patience and logic the origin of the photo/image can be found and therefore know the veracity of the meme.

Manipulation

These considerations may seem trivial to some but during recent years memes have become a powerful weapon for disinformation ant the source of many controversies online, even between friends and relatives. Everybody looks for easy solutions to today’s problems and the memes seem to provide them but in our desire for confirmation, or to prove ideas false, we all too easily accept the memes that seem to agree with our ideas.

However, the controversies of the so-called “chem trails”, the ferocious rounds of alleged dangers of the 5G mobile telephone networks and even the return of “flat earthers” sadly show how a not insignificant part of the population believes in ideas that are the opposite of science which is based on one precise concept, that theories must be proved systematically and be easily verifiable.

Memes do not do this and the story of the small donkey saved by the harki makes us understand very well how an image that is truly nice and draws the reader’s attention can be manipulated for reasons that are hidden and often not at all ethical.

Let us not fall into the trap of the designers of these memes. Let us be more critical and take the minutes necessary to confirm or deny the memes, we will not only avoid bad gaffes but we will avoid spreading the lies and other falsehoods that pollute today’s public debates that only promote hidden ideas and programmes that are often dangerous.

Immigrati e Cittadinanza – Migrants and citizenship

di emigrazione e di matrimoni

Immigrati e Cittadinanza

Non sempre l’emigrato decide di lasciare il paese di nascita per un altro paese, spesso in continenti lontani, per i motivi che ormai sono diventati luoghi comuni quando parliamo degli italiani all’estero, legati a costruire una vita nuova.

Un recente scambio con un amico tramite Facebook ha suscitato il tema degli immigrati e la cittadinanza nel nuovo paese di residenza. Infatti, leggendo e partecipando in scambi su pagine dedicate agli italiani all’estero in vari paesi nel corso del tempo, il tema della cittadinanza del nuovo paese è regolarmente nominato, spesso per motivi politici, però non c’è dubbio che è un tema importante, perché la cittadinanza è vista da molti come la prova della decisione definitiva dell’emigrato di rimanere nel nuovo paese.

Questo è un tema che tocca anche i figli degli immigrati nati in quei paesi perché, con la legge italiana di ius sanguinis, cioè dare cittadinanza per diritto di sangue invece che luogo di nascita, la cittadinanza ha aspetti a volte inattesi per gli immigrati.

In questo articolo vogliamo trattare la cittadinanza dal punto di vista del nuovo immigrato e per il futuro, come già in passato, tratteremo la cittadinanza per quel che riguarda non solo i figli, ma nel caso della legge italiana, anche discendenti di immigrati italiani ben oltre i nipotini degli immigrati stessi.

Nel trattare questo tema dobbiamo anche ricordarci che questo discorso vale anche per gli immigrati che ora sono in Italia e quelli che vogliono venire qui nel futuro. Questo è un tema che tende a riscaldare gli animi perché tocca profondamente i sentimenti personali di cittadini nati e cresciuti nel paese, ma molti di loro non capiscono, tantomeno hanno dovuto affrontare direttamente cosa vuol dire cambiare paese per costruire una vita nuova.

Decisione

Non sempre l’emigrato decide di lasciare il paese di nascita per un altro paese, spesso in continenti lontani, per i motivi che ormai sono diventati luoghi comuni quando parliamo degli italiani all’estero, legati a costruire una vita nuova.

Certo la grande maggioranza di chi parte cerca quel che non ha trovato in Italia, ma non possiamo negare che ci siano molti motivi per arrivare a questa decisione, alcuni leciti, alcuni illeciti ed alcuni certamente anche se leciti, non sempre etici.

L’impressione di molti è che tutti partono per un altro paese per sempre, però, basta girare molti paesini sparsi nel Bel Paese, e non solo nelle regioni meridionali, per vedere case costruite da immigrati con l’intenzione eventualmente di tornare a casa. Allora, già con questo capiamo che non tutti vogliono partire permanentemente dalla terra natìa.

Allora in molti casi questi emigrati non si pongono la domanda di prendere o no la cittadinanza del paese. Per loro la vita all’estero è una fase passeggera, anche se dura pochi anni oppure due o tre decenni.  Alcuni poi vengono “dirottati” quando i figli inevitabilmente cominciano ad avere storie d’amore con ragazzi locali, a volte italiani e a volte no, e l’immigrato può scoprire che il sogno del ritorno in Patria diventa una chimera, soprattutto quando cominciano ad arrivare i nipotini.

Nel frattempo, questi emigrati senza cittadinanza locale continuano a lavorare, molti a creare imprese per conto proprio, pagano le tasse, cominciano ad impiegare persone, siano parenti e/o altri italiani, oppure di altre cittadinanze. Questi immigrati in effetti hanno dato contributi importanti ai loro nuovi paesi di residenza.

In molti casi nessuno nota che all’uomo o donna d’affari e successo manca il documento di naturalizzazione del paese nuovo. L’importante è che con il loro lavoro e il loro talento hanno creato una vita nel paese nuovo, e non avere il certificato con bollo e stemma non toglie merito alla grandezza delle loro imprese.

Però, ci sono altri italiani che sono partiti per l’estero con intenzione di non tornarci, ma che, per motivi vari, decidono di non sancire questo trasferimento con la cittadinanza, per motivi legati ad altri aspetti che ora molti di noi abbiamo dimenticato.

Altri motivi

Indubbiamente le generazioni di emigrati italiani dopo le due guerre mondiali erano composte principalmente da reduci dei conflitti e per loro la decisione di prendere o no la cittadinanza del paese nuovo era legata soprattutto alle esperienze personali di ciascun individuo. Nel corso degli anni ho conosciuto diversi reduci che hanno deciso di non prendere la cittadinanza australiana proprio per questi motivi. I casi si dividevano in due categorie.

Il primo caso, la domanda di cittadinanza in Australia fino a due decenni fa comprendeva una rinuncia esplicita della cittadinanza originale. Nel caso di ex-soldati italiani che avevano combattuto sotto la bandiera era una decisione dolorosa, e molti non hanno potuto rinnegare le loro azioni nel passato. Per gli ex-soldati italiani della seconda guerra mondiale questa decisione era ancora più difficile perché molti di loro avevano combattuto proprio contro i loro nuovi compatrioti.  E questo aspetto toccava tutti gli ex combattenti emigrati in ex paesi nemici bellici.

Nel caso dell’Australia, la procedura di cambio di cittadinanza non comprende più la rinuncia della cittadinanza precedente, e quindi molti di coloro che non avevano preso la cittadinanza australiana l’hanno fatto con molta piacere.

Però, il secondo caso riguarda proprio questa generazione di ex soldati italiani della seconda guerra mondiale e per motivi legati anche alla politica italiana e un aspetto del sistema politica dell’Australia e anche altri paesi del Commonwealth britannico. Per quella generazione italiana un aspetto specifico ha fatto si che alcuni italiani non abbiano preso la cittadinanza australiana e abbiamo il forte sospetto anche in altri paesi.

La decisione più controversa di quella generazione in Italia immediatamente dopo la guerra era divisa tra il mantenere la monarchia dei Savoia, oppure di formare un Repubblica nuova. Inoltre, molti soldati italiani non hanno visto di buon occhio (sic) il comportamento della casa reale durante il Ventennio. Quindi molti  hanno votato per la Repubblica.

Perciò, come mi hanno detto diverse ex soldati, quando hanno capito che la procedura di cittadinanza in Australia comprendeva non solo giurare al paese, ma anche alla Regina del paese, che poi è anche quella d’Inghilterra, hanno deciso di non compiere questo passo per tenere fede alle loro convinzioni. Senza dubbio, italiani in altri paesi ex-colonie britanniche hanno dovuto affrontare questa stessa decisione.

Identità

Non per questo loro si sentono meno “australiani” di coloro che hanno preso la cittadinanza, e nemmeno più “italiani”. In ogni caso, i nostri parenti e amici all’estero hanno dato contributi fondamentali ai loro nuovi paesi  di residenza, come anche molti delle generazioni post belliche hanno dato contributi essenziali all’Italia e alle loro famiglie rimaste a casa. Un dettaglio non indifferente del nostro passato che tristemente molti hanno dimenticato, oppure, peggio ancora, non hanno mai imparato a scuola.

Questi uomini e donne hanno lavorato duro, hanno pagato le tasse, hanno cresciuto i figli, hanno visto i nipotini e il fatto di non avere il certificato di naturalizzazione non smentisce queste opere.

L’identità dell’individuo comprende molte cose, anche per chi non lascia mai il proprio paese di nascita. Per gli immigrati e, un aspetto che molti non sanno oppure come abbiamo visto in uno scambio recente non vogliono riconoscere, anche per i figli e i discendenti degli immigrati, l’identità personale comprende anche il passato che viene da lontano, dal paese di nascita dei genitori, nonni o bisnonni.

Per alcuni, come chi scrive, sapere d’essere cittadino italiano ha permesso di ottenere il passaporto italiano come prova concreta di quel che sapeva e che molti, sia italiani che australiani, negavano, la propria identità, come l’identità dei discendenti di immigrati, comprende anche le usanze e le tradizioni che hanno come luogo d’origine il paese a forma di stivale.

Ma dobbiamo anche riconoscere che per molti immigrati, la decisone di prendere o no la cittadinanza del nuovo paese non è sempre scontata e a volte comprende decisioni personali davvero difficili da capire per chi non ci è passato.

Non critichiamo loro, non è affatto il nostro compito, ma chiediamo a coloro che criticano altri per aver preso o no questa decisione, di capire che non sempre le motivazioni di altri sono chiare, e che cambiare cittadinanza vuol dire fare scelte dolorose per cui la decisione finale non sempre è scontata.

di emigrazione e di matrimoni

Migrants and citizenship

The migrant does not always leave the country of birth for another country, often in far away continents, for reasons that have now become clichés when we talk about Italians overseas connected to starting a new life.

A recent discussion with a friend on Facebook raised the issue of migrants and citizenship in the new country of residence. In fact, reading and participating in discussions on pages dedicated to Italians overseas in various countries over time the theme of citizenship of the new country is not rarely mentioned, often for political reasons, however, there is no doubt that this is a major issue because many people see citizenship as proof of the migrant’s definitive decision to stay in the new country.

This is an issue that also touches the children of the migrants born overseas because, with the Italian citizenship law which gives citizenship by right of birth and not by place of birth, at times citizenship has unexpected aspects for migrants.

In this article we want to deal with citizenship from the point of view of the new migrant and in the future, as we have done in the past, we will deal with citizenship which concerns not only the children, but in the case of the Italian citizenship, also the descendants of Italian migrants well beyond the grandchildren of the migrants.

In dealing with this issue we must also remember that this discussion also applies to the migrants who are now in Italy and those who want to come here in the future. This issue tends to heat tempers of some because it profoundly touches the personal feelings of citizens born and raised in the country but many of them do not understand, let alone had to directly face, what it means to change countries to start a new life.

Decision

The migrant does not always leave the country of birth for another country, often in far away continents, for reasons that have now become clichés when we talk about Italians overseas connected to starting a new life.

Of course, the vast majority of those who leave look for what they could not find in Italy but we cannot deny that there are many reasons for making that decision, some legitimate, some illicit and some certainly legitimate but not always ethical.

The impression of many is that everybody leaves for another country forever however we only have to travel around many towns spread around Italy, and not only in the southern regions, to see houses built by migrants with the intention of eventually returning home. So this already lets us understand that not everybody wants to leave their land of birth permanently.

So in many cases these migrants do not ask themselves whether or not they will take up the country’s citizenship. For them life overseas is only a passing phase, even if it lasts a few years or two or three decades. Some are then “hijacked” when the children inevitably start love stories with local boys or girls, sometimes Italian and at times not, and the migrant can find that the dream of going back to the homeland has become an illusion, especially when the grandchildren start to arrive. 

In the mean time these migrants without local citizenship continue to work, many start their own businesses, pay taxes, start employing people, whether relatives and/or other Italians, or other citizenships. These migrants have indeed given major contributions to their new countries of residence.

In many cases, nobody notices that the successful businessman or woman does not have the new country’s naturalization document. The important thing is that with their work and their talents they have created a new life in their country and not having the certificate with the stamp and coat of arms takes nothing away from the greatness of their deeds.

However, there were other Italians who left for overseas with the intention of never going back but who, for various reasons, decided not to ratify this move with citizenship for reasons connected to other issues that many of us have forgotten.

Other reasons

Undoubtedly the generations of Italian migrants after the two world wars were made up mainly of veterans of the wars and for them the decision whether or not to take up citizenship of the new country was connected to the personal experiences of each individual.  Over the years I have met a number of veterans who decided not to take Australian citizenship for these very reasons. These cases are divided into two categories.

In the first category, the application for Australian citizenship up to a couple of decades ago included an explicit renunciation of the original citizenship. In the case of former Italian soldiers who had fought under the flag this renunciation was a painful decision and many could not renounce their past. For the former Italian soldiers of the Second World War this decision as even harder because many of them had fought against their new countrymen. And this issue also affected many former combatants who migrated to former enemy countries.

In the case of Australia, the procedure for change of citizenship no longer includes the renunciation of the former citizenship and therefore many of those who had not taken up Australian citizenship have now taken it with great pleasure.

However, the second category involves precisely the generation of former Italian soldiers of the Second World War, for reasons also tied to Italian politics and an aspect of the Australian political system and also that of other British Commonwealth countries. For that generation of Italians a specific issue ensured that some Italians did not take up Australian citizenship and we strongly suspect in other countries as well.

The most controversial decision of that generation in Italy immediately after the war was between keeping the monarchy of the Savoia family, or to form a new republic. Furthermore, many Italian soldiers did not look favourably (sic) on the behaviour of the royal family during the twenty years of the dictatorship. Hence, many voted for the Republic.

Therefore, as a number have told me, when they understood that the citizenship procedure in Australia included not only swearing an oath to the country but also to the country’s Queen, who is also the Queen of England, they decided not to carry out this step in order to keep faith with their convictions. Without a doubt Italians in other former British colonies had to face this same decision.

Identity

This does not mean they feel less “Australian” than those who took citizenship and not even more “Italian”. In any case, our relatives and friends overseas made major contributions to their new country of residence, just like the many of the post-war generations gave essential contributions to Italy and their families that stayed at home. This is a not insignificant detail of our past that sadly many have forgotten or, worse still, have never learnt at school.

These men and women worked hard, they paid taxes, they raised their children, they saw their grandchildren and the fact they did not have a naturalization certificate does not negate these deeds.

The identity of an individual includes many things, also for those who never left their country of birth. For migrants, and this is an aspect that many do not know and, as we saw in a recent discussion do not want to recognize, also for the children and the descendants of migrants, personal identity also includes the past that comes from far away, from the country of birth of their parents, grandparents or great grandparents.

For some, including for me, knowing I was Italian citizen let me obtain an Italian passport as solid proof of what I knew and that many Italians and Australians deny, my identity, like the identity of the descendants of migrants also includes the habits and traditions that had as their place of origin the country shaped like a boot.

But we must also recognize that for many migrants the decision whether or not to take up citizenship of the new country is not always taken for granted and at times involves really hard personal decisions that those who have not experienced them cannot understand.

We do not criticize them, this is not at all our task, but we ask those who criticize others for having taken or not having taken that decision to understand that the reasons of other people are not always clear and that changing citizenship means making painful choices for which the final decision is not always predictable.

L’Italia Sconosciuta – Unknown Italy

di emigrazione e di matrimoni

L’Italia Sconosciuta

Se davvero abbiamo il patrimonio culturale del mondo perché non siamo il primo paese del mondo come meta turistica?

Pensiamo di conoscere l’Italia, ma il paese si diverte a farti capire che ci sono molti luoghi straordinari che nemmeno chi è nato e cresciuto nel Bel Paese riesce a capire, figuriamoci poi i residenti all’estero che ne hanno un’immagine ancora più limitata.

Si parla molto della nostra penisola come il luogo del patrimonio culturale del mondo, allora dobbiamo cominciare a chiederci, se davvero abbiamo il patrimonio culturale del mondo perché non siamo il primo paese del mondo come meta turistica?

La risposta è semplice, nelle nostre promozioni del Bel Paese ci limitiamo a mostrare le immagini di tre grandi città e il lettore non si meraviglierebbe a leggere i nomi di queste città, Roma, Firenze e Venezia. La prima capitale di un Impero e centro del cattolicesimo, la seconda, la culla del Rinascimento e senza dubbio il centro delle due generazioni di artisti più straordinari della Storia del mondo, e la terza una città unica che è considerata la città più romantica del mondo.

Bastano queste tre città da sole per attirare turisti nel paese? Certamente bastano per loro stesse come testimoniano le lunghissime file ogni primavera ed estate, ma senza dubbio non bastano per attirare turisti in altri centri meravigliosi che spesso non sono conosciuti bene nemmeno in Italia, tantomeno all’estero.

Sorpresa

L’immagine incredibile in testa all’articolo non viene da una di queste città, e nemmeno da una metropoli italiana, viene da un centro importante del Rinascimento e da un palazzo che non sognavo mai quando siamo andati a vedere una delle meraviglie del mondo, che si trova in tutti i libri della Storia dell’arte del mondo.

Il Palazzo Ducale di Mantova contiene la celebre Sala degli Sposi di Andrea Mantegna che da sola merita una visita alla città dei Gonzaga. Già il giro del palazzo prima di arrivare alla sala fa capire che quella città è sottovalutata come meta turistica. In pochi minuti concessi ai turisti, limitati per preservare lo stato degli affreschi, la sala rimarrà nella memoria per sempre, ma alla fine della visita la guida ha suggerito una visita a un altro palazzo che non avevamo mai sentito nominare prima. La visita ha aperto gli occhi a un mondo davvero incredibile creato da un artista che non ha la fama mondiale che merita.

Palazzo Te era il palazzo dove i signori di Mantova portavano le amanti e cortigiane per i loro divertimenti. Visto da fuori hai l’idea di un palazzo grande e classico, ma appena entri ti rendi conto che quel luogo di incontri non tanto discreti è anche un forziere stupefacente di lavori di un artista di vero talento, Giulio Romano. Ogni sala è dedicata a un tema, l’immagine sopra viene dalla più famosa, la Sala dei Giganti e dipinge la guerra dei Titani contri gli Dei greci. Le immagini vanno dal sacro al profano, persino pornografico e anche molte buffe. Da sala a sala il visitatore cerca i dettagli nascosti in ogni dipinto e alla fine capisce che, se non conosciamo una meraviglia del genere, come facciamo a capire davvero la grandezza del nostro patrimonio culturale?

La visita a Mantova è stata solo una delle tappe che ci ha fatto capire come sottovalutiamo quel che ci circonda in Italia e che non riusciamo a trasmettere al mondo, e tutto per un vizio che abbiamo notato in ogni città visitata. 

 Il vizio

Infatti, gli addetti ai lavori della Cultura hanno il vizio di pensare che tutto il mondo sappia la grandezza del nostro patrimonio culturale, ogni città, anzi ogni borgo del nostro paese, pensa che tutti sappiano dei tesori nascosti nei loro palazzi, basiliche e altri luoghi. E invece non è vero.

Cosi, un uomo d’affari che visita Pavia decide di fare un giretto nei dintorni e si trova in mezzo ai campi una Certosa bellissima. Questa Certosa è una delle tante nel paese che sarebbero luoghi perfetti per turisti in cerca dell’anima d’Italia e anche i prodotti dei monaci che li curano.

Sappiamo benissimo delle spiagge e le discoteche di Rimini, i filmati della musica dei locali hanno fatto il giro del mondo, ma quanti conoscono il Tempio Malatestiano, per nominarne soltanto uno dei luoghi culturali di questa località?

Quanti italiani conoscono davvero le meraviglie di Ravenna? Ricordiamo la prima volta alla Basilica di San Vitale che ci fa vedere il mondo di quasi duemila anni e i suoi mosaici, senza dimenticare il mausoleo di Galla Placidia adiacente che lascia stupito chi lo vede?

Il turista internazionale che viaggia sull’autostrada verso la costa romagnola per le vacanze, passando l’uscita che dimostra il nome di Urbino, si rende conto per sta passando nei pressi di una città d’arte dove nacque Raffaello, con un Palazzo Ducale con lo studiolo unico del suo Duca più importante, Federico di Montefeltro? E nel nominare il mecenate, condottiero e Capitan Generale del Papa, dobbiamo anche riconoscere che lui stesso merita molta più attenzione non solo nei nostri libri di Storia, ma la sua vita sarebbe un soggetto degno di una fiction seria o un film storico importante.

Potremmo parlare del nord del paese per pagine, ma dobbiamo riconoscere che anche il sud ha tesori sconosciuti al resto d’Italia e nel mondo.

Troppo spesso la Calabria viene nominata nelle cronache per i motivi sbagliati, ma ignoriamo, in entrambi i sensi della parola, molti aspetti di questa regione che ha un potenziale turistico enorme, che non abbiamo ancora cominciato a capire e che non abbiamo nemmeno cominciato a realizzare.

Ovviamente un luogo conosciuto è il Museo della Magna Grecia a Reggio Calabria. I Bronzi di Riace tenuti nel museo sono celebri esempi dell’Arte della Grecia classica, come anche prova di un aspetto della nostra Storia che dobbiamo mettere più in risalto, la Magna Grecia.

Tra i centri calabresi che meritano d’essere visitati c’é Gerace che in altre zone sarebbe un’attrazione turistica importante, ma non attira l’attenzione della stampa italiana fuori della Calabria, allora come possiamo meravigliarci che il pubblico internazionale non la conosca? Così come i parchi nazionali della Sila, il Pollino e l’Aspromonte sarebbero mete perfette per turisti che cercano viaggi in mezzo alla natura, lontani dai centri industriali.

Altre regioni meridionali, la Sicilia, la Puglia e la Sardegna hanno cominciato a promuoversi di più, soprattutto come luoghi di vacanze al mare e all’aperto, ma dovrebbero fare molto di più per far conoscere i luoghi culturali importanti, perché i soldi dei turisti sono fondamentali per poter preservare opere che spesso hanno bisogno di manutenzione e/o restauro, per i quali i governi regionali e tristemente anche nazionali non riescono a provvedere.

Dove andiamo?

Quando si parla della nostra Cultura fin troppo spesso ci troviamo bloccati con una mentalità che era descritta perfettamente e in modo erroneo da un Ministro del Tesoro quando disse “di Cultura non si mangia”. Basta vedere gli elenchi dei luoghi turistici mondiali più visitati del mondo, tutti classificati sopra il paese con il patrimonio più grande del mondo, per vedere chiaramente che questo non è affatto vero.

Se altri paesi riescono ad attirare turisti ad attrazioni culturali allora noi dobbiamo capire che il problema si trova in Italia e non all’estero. Il fatto che noi italiani spesso non conosciamo importanti luoghi culturali nel nostro paese dovrebbe farci capire che nemmeno all’estero lo sanno, e il fatto che città come Mantova, Ravenna, Urbino, Ferrara, Orvieto e così via non attirano turisti internazionali pari alla loro importanza, ma a Roma, Firenze e Venezia fanno ore di fila, deve farci riflettere e infine agire per risolvere questa situazione.

Per coloro che dicono che non ci sono i soldi, basta rispondere che tutte le imprese iniziano con investimenti per produrre e promuovere i prodotti che poi sono ripagati con i profitti delle vendite. La nostra Cultura ha un potenziale enorme di guadagno, e quindi di dare lavoro anche alla ristorazione, alberghi e altri aspetti del turismo, ma soprattutto perché i soldi dei turisti ci permetteranno di fare finalmente lavori di restauro e manutenzione che mancano da troppo tempo perché i nostri governi non hanno mai fornito i soldi sufficienti per farli per bene.

Ma per fare questo, dobbiamo cominciare a svelare l’Italia sconosciuta non solo nella penisola, ma soprattutto nel mondo. Dove vogliamo andare? In un futuro dove il mondo finalmente riconosce la grandezza del nostro patrimonio culturale, oppure dove continuiamo a tenere questi luoghi sconosciuti per poi lamentarci che non ci sono i soldi per mantenere il nostro vero orgoglio più importante?

 

di emigrazione e di matrimoni

Unknown Italy

If we truly have the world’s greatest cultural heritage why aren’t we the top country in the world as a tourist destination?

We think we know Italy but the country enjoys letting us know that there are many extraordinary places that not even those born in Italy understand, let alone the people overseas who have an even more limited image.

We often say that our peninsula is the place with the world’s greatest cultural heritage, so we have to start asking ourselves, if we truly have the world’s greatest cultural heritage why aren’t we the top country in the world as a tourist destination?

The answer is simple. In our promotions of Italy we limit ourselves to showing the images of three great cities and the reader would not be surprised to read the names of Rome, Florence and Venice. The first was the capital of an empire and the centre of Catholicism, the second was the cradle of the Renaissance and without doubt the centre of the two most extraordinary generations of artists in the history of the world and the third is a unique city that is considered the world’s most romantic city.

Are these three cities enough to attract tourists to the country? They are certainly enough for the cities themselves as witnessed by the long queues every spring and summer but undoubtedly they are not enough to attract tourists to other centres that are often not well known in Italy, let alone overseas.

Surprise

The incredible image at the head of the article does not come from one of these cities and not even from an Italian metropolis, it comes from a major centre of the Renaissance from a palazzo that I never dreamed of when we went to see one of the world’s wonders that is found in all the books on the history of Art around the world.

The Palazzo Ducale (Ducal Palace) in Mantua contains the famous Bridal Chamber by Andrea Mantegna which on its own warrants a visit to the city of the Gonzaga family. The tour of the palazzo before reaching the chamber already lets you understand that this city is underestimated as a tourist destination. In the few minutes allowed to the tourists, limited to preserve the state of the frescoes, the Chamber will remain in the memory of the forever but at the end of the visit the guide suggested a visit to another palazzo that we had never heard mentioned before. The visit opened our eyes to a truly incredible world created by an artist who does not have the international fame that he deserves.

Palazzo Te was the palace where the men of the Gonzaga family, the Lords of Mantua, brought lovers and courtesans for their enjoyment. Seen from the outside the palazzo gives you the idea of a big and classic palazzo but as soon as you enter the palazzo you realize that the place of not very discrete encounters is also a stupendous treasure chest of the works of an artist of true talent, Giulio Romano. Every room is dedicated to a theme. The image above is from the best known room, the Sala dei Giaganti (the Chamber of Giants) and portrays the war between the Titans and the Greek gods. The images go from the sacred to the profane, even the pornographic and some are also very funny. From room to room the visitor looks for hidden details in every painting and al the end he or she understands that if we do not know of such a wonder how we can truly understand the greatness of our cultural heritage?

The visit to Mantua was only one of the stages that let us understand how we underestimate what surrounds us in Italy and that we cannot transmit to the world and all because of a bad habit that we noticed in city after city that we visited.

The bad habit

In fact, those who work in the field of Culture have the bad habit of thinking that the entire world knows the greatness of our Cultural heritage, every city, indeed, every small town, thinks that everybody knows the treasures hidden in their palazzi, Basilicas and other places. But this is not true.

And so a businessman who visits Pavia decides to do the rounds of the surrounding countryside and finds a beautiful Certosa (Charterhouse) in the middle of the fields. This Certosa is only one of many in the country that would be perfect places for tourists looking for Italy’s soul and also for the products of the monks who look after them.

We all know very well about the beaches and discos of Rimini, the videos of these places have gone around the world but how many know about the the Tempio Malatestiano (Temple of the Malatesta family), to name only one of the cultural attractions in the city?

How many Italians really know the wonders of Ravenna? We remember the first time we went to the Basilica di San Vitale which shows us the world of almost two thousand years ago, without forgetting the Mausoleum of Galla Placidia next to it, that leave those who see them astounded?

Does the international tourist who travels the highway to the coast of the Romagna for the holidays and passes the exit with the name of Urbino realize that he is passing by a city of Art where Raphael was born and has a Palazzo Ducale which contains the unique study of Federico da Montefeltro, its most important Duke? And in naming the patron of artists, warlord and the Pope’s Captain General we also recognize that he himself deserves a lot more attention not only in our history books but his life would be a worthy subject for a serious television series or major historical film.

We could write about the north of the country for pages but we must recognize that the south also has treasures that are unknown to the rest of Italy and the world.

Too often Calabria is named in the news for the wrong reasons but we do not know many aspects of this region that has huge tourism potential which we have not yet begun to understand let alone begun to fulfil.

Obviously a place we all know is the Museum of the Magna Grecia in Reggio Calabria. The Bronzi di Riace kept there are famous examples of the Art of Classical Greece but they are also the proof of an aspect of our history that we must highlight more and more, the Magna Grecia, the Greek colonies of the South of Italy.

One of the centres of Calabria that warrants a visit is Gerace which would be a major tourist attraction in other regions but does not attract the attention of the Italian press outside Calabria, so how we be amazed that the international public does not know it? Just as the national parks of the Sila, Pollino and Aspromonte would be perfect destinations for tourists looking for a trip in the midst of nature, far away from industrial centres.

Other southern regions, Sicily, Puglia and Sardinia have begun to promote themselves more, especially the places beside the sea and in the open air, but they should do more to make their major places of Culture known because the money from tourists are essential for preserving works that are often in need maintenance and/or restoration that the regional and also sadly national governments do not manage fund.

Where do we go?

All too often when we talk about our Culture we find ourselves blocked by a mentality that was described perfectly and incorrectly by a former national Treasurer when he said “you cannot eat with Culture”. We only have to look at the lists of the world’s most visited tourist destinations, all ranked above the country with the world’s greatest cultural heritage, to clearly see that this is not at all true.

If other countries can draw tourists to cultural attractions we must then understand that the problem is in Italy and not overseas. The fact that we Italians often do not know the major places of Culture in our country should make us understand that not even those overseas know them and the fact that cities like Mantua, Ravenna, Urbino, Ferrara, Orvieto and so forth do not attract international tourists on a par with their importance but in Rome, Florence and Venice they queue for hours must make us think and finally act to resolve this situation. 

For those who say that there are not the funds, we only have to answer that all enterprises start with investments to produce and promote products that are then repaid with profits from the sales. Our Culture has huge potential to make money. and therefore also to also give work to restaurants, hotels and other aspects of tourism, but especially because the money from the tourists will let us finally carry out the restorations and maintenance that have been lacking for too long because our governments have never supplied enough funds to do them properly.

And in order to do this we must reveal the unknown Italy not only to the peninsula but especially to the world. Where do we want to go? To a future where the world finally recognizes the greatness of our cultural heritage or where we continue to keep these places unknown and then complain that we do not have the money to maintain our most important source of true national pride?

Non sei italiano – You’re Not Italian

di emigrazione e di matrimoni

Non sei italiano

Bill Giovinazzo, nato e cresciuto negli Stati Uniti, non è semplicemente un italo-americano, è giornalista, speaker e anche autore di un libro “Italianità” nel quale racconta la storia della sua vita e spiega cosa vuol dire essere figlio di due mondi come siamo noi italiani all’estero.

Nel nostro ultimo articolo (Cosa sappiamo davvero di “loro”?) abbiamo fatto alcune considerazioni  riguardo quel che sappiamo davvero degli italiani nel mondo. In quell’ articolo abbiamo scritto delle reazioni sdegnate di molti italiani verso le usanze diverse in altri paesi, in modo particolare degli italo-americani, ma non solo.

Già una decina di giorni fa avevo chiesto a un italo-americano di raccontarci i motivi di un suo commento su una pagina Facebook dedicata agli italo-americani. Qualche ora dopo aver inviato il mio ultimo articolo ho avuto il grande piacere di ricevere questo suo articolo.

Bill Giovinazzo, nato e cresciuto negli Stati Uniti, non è semplicemente un italo-americano, è giornalista, speaker e anche autore di un libro “Italianità” nel quale racconta la storia della sua vita e spiega cosa vuol dire essere figlio di due mondi come siamo noi italiani all’estero.

Non aggiungiamo il commento originale che ci ha spinto a chiedere a Bill di mettere nelle sue parole le sue emozioni e anche fastidio in certi comportamenti. Non ne abbiamo bisogno, lui stesso lo spiega benissimo in questo articolo che deve dare molto su cui pensare, particolarmente agli italiani in Italia che non hanno mai capito le molte realtà del fenomeno che sono gli Italiani nel Mondo.

Gianni Pezzano

Se qualche lettore vuol scrivere anche la propria storia può inviarlo a: [email protected]

Non sei italiano

Di Bill Giovinazzo

Sono italiano. Prima di continuare, devo spiegare come parlano molti americani. Spesso sentirai un americano dire che è italiano o italiana, o irlandese, o tedesco. Quando parliamo così non rivendichiamo la cittadinanza di quei paesi, invece identifichiamo il nostro patrimonio culturale. Quel che vogliamo dire è che siamo italo-americani, o irlandese-americani oppure tedesco-americani. Semplicemente togliamo la parte finale, americano. A dir il vero, ci sono americani che sono così pignoli che insistono ad aggiungere americano, però questi sono ultra-patriotici per i quali ho poca pazienza.

Quindi è comprensibile che un immigrato appena arrivato dalla Sicilia mi abbia frainteso quando gli ho detto d’essere italiano. Ha detto, con una risatina “Come puoi essere italiano? Nemmeno parli la lingua. Non conosci la nostra cultura. Nemmeno mangi gli stessi cibi di noi. Allora, Bill, dimmi come puoi essere italiano? I tuoi nonni. Loro erano italiani. Ma tu? Tu sei americano”  Mettendo da parte che sbagliava di me personalmente su tutti e tre i punti, mi ha fatto pensare. Cos’è un italiano? Qual è la prova del nove per essere italiano?

Secondo il mio conoscente non sei italiano se non parli la lingua. Se questo è il caso i miei nonni certamente non se ne sarebbero pregiati. I miei nonni paterni vennero negli Stati Uniti nel secondo decennio del ‘900. Come la maggioranza degli italiani all’epoca, parlavano la lingua della loro regione, il calabrese. L’italiano formale, la lingua definita dall’Accademia della Crusca, non era la norma nella maggior parte del paese. Oltre a non parlare l’italiano standard, molti dei calabresi nemmeno lo capivano. Per quanto riguarda i miei nonni materni, parlavano il siciliano che alcuni ritengono non sia un semplice dialetto bensì una lingua a parte. Allora, come può il parlare la lingua essere una misura per l’Italianità dell’individuo?

Certo, il mio conoscente siciliano aveva ragione  riguardo la cultura italo-americana e le nostre usanze alimentari. Siamo diversi. Gli italo-americani di Utica, New York – la città dove sono nato – hanno la specialità dei chicken riggies. È un piatto che mette insieme fette di pollo con i rigatoni serviti in un sugo di pomodori piccante. I chicken riggies hanno tolto la nostra italianità? Questo è un passo così fuori della regola della cucina italiana accettata che siamo ripudiati? In tal caso, sono obbligato a chiedere delle deroghe in Italia stessa. I siciliani amano il pane senza sale dei fiorentini? A Milano esiste una domanda grande per il casu marzu sardo? Se gli italiani accettano tali deviazioni nella penisola, allora perché noi italo-americani siamo esclusi dalla famiglia italiana?

Questo atteggiamento da parte di molti italiani sulla purezza italiana è una specie di grande difetto del carattere italiano. Questi italiani della varietà non-americana soffrono di un becero campanilismo. Semplicemente, hanno ridefinito i confini del loro pregiudizio alla penisola italiana. È incontrovertibile che questo pregiudizio abbia soffocato il nostro popolo per secoli. Anche l’inno nazionale d’Italia lo dice con queste parole: Noi siamo da secoli calpesti, derisi perché non siam Popolo perché siam divisi. Questo rifiuto degli italo-americani non è altro che la continuazione di questa propensione, questa divisione all’interno del popolo italiano.

Gli italo-americani non sentono il peso di questo pregiudizio. Venendo negli Stati Uniti, essendo stranieri in terra straniera, di fronte al bigottismo culturale e i linciaggi, abbiamo imparato presto l’importanza dell’unità. Negli Stati Uniti, se sei italiano, sei italiano. Sei di famiglia. È comune che qualcuno, dopo aver sentito dire il tuo cognome dica “Hey, sei italiano”. Anch’io lo sono!”. A volte aggiungono anche Hey Paesan! Molti di noi ancora diciamo paesan, anche se capisco che non è usato comunemente in Italia oggigiorno. Poi, confrontiamo le storie delle famiglie per stabilire se ci siano possibili legami di sangue. Anche se non se ne trovano sentiamo lo stesso il legame non condiviso con altri non-italiani che potrebbero essere presenti. Questo legame, questo senso di parentela, è una cosa buona.

Gli italiani che escludono gli italo-americani dalla famiglia degli italiani devono capire che cercano di separarci dai nostri antenati. Cercano di toglierci il nostro patrimonio. Cercano di eviscerare la nostra identità. Mentre è certamente vero che potremmo non apprezzare le varie culture della penisola italiana, la cultura italo-americana è diversa della cultura italiana perché ha mescolato le molte diverse culture in Italia. Benché gli italo-americani siano diversi, siamo ancora molto italiani.

Ammiro molto il popolo ebreo, molti dei quali sono italiani. Nonostante fossero stati espulsi dalla loro terra circa duemila anni fa, hanno mantenuto la loro identità. È un’identità che soppianta il luogo di nascita, che addirittura soppianta la fede perché ci sono molti che si identificano come ebrei ma non credono. Hanno mantenuto quel che sono non per via di una prova di purezza, ma abbracciando la loro diversità mentre mantengono quel che è il centro dell’essenza ebraica.

Come per l’ebraismo, la questione non è se gli Italo-Americani siano italiani. La domanda più grande è: cosa vuol dire essere italiano? Qual è l’essenza dell’Italianità? Sostengo che sia qualcosa più grande del cibo che mangiamo, le sfumature culturali che osserviamo e particolarmente il nostro luogo di nascita. Sia che veniamo da Roma, Sao Paolo, Milano, New York, Firenze o Québec sostengo che ci siano caratteristiche che uniscono gli Italiani nel Mondo. Sostengo che la principale di queste sia che abbiamo tutti nel cuore un amore per la terra dei nostri antenati, l’Italia.

In questo periodo di bisogno, in questo periodo in cui la nostra amata Italia si trova di fronte a una sfida esistenziale, possiamo permetterci il lusso d’essere divisi? In tali circostanze terribili è saggio rifiutare l’amore e la parentela?

di emigrazione e di matrimoni

You’re Not Italian

Bill Giovinazzo was born and raised in the United States but he is not simply an Italian American, he is a journalist, speaker and also author of a book “Italianità” (Italianness) which tell the story of his life and explains what it means to be the child of two worlds as we Italians around the world are.

In our most recent article (What do we know really about “them”?) we made some considerations about what we truly know about Italian around the world. In the article we wrote about the indignant reactions of many Italians towards the different habits of Italians in other countries, especially in the United States and not only.

About two weeks before I had already asked an Italian American to tell us the reasons for his comment on a Facebook page dedicated to Italian Americans. A few hours after having sent in my article I had the great pleasure of receiving this article.

Bill Giovinazzo was born and raised in the United States but he is not simply an Italian American, he is a journalist, speaker and also author of a book “Italianità” (Italianness) which tell the story of his life and explains what it means to be the child of two worlds as we Italians around the world are.

We will not add the original comments that led us to ask Bill to put words to his emotions and also his annoyance at certain behaviour. We do not need to, he explains this very well in this article which must give a lot of food for thought for many people, especially the Italians in Italy who have never understood the many realities of the phenomenon that is the Italians around the world.

If readers would like to write their own stories, they can send them to: [email protected]

You are not Italian

By Bill Giovinazzo

I am Italian. Before I go any further, I should explain the way many Americans speak. Frequently, you will hear an American say that he or she is Italian, or Irish, or German. When we say this, we are not claiming actual citizenship in those countries, but identifying our cultural heritage. We mean that we are Italian-American, or Irish-American, or German-American. We simply drop the suffix, American. Admittedly, there are some Americans who are so pedantic that they insist on adding American, but those people are tedious uber patriots for whom I have little patience.

It is understandable, therefore, that a newly arrived immigrant from Sicily misunderstood me when I said to him that I was Italian. Laughing slightly, he said; “How are you Italian? You don’t speak the language. You don’t know our culture. You don’t even eat the same food we do. So, Bill, tell me how are you Italian? Your grandparents. They were Italian. But you? You are an American.” Putting aside for a moment that he is wrong on all three points about me personally, he did cause me to think. What is an Italian? What is the litmus test for being Italian?

According to my acquaintance, you are not Italian if you do not speak the language. If that is the case, my grandparents certainly do not qualify. My paternal grandparents came to the United States in the second decade of the twentieth century. Like most Italians at that time, they spoke their region’s language, Calabraize. Formal Italian, the language defined by La Crusca, was not commonly used in most of Italy. Beyond not speaking standard Italian, many of the Calabraize could not even understand it. As far as my maternal ancestors are concerned, they spoke Sicilian which some maintain is not a mere dialect but a separate language. So, how is speaking the language a measure for one’s Italianità (Italianness)?

Of course, my Sicilian acquaintance was correct concerning Italian American culture and eating habits. We are different. Italian Americans in Utica, New York – the city in which I was born – specialize in chicken riggies. It is a dish that mixes chicken slices with rigatoni served in a spicy tomato sauce.  Have chicken riggies taken away our Italianità? Is that a step so far outside of accepted Italian cuisine that we are disowned? If so, I am compelled to ask about the deviation in Italy itself. Do Sicilians crave the saltless bread of the Florentines? Is there a big demand in Milan for Sardinian casu marzu? If Italians accept such deviation within the peninsula, why are we, Italian Americans, excluded from the Italian family?

This attitude on the part of many Italians, this insistence on Italian purity, is something which is a great flaw in Italian character. These Italians of the non-American variety suffer from the infamous campanilisimo (parochialism). They have simply redefined the boundaries of their prejudice to the Italian peninsula. It is undeniable that this prejudice has held back our people for centuries. Even the Italian National anthem admits it with the words; We were for centuries downtrodden, derided, because we are not one people because we are divided. This rejection of Italian Americans as truly Italian is just a continuation of this bias, this division within the Italian people.

Italian Americans are not burdened by this prejudice. In coming to America, being strangers in a strange land, faced with cultural bigotry and lynching, we quickly learned the importance of unity. In the States, if you are Italian, you’re Italian. You are family. It is common for someone after hearing my last name to say; “Hey, you’re Italian. So am I!” Sometimes they will even throw in a Hey Paesan! Many of us still say paesan, although I understand it is not commonly used in Italy these days. Then we compare family histories to determine if there are any possible blood ties. Even when none can be found, we still feel a bond not shared with other non-Italians that may be present. This bond, this sense of kinship, is a good thing.

Italians who exclude Italian Americans from the family of Italians should understand that they are attempting to cut us off from our forebears. They are attempting to take from us our heritage. They are attempting to eviscerate our identity. While it is certainly true that we may not appreciate the various cultures of the Italian peninsula, the Italian American culture is different from Italian culture because it has blended the many diverse cultures within Italy. While Italian Americans are different, we are still very much Italian.

I have a great deal of admiration for the Jewish people, many of whom are Italian. Despite being cast from their homeland roughly 2000 years ago, they maintained their identity. It is an identity that supersedes place of birth, even supersedes faith for there are many who identify as Jews yet don’t believe. They have preserved who they are not through some purity test, but by embracing their diversity while understanding what is at the core of the Jewish essence.

As with Judaism, the question is not if Italian Americans are Italian. The greater question is what does it mean to be Italian? What is the essence of Italianità? I contend that there is something greater than the food we eat, the cultural nuances we observe, and especially our place of birth. Whether we are from Rome, Sao Paola, Milan, New York, Florence, or Quebec, I contend that there are characteristics that unite the Italiani nel Mondo. I contend that chief among them is that we all have in our hearts a love for the land of our ancestors, Italia.

In this time of need, in this time when our beloved Italy is faced with an existential challenge, do we have the luxury of being divided. In such dire circumstances is it wise to reject love and kinship?

Cosa sappiamo davvero di “loro”? – What do we know really about “them”?

di emigrazione e di matrimoni

Cosa sappiamo davvero di “loro”?

“Loro” sono tutti gli italiani, sia in Italia che all’estero

Sin da quando questo giornale ha istituito la rubrica “Italiani del mondo” due anni fa abbiamo un progetto preciso in mente per il futuro. Il progetto è ambizioso e per alcuni è irrealizzabile ma non per questo non dobbiamo provarci.

Anzi, in questo periodo abbiamo avuto le prove e quindi la certezza del bisogno di un progetto del genere, quello finalmente di raccogliere le storie e le esperienze dei nostri amici e parenti all’estero, che non sono soltanto cifre da considerare quando si parla del voto all’estero, oppure una bandiera da sventolare per motivi personali o politici.

Infatti, dalle reazioni dei nostri lettori e dagli scambi che facciamo ogni giorno sui social ci rendiamo sempre più conto che non solo abbiamo bisogno di un progetto del genere, ma anche che, il giorno che finalmente potremo annunciarlo avremo gente pronta a dare il proprio contributo.

Nel frattempo, proprio a causa di queste reazioni e scambi, vogliamo fare qualche considerazione su quel che leggiamo perché ogni giorno ci rendiamo sempre più conto che la realtà dei nostri parenti e amici all’estero è molto più grande e complicata di quel che pensiamo.

Chi sono?

Partiamo da quella che sembra la domanda più banale. Chi sono “loro”, dal titolo dell’articolo?

Dall’introduzione la risposta potrebbe sembrare ovvia, ma “loro” sono tutti gli italiani, sia in Italia che all’estero. Siamo tutti membri di una grande famiglia internazionale, però temiamo che i rapporti tra gruppi non siano buoni e chiari come molti vorrebbero. E questo è proprio il motivo per cui abbiamo deciso di scrivere questo articolo.

In effetti, la domanda deve essere divisa in due. La prima, cosa sanno gli italiani in Italia degli italiani all’estero? e la seconda, cosa sanno gli italiani all’estero dell’Italia odierna?

La risposta alla due domande è la stessa, poco o (purtroppo) niente. Molti lettori, particolarmente in Italia, saranno sorpresi da questa riposta, però non si rendono conto delle condizioni delle comunità italiane all’estero e in modo particolare i pronipoti degli originali emigrati che comprendono che la maggioranza degli oltre 85 milioni discendenti  calcolati dalla Farnesina, non parlano la nostra lingua, non sono mai stati in Italia e quel poco che sanno del paese d’origine viene da ricordi tramandati da generazione a generazione di città e paesini in Italia, che oggi sono cambiati totalmente nei decenni dalla partenza dei bisnonni.

Ed è proprio il punto della lingua che è la chiave per avvicinare i molti rami degli italiani in giro per il mondo.

Lingua

Quel che in teoria dovrebbe accomunare tutti gli italiani nel mondo è la nostra lingua, però non è mai stato così sin dalle prime emigrazioni. Anzi, fin troppo spesso è proprio il motivo di equivoci tra italiani in Italia e quelli all’estero.

In primis, c’erano già emigrati italiani prima ancora della fondazione d’Italia nel 1861. Basta pensare a James Matra, nato a New York, che era a bordo della nave del celebre navigatore inglese il Capitano Cook, quando ufficialmente scoprì l’Australia nel 1770. Perciò, le prime comunità italiane all’estero parlavano uno dei tanti dialetti del paese non ancora nato.

Poi, come vediamo nelle fiction televisive, le ondate di emigrati prima e dopo la Grande Guerra, erano composte maggiormente da gente di origini rurali, che avevano fatto pochissima scuola e quindi non  parlavano l’italiano, bensì i loro dialetti ed erano questi dialetti che parlavano in casa e non l’italiano.

Infatti, il Brasile ci fornisce una prova straordinaria di questo con il riconoscimento ufficiale del “Talian”, una versione locale del dialetto veneto di molti degli immigrati, che è stato riconosciuto come una lingua ufficiale del paese. Quindi le comunità italiane all’estero parlano una “lingua franca” composta un pò dell’italiano, più i dialetti e infine da parole dalla lingua ufficiale del paese. Vediamo ogni giorno gli equivoci creati da queste lingue franche.

Tristemente questi equivoci attirano gli sfottò e commenti sdegnosi da parte di utenti italiani che fanno parte delle pagine dedicate agli italiani all’estero, spesso perché considerano questi paesi come possibili mete per le loro migrazioni.

Genitori e nonni

Come abbiamo notato in articoli del passato i genitori, nonni e bisnonni hanno passato ai giovani una versione particolare del loro paese d’origine, e il risultato è che quelli della terza generazione in poi nati all’estero hanno un’idea datata e molto falsa dell’Italia odierna.

Purtroppo, queste idee hanno creato stereotipi ed idee che hanno viziato come vedono la crisi del COVID-19 che ha colpito per prima l’Italia e ora sta affliggendo molti altri paesi.

A loro turno, gli italiani in Italia non hanno un’idea vera di quel che è accaduto all’estero ai loro parenti e amici. Sanno solo che gli italiani all’estero parlano in un modo strano, hanno idee sbagliate del Bel Paese e le loro usanze spesso sono molto diverse di quelle in Italia.

Gli italiani in Italia non possono capire i compromessi e cambi necessari per poter avere una vita nuova in un paese lontano, peggio ancora se in un altro continente. La prova di questo è una domanda che attualmente fa il giro di varie pagine degli italiani negli Stati Uniti, che chiede quanti non hanno potuto imparare l’italiano perché i genitori e/o nonni ne avevano proibito l’uso con i figli, benché spesso lo parlassero tra di loro.

Quel che gli italiani in Patria e i discendenti dovrebbero chiedersi è perché gli adulti abbiano preso una decisione così drastica. Solo una cosa è certa, che non l’hanno mai detto ai più giovani.

Questo sono solo alcuni punti da considerare quando ci chiediamo cosa sappiamo degli “altri” e perché dobbiamo porre rimedio a questa situazione.

Progetto

Infatti, il progetto che abbiamo in mente sin da prima dell’inizio della rubrica degli “italaini nel mondo” è quello di realizzare un progetto internazionale per raccogliere le esperienze, documentazione e le testimonianze degli italiani all’estero e non limitato solo a chi è emigrato.

Ormai la grande maggioranza delle comunità italaine è composta da più generazioni e sappiamo da molte fonti, e non solo da chi ci scrive in risposta ad articoli, che non pochi dei discendenti sentono il richiamo del paese d’origine che non sempre riconoscono e hanno voglia di rintracciare le proprie origini.

Perciò, come abbiamo già fatto in passato, questo giornale si offre come “palco” per chi vuole raccontare le proprie esperienze, oppure la Storia della propria famiglia. Per ora lo facciamo in due lingue, l’italiano e l’inglese, però sappiamo che una volta che avremo i mezzi, dobbiamo espandere ad altre lingue, partendo dallo spagnolo e il portoghese, le lingue di due tra i paesi più importanti della nostra emigrazione, l’Argentina e il Brasile di cui sappiamo pochissimo.

Ma il passo più importante sarà quando potremo finalmente lanciare una rete internazionale per raccogliere queste storie ed esperienze. Però, prima dobbiamo compiere due atti doverosi.

Se davvero vogliamo avvicinare chi è in Italia con chi è all’estero dobbiamo fare due passi. Il primo, rendere i programmi di RAI Italia al mondo più accessibili a coloro che non conoscono la nostra lingua perché così comincino a capire più e meglio cosa sia l’Italia odierna. Il secondo passo è di incoraggiare e rendere più facile per i residenti all’estero imparare la nostra lingua, così potranno imparare a conoscere il proprio patrimonio culturale personale e anche per rintracciare le proprie radici che spesso sono difficili per motivi fuori il controllo dei discendenti.

Per chi dice che questi passi costano soldi diciamo di si, poi risponderemo che aumentare i contatti con i nostri parenti e amici all’estero vuol dire anche aumentare il numero di persone che verrebbero nel Bel Paese in cerca del proprio passato, e non di poco considerando che parliamo di oltre 90 milioni di persone in giro per il mondo. Cioè un potenziale aumento enorme di turisti nel Bel Paese e quindi i soldi sarebbero più che ripagati nel futuro.

Siamo tutti italiani, o di discendenza italiana, allora cominciamo finalmente a conoscerci, non abbiamo niente da perdere, ma abbiamo moltissimo da guadagnare, in ogni senso.

di emigrazione e di matrimoni

What do we know really about “them”?

“They” are all the Italians, both in Italy and overseas

Since this newspaper instituted the “italaini nel mondo” (Italians around the world) column two years ago we have had a precise project in mind for the future. The project is ambitious and for some unrealistic but this is not a reason not to try it.

Indeed, during this period we have had proof and therefore the certainty of the need for such a project, that of finally gathering the stories and experiences of our relatives and friends overseas who are not just numbers to be considered when we talk about the overseas vote in Italian elections or a banner to wave for personal or political reasons.

Indeed, from the reactions of our readers and our discussions every day on the social media we realize more and more that not only do we need such a project but also that the day we will finally be able to announce it we would have people ready to give their contribution.

In the mean time, precisely because of these reactions and discussions, we want to make a few considerations on the reality of our relatives and friends overseas because we are realizing more and more that the reality of our relatives and friends overseas is much bigger and complicated than what we think.

Who are they?

Let us start from what seems the most trivial question. Who are “they” of the article’s headline?

From the introduction the answer seems almost obvious but “they” are all the Italians, both in Italy and overseas. We are all members of a great international family, however we fear that the relations between the groups are not as good and clear as many would like. And this is precisely the reason why we have decided to write this article.

Indeed the question must be divided into two. The first, what do the Italians in Italy know about the Italians overseas?, and the second, what do the Italians overseas know about today’s Italy?

The answer to both questions is the same, little or (unfortunately) nothing. Many readers, especially in Italy, will be surprised by this answer; however, they do not understand the conditions of the Italian communities overseas and especially that the great grandchildren of the original migrants who make up the vast majority of the more than 85 million descendants calculated by Italy’s Foreign Ministry, do not speak our language, they have never been in Italy and what little they know about their country of origin comes from memories handed down from generation to generation of cities and towns that today are completely changed in the decades since the great grandparents’ departure.  

And it is precisely the point of the language that is the key to bringing the many branches of Italians around the world closer.

Language

What in theory should bond all Italians around the world is our language, however, this has never been so, starting from the first migrations. Indeed, all too often this is the very reason for the misunderstandings between Italians in Italy and those overseas.

Firstly, there were Italian migrants even before the foundation of Italy in 1861. We only have to think of James Matra who was born in New York who was aboard the ship of the famous English sailor, Captain James Cook when he officially discovered Australia in 1770. Hence, the first Italian communities overseas spoke one of the many dialects of the country that had not yet been born.

And then, as we see on the Italian television series, the waves of migrants before and after the Great War were mainly made up by people from farming areas who had very little education and therefore did not speak Italian but their dialects and these dialects were what they spoke at home, not Italian.

In fact, Brazil gives us extraordinary proof of this with the recognition of “Talian”, a local version of the Venetian dialect spoken by many migrants, as an official language of the country. Therefore, the Italian communities overseas speak a “lingua franca” composed of some Italian, even more dialect and finally words from the country’s official language. We see this every day in the misunderstandings created by these shared languages.

Sadly these misunderstandings attract the derision and disdainful comments from Italian users who take part in the pages dedicated to Italians overseas, often because they are considering these countries as possible destinations for their own migration.

Parents and grandparents

As we have noted in previous articles, the parents, grandparents and great parents passed on to the children a particular view of their country of origin and the result is that those of the third and later generations born overseas have an outdated and very false idea of today’s Italy.

Unfortunately these ideas have created stereotypes and ideas that have stained how they see the COVID-19 crisis that hit Italy first and is now hitting many other countries.

In turn Italians in Italy have no real idea of what happened to their relatives and friends overseas. They only know that the Italians overseas speak in a strange way, they have wrong ideas about Italy and their habits are often very different from those in Italy.

Italians in Italy cannot understand the compromises and changes needed to be able to start a new life in a country far away, worse still if this is in another continent. The proof of this is in a question currently doing the rounds in the various pages of Italians in the United States asking how many of them could not learn Italian because their parents and/or grandparents had banned its use with the children, even though they spoke it amongst themselves.

What the Italians in the mother country and the descendants should ask themselves is why the adults made a drastic decision. Only one thing is certain, they never told the children.

These are only some of the points to consider when we ask ourselves what we know about “them” and why we should remedy this situation.

Project

In fact, the project we have in mind since the start of the “italaini nel mondo” column is that of creating an international project to collect these experiences, documentation and testimonies of the Italians overseas and not limited only to those who migrated.

Today the vast majority of the Italian communities are made up of a number of generations and we know from many sources, and not only from those who write in reply to articles, that many descendants feel the call of their country of origin, a call they do not always recognize, and have a desire to trace their origins.

Hence, as we have done in the past, this newspaper offers to be a “platform” for those who want to tell their experiences or their family’s history. For now we are doing this in two languages, Italian and English, however we know that once we have the means we will expand to other languages, starting with Spanish and Portuguese, the languages of Argentina and Brazil, our migrations two most important countries about which we know very little.

But the most important step will be when we will finally be able to launch an international network to collect these stores and experiences. But before doing this we must perform two dutiful acts. 

If we really want t bring those who live in Italy and those who live overseas closer we must take two steps. The first is to make RAI Italia’s television programmes more accessible to those who do not know our language so they can start to understand today’s Italy better. The second step is to encourage and make it easier for residents overseas to learn our language so that they will be able to know their personal cultural heritage and also to trace their origins, which is often difficult for reasons beyond their control.

To those who say that these steps cost money, we say yes and then we will reply that increasing the contacts with our relatives and friends overseas also means increasing the number of people who would come to Italy in search of their past and this is not a few considering that we are talking about more than 90 million people around the world. In other words, an enormous potential growth in tourists to Italy and therefore the money would be more than repaid in the future.

We are all Italians or of Italian descent, so let us finally start to know each other, we have nothing to lose but we have a lot to gain, in every sense.

Abbiamo dimenticato i pericoli che comporta viaggiare – We have forgotten the dangers of travelling

di emigrazione e di matrimoni

Abbiamo dimenticato i pericoli che comporta viaggiare

I nostri politici e in modo particolare i nostri scienziati e responsabili della salute, a partire dall’OMS, devono già cominciare anche a pensare al futuro per assicurare che altri virus e malattie non ci colgano impreparati come in queste settimane

Mentre cerchiamo di fare una vita fatta di restrizioni nazionali, molti in Italia riportano alla memoria un’opera importante per dimostrare che l’Italia era già stata colpita da terribili malattie nel passato. “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni è giustamente considerato uno dei capolavori della nostra Cultura e descrive la peste del 1630, però un’altra opera di secoli prima è molto più rilevante per i molti milioni chiusi in casa in cerca di un modo di passare il tempo.

“Il Decameron” di Giovanni Boccaccio racconta come un gruppo di dieci giovani uomini e donne passarono i giorni in quarantena durante la peste che colpì Firenze nel 1348. Come gli italiani odierni quei giovani cercavano di dimenticare gli orrori e rischi che correvano con la malattia, ma i loro racconti narrano il passato, e come noi oggi essi non pensavano a un futuro che sembra ancor lontano.

Però, mentre cerchiamo di far passare il tempo chiusi in casa dobbiamo cominciare e capire che questa crisi internazionale, più ancora delle altre terribili malattie degli ultimi decenni, farà cambiare un aspetto della vita che era diventato usuale.

Infatti, nel godere i privilegi dei viaggi internazionali sia per motivi di lavoro che per motivi di vacanze e di famiglia, abbiamo dimenticato una verità profonda e stiamo pagando ora il prezzo per questa leggerezza.

Viaggiare ci fa correre dei pericoli e nella nostra superbia delle capacità dei nostri sistemi nazionali di salute, non ci siamo resi conto che esistono e esisteranno ancora pericoli per cui non siamo preparati.

Abbiamo dimenticato il pericolo vero del vaiolo, ora sparito dal mondo grazie ad un vaccino, come abbiamo dimenticato che la morte precoce del grande campione ciclistico Fausto Coppi fu provocata dalla malaria, grazie a una apparentemente innocua puntura di una zanzara.

Inoltre, in queste settimane di timori e voci, vediamo anche un lato oscuro degli esseri umani che cercano un capro espiatorio per questa crisi mondiale e in molti hanno stabilito, malgrado il fatto che gli scienziati abbiano dimostrato che l’origine del virus sia naturale, che ci sono “responsabili” per le nostre paure e la crisi economica che affliggerà il mondo non per settimane o mesi, ma probabilmente per anni.

Certificato

Molti di noi ricordano vagamente che per poter viaggiare all’estero bisognava avere vaccinazioni per malattie secondo le destinazioni. In ogni caso, un vaccino era in particolare per una malattia che era il terrore di tutti, il vaiolo.

La neonata Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) decise di istituire una campagna sistematica e mondiale contro questa malattia fatale. Quindi, insieme al passaporto il passeggero internazionale doveva avere anche un certificato che mostrava le vaccinazioni necessarie per poter aver accesso in determinati paesi.

Il risultato è stato che nel corso di meno di quarant’anni la malattia tanto temuta ora esiste solo in alcuni depositi isolati in contenitori sicurissimi, tenuti con la massima cautela nel caso dovesse tornare nel futuro in forma mutata.

E così in tutto il mondo si è abbassata la guardia. Le meraviglie scientifiche e mediche erano il nostro scudo insuperabile per proteggerci da altre insidie. Però, abbiamo visto altre malattie causate dall’uomo e altre, come il COVID-19, il risultato di mutazioni naturali. Purtroppo, già in passato abbiamo scoperto che non siamo poi così tanto sicuri come pensavamo.

Il celebre morbo denominato “Mucca Pazza” degli anni ‘80 che contaminò la carne bovina non era una malattia naturale, ma il risultato dei cibi che esseri umani davano ai bovini. Già questo fece molta paura ma gli unici limiti alla nostra vita quotidiana erano quelli di non poter mangiare la carne bovina per il periodo necessario per eliminare la contaminazione.

Poi, abbiamo anche visto la “SARS” e “A/H1N1” che hanno seminato morte e terrore nel mondo però, senza bisogno delle restrizioni e le misure che ora vediamo per prevenire la diffusione del coronavirus in moltissimi paesi, avanzati e non.

Quel che fa più paura dell’attuale coronavirus è che ha messo a nudo i difetti di sistemi di salute nazionali, non solo in Italia ma in quasi ogni paese del mondo, persino ì più “avanzati”. L’unica misura efficace, in mancanza di una cura che chissà quando verrà, è di bloccare il più possibile i movimenti di intere popolazioni con gli effetti che vediamo non solo alla televisione e nei giornali, ma dalla mancanza di attività nella nostra vita quotidiana.

A rendere peggiore questa situazione è stato il fatto che il primo paese colpito è stato una dittatura che non solo ha utilizzato metodi impensabili nei paesi occidentali, ma per paura di dimostrare debolezza e problemi del sistema di salute del paese agli occhi del mondo, ha cercato di nascondere i dettagli dell’evoluzione della malattia il più segreti possibile. Però, quel che nessuno sapeva era che, in base alle ultime ricerche degli scienziati, il virus era già arrivato all’estero, compresa l’Italia probabilmente già a ottobre. Quindi troppo tardi per prendere le misure necessarie per prevenire la diffusione.

Futuro

Dunque, i nostri politici e in modo particolare i nostri scienziati e responsabili della salute, a partire dall’OMS, devono già cominciare anche a pensare al futuro per assicurare che altri virus e malattie non ci colgano impreparati come in queste settimane.

Ricordando che i virus mutano dobbiamo capire che non si tratta di un se, ma di un quando. Quindi la prima mossa che abbiamo il dovere di fare è di ricordare che viaggiare comporta pericoli e, benché non possiamo fare vaccini di malattie ancora sconosciute, allora dobbiamo rinforzare il modo di rintracciare coloro che si trovavano in zone colpite, come anche di assicurare che i nostri sistemi nazionali di salute siano pronti per affrontare queste emergenze in modo efficace e a livello internazionale.

Il rintracciare eventuali viaggiatori potrebbe comportare cedere un certo livello della nostra privacy alla burocrazia internazionale, ma sapere chi e quando individui e gruppi siano andati in un determinato paese potrebbe essere la chiave essenziale per garantire la minore diffusione possibile di eventuali malattie.

Questo non vuol dire limitare i viaggi, ormai l’economia del mondo è legata in ogni senso al trasporto internazionale, sia di persone, per qualsiasi motivo, che di prodotti, e porre limiti ai viaggi non farebbe altro che indebolire ancora di più un’economia mondiale già in grandissima difficoltà.

Questa quindi è la nostra sfida del mondo, di ricordare i possibili pericoli di viaggiare ma, allo stesso tempo di assicurare che potremo ancora farlo nel futuro. Non sarà facile ma la guerra vinta con il vaiolo dimostra che siamo capaci di farlo.

Ma c’è un altro aspetto che dobbiamo affrontare, quello in noi stessi e non sarà affatto facile.

Capri espiatori

Noi esseri umani abbiamo un bisogno viscerale di trovare capri espiatori per quel che ci colpisce. Non faremo nomi dei capri espiatori del passato che hanno sofferto per il bisogno di punire chi si pensava avesse prodotto il male. Ma in questo periodo molti, anzi troppi, hanno trovato un bersaglio preciso e tristemente fin troppo facile da indentificare, i Cinesi.

Il risultato è che la stampa internazionale riporta notizie di aggressioni ad asiatici in generale, pensando che siano tutti cinesi, per sfogare la loro rabbia verso il paese che ha cercato di nascondere il coronavirus. Si parla anche dei soliti complotti, di intrighi internazionali, di fughe di materiale da laboratori, di armi biologiche e altre teorie del genere, che non tengono conto che, come riportato sopra, il consenso scientifico internazionale è che l’origine del virus sia naturale.

Nel cercare “colpevoli” aggiungiamo male al male. Dare colpe non risolve la situazione e rischia anche di creare problemi per il futuro difficili da eliminare del tutto nel breve termine.

Dobbiamo ricordare che anche i cinesi sono stati vittime del virus e ora cercano di assistere gli altri paesi in questo periodo di crisi, compresa l’Italia. E ricordiamo anche che le comunità cinesi esistono da moltissimo tempo in quasi tutti i paesi del mondo e che loro non hanno alcuna colpa in quel che è successo in questi mesi.

E ricordiamoci anche che questa volta la malattia nuova è apparsa in Cina, ma nessuno sa in quale paese uscirà il prossimo contagio e quindi non  facciamoci condizionare da comportamenti irrazionali non solo perché sono inutili, ma perché non sono degni di paesi che si considerano “civilizzati”…

 

di emigrazione e di matrimoni

We have forgotten the dangers of travelling

Our politicians and especially our scientists and those responsible for health, starting with the WHO must also already start thinking for the future in order to ensure that other viruses and diseases do not catch us unprepared as in these weeks

While we try to carry on with our lives within the national limits many people in Italy have mentioned a major work to show that Italy had already been hit by a terrible disease in the past. “I Promessi Sposi” (The Betrothed) by Alessandro Manzoni is rightly considered one of our Culture’s masterpieces and describes the plague of 1630, however, another work from centuries before is much more relevant for the many millions who are trying to pass the time at home.

“The Decameron” by Giovanni Boccaccio tells how a group of ten young men and women spent the days of quarantine during the plague that struck Florence in 1348. Like the Italians today they were trying to forget the horrors and risks they ran with the disease but their stories deal with the past and like us today they did not think about a future that seems even more distant.

However, while we try to pass the time in our homes we must start thinking and understanding that this international crisis, even more than the terrible diseases of recent decades, will change one aspect of our lives that had become the norm.

In fact, in enjoying the privileges of international travel, whether for business, for holidays or family reasons, we have forgotten a profound truth and we are now paying the price for this carelessness.

Travelling has risks and in our pride in the capacity of our national health systems we have not realized that there are and there will again be other dangers for which we are not prepared.

We have forgotten the real danger of smallpox, now gone from this world, just as we have forgotten the premature death of the great Italian cycling champion Fausto Coppi by malaria caused by an apparently harmless sting from a mosquito.

Furthermore, during these weeks of fears and rumours we also see the dark side of human beings who try to look for scapegoats for this international crisis and we have decided, despite the fact that the scientists have shown that the origin of the virus is natural, that there are “culprits” for our fears and the economic crisis that will hit the word not for weeks or months but probably for years.

Certificate

Many of us vaguely remember that in order to be able to travel overseas we had to have inoculations for diseases depending on the destinations. In any case, one specific inoculation was for a disease that terrified everybody, smallpox.

The newly founded World Health Organization (WHO) decided to set up a systematic worldwide campaign against this fatal disease. Therefore, together with the passport, the international traveller also had to have a certificate to show the inoculations needed to have access to specific countries.

The result was that in less than forty years the disease that was so feared now exists only in some isolated storage facilities in very secure containers held under the highest security in case the disease should return in the future in a mutated form.

And so the whole world relaxed. The scientific and medical wonders were an impassable shield to protect us from other pitfalls; however, we saw other diseases, one made by man and the others, just like COVID-1, the result of natural mutations and unfortunately, we discovered that we were not that safe.

The famous “Mad Cow” disease of the 1980s that contaminated beef was not a natural mutation but the result of the feed human beings gave cattle. That already frightened us but the only limits in our daily lives were those of not being able to eat beef for the period necessary to eliminate the contagion.

And then we had “SARS” and “A/H1N1” that spread death and terror around the world, however, without the need for restrictions and the measures we now see to prevent the spread of the coronavirus in many advanced and non-advanced countries.

What frightens us about the current coronavirus is that it has exposed the defects of the national health systems not only in Italy but in almost every country in the world, even the most “advanced”. The only effective measure, in the absence of a cure that will take who knows how long, is to block the movement of entire populations as much as possible with the results we see not only on television and in the newspapers but by the absence of activity in our daily lives.

Making this situation worse was the fact that the first country hit was a dictatorship that not only used methods that are unthinkable for western countries but, out of fear of showing weakness and problems in the country’s health system to the world, tried to keep the details of the disease secret from the world. However, what nobody knew was that, according to the latest scientific research, the virus had already reached overseas, including Italy, as early as October. Therefore too late to take the measures needed to stop the spread.

Future

Therefore our politicians and especially our scientists and those responsible for health, starting with the WHO must also already start thinking for the future in order to ensure that other viruses and diseases do not catch us unprepared as in these weeks.

Remembering that the viruses mutate we must understand that this is not if but when. Therefore, the first move we have to make is to remember that travelling has risks and, although we cannot give inoculations for diseases that are still unknown, we must then reinforce the method of tracing those who were in the zones affected, and also to ensure that our national health systems are ready to deal with these emergencies effectively and internationally.

Tracing any travellers could involve giving up a certain level of our privacy to the international bureaucracy but knowing who and when individuals and groups went to a specific country could be the essential key to guaranteeing the least spread possible of any disease.

This does not mean limiting travelling, the world’s economy is now tied in every way to international transport, whether of people for any reason or of products and setting limits would only weaken even more a world economy that is already in great difficulty.

This therefore is our challenge for the world, to remember the possible dangers of travelling and, at the same time, to ensure that we will continue to do so in the future. It will not be easy but the war won against smallpox shows we are able to do so.

But there is another issue that we must face, the one within ourselves, and it will not be at all easy.

Scapegoats

We human beings have an innate need to find scapegoats for what affects us. We will not name the scapegoats of the past who suffered because of the need to punish those who we think have hurt us. But during this period, many of us, indeed too many, have found a specific and sadly an all too easy to identify target, the Chinese.

The result is that the world’s press reports news of assaults on Asians in general thinking that they are Chinese in order to vent their rage at the country that tried to hide the virus.

There are also rumours of the usual conspiracies, of international intrigue, of leaks of material from biological weapons laboratories and other such theories but they do not take into account that, as stated above, international scientific consensus is that the origin of the virus is natural.

In looking for the “culprits” we add wrong to wrong. Blaming does not solve the situation and also risks causing problems for the future that will be hard to eliminate completely in the short term.

We must remember that the Chinese too have been victims of the virus and they are now trying to help the other countries in this period of crisis, including Italy. And let us also remember that Chinese communities have been in almost all the world’s countries for a long time and that they have no blame for what has happened in these months.

And let us also remember that this time the new disease appeared in China but nobody knows in which country the next contagion will appear and therefore let us not be conditioned by irrational behaviour not only because it is useless but because it is not worthy of countries that consider themselves “civilized”.

Marta, una degli altri eroi italiani nei tempi del virus – Marta, one of the other Italian heroes in the times of the virus

di emigrazione e di matrimoni

Marta, una degli altri eroi italiani nei tempi del virus

Non dobbiamo dimenticare i moltissimi altri eroi che rischiano la vita per assicurare servizi e cibi per tutti coloro chiusi in casa per limitare i loro movimenti e quindi fermare la diffusione del virus.

Nel periodo di pandemia ci sono moltissime persone che compiono i propri doveri senza voler essere riconosciute o premiate per il loro lavoro e impegno, ma non  per questo dobbiamo tacere.

Senza dubbio la categoria in prima linea è quella delle équipe mediche che curano i malati del virus che affligge il mondo. Tragicamente, più di 7.000 medici e infermieri in Italia sono stati contagiati dal virus e molti di essi, compresi una sessantina di medici, hanno pagato il prezzo supremo per la loro dedizione alla propria professione.

Di questi, il caso più tragico è quello dell’infermiera Daniela Trezzi, non perché era stata contagiata, ma per il timore e la disperazione d’aver contagiato altri malati, colleghi e amici, si è tolta la vita. Il suo gesto è la risposta più triste e, allo stesso tempo, più eloquente alle voci vergognose che girano da troppo tempo all’estero riguardo i nostri medici e infermieri nella loro ora più dura e gloriosa.

Ma nel concentrarci su questi veri eroi, rischiamo anche di dimenticare i moltissimi altri eroi che rischiano la vita per assicurare servizi e cibi per tutti coloro chiusi in casa per limitare i loro movimenti e quindi fermare la diffusione del virus.

Come i medici, infermieri e farmacisti, questi impiegati, operai e altre categorie non si considerano eroi, pensano solo che compiono il lavoro necessario per aiutare i molti milioni  chiusi in casa. Ora parleremo di una di loro che va a lavoro ogni giorno, anche con il timore di poter essere contagiata.

Marta è una dei moltissimi operai che si impegnano a fornire la frutta fresca necessaria per la vita di tutti.

Frutta

L’Emilia-Romagna è il maggior centro di frutta d’Europa e i suoi prodotti sono distribuiti e venduti non solo in Italia, ma anche in molti altri paesi, persino extra europei.

Marta viene dalla Calabria e vive nella regione da molti anni. Lei insieme a migliaia di altri operai nei centri che controllano, trattano, confezionano e spediscono la frutta che vediamo nei supermercati e mercati d’Italia.

Va a lavoro con il timore d’essere contagiata, anche se i responsabili hanno cambiato il metodo di lavoro con squadre fisse, limiti di distanza e le protezioni necessarie. Se uno della squadra si sente male tutta la squadra è mandata a casa per il periodo necessario per assicurare che nessuno sia stato contagiato.

Oltre a questo lavoro, Marta fa lavoretti in casa su commissione per gli altri, decorazioni, regalini e altri piccoli oggetti per parenti, amici e anche per colleghi, per occasioni importanti. Una sera ha visto un servizio televisivo ed ha deciso di produrre anche mascherine per alcune amiche al lavoro.

Il giorno seguente, dopo aver visto alcune operaie con le mascherine di Marta e dopo aver chiesto chi le aveva fatte, un responsabile le ha chiesto di fornirne altre 500 per tutti perché non sapevano quando le maschere ordinate sarebbero arrivate.

E allora Marta ha passato l’intero weekend a produrle. In questo modo anche lei ha dato il proprio contributo a tutti al lavoro. Comunque, la vita non è solo il lavoro e lei, come tutti in Italia chiusi in casa, ha dovuto fare cambiamenti alla propria vita e non solo per gli ovvi motivi.

La vita nuova nei tempi del virus

Naturalmente la prova più dura per Marta coinvolge la famiglia. Sei mesi fa è diventata nonna per la prima volta e fino a tre settimane fa vedeva regolarmente la figlia e il nipotino. Ovviamente scambiavano pranzi e cene e quando la figlia aveva un appuntamento e doveva andare a lavoro Marta badava con gioia al nipotino.

Questo non è più possibile perché figlia, nipotino e genero abitano in un altro quartiere e quindi con le nuove restrizioni nazionali di movimento non possono più visitarsi. Per fortuna ci sono i cellulari e ogni sera vengono utilizzati con video chiamate per vedere figlia e nipotino e per tenersi in contatto. Senza dubbio i sociologi studieranno come i nuovi mezzi di comunicazione hanno aiutato la popolazione a superare le difficoltà della separazione e l’isolamento in questo periodo.

Come molte famiglie, il marito di Marta è un libero professionista che lavora da casa ma ora le stesse restrizioni hanno ridotto il suo lavoro quasi a zero e quindi lui ora fa la spesa, entro i limiti stabiliti, e cucina quando Marta deve andare a lavorare.

Inoltre, c’è stato un altro cambio nella vita di casa. Per via del lavoro di lei, dall’inizio della pandemia suo marito dorme sul divano per calmare i timori di lei di contagiarlo, e per non rischiare di lasciare il figlio solo a casa ora che la scuola è chiusa.

Questi sono tutti effetti naturali di questo periodo, ma per i lettori all’estero che non conoscono la realtà attuale d’Italia, vogliamo anche dire che la paura non esiste solo per coloro come Marta che vanno a lavoro, esiste anche vicino a casa.

La paura e la vita

Malgrado la mancanza di contatti, le notizie si diffondono e non solo via televisione e sui social. I telefoni cellulari diffondono le notizie e così suo marito ha saputo che il marito della proprietaria dell’appartamento aveva preso il virus. Per fortuna ha superato la malattia ma per Marta il rischio era più vicino a casa.

Come sanno molti, gli appartamenti non sempre garantiscono la privacy e così per due sere Marta e suo marito hanno sentito l’inquilina di sopra tossire continuamente. Marta non nascondeva il suo timore, lo stesso timore che sente ogni volta che va a lavoro. Lei ha continuato a fare le sue cose ma i rumori da sopra non facevano altro che far crescere il suo disagio. E poi la svolta terribile.

Mentre il marito di Marta era nel bagno prima di dormire sul divano ha visto luci blu lampeggianti fermarsi davanti al palazzo. Ha aperto la finestra, ha visto che era un’ambulanza e ha chiamato Marta. Lei ha capito immediatamente che i sanitari erano venuti per l’inquilina di sopra. Nessuno dei due ha dormito quella notte.

E allora la paura nata dalle cronache non è più soltanto un’ipotesi ma una realtà forte. Ma le notizie vengono anche dalle campane delle chiese e mentre battiamo queste parole sulla tastiera sentiamo i tocchi lenti della campana e ci chiediamo se l’anima volata via sia stata una vittima del virus.

Comunque, la svolta terribile non ha impedito a Marta di andare a lavoro oppure al marito di uscire a fare la spesa per i prossimi giorni.

Questi sono alcuni degli aspetti di questo periodo che dobbiamo scrivere e documentare per il futuro. Non abbiamo un Manzoni o un Marquez per mettere la malattia al centro di un grande romanzo. Ci sono milioni come Marta che vanno a lavorare con il timore perché sanno che la vita deve continuare in ogni caso, anche con le restrizioni. Però, abbiamo un mezzo che può dare voce ai nostri eroi quotidiani.

Quindi noi del giornale vogliamo dare ai nostri lettori l’opportunità di farci sapere di altri eroi che aiutano i loro parenti, amici, vicini di casa, colleghi di lavoro e anche sconosciuti a vivere in questo periodo travagliato perché sono davvero eroi e devono essere riconosciuti.

Inviate le vostre storie a: [email protected]

di emigrazione e di matrimoni

Marta, one of the other Italian heroes in the times of the virus

We risk forgetting the many other heroes who risk their lives to ensure services and food to all those who are locked down at home to limit their movements and therefore to stop the spread of the virus.

In a period of pandemic contagion there are many people who carry out their duties without wanting to be recognized or rewarded for their work and commitment but not for this we must remain silent.

Undoubtedly the category in the front line is that of the medical teams that look after those suffering the virus afflicting the world. Tragically, more than 7,000 doctors and nurses in Italy have been infected by the virus and many of them, including about sixty doctors, have paid the highest price for their dedication to their profession.

The most tragic of these cases is that of the nurse Daniela Trezzi, not because she had caught the virus but because, out of fear and desperation of having infected other patients, colleagues, relatives and friends, she took her own life. Her gesture is the saddest and at the same time the most eloquent answer to the shameful accusations that for far too long had been circulating overseas concerning our doctors and nurses in their hardest and most glorious hour.

But in concentrating on these true heroes we also risk forgetting the many other heroes who risk their lives to ensure services and food to all those who are locked down at home to limit their movements and therefore to stop the spread of the virus.

Like the doctors, nurses and pharmacists these workers, drivers and other categories do not consider themselves heroes, they think they are only carrying out the work necessary to help the many millions left at home. We will now talk about one of these millions who goes to work every day, even with the fear of being infected.

Marta is one of the many workers committed to supplying the fresh fruit needed in everybody’s lives.

Fruit

Italy’s Emilia-Romagna region is Europe’s biggest centre for fruit and its products are distributed and sold not only in Italy but also in many other countries, even outside of Europe.

Marta comes from Calabria and has lived in the region for many years. She and thousands of workers in the facilities check, treat, package and send the fruit we see in Italy’s supermarkets and markets.

She goes to the work with the fear of being infected, even if the managers and supervisors have changed the work methods with fixed teams and limits on distances and the protection necessary. If one member of the work team feels sick all the team is sent home for the period necessary to ensure that nobody else has been infected.

As well as this job, Marta works at home to make objects on commission for others, decorations, small gifts and other small items for relatives, friends and also for work colleagues for important occasions. One evening she saw a programme on TV and decided to also make masks to give to some friends at work.

The next day, after seeing some workers with Marta’s masks and asking who made them, a manager asked her to supply another 500 for everybody because they did not know when the masks already ordered would arrive.

And so she spent the whole weekend making them. In this way she too gave her contribution to everybody at the workplace. However, life is not only work and she, like everybody else in Italy shut in at home, had to make changes to her life and not only the most obvious changes.

The new life in the times of virus

Naturally the hardest test for Marta involves the family. Six months ago she became a grandmother for the first time and up to three weeks ago she regularly saw her daughter and grandson. Obviously they swapped lunches and dinners and when the daughter had an appointment or had to go to work Marta joyfully looked after the grandchild.

Now this is no longer possible because the daughter, grandson and son in law live in another suburb of the city and so with the new national restrictions on travel they can no longer visit each other. Luckily there are now mobile phones and every evening they are used with video calls to see the daughter and grandson and to keep in touch. No doubt sociologists in the future will study how new methods of communication have helped the population to overcome the hardship of separation and isolation during this period.

Like many families, Marta’s husband is a professional who works from home but now these same limits have reduced his work to almost zero and therefore he now does the shopping, within the established limits, and cooks when Marta must go to work.

Furthermore, there has been another change to life at home. Due to her work, since the start of the pandemic her husband has been sleeping on the lounge in order to calm her fears of spreading the virus to him. She also did not want to risk the son being left alone now that his school has been closed.

These are all the natural effects of this period but for the readers overseas who do not know the current reality in Italy, we also want to say that the fear of the virus does not exist only for those like Marta who go to work, it also exists much closer to home.

Fear and life

Despite the lack of contacts news still spreads and not only via television and the social media. Mobile phones spread news and so her husband found out that the landlady’s husband had caught the virus. Luckily he has overcome the disease but for Marta the risk was even closer. 

As many know, privacy is not always guaranteed in apartments and so for two evenings Marta and her husband heard the upstairs tenant coughing continually. Marta could not hide her fear, the same fear she feels every time she goes to work. She continued to carry out her normal activities but the sounds from upstairs only increased her discomfort. And then, there was a terrible development.

While Marta’s husband was in the bathroom before going to sleep on the lounge he saw flashing blue lights stop in front of the apartment building. He opened the window, saw it was an ambulance and called Marta. She understood immediately that it had come for the sick tenant. Neither of the two slept that night.

And so the fear born from the news was no longer only a hypothesis but a solid reality.

But news also comes from the church bells and as we are writing these words on the keypad we can hear the slow toll of the bells and we can only wonder if the departed soul had fallen victim to the virus.

However, these developments do not stop Marta going to work or her husband from going out for the shopping for the next few days.

These are some of the aspects of this period that we must write and record for the future. We do not have a Manzoni or Marquez who will be able to write the disease into the heart of great novels. There are millions like Marta who go to work with fear because they know life must carry on in any case, even with the restrictions. However, we have a means that can give a voice to all our daily heroes.

Therefore, we in the newspaper want to give our readers the opportunity to let us know of other heroes who help their relatives, friends, neighbours, work colleagues and also people unknown to live during this troubled period because they are real heroes and must be recognized.

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Le ‘malelingue’ che infangano l’Italia – Those who speak badly about Italy

di emigrazione e di matrimoni

Le ‘malelingue’ che infangano l’Italia

Tante le calunnie sui social sul modus operandi italiano contro il coronavirus, ma la prestigiosa rivista medica britannica “The Lancet”, la più autorevole del mondo, classifica il nostro paese tra i primi dieci del mondo

Le restrizioni a causa dell’attuale crisi del coronavirus hanno assicurato che molta gente in giro per il mondo passa sempre più tempo sui social, non solo per sapere gli ultimi sviluppi e soprattutto nella speranza di vedere notizie di una cura ancora lontana, ma specialmente per poter fare quattro chiacchiere per poter passare il tempo.

Non siamo stati da meno e infatti all’inizio del periodo di isolamento i social erano un modo di scambiare pareri con amici in più continenti. Purtroppo, quasi dal primo giorno ci siamo accorti che le notizie che giravano sull’Italia in questo periodo non erano precise, anzi, riportavano notizie che non erano veritiere, particolarmente verso la categoria che è indubbiamente quella più lodata nel paese oggigiorno, i medici e gli infermieri che hanno in cura i malati vittime del virus, a rischio della propria salute. Tragicamente molti di loro hanno sacrificato le loro vite per cercare di salvare le vittime del male moderno che ci affligge.

Quindi, i giorni al pc e tablet da allora non sono trascorsi a vuoto, ma, insieme ad altri che abbiamo visto sui social degli italiani nel mondo, a smentire menzogne che fanno molto male non solo all’immagine internazionale del nostro paese, ma soprattutto alle donne e uomini nelle corsie che curano i nostri malati.

Calunnie

L’immagine in testa all’articolo non è che una delle ultime di moltissime immagini e post che girano in molte pagine dei social degli italiani all’estero.

“I was told that Italy has stopped treating the elderly. Please can anyone tell me if this is true!” Per chi non capisce l’inglese, “Mi hanno detto che l’Italia ha smesso di curare gli anziani. Per favore, qualcuno mi può dire se questo è vero!”.

Non abbiamo dubbi della reazione dei nostri lettori in Italia. Il solo suggerimento che avremmo abbandonato i nostri anziani in questo periodo è una calunnia verso il nostro amore per i nostri anziani, è una calunnia verso i medici, infermieri e tutti gli altri che lavorano moltissime ore in condizioni orrende per salvare  più gente possibile.

Non riusciamo a capire come qualcuno dei nostri parenti e amici all’estero possano credere non solo che sia vero, ma che nessuno in Italia si sarebbe ribellato a un solo caso del genere, a partire dalla stampa.

Purtroppo questa calunnia è stata accompagnata anche da un’altra ancora peggiore.

“I medici in Italia rispediscono gli anziani a casa per morire”

Questa è la frase che più ci ha colpito, soprattutto perché contiene due aspetti che coloro che la diffondono non pensano minimamente. Il primo è che assolutamente non è vero. Ma il secondo è che mette in dubbio il senso dell’onore e del dovere del personale medico del paese. Quelli che diffondono queste frasi pensano davvero che  medici e infermieri spedirebbero i malati del virus a casa per morire e quindi assicurare la più larga diffusione del virus ai parenti, e quindi peggiorare ancora di più una situazione drammatica e tragica già di suo?

Nell’affrontare questo tema possiamo fare commenti che offenderebbero i nostri lettori, ma il semplice fatto che queste notizie e “pareri” siano condivise rivela il livello d’ignoranza all’estero della vera natura del virus, e il motivo perché il paese è chiuso in casa da settimane.

La realtà del virus

C’è in giro per il mondo il parere che il virus “è soltanto un’influenza”. Questo è naturale e all’inizio, in mancanza di informazioni precise dalla Cina, anche noi in Italia abbiamo pensato in questo modo. Ma non più e le statistiche dei morti spiegano il perché.

Come sentiamo ogni sera in Italia alle 18 alla televisione, il 10% di coloro colpiti dal virus hanno bisogno di cure intensive con ventilatori fino anche a tre settimane. Questo è il motivo per cui gli ospedali in Italia si trovano in grandissima difficoltà. Non perché eravamo senza mezzi, anzi l’Italia è il terzo paese del mondo per posti in cura intensiva ma nemmeno questo è stato abbastanza per riuscire a dare un ventilatore a tutti i malati del virus.

Molti all’estero cercano di dare la colpa al “sistema nazionale socializzato”, senza sapere che la prestigiosa rivista medica britannica “The Lancet”, la più autorevole del mondo, classifica il nostro paese tra i primi dieci del mondo. Purtroppo queste critiche spesso sono viziate da idee politiche piuttosto che dalla realtà italiana e dalla crisi. Questo non è altro che una forma di sciacallaggio di una situazione disastrosa.

A causa di questo utilizzo estremo delle cure intensive i nostri medici si trovano a fare scelte doverose, a compiere quel che gli inglesi chiamano “disaster triage”, cioè dover gestire le attrezzature in modo di assicurare che i mezzi siano utilizzati per aiutare  più malati possibile.

I medici devono prendere decisioni drastiche e dolorosissime per chi si ha dedicato la vita a salvare la vita degli altri, ma, in ogni caso e senza eccezione, le cure di coloro che non possono accedere ai ventilatori è assicurata fino all’ultimo sforzo del personale medico.

Non vorremmo mai trovarci a dover fare scelte del genere e il fatto che oltre 5.000 di questi medici e infermieri siano stati infettati dal virus, e molti dottori e infermieri morti di conseguenza, è la prova che non si tirano indietro dal fare il loro dovere.

Purtroppo i loro sforzi sono resi vani non solo da queste malelingue, ma dal comportamento che non capiamo da parte di altri paesi.

Perché?

Quel che più ci colpisce è perché le popolazioni degli altri paesi non hanno imparato dai nostri sbagli iniziali e perché non hanno agito in modo appropriato?

Continuiamo a veder i commenti di moltissimi in tutti i paesi che accusano la stampa di esagerare il pericolo e che il virus non è un vero problema. Abbiamo visto i governi del mondo ritardare di dare direttive alle loro popolazioni nel prendere le decisioni necessarie per ridurre la diffusione del virus per limitare le vittime.  Il tutto poi utile a ridurre il rischio che le unità di cure intensive non subiscano le stesse condizioni che vediamo in Italia. Purtroppo, per molti all’estero è già troppo tardi.

Tragicamente temiamo che molti impareranno troppo tardi questa lezione dell’Italia. In questo caso, capiranno perché le unità italiane sono state costrette a prendere decisioni difficilissime, ma sempre senza rinunciare a dare tutte le altre cure possibili a chi non ha trovato posto in terapia intensiva.

Nel frattempo possiamo solo fare un appello ai nostri parenti e amici all’estero di non ripetere le accuse infamanti e offensive perché la realtà è ben altra.

Infatti, gli sforzi dei nostri medici e infermieri stanno scrivendo una delle pagine più dolorose della nostra Storia, ma allo stesso tempo anche una delle più gloriose grazie propri ai loro sforzi.

Speriamo di non vedere più frasi del genere, ma sappiamo anche che ci sono incoscienti dappertutto e speriamo che la realtà li potrà far tacere al più presto possibile.

di emigrazione e di matrimoni

Those who speak badly about Italy

The restrictions caused by the current coronavirus crisis have ensured that many people around the world spend more and more time on the social media, not only to know the latest developments in the hope of seeing news of a cure that is still far away but especially to be able to chat away to pass the time.

We have not done less and in fact at the start of the period of isolation the social media was a way of exchanging opinions with people in other continents. Unfortunately, from almost the first day we noticed news doing the rounds about Italy in this period was not correct, rather they gave news that was not true, especially towards the category that has undoubtedly been the most praised in the country today, the doctors and nurses treating those infected by the virus at the risk of their own health. Tragically, many of them have sacrificed their lives to try and save the victims of the modern ill that afflicts us.

Therefore, the days spent on the pc and tablet since then have not been of leisure but, together with many others we have seen on the social media pages of Italians around the world, denying the lies that have caused much harm not only to our country’s international reputation but especially to the women and men in the wards who treat our sick.

Lies

The image at the head of the article is only one of the latest of many images and posts doing the rounds of many of the social media pages of Italians overseas.

“I was told that Italy has stopped treating the elderly. Please can anyone tell me if this is true!”

We have no doubt of the reaction of our readers in Italy. The mere suggestion that we would abandon our elderly in this period is a lie towards our love for our elderly and it is slander against the doctors, nurses and all the others who work very long hours in horrendous conditions to saves the live of the most people possible.

We cannot understand how some of our relatives and friends overseas can believe not only that it is true but that nobody in Italy would have rebelled at even one such case, starting with the press.

Unfortunately this slander was accompanied by one that was even worse. “The doctors in Italy send the elderly home to die”.

This was the phrase that struck us most, especially because it has two aspects that those who spread it do not consider in the least. The first is that it is absolutely not true. But the second is that it puts into doubt the honour and service of the country’s medical personnel. Do those who defend these phrases really believe that the doctors and nurses would send sick people with the virus home to die and therefore ensure that the virus spreads even more amongst the relatives and therefore make a situation that is already dramatic and tragic as it is even worse?

In addressing this issue we can make comments that could offend our readers but the simple fact that this news and “opinions” are being shared reveals the level of ignorance abroad of the true nature of the virus that is the reason why the country has been locked down for weeks.

The reality of the virus

There is an opinion around the world that the virus is “only a flu”. This is natural and at the start, due to lack of information from China, we in Italy also thought in this way. But we no longer do and the statistics of the deaths explain why.

Every evening at 6pm we in Italy hear on the television, 10% of those hit by the virus require intensive care with respirators for up to three weeks. This is the reason that the hospitals in Italy are having great difficulty. Not because we did not have means, indeed Italy is the third ranked country for intensive care spaces in the world and not even this was enough to give every person with the virus a ventilator.

Many people overseas have tried to place the blame on the “socialized national health system” without knowing that according to the prestigious British medical magazine “The Lancet”, the most authoritative in the world, classified our country in the top ten places. Unfortunately, these mistaken ideas are often marred by political considerations rather than by the reality of Italy and the crisis. This is only nothing more than slander of a disastrous situation.

Due to the extreme use of intensive care our treating medical personnel find themselves having to make dutiful choices, to carry out what is called “disaster triage”, that is to have to manage the equipment in order to ensure that the means are used to help as many sick people as possible.

The doctors have to make decisions that are drastic and very painful for those who dedicated their lives to saving others but, in any case and without exception, the treatment of those who cannot have access to the ventilators is ensured to the last effort of the medical staff.

We never want to find ourselves having to make decisions like that and the fact more than 5,000 of these doctors and nurses have been infected with the virus, and many doctors and nurses have died as a consequence, is the proof that they have not shied away from their duty.

Unfortunately their efforts have been made vane not only by these rumours but by the behaviour that we do not understand in other countries.

Why?

What strikes us most is why have the populations of other countries not learnt from our initial mistakes and why have they not acted more appropriately?

We continue to see comments by many in all the countries accusing the press of exaggerating the danger and that the virus is not a real problem. We have seen how governments delay the instructions to their populations to make the decisions needed to reduce the spread of the virus in order to limit the number of victims and for this purpose to reduce the risk that the intensive care wards do not suffer the same conditions that we see in Italy. Unfortunately, for many overseas it is already too late.

Tragically we fear that many will learn the lessons here in Italy too late. In this case, they will understand why the Italian teams have been forced to make difficult decisions but always without renouncing all the treatments possible to those who not found a place in intensive care.

In the mean time we can only appeal to our relatives and friends overseas to not repeat defamatory and offensive accusations because the truth is quite different.

In fact, the efforts of our doctors and nurses are writing one of the most painful pages of our history but at the same time also one of the most glorious thanks to their very efforts.

We hope not to see such phrases any more but we also know that there are irresponsible people everywhere and we hope that the others will be able to silence them as quickly as possible.

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