Schirò(PD): accolta la richiesta di rafforzare la promozione culturale all’estero per la ripresa del Paese – SCHIRÒ (PD): Accepted the request to strengthen the promotion of our Culture overseas to recovery of the country

di emigrazione e di matrimoni

Schirò(PD): accolta la richiesta di rafforzare la promozione culturale all’estero per la ripresa del Paese

Il comunicato stampa dell’Onorevole Angela Schirò riguardo la promozione della nostra Cultura all’estero per aiutare il nostro paese nel ricupero dopo la crisi internazionale del COVID19

 

In seguito al nostro articolo recente (vedi:L’Editoria italiana a rischio oblio – Italian publishing risk of oblivion) pubblichiamo questa comunicato stampa dell’Onorevole Angela Schirò riguardo la promozione della nostra Cultura all’estero per aiutare il nostro paese nel ricupero dopo la crisi internazionale del COVID19. Come giornale, ribadiamo il nostro impegno, pubblicato regolarmente in questa rubrica, alla promozione del Patrimonio Culturale più importante del mondo e anche d’essere pronti a svolgere un ruolo attivo non solo nelle promozioni, ma anche di dare alle collettività italiani, in tutti i continenti, l’opportunità di dare anche a loro un ruolo da portavoce della nostra Cultura nei loro paesi di residenze verso i loro vicino non italiani per fare capire al mondo la vera grandezza del nostro tesoro nazionale più importante, la nostra Cultura

“Il Governo, in occasione dell’approvazione del Decreto Rilancio, ha accolto il mio ordine del giorno, sottoscritto anche dalle colleghe La Marca e Quartapelle, nel quale ho chiesto di affrontare in modo concreto e con senso di responsabilità la grave situazione che si verrà a creare nel campo della promozione culturale all’estero, a seguito della fine del Fondo per il sostegno alla promozione della lingua e della cultura italiana nel mondo, in scadenza nel 2020.

Già in occasione della legge di bilancio, come si ricorderà, con un mio emendamento, ero riuscita ad ottenere in linea di principio la prosecuzione del fondo con una dotazione aggiuntiva di un milione di euro, ma lo stanziamento ottenuto è purtroppo ancora lontano dalla spesa consolidata in questi anni.

La pandemia ha certamente cambiato la scala delle priorità degli interventi, ma proprio le misure messe in campo per favorire la ripresa si muovono nella logica di un rafforzamento della promozione del nostro sistema all’estero per compensare lo shock che il mercato interno sta vivendo.

Sono anni, ormai, che la promozione del sistema Italia nel mondo avviene in modo integrato, vale a dire combinando strettamente promozione economica e promozione culturale, e indebolire tutte le voci di spesa in campo culturale (Istituti di cultura, corsi di lingua degli enti gestori, cattedre di italianistica, borse di studio, ecc.) significa fare danni specifici e frenare la stessa promozione integrata.

Per questo ho chiesto di considerare che una quota dei fondi destinati all’internazionalizzazione sia destinata alla promozione culturale e che, nei prossimi provvedimenti, a partire dalla difficile legge di bilancio 2021, si tenga conto di questa necessità come di un’esigenza non di carattere settoriale, ma generale per gli interessi del Paese.

Il mio impegno, così, si prolungherà nei successivi provvedimenti, con la speranza che diventino sempre di più coloro che ritengono che nel campo della promozione culturale all’estero ci giochiamo occasioni molto importanti per il rilancio del Paese”.

 

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SCHIRÒ (PD): Accepted the request to strengthen the promotion of our Culture overseas to recovery of the country

Press release by the Honourable Angela Schirò concerning the promotion of our Culture overseas to help our country recover from the international crisis caused by COVID19.

Following our recent article (L’Editoria italiana a rischio oblio – Italian publishing risk of oblivion) we publish this press release by the Honourable Angela Schirò concerning the promotion of our Culture overseas to help our country recover from the international crisis caused by COVID19. As a newspaper, we reaffirm our commitment published regularly in this column to the promotion of the world’s most important Cultural heritage and also to be ready to play an active role not only in the promotion but also to give the Italian communities in all the continents the opportunity to also give them a role as spokesmen for our Culture in their countries of residence to their non-Italian neighbours to make them understand the true greatness of our most important national heritage, our Culture.

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“On the occasion of the approval of the Revitalization Decree the Government accepted my item for the agenda that was also signed by the colleagues La Marca and Quartapelle in which I asked to face in a concrete way and with a sense of responsibility the serious situation that will be created in the field of the promotion of our Culture overseas following the end of the Fund to support the promotion of Italian Culture and language around the world that will expire in 2020.

As will be remembered, already on the occasion of the Budget my amendment was able to obtain an in principle continuation of the fund with an additional allocation of one million Euros but the allocation  obtained is unfortunately still far from the consolidated expenditure in these years.

The pandemic has certainly changed the scale of the priorities of the interventions but the measures put in place to favour the recovery move in the logic of strengthening the promotion of our systems overseas to compensate for the shock that the internal market is experiencing.

For years now the promotion of the Italian system in the world has been occurring in an integrated way, that is combining strictly economic promotion and promotion of Culture, and weakening all the items of expenditure in the field of Culture (Institutes of Culture, language courses by managing bodies, university seats in Italian studies, scholarships, etc) which means causing specific damage and slowing down the integrated promotion itself.

For this reason I asked to consider that a share of the funds destined for internationalization be directed to the promotion of Culture be considered and that the next appropriations, starting with the difficult 2021 Budget, take into account this need as a requirement, not on a sector based character but in the country’s interest in  general.

My commitment therefore will extend to the subsequent measures, with the hope that more and more people will believe that in the field of the promotion of Culture overseas very important occasions for the revitalization of the country will come into play”.

Giovani italiani di ritorno da una Argentina in crisi – Young Italians returning from an Argentina in Crisis

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Giovani italiani di ritorno da una Argentina in crisi

I nostri connazionali hanno creato gruppi ed iniziative di assistenza per aiutare chi ne ha bisogno in momenti di crisi, oppure di disgrazia, che altrimenti non potevano essere aiutati dai servizi d’assistenza in quei paesi.

Il nuovo articolo di Paolo Cinarelli dall’Argentina ci mostra una faccia purtroppo triste della realtà dell’emigrazione italiana nel mondo oggi, la fine di un progetto creato per assistere i nostri connazionali che cercano di trasferircisi ci rende tristi, però, la notizia ci fa capire anche un altro aspetto delle nostre comunità sparse per il mondo che potrebbe aiutare l’Italia odierna a superare un problema che ha anche conseguenze politiche non indifferenti.

I nostri connazionali hanno creato gruppi ed iniziative di assistenza per aiutare chi ne ha bisogno in momenti di crisi, oppure di disgrazia, che altrimenti non potevano essere aiutati dai servizi d’assistenza in quei paesi. Con il passare del tempo, e vedremo questo nell’articolo, si sono aggiunti anche i Patronati, i rami assistenziali dei sindacati italiani, sia per assistenza con la burocrazia italiana per le pratiche di pensioni italiane, sia con gli enti locali.

Nel corso dei decenni, in tutti i paesi ove ci sono i nostri emigrati, questi gruppi hanno maturato esperienze e capacità per meglio aiutare immigrati a integrarsi nelle nuove realtà. E sono proprio questi gruppi che potrebbero dare aiuto all’Italia non solo per meglio integrare gli immigrati che ora vengono in Italia, ma anche per meglio preparare il futuro, quando chi è ora sano e forte si trova nella terza età con tutte le conseguenze naturali della vecchiaia. Chiunque abbia avuto l’opportunità di visitare case di cura per gli anziani italiani all’estero sa già che questi problemi per gli immigrati, di tutte le nazionalità, sono particolari, a partire dalla perdita della memoria che compromette la capacità di parlare la seconda lingua, quella del paese di residenza, e dobbiamo pensarci ora prima che sia troppo tardi.

Allora mentre leggiamo l’articolo di Paolo teniamo in mente che le esperienze dei nostri parenti ed amici all’estero sono il preludio di quel che vedremo in Italia nel non lontano futuro, e che sono proprio loro a poter dare gli esempi e le capacità di poter affrontare questo futuro nel miglior modo possibile.

Giovani italiani di ritorno da una Argentina in crisi

Paolo Cinarelli

“BienvenIta non funziona più purtroppo, però un italiano può sempre andare al patronato per qualsiasi problema” questa è stata la risposta testuale di Andrea Pedemonte sul breve destino del Progetto BienvenIta, nato da un’idea di un gruppo, di giovani italiani professionisti, che abbinava un sito web al supporto fisico della rete dei patronati italiani a Buenos Aires. Attraverso il portale BienveIta i giovani arrivati avrebbero potuto accedere a informazioni e suggerimenti su come portare meglio a termine la loro pratica di residenza argentina presso il rispettivo ufficio della Dirección General de Migraciones, pratica spesso non così semplice come immaginavano

Era stato presentato presso la sede dell’Istituto Italiano di Cultura, il martedì 14 giugno 2016, in un principio per dare un orientamento ai giovani appena arrivati. Alla presentazione, avvenuta a sala piena, avevano preso la parola l’allora ambasciatore Teresa Castaldo, il console generale d’Italia Giuseppe Smimmo e i mentori del progetto Claudia Gatti, Andrea Pedemonte e Mena Provenzano.

In quel momento, c’era tanto ottimismo e voglia di fare. L’apparente ripresa economica dell’Argentina post crisi 2001 attirava una gran quantità di giovani italiani professionisti, proprio come Pedemonte, che hanno visto di buon occhio la possibilità di costruirsi un futuro, fare anche figli e mettere su famiglia. Infatti, la crisi che ha colpito l’Italia alla fine del primo decennio del XXI secolo ha provocato un nuovo esodo di giovani verso l’estero, questi nuovi migranti vedevano l’Argentina come “il primo paese da scegliere fuori l’Europa”, secondo Pedemonte. I dati Istat e della Fondazione Migrantes parlavano di diverse migliaia di giovani italiani giunti nei primi anni ‘10, anche se recentemente i dati forniti dalla Dirección Nacional de Migraciones hanno rivelato che le richieste di residenza da parte d’italiani non sono state mai più di mille nel periodo a cavallo tra i primi due decenni di questo secolo.

Il ricercatore Marcelo Huernos spiega che la legge migratoria argentina 25871 del 2004 è tra le più progressiste al mondo giacché “considera la migrazione al livello di un diritto umano” (sic). In effetti, l’Argentina rimane sempre un paese aperto all’immigrazione. In questo momento però nel contesto latinoamericano che resta un polo di attrazione dei flussi migratori, ora come risultato di un riassestamento dello scacchiere internazionale degli ultimi trent’anni, che vede le integrazioni regionali dei rispettivi paesi nelle proprie aree geopolitiche. Questo è il motivo per cui l’attuale legge migratoria favorisce i flussi provenienti dai paesi confinanti e che, di fatto, quasi annulla o lascia nell’incertezza, quanto raggiunto lungo decenni di negoziati e accordi bilaterali tra Italia e Argentina in materia migratoria. E’ proprio in questa zona d’ombra che intendeva fare chiarezza BienvenIta, purtroppo la pubblicazione del decreto 70/2017 applica un nuovo giro di vite poiché ha modificato la legge di residenza in modo restrittivo.

Però, al di fuori delle pratiche amministrative che comporta stabilire la propria residenza in Argentina, il principale motivo della chiusura del Progetto è stato il saldo del bilancio migratorio tornato negativo come agli inizi degli anni duemila. In assenza di dati ufficiali si calcola che la metà dei giovani italiani arrivati negli ultimi dieci anni sia ripartita in patria o anche verso altri paesi. Tra loro ci sono anche Claudia Gatti e lo stesso Andrea Pedemonte, che scrive sulla chiusura del progetto dalla sua Genova dove è tornato con la moglie e i figli.

 

 

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Young Italians returning from an Argentina in Crisis

Our countrymen and women created welfare groups and initiatives to help those in need during periods of crisis or of adversity who otherwise could not have been helped by welfare services in those countries

Paolo Cinarelli’s new article from Argentina shows us an unfortunately sad face of the Italian migration experience in today’s world, the end of a project created to help our fellow countrymen who are looking to move there makes us sad. However, the news also lets us understand another aspect of our communities spread around the world that could help today’s Italy overcome a problem that also has significant political consequences.

Our countrymen and women created welfare groups and initiatives to help those in need during periods of crisis or of adversity who otherwise could not have been helped by welfare services in those countries. With the passage of time, and we see this in the article, the Patronati, the welfare branches of Italy’s trades union, have also been added, for assistance with both Italy’s bureaucracy for those applying for Italian pensions and local agencies.

Over the decades, in all the countries where there are our migrants, these groups have matured experience and skills to better help our migrants to integrate in the new realities. And these are the very groups that could help Italy to not only better integrate the migrants who are now coming to Italy but also to prepare better for the future when those who are now healthy and strong find themselves in the third age with all the natural consequences of old age. Whoever has had the opportunity to visit an aged care facility for elderly Italians overseas already knows that there are particular problems for migrants, of all nationalities, starting with the loss of memory that compromises the capacity to speak the second language, that of the country of residence, and we must think about this now, before it is too late.

So, as we read Paolo’s article let us bear in mind that the experiences of our relatives and friends overseas are the prelude to what we will see in Italy in the not too distant future and that they are the very people who can give us the examples and the skills to be able to deal with this future in the best way possible.

Young Italians returning from an Argentina in Crisis

Paolo Cinarelli

“Unfortunately BienvenIta is no longer operating, however an Italian can always go to the Patronato for any problem” This was the response by Andrea Pedemonte on the short destiny of Progetto BenvenIta, created from an idea by a group of young Italian professionals that combined a website to the physical support of the Italian Patronati in Buenos Aires. Through the BenvenIta portal the new arrivals could have had access to information and suggestions on how to best finalize their application for residence in Argentina at the respective office of the Dirección General de Migraciones, applications that are often not as simple as they imagined.

The project had been presented at the office of the Italian Institute of Culture on Tuesday June 14, 2016, at the beginning to give an orientation to the newly arrived young people. Then Ambassador Teresa Castaldo, Italy’s Consul General Giuseppe Smimmo and the project’s mentors Claudia Gatti, Andrea Pedemonte and Mena Provenzano spoke at the presentation in front of a full hall.

At the time there was a lot of optimism and desire to act. Argentina’s apparent economic recovery after the 2001 crisis attracted a large number of young Italian professionals just like Pedemonte who welcomed the possibility of building a future, also having children and starting a family. In fact, the crisis that hit Italy at the end of the first decade of the twenty first century caused a new exodus of young people overseas and these new migrants saw Argentina as the “first country to choose outside Europe”, according to Pedemonte. The data from Istat (Italy’s bureau of statistics) and the Fondazione Migrantes spoke of various thousands of young Italians in the early years of the 2010s, also if the data recently provided by the Dirección Nacional de Migraciones revealed that the requests for residency by Italians were never more than a thousand during the period between the first and second decades of this century.

Researcher Marcelo Huernos explained that the Argentinean immigration law 25871 of 2004 is one of the world’s most progressive laws since it “considers migration at the level of a human right” (sic). In effect, Argentina always remains a country open to migration. At this time however, in the context of Latin America where it is the pole of attraction of migratory flows, now as the result of a reorganization of the international chessboard of the last thirty years, that saw regional integration of the respective countries in their own geographical areas. This is the reason why the current migration law favours flows from bordering countries and in fact these almost annul or leave in uncertainty what had been reached in decades of bilateral negotiations and agreements between Italy and Argentina in matters of migration. It was precisely this shady area that BenvenIta was meant to clarify, unfortunately the publication of the Decree 70/2017 brought about a new crackdown since it amended the residency law in a restrictive way.

However, apart from the administrative procedures that involves establishing one’s residency in Argentina, the main reason for the closure of the Project was that the balance of the migratory flow had become negative since the start of the 2000s. In the absence of official statistics it is calculated that half of the young Italians who arrived over the last ten years returned home or went to other countries. These included Claudia Gatti and Andrea Pedemonte himself who wrote about the closing of the project from his Genoa where he had returned with his wife and children.

Vivere in due mondi destinati a sparire – Living in two worlds destined to disappear

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Vivere in due mondi destinati a sparire

Qualche giorno fa una foto sui social mi ha fatto ricordare episodi del passato in Australia e Italia che una volta erano normali, ma che, nel nostro mondo moderno fatto di convenienze, stanno sparendo dalla nostra esistenza.

Quando cresciamo ci rendiamo conto che il passare degli anni è più crudele di quel che spesso pensiamo. Da giovani pensiamo che quel che ci circonda sia eterno ma la vita non ci da questa grazia. Con il passare degli anni pezzi della nostra esistenza spariscono man mano che i nostri cari partono per un’altra vita e un giorno ci troviamo a cercare di riprodurre episodi del nostro passato legati ai nostri genitori e nonni.

Ci sono gusti che pensiamo di ricordare, però, quando cerchiamo di riprodurli anni dopo capiamo troppo tardi che dovevamo fare più attenzione a quel che facevano gli adulti, e quel giorno capisci che non sentirai più quei gusti in questa vita.

Qualche giorno fa una foto sui social mi ha fatto ricordare episodi del passato in Australia e Italia che una volta erano normali, ma che, nel nostro mondo moderno fatto di convenienze, stanno sparendo dalla nostra esistenza.

Attività in garage

Come la maggior parte degli italiani in Australia, in generale i miei genitori rispettavano la legge. Però, almeno una volta all’anno eludevano una legge, come molti nostri amici, e c’erano altri amici che ne eludevano un’altra.

Il primo caso è la stagione del vino e alcuni di loro ancora fanno il vino che bevono religiosamente a tavola, sia in famiglia che quando vengono ospiti a cena. Questo era il primo di due periodi importanti per la nostra vita da famiglia italiana in Australia e come noi quasi tutti i nostri amici e conoscenti.

Un weekend all’anno era dedicato a prendere l’uva, a volte raccolta da noi tutti, poi si seguivano tutte le procedure in garage e la casa veniva riempita dal profumo del mosto fresco. Mia madre poi prendeva una o due pentolate del mosto fresco per ridurlo e creare il mosto cotto che era l’ingrediente più importante di alcuni suoi dolci, soprattutto quelli natalizi.

 La produzione del vino per uso domestico non era contro la legge australiana, ma la produzione di grappa si e questa la facevano sempre i nostri amici e vicini di casa veneti che persino ci chiedevano la nostra vinaccia per produrre la loro grappa in tale quantità che ne vendevano una parte. In compenso loro ce ne davano un paio di bottiglie per il nostro contributo alla loro produzione.

 Solo anni dopo ho capito che questo non era permesso dalla legge, ma per quanto poteva sembrare banale la nostra seconda tradizione è un’infrazione ancora più seria della legge australiana.

Spezie

A maggio facevamo il maiale che ci impegnava per una settimana intera e questa tradizione scombussolava la nostra casa ancora di più di quella del vino, a partire dall’odore della carne e degli insaccati appesi che mio fratello Tony odiava. In casa nostra questa settimana iniziava con mamma che arrostiva e macinava le spezie utilizzate per condire le salsicce secondo le usanze del suo paese d’origine, i semi di coriandolo e finocchio, e naturalmente il peperoncino piccante, riempendo la casa di profumi che anticipano il gusto delle salsicce.

Il ricordo più forte è della sera prima di riempire le salsicce quando lei mescolava la carne e le spezie. Friggeva in padella un po’ della miscela per farcela assaggiare affinché non otteneva il gusto giusto. Questo è uno dei gusti persi della mia vita.

 Negli anni sessanta, settanta e ottanta se facevi un giro nelle zone degli italiani in tutte le città australiane nei mesi di maggio/giugno e vedevi più di una macchina davanti a una casa, potevi essere sicuro che in quella casa facevano il maiale. Ogni famiglia aveva la sua specialità, chi la soppressata, chi il capocollo e così via. Era un’usanza severamente proibita dalla legge, ma questo non ci impediva di seguirla ogni anno.

 Anche in questo i nostri vicini veneti ci mettevano il loro tocco imprenditoriale. Loro, insieme ai cognati facevano almeno tre o quattro maiali, a volte di più per vendere una parte della produzione per poter coprire il costo di quel che loro tenevano per uso domestico. A mia madre andava bene perché lei prendeva il sangue dei loro maiali per fare il sanguinaccio in più modi e aggiungere a ciò che aveva già fatto.

 In alcuni casi queste tradizioni sono state l’inizio di imprese importanti di insaccati e vini che ora esportano i loro prodotti. Però, non cambia il fatto che spesso non erano usanze permesse dalla legge.

 Penso a questo quando sento parlare degli immigrati ora in Italia e i commenti di alcuni sul fatto che mantengono le loro tradizioni e che alcuni macellano agnelli e capre in casa. Confesso che anche noi abbiamo macellato capretti in casa ed era il motivo per cui per anni non ho più mangiato carne di capretto, almeno volontariamente, fino al giorno che scoprii che la carne che mangiavo con tanto gusto non era agnello come pensavo, ma il capretto e non avevo più motivo di rifiutarlo.

 In casa gli immigrati parlano le loro lingue, come i nostri italiani all’estero. Perciò dobbiamo capire che gli immigrati vivono in due mondi.

Lingue

 Infatti, fino alla loro morte non ho mai parlato in inglese con i miei genitori, ma esclusivamente in italiano ed è giusto che sia così. Non solo in casa, ma anche fuori casa, persino sui mezzi pubblici con mia madre quando andavamo a fare la spesa, malgrado qualche sguardo storto da parte di altri passeggeri e di tanto in tanto un commento che dovevamo parlare inglese in Australia. Commenti ai quali facevo sempre orecchio da mercante.

 Lo stesso vale per i nostri doveri religiosi che seguivamo con messe in italiano, di solito celebrate da preti italiani o maltesi dai francescani o gli scalabriniani. Poi, oltre ai doveri domenicali andavamo spesso a feste religiose italiane, quasi sempre dedicate a una delle Madonne onorate da comunità particolari, come quella di Montevergine o del Carmine particolarmente seguite dalla forte comunità campana ad Adelaide.

 Le tradizioni e la lingua sono quel che ci identificano e non sarebbe giusto dire ad emigranti di abbandonarle. Infatti, trovo strano come molti di quelli in Italia che parlano bene di come gli italiani all’estero abbiano mantenuto le loro tradizioni italiane, siano gli stessi che insistono che gli immigrati qui dovrebbero abbandonare le loro tradizioni.

Culture

L’integrazione non è semplicemente cambiare vestiti da un momento all’altro, come pretende l’assimilazione. L’integrazione è una strada a due sensi dove entrambi le parti devono rispettare le tradizioni dei loro vicini. In quei casi dove ci sono tradizioni chiaramente impossibili da accettare, come certe usanze africane che sono culturali, e non religiose come molti pensano, e che ora sono contestate persino nei paesi di origine, enti governativi devono lavorare con le varie comunità per trovare il modo di aiutarli con il cambio di usanze. Ma dove le tradizioni non rompono le leggi italiane dovremmo avere l’obbligo e la civiltà di rispettare le loro usanze, come loro hanno lo stesso obbligo nei nostri riguardi.

Non è sempre facile, ed ho conosciuto italiani che disprezzavano le usanze australiane, ma i benefici per il futuro del paese sono enormi, come vediamo nei paesi come l’Australia che hanno saputo integrare le varie comunità. Non lasciamo che alcuni critici creino discordia, come vediamo spesso, ma accettiamo i nostri vicini nuovi come la maggior parte degli australiani hanno accettato i nostri parenti e amici. Abbiamo solo da guadagnare e niente da perdere.

Però, c’è un altro aspetto di queste tradizioni che dobbiamo riconoscere: sono destinate a sparire. Come in Italia anche in Australia fare il maiale e il vino in casa sta diventando sempre più raro, con il passare delle generazioni anche le famiglie italiane all’estero perdono il contatto con il loro passato. Con la morte dei nonni immigrati si perde il contatto diretto con il paese d’origine e i discendenti che da giovani non avevano dato retta ai lavori dei genitori/nonni si rendono conto che i gusti di una volta semplicemente e tristemente non ci sono più.

Oggi se vai sulle pagine social degli italiani all’estero vedi richieste per ricette “originali” per piatti prediletti ricordati dall’infanzia, ma pochi capiscono che quei piatti ormai sono parte del passato e che dobbiamo realizzare una cultura moderna basata, si sul passato, ma che riflette anche i cambi naturali delle famiglie nel corso degli anni.

Anche per questo motivo è importante che documentiamo i cambiamenti delle nostre comunità perché fanno vedere che la nostra Cultura è viva e si sviluppa con ogni generazione, come deve fare qualsiasi Cultura vitale perché esiste solo una parola per definire una Cultura che non cambia, morta.

Se hai una storia delle tue tradizioni di famiglia, invia la tua storia a: [email protected]

 

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Living in two worlds destined to disappear

A few days ago photos from the social media made me remember episodes from the past that were once normal in Australia and Italy but which in our modern world of convenience are disappearing from our existence.

As we grow up we realize that the passage of time is much crueller than what we often think. When we are young we think that what surrounds us is eternal but life does not give us this grace. With the passing of the years pieces of our existence disappear as our loved ones leave for another life and one day we find ourselves trying to reproduce episodes of our past tied to our parents and grandparents.  

These are tastes we think that we remember, however, when we try to reproduce them years later we understand too late that we should have paid more attention to what the adults did and that day you understand that you will never again taste those flavours in this life.

A few days ago photos from the social media made me remember episodes from the past that were once normal in Australia and Italy but which in our modern world of convenience are disappearing from our existence.

Activities in the garage

Like most Italians in Australia my parents generally respected the law. However, at least once a year they eluded the law, like many of our friends, and there were other friends who eluded another.

The first case was the wine season and some of us still make wine that are religiously drunk at the table, when we eat as a family and when we have guests for dinner. This was the first of two important periods in our lives as an Italian family in Australia and like us almost all our friends and acquaintances.

One weekend a year was dedicated to getting the grapes, sometimes picked by us, and then following the procedure in the garage with the house was filled with the aroma of the fresh must. My mother then took one or two pots of fresh must to reduce it into a syrup called “mosto cotto” that was the major ingredient of some sweets, especially at Christmas time.

 The production of wine for family use was not against the law in Australia but the production of grappa was and our neighbours from the Veneto always made it and they even asked us for our pomace to produce grappa in such quantities that they sold a part. In return they gave us two bottles for our contribution to their production.

 I understood only years later that the law did not allow this but as trivial as this may seem our second tradition was an even more serious infraction of Australian law.

Spices

In May “we made (butchered) the pig” that involved us for a whole week and this tradition upset our home even more than the wine, starting with the smell of the meat and the hanging sausages that my brother Tony hated. In our home this week began with Mamma who roasted and ground the spices according to her town’s tradition, coriander and fennel seeds and of course hot chillies which filled the house with the aroma that were the foretaste of the sausages.

The strongest memory is of the evening before stuffing the sausages when she mixed the meat and the spices. She would fry some of the mix for us all to taste until she reached the right flavour. This is one of the lost flavours of my life.

 If you did the rounds of the Italian areas of Australian cities the sixties, seventies and eighties during the months of May/June and saw more than one car in front of a house you could be sure that they were butchering a pig in that house. Every family had its specialty, some with soppressata, some with capocollo and so forth. This custom was severely banned by the law but this did not stop us from following it every year.

 And to this too our friends from the Veneto added their entrepreneurial touch. They, together with the in laws, butchered at least three or four animals, sometimes even more to sell part of the production in order to cover the costs of what they kept for domestic use. This was fine for my mother because she would take the blood of their pigs to make sanguinaccio (black pudding) in various ways to add to what she had already made.

 In some cases these traditions were the start of major smallgoods and wine companies that now export their products. However, this does not change the fact that these activities were not allowed by the law.

 I think about this whenever I hear people talking about the immigrants now in Italy and the comments some make about how they have kept their traditions and some butcher lambs and young goats at home. I confess that we too butchered young goats at home and this was the reason that I did not eat goat meat, at least voluntarily, until the day I discovered that the meat I had been eating with relish was not lamb as I thought but goat and I no longer had a reason to refuse it.

 Immigrants speak their languages at home, like our Italians overseas. Therefore, we must understand that immigrants live in two worlds.

Languages

In fact, until they passed away I never spoke in English but only Italian with my parents and it is right that this is so. Not only at home but also outside the home and even on public transport with my mother when we went shopping despite some sour looks from other passengers and a comment from time to time that we should speak English in Australia, to which I turned a deaf ear.

 This was also true of our religious obligations what we followed with Mass in Italian which was usually celebrated by Italian or Maltese priests of the Franciscans or the Scalabrinians. And then, in addition to the Sunday obligations we often went to Italian religious feasts, almost always dedicated to one of the Madonnas honoured by particular communities, such as Our Lady of Montevergine or the Carmine that were followed in particular by the large communities from the Campania region in Adelaide.

The traditions and language are what identify us and it would not be right to tell migrants to abandon them. In fact, I find it strange that many of those in Italy who speak well of how Italians overseas kept their Italian traditions are the same people who insist that the immigrants here should abandon their traditions.

 Culture

 Integration is not simply changing clothes from one moment to the next, as assimilation demands. Integration is a two-way road in which both sides must respect the traditions of their neighbours. In those cases in which there are traditions that are clearly impossible to accept, such as certain African customs that are cultural, and not religious as many think, and that are now disputed even in their countries of origin, government  agencies must work with the various communities to find a way to help them change customs. But where traditions do not break Italian laws, we must have the obligation and the civility to respect their customs, as they have the same duty in our regards.

 This is not always easy, and I have known Italians who despised Australian customs, but the benefits for our country’s future are enormous, as we see in countries such as Australia that knew how to integrate the various communities. We must not, as we often see, let some vocal critics create discord but let us accept our new neighbours like the majority of Australians accepted our relatives and friends. We can only gain and have nothing to lose.

However, there is another aspect of these traditions that we must recognize; they are destined to disappear. Just like in Italy, even in Australia butchering the pig and making wine at home is becoming increasingly rare and with the passing of the generations even Italian families overseas lost contact with their past. With the death of the immigrant grandparents the direct contact with the country of origin is lost and the descendants did not pay attention to their parents/grandparents’ work when they were young realize that the tastes of the past simply and sadly no longer exist.

Today, if you visit the social media pages of the Italians overseas you see requests for “original” recipes for favourite dishes remembered from childhood but few understand that those dishes are now part of the past and that we must create a modern culture that is based on the past but reflects the natural changes of families over the years.

Also for this reason it is important that we document the changes in our communities because they let us see that our Culture is alive and develops with every generation, just like any vital Culture must do because there is only one word to define a Culture that does not change, dead.

If you have a story you want to tell about your family’s traditions, send your story to: [email protected]

L’Editoria italiana a rischio oblio – Italian publishing risk of oblivion

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L’Editoria italiana a rischio oblio

Ci troviamo con un mercato internazionale potenziale per i nostri prodotti culturali, a partire proprio dall’editoria, di oltre 340 milioni di persone, cinque volte la popolazione d’Italia.

Sappiamo da anni che l’editoria italiana in tutte le sue forme è in crisi. Non solo le vendite di libri, ma anche la vendita di giornali e riviste è in calo e questo crea enormi difficoltà per chi ci lavora, partendo dagli autori, gli editori e infine chi stampa e vende i prodotti di quel che dovrebbe essere uno dei rami più importanti della nostra Cultura.

Vantiamo la grandezza della nostra Cultura e, per l’ennesima volta, dobbiamo affrontare una realtà crudele che la nostra Cultura non è apprezzata a livelli degni della sua varietà e i contributi alla Cultura mondiale, cominciando da parte di noi italiani.

Però, le crisi danno anche a chi sa sfruttarle la possibilità di uscirne più forti di prima, ma solo se si ha il coraggio di cambiare rotta e, soprattutto, nel finalmente riconoscere che abbiamo mezzi a livello mondiale che potrebbero aiutarci a vendere i nostri libri, giornali e riviste a un pubblico molto più grande, non limitato alla sola penisola, ma sparso per tutto il mondo.

Assenza inspiegabile

Sono stato presente ai primi due Stati Generali della Lingua Italiana a Firenze organizzati dalla Farnesina per promuovere la nostra lingua nel mondo. Le intenzioni erano, e sono tuttora nobili, ma c’era un’assenza inspiegabile in quelle giornate, proprio il ramo della nostra industria che avrebbe avuto bisogno del successo delle manifestazioni, l’editoria.

Questa assenza era resa ancora più inspiegabile da una rivelazione del Sottosegretario per gli Esteri, Mario Giro, che ha annunciato che, secondo le statistiche del Ministero i cittadini italiani registrati all’AIRE erano 5 milioni nel 2016 (ora circa 6), i discendenti degli emigrati italiani erano oltre 85 milioni (in ogni probabilità una cifra conservatrice) e i “filoitaliani”, cioè chi si identifica con almeno un aspetto della Cultura italiana, oltre 250 milioni nel mondo.

In parole povere, mettendo insieme le tre cifre ci troviamo con un mercato internazionale potenziale per i nostri prodotti culturali, a partire proprio dall’editoria, di oltre 340 milioni di persone, cinque volte la popolazione d’Italia.

Con una cifra del genere dobbiamo chiederci perché l’editoria, e non solo perché possiamo aggiungere anche il cinema e la musica, non hanno aderito con grande entusiasmo a un’iniziativa che poteva aumentare il loro pubblico a livelli impensabili prima.

E in quegli Stati Generali abbiamo visto di nuovo il vizio che ho notato fin troppo spesso nei miei vari viaggi in Italia e ancora di più ora che ci abito. Tutti noi italiani in Italia sappiamo che abbiamo il Patrimonio Culturale più grande, quindi il più importante, del mondo, però non ci rendiamo conto che una volta che usciamo dai confini del paese questa consapevolezza non esiste. Anzi, scritto da uno nato e cresciuto in un paese anglosassone, precisamente l’Australia, la nostra Cultura è considerata inferiore ad altre e soggetta ai soliti luoghi comuni.

Cifra risibile

Qualche mese fa durante uno scambio nei giorni prima della chiusura in Italia per il coronavirus un editore italiano mi ha detto la cifra dei libri in lingua italiana venduti negli Stati Uniti ogni anno, 50mila libri. Una cifra risibile quando paragonata alle decine di milioni di discendenti di immigrati italiani nel paese, ma che ha motivi ben precisi e che dobbiamo capire per trovare il modo di poter creare un mercato per i nostri libri a livello mondiale e aiutare l’editoria ad uscire da una crisi profonda.

Nei paesi di emigrazione i figli dei nostri emigrati non hanno mai avuto la possibilità di poter imparare la lingua che li definisce. Prima di tutto perché, nella maggioranza dei casi si parlava il dialetto in casa e non l’italiano. Inoltre, prima degli anni ’80 la nostra lingua non era inclusa nel curriculum scolastico di questi paesi e l’unico modo era di attendere le classi di gruppi come la Società Dante Alighieri, ma questo comportava frequentare classi extrascolastiche e i ragazzi erano restii ad aggiungere ancora altre ore a classi che non avrebbero aiutato loro ad essere promossi a scuola.

Per questi motivi dobbiamo renderci conto che i figli, nipoti e pronipoti dei nostri emigrati non hanno i mezzi personali per poter leggere i nostri libri nella versione originale. Però, non continuiamo a ripetere uno sbaglio che molti fanno e che dobbiamo spiegare ai lettori in Italia

Orgoglio

Il fatto che i discendenti dei nostri emigrati non sanno la nostra lingua non vuol dire che non siano orgogliosi delle loro origini. Anzi, basta leggere i commenti sulle pagine dei social dedicate agli italiani all’estero per capire che nella stragrande maggioranza dei casi sono fieri delle loro origini, ma a loro mancano i mezzi per poter imparare di più del loro patrimonio culturale, a partire da libri nelle lingue dei loro paesi di residenza.

Proprio per questo motivo come paese, partendo dei responsabili della nostra editoria, dobbiamo capire che per promuovere i nostri autori dobbiamo mettere i libri a disposizione nelle lingue dei paesi di residenza e fare le promozioni non solo tramite i giornali e stazioni radio e televisive delle comunità italiane, ma anche tramite i loro circoli e grandi associazioni che sarebbero più che felici di svolgere ruoli importanti nella promozione dei nostri prodotti italiani, ma nelle lingue locali e non in italiano. Difatti, quel che proponiamo per i libri vale altrettanto per i nostri film e per la musica e i nostri cantanti più importanti, soprattutto i cantautori che sono sconosciuti quasi del tutto all’estero.

Fin troppo spesso orgoglio è anche il motivo per cui i nostri addetti ai lavori non riescono ad aprire una breccia nel mercato internazionale per i nostri prodotti culturali. Insistono a fare le promozioni solo in lingua italiana e questo non fa altro che limitare il loro pubblico potenziale ai 5 milioni di cittadini invece dei 340 milioni potenziali citati sopra.

L’esempio più lampante di questo atteggiamento si trova nella RAI che trasmette i suoi programmi solo in italiano e non fornisce sottotitoli nelle lingue dei paesi di residenza in modo che i nipoti e i pronipoti degli emigrati possano finalmente capire i programmi. Ci vuole poco per capire che gli introiti pubblicitari per un pubblico di pochi milioni sono inferiori di quelli di un pubblico di centinaia di milioni…

Incentivi e futuro

Per molti in Italia l’idea di vendere i nostri libri in lingua straniera sembrerebbe un’eresia, ma in risposta dico che, vista la composizione del mercato internazionale, è realista. Che senso ha promuovere a livello mondiale libri che non hanno un pubblico internazionale?

Nel vendere, almeno all’inizio, i libri dei nostri autori in altre lingue diamo a loro la possibilità di poter aver introiti che permetterebbero loro di poter scrivere a tempo pieno e inoltre darebbe agli editori italiani guadagni che attualmente sarebbero impossibili in Italia.

Con il tempo le vendite dei libri in altre lingue avrebbero l’effetto di incoraggiare i discendenti dei nostri emigrati a capire che ci sono motivi veri e importanti per imparare la lingua che li definisce e di poter leggere le versioni originali delle opere, pagando gli sforzi degli editori verso un mercato internazionale che fino ad ora hanno ignorato.

A dir il vero, un nostro editore italiano, la Mondadori, ha già una filiale negli Stati Uniti e quindi avrebbe la possibilità di poter fare una mossa del genere immediatamente. Bisogna chiedere a loro perché non lo fanno. Ma gli altri editori italiani potrebbero avvicinare editori nei vari paesi per stringere accordi commerciali che permettano ai libri di avere il pubblico che meritano.

Infine, dobbiamo anche incoraggiare oriundi con le qualifiche adatte a scrivere libri sui nostri autori per introdurli al pubblico internazionale, ma fino ad ora ogni tentativo di fare progetti del genere sono andati a vuoto perché contattare i livelli decisionali degli editori italiani è impossibile per chi vuole fare una proposta seria.

Infatti, chi scrive cerca da anni di poter fare proprio questo ma senza successo.  Questo è raccontato in un articoli di un anno fa (Il libro Proibito: Il Testimone Scomodo – The Forbidden Book: The Troublesome Witness). Niente è cambiato da allora per questi motivi.

La nostra editoria è un tesoro che dobbiamo far conoscere al mondo, ma questo è impossibile se non riusciamo a pensare oltre i limiti imposti da una mentalità campanilistica che ci impedisce di prendere i passi necessari per togliere la nostra editoria in una crisi che rischia davvero l’oblio se non troviamo un mercato internazionale per i nostri editori.

di emigrazione e di matrimoni

Italian publishing risk of oblivion

We find ourselves with a potential international market for our cultural products, starting with publishing, of more than 340 million people, five times Italy’s population

We have known for years that Italian publishing in all its forms is in crisis. Not only the sales of books but the sales of newspapers and magazines are also falling and this creates enormous difficulty for those who work in the industry, starting with the authors and finally those who print and sell the products of what should be one of the most important branches of our Culture.

We boast about the greatness of our Culture and, for the umpteenth time, we must deal with a cruel reality that our Culture is not appreciated at the levels worthy of its variety and contributions to the world’s Culture, starting with us Italians.

However, crises also give those who know how to exploit them the possibility to come out stronger than before if they have the courage to change direction and, above all, to finally recognize that we have the means globally that could help us to sell our books, newspapers and magazines to a much bigger public that is not limited to only the peninsula but spread around the world.

Inexplicable absence

I was at the first two estates General of the Italian Language in Florence organized by Italy’s Foreign Affairs Ministry to promote our language around the world. The intentions were, and still are, noble but there was an unexplainable absence during those days, by the very branch of our industry that would have needed the success of the events, publishing.

This absence was made even more inexplicable by a revelation by Mario Giro, Under Secretary for Foreign Affairs, who announced that, according to the Ministry’s statistics, Italian citizens registered at the AIRE (Registry of Italian citizens overseas) were 5 million in 2016 (now about 6 million), the descendants of Italian migrants were more than 85 million (in all likelihood a conservative figure) and the “Italophiles”, that is those who identify themselves with at least one aspect of Italian Culture, more than 250 million people around the world.

Put simply, adding together the three figures we find ourselves with a potential international market for our cultural products, starting with publishing, of more than 340 million people, five times Italy’s population.

With such a figure we should ask ourselves why publishing, and not only because we can also add the movies and music, did not join with great enthusiasm an initiative that could have increased their audience to levels that were unthinkable before.

And during the Estates General we saw once again a fault I had noted all too often during my various trips in Italy and even more now that I live here. All us Italians in Italy know that we have the world’s greatest and therefore most important Cultural Heritage, however, we do not realize that once we set foot outside the country’s borders that knowledge does not exist. Indeed, written by someone born and raised in an Anglo-Saxon country, Australia, our Culture is considered inferior to others and subject to the usual clichés.

Laughable figure

Months ago, during a discussion a few days before Italy’s lockdown caused by the coronavirus, an Italian publisher told me the figure of Italian language books sold every year in the United States, 50 thousand books. This is a laughable figure when compared to the tens of millions of descendants of Italian migrants in the country but this has very precise reasons that we must understand in order to find the way to create a worldwide market for our books and to help publishing to come out of a deep crisis.

In the countries of migration, the children of our migrants never had the possibility to learn the language that defines them. First of all because, in the majority of cases, they spoke dialect at home and not Italian. Furthermore, before the 1980s our language was not included in the scholastic curriculum of their countries and the only way was to attend classes of groups such as the Dante Alighieri Society but this involved attending extracurricular classes and the children were reluctant to add other hours to lessons that would not have helped them to be promoted at school.

For these reasons we must understand that the children, grandchildren and great grandchildren of our migrants do not have the personal means to be able to read our books in the original version. However, we must not continue to repeat the mistake that many make and that we must explain to readers in Italy.

Pride

The fact that descendants of our migrants do not know our language does not mean they are not proud of their origins. Indeed, we only have to read the comments on the social media pages dedicated to the Italians overseas to understand that in the vast majority of cases they are proud of their origins but they lack the means to be able to learn more of their cultural heritage, starting with books in the languages of their countries of residence.

For this precise reason we as a country, beginning with those responsible for our publishing, must understand that in order to promote our authors we must start making the books available in the languages of the countries of residence and to promote them not only through the newspapers and radio and televisions stations of the Italian communities but also through their clubs and large associations that would be more than happy to play a major role in the promotion of our Italian products but in the local languages not in Italian. In fact, what we propose for books is also applicable to our films and music and our major singers, especially the cantautori (singer-songwriters) who are almost totally unknown outside the country.

All too often pride is also the reason for which many of our experts cannot open a breach in the international market for our Culture’s products. They insist on promoting only in Italian and this only limits our potential audience to the 5 million citizens instead of the potential 340 million stated above.

The most striking example of this is found in RAI which broadcasts programmes only in Italian and does not provide subtitles in the languages of the countries of residence in a way that the grandchildren and greatgrandchildren can finally understand the programmes. It takes little to understand that the income from an audience of a few million is lower than that for an audience of hundreds of millions…

Incentives and the future

Selling our books in a foreign language would seem a heresy to many in Italy but in reply I say that, considering the composition of the international market, it is realistic. What is the sense of promoting internationally books that do not have an international market?

By selling our author’s books in other languages, at least in the beginning, we give them the possibility to have an income that would allow them to be able to write fulltime and in addition it would give Italian publishers earnings that are currently impossible in Italy.

With time the sales of our books in other languages would have the effect of encouraging the descendants of our migrants to understand that there are real and major reasons to learn the language that defines them and to be able to read the original versions, repaying the efforts of the publishers towards an international market that has been ignored up till now.

To tell the truth, one of Italy’s publishers, Mondadori, already has a branch in the United States and therefore it would have the possibility of being able to make such a move immediately. We should ask them why they do not do so. But the other Italian publishers could approach publishers in the various countries to sign commercial agreements that would allow the books to have the public they deserve.

Finally, we should also encourage people of Italian origin with the suitable qualifications to write books about our authors to introduce them to the international public but so far every attempt to carry out such projects have failed because contacting the decision making levels of Italy’s publishers is impossible for those who want to make a serious proposal. 

In fact, the writer has been trying to do just this for years but without success. This was told in an article a year ago(Il libro Proibito: Il Testimone Scomodo – The Forbidden Book: The Troublesome Witness). Nothing has changed since then for these reasons.

Our publishing is a treasure that we must let the world know but this is impossible if we cannot think beyond the limits imposed by  a parochial mentality that blocks us from taking the steps necessary to take our publishing out of a crisis that truly risks oblivion if we do not find an international market for our publishers.

Il mercato globale non è nuovo e non sparirà – The global market is not new and will not disappear

di emigrazione e di matrimoni

Il mercato globale non è nuovo e non sparirà

Guardiamo un pò la storia di questo mercato globale senza il quale la nostra vita moderna sarebbe molto più povera, in tutti i sensi

In questo periodo di crisi causata da covid19 molti si lamentano della presenza del mercato globale, perché sicuramente la diffusione del coronavirus è stata accelerata da turisti e soprattutto uomini d’affari tra la Cina e il resto del mondo.

Però, questa è una lettura banale della globalizzazione perché il mercato internazionale non è nuovo, risale a prima della nascita di Cristo ed è un aspetto di vita che non cambierà nel futuro. Semmai la tecnologia moderna ha peggiorato la situazione con i voli internazionali, ma una lettura veloce di pandemie del passato ci racconta altri periodi colpiti da navi cariche che non contenevano solo i prodotti destinati per i mercati di tutto il mondo.

Allora guardiamo un pò la storia di questo mercato globale senza il quale la nostra vita moderna sarebbe molto più povera, in tutti i sensi. Come prova, basta citare solo una cifra sorprendente, il mercato più importante della Ferrari è proprio in Cina, il paese con cui abbiamo rapporti commerciale da oltre due millenni.

Il piatto prediletto

Di tanto in tanto qualcuno fa il discorso sulle origini vere degli spaghetti. Grazie a Marco Polo, c’è chi dice siano cinesi e chi dice siano italiani. È uno di quei temi vicini ai nostri cuori, ma nasconde una verità che pochi conoscono per bene, e la verità è che molte delle nostre tradizioni culinarie hanno origini straniere molto antiche.

Nel 2004 ricercatori dell’Università di Cincinnati hanno annunciato una scoperta sorprendente a Pompei, che ha messo in ombra quel dibattito sul nostro piatto nazionale. Le analisi dei prodotti all’interno di una macelleria dell’epoca romana hanno trovato tracce di carne di giraffa e, ancora più inatteso, di spezie esotiche provenienti dall’Indonesia.

Molti storici ritengono che gli scontri continui tra i Romani e i Parti avessero origine negli scambi commerciali lungo la via della seta. Infatti, sappiamo da tempo che i Romani avevano la seta, un prodotto esclusivamente cinese all’epoca, ma le spezie indonesiane dimostrano chiaramente che la rete commerciale del periodo antico era molto più estesa della semplice Cina, che allora non era ancora un impero.

 Molti di noi pensano a un mondo antico limitato geograficamente, ma dimenticano che Alessandro Magno andò in India e nell’Anabasi di Senofonte c’è il racconto di soldati greci persi nell’impero persiano nel quarto secolo avanti Cristo. Già da questi due fatti avremmo dovuto capire che gli scambi commerciali e intellettuali tra continenti risale a periodi molto più antichi di quel che pensiamo.

Crociate

 La Storia dimostra che i nostri periodi importanti spesso coincidono con i nuovi incontri tra civiltà, e sempre con conseguenze fondamentali per entrambe. Studiamo il periodo delle Crociate per conoscere le avventure e sventure dei crociati cristiani e magari i gesti cavallereschi di Saladino, ma non notiamo che quel periodo ebbe effetti profondi sull’economia e la Cultura di quel che molti considerano il Vecchio Continente.

 Sarebbe facile parlare dell’introduzione di prodotti nuovi per l’alimentazione europea. Iniziamo dallo zucchero che prende il nome dalla parola araba súkkar, come anche le albicocche e altri frutti, alle nuove spezie e metodologie culinarie sconosciute in quelle zone dell’Europa che non avevano avuto un’occupazione araba, come la Sicilia e la Penisola Iberica.

Però, per quanto amiamo la cucina, gli effetti più importanti di questo periodo sono stati nei vari campi culturali e scientifici.

Non solo cibo

 Chiunque abbia studiato il Rinascimento italiano sa che una delle ispirazioni dell’Arte nuova era la scoperta di vecchie opere d’epoca antica, sia romana che greca. Il rispetto degli arabi per questi grandi scrittori era più grande di quello degli stessi europei che li avevano disprezzati e cercato di annullare, come rappresentanti pagani di un passato incompatibile con i dettami del cristianesimo. Se ora sappiamo molto del nostro passato classico è proprio grazie a queste scoperte inattese dei crociati.

 L’altro campo fondamentale che beneficiò delle scoperte nel regno franco mediorientale era ovviamente quello scientifico. Una prova interessante si trova nel processo dei Templari dove uno dei capi d’accusa verso i cavalieri era per i loro rapporti amichevoli con gli arabi. Infatti, tra questi rapporti c’erano quelli con medici arabi per il semplice fatto che i dottori mediorientali avevano i mezzi e la consapevolezza di trattare e guarire ferite e malattie che per i medici europei erano ancora fatali.

 Chissà quanti di quelli che dicono che gli arabi hanno dato pochi contributi alla nostra cultura e scienza sanno che i numeri che utilizziamo oggigiorno ci arrivarono tramite gli arabi, e che furono introdotti in Europa dal matematico italiano Leonardo Fibonacci a cavallo del ‘200 e il ‘300 d.C.. L’introduzione di questi numeri, come anche l’algebra, un’altra parola araba, insieme ad altri concetti importanti, hanno dato un contributo essenziale allo sviluppo delle scienze matematiche che hanno creato il nostro mondo moderno.

 Le nostre industrie moderne della porcellana non hanno origine in Europa, bensì in Cina dove per secoli le famiglie aristocratiche europee commissionavano i loro servizi di piatti e tazze. Nel corso del sedicesimo e diciassettesimo secolo milioni di pezzi di porcellana venivano importati ogni anno dalla Cina, a un costo enorme per il Vecchio Continente. Tanti erano i soldi spesi per questi acquisti che in Olanda, Inghilterra, Italia ed altri paesi europei, imprenditori locali iniziarono a produrre i servizi e i prodotti che ora conosciamo come parte del nostro patrimonio artistico. Un patrimonio che sarebbe stato impossibile senza questo commercio antico.

Quando ci si lamenta dei cinesi e degli altri paesi asiatici che ora copiano i nostri prodotti, ricordiamoci che siamo stati proprio noi europei i primi a copiare i loro prodotti e non solo la ceramica, ma anche la seta che abbiamo importato in Europa per creare una nuova industria importante per noi.

Americhe e colonie

 Naturalmente un altro periodo importantissimo per l’introduzione di prodotti dall’estero fu quello che seguì la scoperta delle Americhe. Potrei riempire pagine dei prodotti introdotti dal Nuovo Mondo che cambiarono per sempre la cucina e le industrie europee. Basterebbe chiedere che cucina avremmo senza il mais, la patata e il pomodoro per capire l’impatto enorme dell’antico commercio mondiale sul nostro stile di vita.

L’introduzione del tabacco e del cioccolato ebbe un effetto enorme prima nello stile di vita degli aristocratici e dei ricchissimi per poi scendere nei vari strati della società europea fino anche ai più poveri. Un caso divenne tragico, la patata era considerata il nuovo cibo per i poveri e in Irlanda ci volle poco tempo perché diventasse la base della loro alimentazione e poi, tra il 1850 e il 1852 per via di una malattia che colpì la coltivazione di questo tubero, diventò la causa di una grave carestia che colpì l’isola. Una percentuale enorme della popolazione morì di fame o fu costretta a emigrare nelle Americhe.

Senza dimenticare l’oro, l’argento e i gioielli che resero ricchissimi i potenti fino al petrolio e i minerali che aiutarono loro ad ingrandire le loro industrie al punto che le ex potenze coloniali sono ancora tra i paesi più ricchi del mondo.

 Infine il colonialismo fece un ulteriore passo con l’introduzione di altri prodotti dalle colonie. Per dare un esempio divertente, il famoso Worcestershire Sauce considerato icona della moderna cucina inglese, e ora utilizzato spesso anche in Italia, fu il risultato di un tentativo fallito di copiare la ricetta di una salsa originariamente prodotta in India.

 Ogni volta che andiamo al supermercato vediamo sempre prodotti nuovi, spesso il risultato dei cambiamenti della demografia italiana a causa dei nuovi immigrati. Però, dovremmo ricordarci e capire che nuovi prodotti e cambiamenti non sono una novità, succedono da millenni e hanno sempre fatto parte della nostra Storia e tradizione sin da prima della nascita dell’Impero Romano.

Allora, se ci viene mai in mente di dire “fermiamo la globalizzazione”, dobbiamo solo ricordare che all’epoca romana Plinio il Vecchio si lamentava di quanto oro romano finiva nelle casse dei regni indiani. I suoi concittadini non gli diedero retta e nemmeno noi dobbiamo farlo.

La nostra Cultura è ricchissima grazie a questi prodotti e concetti introdotti dall’estero nel passato, continuare ad essere aperti a idee nuove non fa altro che rendere il nostro futuro ancora più ricco.

 

di emigrazione e di matrimoni

The global market is not new and will not disappear

Let us take a look at a little of the history of this global market without which our modern would be much poorer, in every sense

During this period of crisis caused by covid19 many people complain about the global market because the spread of the coronavirus was surely accelerated by tourists and especially businessmen and women between China and the rest of the world.

However, this is a trivial reading of globalization because the worldwide market is not new, it goes back to before the birth of Christ and is an aspect of life that will not change in the future. In anything, modern technology worsened the situation with fast international flights but a quick reading of past pandemics would show other periods hit by cargo from ships that did not contain only the products destined for markets around the world.

So, let us take a look at a little of the history of this global market without which our modern would be much poorer, in every sense. As proof, we only have to quote a surprising figure, Ferrari’s most important market is in China, a country with which we have had commercial relations for more than two thousand years.

The favourite dish

Every so often someone starts a discussion about the true origins of spaghetti. Thanks to Marco Polo some say they were Chinese and others says they were Italian. This is a matter close to our hearts but it hides a truth that few know well and the truth is that many of our culinary traditions have very ancient foreign origins.

In 2004 researchers from Cincinnati University announced a surprising discovery in Pompeii that overshadowed that debate about our national dish. The analysis of the contents of a butcher shop from Roman times found traces of giraffe meat and, even more unexpected, of exotic spices originating from Indonesia.

Many historians retain that the continuous clashes between the Romans and the Parthians had their origins in the commercial exchanges along the Silk Road. In fact, we have known for some time that the Romans had silk, a product that was exclusively Chinese at the time, but the Indonesian spices clearly showed that the commercial network in ancient times was much wider than simply China that at the time was not yet an empire.

 Many of us think of the ancient world as limited geographically but we forget that Alexander the Great went to India and that in the “Anabasis” Xenophon told the story of Greek soldiers lost in the Persian Empire in the fourth century before Christ. Just these two facts should have made us understand that the commercial and intellectual exchanges between continents go back to much more ancient periods than what we think.

Crusades

History shows us that our most important periods coincide with new encounters between civilizations and always with major consequences for both these ancient powers. We study the period of the Crusades to know the adventures and misadventures of the Christian Crusaders and maybe the acts of chivalry by Saladin but we do not notice that that period had deep effects on the economy and the Culture of what many consider the Old Continent.

 It would be easy to talk about the products that were new to European cuisine. Let us start with sugar that talks its name from the Arab word sùkkar, as well as apricots and other fruits, new spices and methods of cooking that were unknown in those parts of Europe that had not had Arab occupation such as Sicily and the Iberian Peninsula.

However, as much as we love cooking, the most important effects of this period were in the various fields of Culture and science.

Not only food

Whoever has studied Italy’s Renaissance knows that one of the inspirations for the new Art was the discovery of ancient works, both Roman and Greek. The respect of the Arabs for these great writers was greater than that of the Europeans themselves who despised them and tried to cancel them as pagan representatives of a past that was incompatible with the dictates of Christianity. If we now know much about our classical past it is precisely because of these unexpected discoveries during the Crusades.

 The other field that benefitted from the discoveries of the Christian kingdom in the Middle East was obviously science. One interesting proof is found in the trial of the Knights Templar in which one of the major accusations against the knights was their friendly relations with the Arabs. In fact, some of these relations were with Arab doctors for the simple fact that the doctors of the Middle East had the means and the knowledge to treat and heal wounds and diseases that were still fatal for European doctors.

 Who knows how many of those who say that the Arabs have given few contributions to our Culture and science know that the numbers we use today came to us through the Arabs and that they were introduced into Europe by the Italian mathematician Leonardo Fibonacci between the 12th and the 13th century? The introduction of these numbers, as well as algebra, another Arab word, together with other major concepts, gave an enormous contribution to the development of the mathematical sciences that created our modern world.

Our modern porcelain industries did not originate in Europe but in China where for centuries Europe’s aristocratic families commissioned their services of porcelain plates and cups. During the 16th and the 17th centuries millions of pieces were imported every year from China. So much money was spent for these purchases that in Holland, England, Italy and other European countries entrepreneurs began to produce the services and products that we now know as part of our artistic heritage. A heritage that would have been impossible without this ancient trade.

When we complain about the Chinese and other Asian countries that now copy our products let us remember we were the first to copy their products and not only ceramics but also silk that we used to imported into Europe to create a new industry that is important for us.

The Americas and the colonies

 Naturally another period that was very important for the introduction of foreign products was the one that followed the discovery of the Americas. I could fill pages with the products introduced from the New World that once again changed forever Europe’s cuisine and industries. We would only have to ask what cuisine would we have without corn, potatoes and tomatoes to understand the huge impact of ancient global trade to our lifestyle.

 The introduction of tobacco and chocolate has a huge impact, first on the lifestyle of the aristocrats and the very rich to then descend down the various layers of European society even down to the poorest. One case became a tragedy. The potato was considered the new food for the poor, in Ireland it took little time for the potato to become the staple for their diet and then between 1850 and 1852, due to a blight that struck the cultivation of the tuber, it became the cause of a serious famine that struck the island. A huge percentage of the population died from hunger or was forced to migrate to the Americas.

Without forgetting the gold, silver and jewels that made the powerful in Europe very rich, up to the oil and the minerals that helped them to expand their industries to the pint that the former colonial powers are still some of the world’s richest countries.

Finally, colonialism took another step with the introduction of other products from the colonies. To give an enjoyable example, the famous Worcestershire Sauce which is considered an icon of modern English cuisine, and is now used often in Italy. was the result of a failed attempt to copy a sauce that had its origins in India, a former British colony.

 Every time we go to the supermarket we see new products, often the result of changes in Italy’s demography due to the new migrants. However, we should remember and understand that new products and changes are not new to the country, they have been occurring for thousands of years old and have always played a role in our history and tradition even before the birth of the Roman Empire.

So, if we ever think of saying “Let’s stop globalization”, we only have to remember that in Roman times Pliny the Elder complained about how much Roman gold ended up in the coffers of the Indian kingdoms. His fellow citizens did not heed him and neither should we.

Our Culture is extremely rich thanks to these products and concepts introduced in the past from overseas, continuing to be open to new ideas only makes our future even richer.

La Sicilia che non Ricordiamo – The Sicily we do not remember

di emigrazione e di matrimoni

La Sicilia che non Ricordiamo

Mentre scrivevo il mio ultimo articolo (Emigrati, Spose e Tradizioni – Migrants, Brides and Traditions) mi è arrivato un messaggio  riguardo un documentario che trattava alcuni dei temi dell’articolo.

L’anteprima sotto era l’assaggio di un film che credo fermamente debba essere visto non solo in Italia, ma anche all’estero tra le nostre comunità sparse per il mondo, e non solo quelle siciliane.

Quel che si vede nel film colpisce non per la semplicità e anche profondità delle testimonianze, molte tramandate da generazione in generazione, ma perché i temi sono sempre attuali e, in un caso, occupa persino le prime pagine dei giornali italiani in questi giorni.

Perciò, diamo un’occhiata a un film che sarà presentato in importanti mostre cinematografiche e che auguriamo avrà i riconoscimenti che merita.

Sicilia

Il film documentario “MACCARUNI – Siciliani in Tunisia” del regista Massimo Ferrara con il progetto editoriale di Isabella La Bruna e Antonio Farruggia, che svolge anche un ruolo attoriale importante nel film, ci racconta la Storia della comunità siciliana in Tunisia partendo dalla fine del ‘800.

Il film fa capire benissimo che la Storia non è semplicemente un elenco di date e luoghi, ma composta da uomini e donne che vivono esperienze vere e che hanno dato contributi buoni e cattivi alle loro comunità. I nipoti e pronipoti degli emigrati raccontano come e soprattutto perché i loro avi hanno dovuto lasciare la Sicilia per l’altra parte del Mediterraneo, come anche la loro vita nel nuovo paese.

Non vogliamo raccontare dettagli che devono essere espressi dai diretti interessati, ma queste testimonianze colpiscono perché ci raccontano realtà nella Sicilia d’allora che molti in Italia non ricordano più. Tristemente, molte di queste esperienze che sentiamo non si limitavano solo alla Sicilia, infatti non abbiamo dubbi che erano ripetute anche in altre regioni meridionali, a partire dalla Calabria.

Un film del genere è importante per i discendenti dei nostri emigrati perché in molti casi non hanno mai saputo, tanto meno capito, i motivi dell’emigrazione dei loro genitori e nonni. È facile parlare di cercare lavoro come dice il luogo comune, ma non sempre questo era il fattore principale che ha costretto gente a lasciare il paese di nascita.

Oggigiorno i discendenti fanno il viaggio nei paesi dei nonni e scoprono luoghi che ora sono centri balneari e turistici, magari anche centri industriali, come Termini Imerese nominato nel film con la sua fabbrica FIAT, e quindi non riescono a capire il motivo dell’emigrazione degli avi.

Con le testimonianze del film molti di questi misteri vengono svelati, e in alcuni casi la verità è scomoda per i loro discendenti. Ma il film non fa solo questo.

Giornali

Inoltre, il film mostra articoli di giornali locali che fanno vedere un aspetto della vita degli immigrati che esiste ovunque siano, senza eccezione.

I nuovi residenti nel paese non sono mai visti di buon occhio da una parte della popolazione autoctona e quindi i giornali, e oggigiorno la televisione e i social, riflettono i timori e sospetti verso quelli che parlano altre lingue, hanno pelle di un altro colore, oppure praticano un’altra religione.

Le testimonianze dei discendenti ci fanno vedere lo sviluppo della loro comunità, e il fatto che alcune delle testimonianze siano in francese fa capire anche che i discendenti dopo la prima generazione nata all’estero quasi sempre perde la capacità di parlare la lingua che li definisce come italiani o siciliani in questo caso. Basta pensare, che in Brasile il Talian, una versione del dialetto veneto di molti degli emigrati italiani nel paese, è ora una lingua ufficiale del paese per capire meglio questo fenomeno.

Colonialismo

Uno degli aspetti più interessanti del documentario è sentire le testimonianze di cosa voleva dire essere dalla parte “sbagliata” del colonialismo. La Tunisia all’epoca era una colonia francese e quindi gli immigrati siciliani hanno sentito direttamente le differenze di trattamento tra i colonizzatori e gli altri residenti del paese, i tunisini nativi e le altre comunità presenti.

I francesi in Tunisia avevano dei vantaggi impensabili al mondo d’oggi e queste testimonianze mettono in un’altra luce un dibattito attuale in Italia legato proprio al colonialismo.

Senza entrare nel caso italiano specifico, le testimonianze fanno capire i “privilegi” dei colonizzatori che non sempre erano in termini economici. Senza eccezione, i colonizzatori si consideravano “superiori” alle comunità native e una lettura di libri dell’epoca dei poteri coloniali riflette questo atteggiamento. Oggigiorno molti vorrebbero, giustamente, correggere gli errori e anche gli orrori del passato, ma non basta puntare il dito su individui per espiare quel che i poteri coloniali hanno compiuto nei territori controllati da loro.

Se davvero vogliamo espiare le colpe del colonialismo bisogna riconoscere che questi comportamenti erano generali e sistematici e spesso con il consenso, tacito e non, delle autorità coloniali, quindi dei governi dei poteri coloniali. Se davvero vogliamo fare espiazione per quel che è successo nelle colonie non si deve in modo quasi ingenuo puntare il dito contro individui, magari anche quei pochi che hanno riconosciuto e raccontato la verità dell’epoca, ma l’espiazione deve venire dagli Stati stessi che dovrebbero riconoscere ufficialmente questi fatti e chiedere perdono per quel che fu fatto sotto le bandiere dei poteri coloniali…

E questo è solo uno dei pensieri che il film/documentario ha suscitato mentre lo guardavo.

Destino

La Storia, e un documentario è una forma di Storia, ci fa vedere e capire il passato che ha determinato il mondo in cui viviamo oggigiorno. Le testimonianze, le immagini e le voci ci fanno rivivere una comunità importante che alla fine, come anche la comunità italiana in Libia qualche anno dopo, non ha avuto un destino felice.

Alla fine, chi è scappato dalla Sicilia per i vari motivi raccontati, chi ha voluto ricominciare daccapo all’estero, si è trovato con una sola scelta che l’ha obbligato a tornare in Italia, e non tutti in Sicilia.

Ferrara, La Bruna e Farruggia hanno fatto un lavoro davvero eccellente nel presentarci un mondo che l‘Italia non ricorda più, a parte ovviamente i diretti interessati e i loro discendenti. Inoltre, dimostrano come certi temi sono universali ed eterni e che li rivediamo sotto spoglie diverse anche nel corso delle nostre vite brevi.

Film del genere sono importanti e dobbiamo non solo augurare successo per questo film, ma dobbiamo, come comunità italiana in tutto il mondo, incoraggiare altri in tutti i paesi dove ci sono comunità italiane a fare film documentari, ricerche e altri progetti per documentare e mostrare le moltissime facce dell’emigrazione che abbiamo dimenticato, oppure, peggio ancora, non abbiamo mai saputo.

Per questo motivo, il prossimo articolo della rubrica sarà scritto proprio da Antonio Farruggia che ci racconterà una Storia breve dei siciliani in Tunisia. Un capitolo della Storia d’Italia.

Errata corrige: per errore è stato ommesso, il nome di Giommi Alessandra per il contributo nella ricerca delle fonti

Come sempre invitiamo i nostri lettori a inviare le loro storie delle esperienze da emigrati o figli e discendenti di emigrati italiani. Inviate le vostre storie a: [email protected]

di emigrazione e di matrimoni

The Sicily we do not remember

As I wrote my latest article (Emigrati, Spose e Tradizioni – Migrants, Brides and Traditions) I received a message concerning a documentary that dealt with themes contained in the article.

The trailers below are a taste of a film that I strongly believe must be seen not only in Italy but also overseas amongst our communities spread around the world and not only the Sicilian communities.

What we see in the film is striking not only for the simplicity and the depth of the testimonies, many passed on from generation to generation, but because the themes are always current and in one case has even filled the front pages of Italian newspapers in recent days.

Therefore, let us take a look at a film that will be screened at major film exhibitions and that we hope will receive the awards it deserves.

Sicily

The documentary film “MACCARUNI – Siciliani in Tunisia” (Sicilians in Tunisia) by director Massimo Ferrara with the editorial project by Isabella La Bruna and Antonio Farruggia, who also plays a major role in the film, tells us the history of the Sicilian community in Tunisia starting from the end of the 1800s.

The film lets us understand very well that history is not simply a list of dates and places but is made up of men and women who live real experiences and who gave good and bad contributions to our community. The grandchildren and great grandchildren of the migrants tell how, and above all why, their ancestors had to leave Sicily for the other side of the Mediterranean, as well as their lives in the new country.

We do not want to describe details that must be told by the people directly concerned but these testimonies are striking because they tell us of realities in the Sicily of the time that many in Italy no longer remember. Sadly, many of the experiences that we hear were not limited only to Sicily, in fact we have no doubts that they were repeated also in other southern regions, starting with Calabria.

A film such as this is important for the descendants of our migrants because in many cases they never knew, much less understood, the reason for the migration of their parents or grandparents. It is easy to talk about work as the cliché tells us but this was not always the main factor that forced people to leave their country of birth.

Today the descendants travel to the towns of their grandparents and they discover places that are now seaside and tourism resorts, or maybe industrial hubs such as Termini Imerese that is mentioned in the film with its FIAT factory, and they do not understand the reason for their ancestors’ migration.

The mysteries are unveiled by the testimonies and in some cases the truth is troubling for their descendants. But the film does not do just this.

Newspapers

The film also shows articles from local newspapers which let us see an aspect of the lives of immigrants that exist wherever they are, without exception.

The country’s new residents are not viewed highly by part of the native population and therefore the newspapers, and today television and the social media, reflect the fears and suspicions directed at those who speak other languages, have skin of a different colour or practice another religion.

The testimonies by the descendants let us see the development of their community and the fact that some of the testimonies are in French also lets us understand that the descendants after the first generation born overseas almost always lose the capacity to speak the language that defines them as Italians or Sicilians in this case. In order to understand this better, we only have to think that in Brazil “Talian”, a version of the Venetian dialect of many of the Italian migrants to the country, is now an official language of the country

Colonialism

One of the most interesting aspects of the documentary was to listen to the testimony of what it meant to be on the “wrong side” of colonialism. At the time Tunisia was a French colony and therefore the Sicilian migrants directly felt the differences in treatment between the colonialists and the other residents of the country, the native Tunisians and the other communities present.

The French in Tunisia had advantages that are unthinkable in today’s world and these testimonies put another light on a current debate that is linked to its own period of colonialism.

Without entering into the specific Italian case, the testimonies let us understand that the “privileges” of the colonizers were not always in economic terms. Without exception, the colonizers considered themselves “superior” to the native community and a reading of the books of the colonial powers of the time reflects this attitude. 

Many people today would rightly like to correct these mistakes and also the horrors of the past but it is not enough to point the finger at individuals to atone for what the colonial powers did in the territories they controlled.

If we truly want to atone for the faults of colonialism, we have to recognize that these behaviours were general and systematic and often with the consent, tacit or otherwise, of the colonial authorities, therefore of the governments of the colonial powers. If we truly want to atone for what happened in the colonies we must not almost naively point the finger at individuals, maybe even those few who recognized and told the truth of the time, but the atonement must come from the states themselves that must officially recognize these facts and ask forgiveness for what was done under the flags of the colonials powers…

And this is only one of the thoughts that the film/documentary raised as I watched it.

Destiny

History, and a documentary is a form of history, lets us see and understand the past that shaped the world in which we live today. The testimonies, the images and the voices let us relive an important community which in the end, just like the Italian community in Libya a few years later, did not have a happy fate.

In the end, those who ran away from Sicily for the various reasons told and those who wanted to start from scratch overseas found themselves with only one choice that forced them to return to Italy and not all of them in Sicily.

Ferrara, La Bruna and Farrugia did a truly excellent job in presenting a world that Italy no longer remembers, obviously besides those directly involved and their descendants. Furthermore, they show how certain themes are universal and eternal and that we see them more than once under different guises even over the course of our brief lives.

Films such as these are important and we must not only wish this film success but we must, as a worldwide Italian community, encourage others in all the countries where there are Italian communities to make documentaries, carry out research and other projects to document and show the innumerable faces of emigration that we have forgotten or, worse still, have never known.

For this reason, the next article in the column will be written by Antonio Farruggia who will tell us a brief history of the Sicilians in Tunisia.  A chapter of Italy’s history.

Correction: due to an error we omitted the name of Giommi Alessandra for her contribution to the research for the sources

As always, we invite our readers to send in their stories of experiences as migrants or descendants of Italian migrants. Send your stories to: [email protected]

Emigrati, Spose e Tradizioni – Migrants, Brides and Traditions

di emigrazione e di matrimoni

Emigrati, Spose e Tradizioni

Un film indiano che ho visto durante questo periodo di chiusura in casa per il coronavirus mi ha colpito perché i temi trattati sono proprio quelli che abbiamo discusso nella rubrica “Gli Italiani nel Mondo” sin dall’inizio

L’Italia ha prodotto molti film e fiction in cui i nostri emigrati sono protagonisti come “Pane e Cioccolata”, “Il Cammino della Speranza” e “Bello onesto emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata”, però, nessuno dei film e fiction prodotti in Italia ci hanno mostrato i volti nuovi della nostra emigrazione, quelli delle generazioni nate nei nuovi paesi di residenza.

Queste generazioni hanno affrontato sfide diverse dei loro genitori e nonni, come hanno affrontato anche loro le discriminazioni e i luoghi comuni verso gli italiani da parte dei loro coetanei autoctoni, anche se nati e cresciuti in quei paesi. Infatti, questi sono aspetti che chi è nato e cresciuto in Italia non può capire.

E’ per questo motivo che un film indiano che ho visto durante questo periodo di chiusura per il coronavirus mi ha colpito perché i temi trattati sono proprio quelli che abbiamo discusso nella rubrica “Gli Italiani nel Mondo” sin dall’inizio e vale la pena non solo di parlare del film, ma anche dei temi perché sono davvero universali e non limitati solo a noi italiani.

Il film Dilwale Dulhania Le Jayenge (conosciuto nel mondo come DDLJ) non solo ha vinto moltissimi premi, ma ha segnato una svolta per il cinema indiano, un altro paese di grandissima emigrazione, perché ha trattato un tema particolare, i figli degli emigrati indiani. Infatti il film ha avuto un successo tale che un cinema in Mumbai l’ha proiettato interrottamente per ben oltre vent’anni dopo l’uscita nel 1995 ed è stato anche incluso nel celebre e prestigioso libro/elenco “1001 film che devi vedere prima di morire” di Stephen Jay Schneider.

 Film

In apparenza DDLJ è una semplice storia di Romeo e Giulietta indiani che, come vediamo dal primo filmato sotto, sono come i loro coetanei non indiani della Londra degli anni ‘90.

Raj è il figlio di un ricco industriale indiano e Simran è la figlia di un proprietario di un negozio. Nella canzone lei si domanda quando conoscerà l’uomo dei suoi sogni, purtroppo quello stesso giorno arriva una lettera dal Punjab, una zona famosa per il suo codice d’onore e fedeltà alle tradizioni, nel quale si ufficializza il suo fidanzamento con il figlio di un amico del padre che sogna di tornare in Patria nel futuro. Lei accetta per amore del padre, ma gli chiede di poter fare un mese di vacanza in Europa con le amiche di scuola per festeggiare la fine degli studi prima di partire per l’India. Lui accetta, anche se malvolentieri.

Inevitabilmente le amiche conoscono un gruppo di ragazzi d’origine indiana, uno dei quali è Raj. Il rapporto inizia male ma alla fine si innamorano e lui le chiede di sposarlo, ma rimane deluso a sapere che era già fidanzata. Al ritorno a casa Simran confessa alla madre d’essere innamorata e di non voler sposarsi in India. Purtroppo il padre entra in quel momento e sente la confessione. Infuriato, ordina alla famiglia di partire il giorno dopo. Due giorni dopo la partenza Raj si presenta alla casa di lei e la vicina gli dice che erano partiti per il Punjab. Lui decide di seguirla.

Nella seconda parte del film Raj, con una furbizia che accenna a un celebre film italiano, entra a far parte del giro di amici del fidanzato di lei ed entra nei preparativi per il fidanzamento e matrimonio per farsi conoscere dalla famiglia di lei. Quel che sapremo poi è che la battaglia vera non è tra Raj e il futuro sposo, bensì tra Raj e il padre di lei. Eventualmente la madre e la sorella di lei si rendono conto che lui era il ragazzo del viaggio e quando li trovano abbracciati la sera prima del fidanzamento la madre dice a loro di scappare via per sposarsi. Raj rifiuta perché vuole che Simran si sposi con lui solo con il permesso e benedizione del padre, mantenendo le loro tradizioni di matrimonio. Il secondo filmato è della cerimonia del fidanzamento e dimostra benissimo le differenze di vita tra Londra e il Punjab, a partire da come è vestita lei.

Nelle scene finali, durante le quali il pubblico straniero capisce quel che gli indiani sapevano sin dall’inizio, che Raj ha rischiato la vita per avere la mano di lei, Raj affronta il padre furioso che si era affezionato a lui. Raj costringe il padre a chiedersi: cos’è più importante per lui, il proprio onore o la felicità della figlia?, un atteggiamento che nessun ragazzo nato e cresciuto nel Punjab si sarebbe mai permesso con un padre. Lui, con grande emozione, lascia la figlia tornare a Londra con Raj per sposarsi. La scena finale del film è diventata leggendaria e persino copiata molte volte negli anni seguenti, anche da film stranieri. Alla fine si è avverato il titolo del film: “L’Uomo Coraggioso porta via la Sposa”.

Questo film è stato l’inizio di una nuova categoria di film indiani che ha portato i film di Bollywood a livelli che nessuno avrebbe mai pensato anche trent’anni fa, la categoria delle storie dei ragazzi indiani all’estero, anche gli oriundi.

Qualche lettore si chiederà, ma cosa tutto c’entra questo con l’emigrazione italiana? Le risposte dimostrano chiaramente che le differenze tra culture non sono poi così diverse di quel che spesso pensiamo.

Tradizioni

I lettori che hanno meno di una ventina di anni non sapranno che fino agli anni ’70 moltissimi degli emigrati italiani erano scapoli. Quando poi si sono stabiliti per bene negli altri paesi non hanno cercato mogli dei paesi di residenza, ma originarie dei loro territori.

Siamo il paese di “donne e buoi dei paesi tuoi” e quindi, se non c’era paesana con cui sposarsi nel paese di residenza, chiedevano alla famiglia a casa di trovare una sposa adatta. Questo si faceva quasi sempre per procura e non era affatto raro che le mogli conoscessero i loro nuovi mariti solo al loro arrivo all’estero. Infatti, questo è dimostrato benissimo nel film “Bello onesto emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata” con Alberto Sordi e Claudia Cardinale del 1971.

Però, i lettori in Italia non sapranno che la maggioranza dei genitori italiani all’estero hanno applicato alla lettera quel detto anche ai loro figli nati in quei paesi, particolarmente alle figlie. L’arrivo in casa di un potenziale fidanzato da un’altra regione italiana, peggio ancora se non italiano, spesso era l’inizio di litigi furiosi tra padri e figlie.

Difatti, come il padre di Simran nel film indiano, nelle famiglie italiane a comandare in casa, almeno pubblicamente, era sempre il padre ed era lui ad imporre i limiti alle libertà delle figlie, anche se allo stesso tempo di solito dava moltissima libertà ai figli maschi.

Nel corso degli anni ho conosciuto molte ragazze italiane che non si sono mai sposate proprio per questo motivo. In un caso, una ragazza di origine veneta che veniva a scuola con me, lei decise di farsi mettere incinta per costringere i genitori ad accettare il matrimonio. In alcuni casi le ragazze hanno continuato i rapporti in segreto fino alla morte del proprio padre.

Per rimanere sul tema dei matrimoni organizzati, come nel caso indiano, conoscevo una ragazza italiana in Australia di una ventina di anni il cui padre ha organizzato il matrimonio con il figlio di un paesano in Italia. Si sono fidanzati la sera del suo arrivo in Australia e si sono sposati tre mesi dopo. Non parliamo poi di tanti anni fa, questo caso è successo nel 1990…

Queste tradizioni sono quasi del tutto sparite ormai, ma abbiamo l’obbligo di ricordarle e di documentarle. Perciò, c’è anche un altro aspetto che dobbiamo considerare in seguito al caso indiano.

 Cinema e fiction

Come già accennato, il cinema e la televisione in Italia spesso fanno film e fiction basate sugli emigrati. Dopo una ricerca abbiamo notato che i film e fiction italiani sull’emigrazione trattano principalmente le partenze e i primi anni nel nuovo paese, ma non hanno mai come protagonisti i figli degli emigrati oppure i loro discendenti, anche se oriundi nei paesi di residenza hanno prodotto film, fiction e documentari.

Dagli Stati Uniti ci sono film importanti che trattano questi temi, come “La Febbre del Sabato Sera” e anche “Jersey Boys”. Sappiamo anche che in Australia e Canada ci sono stati film e anche commedie teatrali che trattavano questi temi. Inoltre la ricerca ha scoperto che anche in altri paesi di grande immigrazione italiana come l’Argentina e il Brasile oriundi hanno prodotto film, fiction e spettacoli on the themes.

Anche la Storia dei nostri oriundi fa parte della nostra Storia e il fatto che ci vantiamo delle imprese di alcuni oriundi di grande successo, come Al Pacino, Lady Gaga, Robert De Niro e ultimamente lo scienziato italo-americano Robert Fauci, dovrebbe farci capire che ci sono moltissimi capitoli della nostra Storia che abbiamo l’obbligo di conoscere e documentare e cosa meglio del cinema? A questo aggiungiamo anche libri e canzoni perché le nostre comunità all’estero hanno anche prodotto autori e musicisti importanti, come hanno fatto in tutti i campi della vita.

Tutti noi vogliamo aumentare il pubblico del nostro cinema e delle nostre produzioni televisive, come anche dei nostri libri, allora perché facciamo finta che non esista già un mercato internazionale importante che potrebbe agire poi come portavoce per le nostre produzioni come hanno fatto gli emigrati indiani per i film di Bollywood?

Non limitiamoci sempre ai soliti luoghi comuni e mercati “standard” per i nostri prodotti culturali, ma cominciamo ad espandere gli orizzonti culturali assorbendo il mercato che già esiste e che non aspetta altro che la chiamata per svolgere un ruolo attivo nella promozione del loro paese d’origine. Allora pensiamo seriamente a creare il cinema e la letteratura degli oriundi per raccontare queste storie sconosciute e non poche sconcertanti.

E, allo stesso tempo, troveremo i modi necessari per riconoscere e documentare i milioni di storie dei nostri emigrati che conosciamo come temi ma non come verità vissute. 

Se volete raccontare le vostre storie da oriundi, inviatele a: [email protected]

di emigrazione e di matrimoni

Migrants, Brides and Traditions

An Indian film I saw during the lockdown for the coronavirus struck me because the themes dealt with are precisely those that we have discussed in the Italiani nel mondo (Italians in the world) column since the beginning

Italy has produced many films and TV shows such as Pane e Cioccolata, Il Cammino della Speranza and Bello onesto emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata”, however, none of the films and TV shows have shown us the new faces of our migration, those of the generations born in the new countries of residence.

These generations dealt with challenges that were different from their parents and grandparents, just as they too faced discrimination and the clichés towards Italians by their native-born peers, even if they were born and raised in those countries. In fact, these are issues that people born and raised in Italy cannot understand.

This is why an Indian film I watched during the lockdown for coronavirus struck me because the themes dealt with are precisely those that we have discussed in the Italiani nel mondo (Italians in the world) column since the beginning and it is worth talking not only about the film but also about the themes because they truly are universal and not limited only to us Italians.

The film Dilwale Dulhania Le Jayenge (known around the world as DDLJ) has not only won many prizes but marked a change of direction in the cinema of India, another country with a vast migration, because it dealt with a particular theme, the children of Indian migrants. In fact, the film has so successful that a cinema in Mumbai (Bombay) screened it continuously for well over twenty years since its release in 1995 and it is also included in the famous and prestigious book/list “1001 films to watch before dying” by Stephen Jay Schneider.

 Film

DDLJ is apparently a simple story of Indian Romeo and Juliet store who, as we see from the clip below, are just like their non-Indian peers in London of the 1990s.

Raj is the son of a rich Indian industrialist and Simran is the daughter of a shop owner. In the song she wonders if she will ever meet the man of her dreams, unfortunately that same day a letter arrives from the Punjab, an area famous for its code of honour and loyalty to its traditions, which seals her engagement to the son of a friend of her father who dreams of returning to the homeland in the future. She accepts out of love for her father but asks him to let her have a month-long holiday in Europe with some girls from school to celebrate the end of their studies before leaving for India. He accepts, even if unwillingly.

Inevitably the girls meet a group of boys of Indian origin, one of whom is Raj. The relationship starts badly but, in the end, they fall in love and he asks her to marry him but is disappointed when he finds out she is engaged. On her return home Simran confesses to her mother that she is in love and does not want to marry in India. Unfortunately, the father enters in that moment and hears the confession. Furious, he orders the family to leave the day after. Two days after the departure Raj goes to her home and the neighbour tells him that they had left for the Punjab. He decides to follow her.

In the second part of the film Raf, with a shrewd trick that hints at a famous Italian film, becomes part of the fiancé’s circle of friends and enters into the preparations for the engagement and wedding in order to meet her family. What we will then find out is that the real battle is not between Raj and the future groom but rather between Raj and her father. Eventually her mother and sister realize that he is the boy from the trip and, when they find the couple hugging the evening before the engagement, the mother tells them to elope. Raj refuses because he wants Simran to marry him only with the permission and blessing of the father thus keeping their marriage traditions. The second clip is of the engagement and shows very well the differences between the life in London and the Punjab, starting from how she is dressed.

In the final scenes, during which the foreign audience understands what the Indians knew from the start, that Raj put his life at risk for her hand, Raj faces up to the furious father who had grown fond of him. Raj forces the father consider what is more important for him, his honour or his daughter’s happiness, an attitude that no boy born and raised in the Punjab would have ever allowed himself with a father. With great emotion the father lets the daughter go back to London with Raj to get married. The film’s final scene has become legendary and was copied many times in the years since, even by foreign films. Finally, the title of the film came true, “The brave hearted man takes away the bride”.

 This film was the start of a new category of Indian films that took Bollywood to levels nobody would have thought possible even thirty years ago, the category of young Indian people overseas, even the children born overseas.

Some readers will wonder, what does all this have to do with Italian migration? The answers show that the differences between cultures are not as different as what we often think.

 Traditions

 Readers of less than about twenty years of age will not know that until the 1970s many Italian migrants were bachelors. When they had established themselves well in the new countries, they did not look for their wives in the countries of residence but from their areas of origin in Italy.

We are the country of the saying donne e buoi dei paesi tuoi (women and cows from your home towns) and therefore, if there was not a woman from the home town to marry in the country of residence they asked the family at home to find a suitable wife. This was almost always done by procura (proxy) and it was not at all rare that the wives met their new husbands only on their arrival overseas. This in fact is shown very well in the film in the 1971 film Bello onesto emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata (A girl in Australia) with Alberto Sordi and Claudia Cardinale.

However, readers in Italy will not know that the majority of the Italian parents overseas applied that saying to the letter to their children in those countries as well, especially to the daughters. The arrival at home of a potential fiancé from another Italian region or, worse still non-Italian, was often the start of furious arguments between the fathers and daughters.

In fact, like Simran’s father in the Indian film, in Italian families the person who commanded at home, at least publicly, was always the father and he was the one who imposed the limits on the girls’ freedom, even if at the same time he usually gave a lot of freedom to the sons.

Over the years I have known many Italian girls who never married for this very reason. In one case, a girl of Venetian origin who went to school with me, she decided to get pregnant to force the parents to accept the marriage. In some cases, the girls continued the relationship in secret until the father’s death.

Staying on the theme of arranged marriages, as in the Indian case, I knew an Italian girl of about twenty years of age in Australia whose father organized her wedding with the son of a man from his hometown. They were engaged the evening he arrived in Australia and were married three months later. We are not talking about so long ago, this case happened in 1990…

These traditions have now disappeared almost completely but we have an obligation to remember and to document them. Therefore, there is another aspect we must consider following the Indian case.

 Films and TV series

As we have already mentioned, the cinema and TV in Italy often make films and TV series based on migrants. After some research we noticed that the Italian films and TV series on migration mainly deal with the departures and the first years in the new country but they never have the children of the migrants or their descendants as the main protagonists, although oriundi (descendants of Italian migrants) in the countries of residence have produced films, TV series and documentaries.

There have been major films from the United States that dealt with these themes, such as “Saturday Night Fever” and also “Jersey Boys”.  We also know that there have been films and even plays in Australia and Canada that deal with these issues. In addition, our research has discovered that even in other countries of great Italian migration such as Argentina and Brazil oriundi have produced films, TV series and other shows on these themes.

The history of the oriundi is also a part of our history and the fact we boast of the achievements of some highly successful oriundi such as Al Pacino, Lady Gaga, Robert De Niro and recently the Italian American scientists Robert Fauci, should make us understand that that there are many chapters of our history we have a duty to recognize and document and what better than the cinema? And to this we also add literature and songs because our communities overseas have also produced major authors and musicians, as they have done in all fields of life.

We all want to increase the international audience for our movies and our television productions, and also our books, so why do we pretend that there is not already a major international market that could act as a spokesman for our productions as Indian migrants did for the films of Bollywood?

Let us not always limit ourselves to the usual clichés and “standard” markets for the products of our Culture and let us start to expand our cultural horizons by absorbing the market that already exists and that is only waiting for the call to play an active role in the promotion of their country of origin. So, let us think seriously about creating a cinema and literature of the oriundi in order to tell these unknown and at times disconcerting stories

And, at the same time, we will find the methods necessary for recognizing and documenting the millions of stories of our migrants that we know as themes but not as lived truths.

If you want to tell your stories as oriundi, send them to: [email protected]

La Politica Vera non esiste più – True Politics no longer exists

di emigrazione e di matrimoni

La Politica Vera non esiste più

La Democrazia si basa su un concetto principale senza il quale nessun democrazia moderna sarebbe funzionante: l’eguaglianza di tutti i cittadini.

 Quando i libri di Storia di questi ultimi vent’anni saranno scritti siamo sicuri che il ruolo più importante non sarà degli storici oppure dei politologi bensì dei sociologi che dovranno analizzare profondamente i cambiamenti della nostra Società moderna in tutto il mondo e non solo in Italia.

 Una delle tendenze di questi cambiamenti negativi nella nostra società è stata la perdita della politica come arte di cambiare il paese in meglio e che in molti casi è diventata succube di forze estreme e a volta occulte grazie ai social media che rendono difficile capire chi siano i veri responsabili delle ondate di bugie e false notizie che fin tropo spesso vediamo utilizzate anche dai nostri politici.

 Ovviamente le elezioni politiche si svolgono ancora ma anche le democrazie più avanzate si trovano in difficoltà perché, invece di guidare i paesi, i politici e i partiti, per paura di perdere il loro “elettorato di base”, non hanno il coraggio di presentare programmi in base a quel che sarebbero gli ideali originali dei partiti.

 Quindi il deterioramento della politica moderna ha fattori sociali e non politici causati dall’incapacità dei politici di capire che non rappresentano solo chi ha votato per loro, ma tutta la popolazione dei loro elettorati ed infine nazionali. Allo stesso modo gli elettori devono capire che il voto, oltre ad essere allo stesso tempo un diritto e un obbligo, deve essere in base al bene di tutti e non solo, come fanno molti in Italia, in base ad interessi personali e, in non pochi casi, nella speranza di un lavoro o un contratto dal candidato vincitore.

 Il risultato è che in molti casi la politica non stabilisce l’agenda di come proseguire verso il futuro ma finisce con il seguire gruppi, spesso estremisti, con ben altri programmi.

 Parola non grata

 Un esempio di questo atteggiamento di politici è una parola che, tristemente, si trova in una posizione di altissimo livello nelle cronache internazionali attuali e non solo per i tragici episodi negli Stati Uniti in questo periodo.

 La Democrazia si basa su un concetto principale senza il quale nessun democrazia moderna sarebbe funzionante: l’eguaglianza di tutti i cittadini. Tristemente le cronache in questi giorni mostrano chiaramente che questo non è il caso in molti paesi e anche la percezione di non avere gli stessi diritti di altri cittadini è un pericolo vero per la pace sociale.

 Spesso queste differenze di diritti hanno una chiara fonte, la differenza di colore della pelle, oppure la classe sociale, e in alcuni paesi anche i figli di immigrati. In teoria la lotta a queste discriminazioni dovrebbe essere apartitica, purtroppo la realtà è ben diversa.

 Queste discriminazioni dovrebbero essere descritte con una parola, razzismo, ma vista la tendenza di alcuni gruppi di rifiutare la presenza degli “altri” nei loro paesi, chiunque cerchi di utilizzare quella parola viene automaticamente etichettato come “socialista o comunista” anche se l’individuo di turno non sia di queste parti politiche.

Il risultato di questi atteggiamenti è l’aumento del numero di casi di violenza verso immigrati e altri stranieri in molti paesi in tutti i continenti, senza eccezione. Peggio ancora, per i motivi appena spiegati, molti politici esitano ad affrontare il tema e trovare soluzioni per il timore di perdere elettori invece di lottare per la parità di diritti di tutti i cittadini.

 Senza dubbio questi sono fallimenti della politica per cause sociali.

 Verità o bugie?

 Un altro fattore sociale che ha cambiato il volto della politica è la nuova tendenza di moltissimi di considerare la “libertà di espressione e/o opinione” come assoluta. Il risultato è nelle ondate di notizie false e teorie di complotti che creavano problemi già da tempo, ma dallo scoppio del virus è diventato un problema davvero serio. La libertà di espressione e/o opinione non è mai stata assoluta e basta nominare le leggi di diffamazione per capire che ha dei limiti precisi con il rischio vero di castighi penali pesanti.

 Il risultato di questa tendenza si vede ogni giorno sui social con gente che condivide filmati anonimi, spesso manipolati o addirittura fraudolenti che propongono teorie e concetti senza base, che spesso offrono cure fasulle per malattie oppure cercano di smentire studi seri e certificati da altri ricercatori.

 Tristemente è proprio stata la politica a peggiorare la situazione con politici in tutti i paesi che automaticamente condividono i filmati e post, non perché veri, ma perché tendono a screditare i loro avversari politici. Indubbiamente il caso più noto e clamoroso di questo tipo di comportamento è il Presidente Donald Trump degli Stati Uniti, ma capi politici di molti paesi, compresa l’Italia, non sono stati da meno.

 Di conseguenza per molti non esiste più la differenza tra “verità” e “bugie” e condividono post e filmati che confermano pregiudizi degli utenti invece di confermare la realtà, oppure smentire le bugie o “fake news”. E in molti casi la spiegazione è disarmante, “io ci credo, allora è vero”.

Perciò dobbiamo anche ricordare che la stampa, che ha la responsabilità di informare i cittadini, e l’informazione stessa sono al centro di qualsiasi democrazia moderna e quindi la diffusione di informazioni false non è altro che oltraggio al nostro sistema di governo che mette a rischio il nostro modo di vivere.

 Salotti

 In molti paesi i salotti televisivi hanno aggiunto un altro livello a questa miscela di bugie e complotti invitando ospiti, non per spiegare perché certe notizie sono vere o false, ma perché questi personaggi fanno “spettacolo” e quindi aumentano lo share del programma che vuol dire maggiori introiti in pubblicità per i canali televisivi.

 Per questo motivo la televisione ha fornito un palco nazionale che ha dato legittimità alle bugie e notizie false. E anche in questi casi politici di tutti i partiti hanno partecipato e i loro contributi hanno avuto un effetto importante anche nel loro ruolo istituzionale.

 Infatti, tutti questi comportamenti hanno avuto l’effetto di diminuire la fiducia delle popolazioni di molti paesi verso i loro politici. Questo già di per sé crea difficoltà per chi governa i paesi, ma ha anche un effetto che non è mai da sottovalutare.

 La sfiducia nella politica, e quindi anche verso i governi, non fa altro che incoraggiare gruppi estremisti di entrambe le parti politiche e quindi di mettere a rischio la stabilità delle democrazie e, nei casi estremi, che nel passato si sono avverati in molti paesi, compresi l’Italia e la Germania, di favorire la creazione di dittature con la scusa di “dare ordine” al paese. Il prezzo di “dare ordine” non è mai stato solo economico, ma sempre con un altissimo prezzo in sangue.

 Dunque dobbiamo porci una domanda fondamentale: questo è davvero quello che vogliamo per il nostro paese? Se no, e nella stragrande maggioranza dei casi questa sarà la risposta, allora noi tutti, cittadini e politici, dobbiamo pensare seriamente al futuro che vogliamo.

 Soluzioni?

 Quindi, dopo aver parlato dei rischi abbiamo anche l’obbligo di parlare di soluzioni e queste non sono mai semplici.

 I primi che hanno l’obbligo di rivedere il loro ruolo nella società devono essere proprio i politici che devono ricominciare a capire che la politica deve dare un futuro stabile e ricco al paese e che questo non si ottiene con eterne lotte inutili che hanno solo lo scopo di mettere individui sotto le luci della ribalta del pubblico per essere eletti di nuovo.

 I politici non possono e non devono essere quelli che diffondono le bugie, notizie false e complotti assurdi nei social. I politici dovrebbero essere quelli che stilano programmi economici e politici a lungo termine al paese, ma tristemente l’Italia non è l’unico paese dove i politici non sono capaci di guardare oltre le prossime elezioni.

 La politica vera non esisterà di nuovo fino al giorno che i politici, a partire dai segretari di partiti, non inizieranno a guardare oltre l’immediato futuro e oltre i giochini in parlamento, spesso anche all’interno dei partiti stessi, e nella stampa che non fanno niente per il paese tranne ritardare ancora di più le riforme che ogni paese deve fare per migliorare il futuro del paese e quindi dei cittadini.

 Ma la politica non può fare più di tanto se i cittadini continuano ad accettare ogni notizia falsa, ogni filmato anonimo e manipolato come verità semplicemente perché confermano i loro pregiudizi di ogni genere. Ognuno di noi vuole avere conferme delle proprie idee, ma in fondo questo è impossibile ed è ora che noi come cittadini cominciamo a capire che dobbiamo accettare che quel che vorremmo non è sempre possibile, e che a volte è anche pericoloso, come abbiamo visto in questo periodo di coronavirus con la diffusione di bufale che hanno peggiorato la situazione.

 Ma tutto questo sarà possibile solo quando tutti noi cittadini, certamente partendo dai politici, avremo un ruolo attivo nel migliorare la vita politica del paese perché per funzionare davvero la Democrazia ha bisogno non solo dei politici, ma anche della partecipazione attiva e positiva, della popolazione, a partire dal voto, ma tutto questo è impossibile con la massiccia diffusione di bufale, notizie false e complotti ridicoli.

 Ogni paese ha bisogno della politica, ma che sia politica vera e non quella che negli ultimi anni abbiamo visto in molti, anzi troppi, paesi compresa l’Italia.

di emigrazione e di matrimoni

True Politics no longer exists

Democracy is based on one main principle without which no modern democracy would work: equality of all the citizens.

We are sure that when the history books of the last twenty years are written the main role will not be that of historians or political scientists but rather of sociologists who will have to analyze thoroughly the changes in our modern society around the world and not only in Italy.

 One of the trends of these negative changes in our society has been the loss of politics as the art of changing the country for the better and which in many cases has become dominated by extremist and sometimes hidden forces thanks to the social media which make it hard to understand who are the people truly responsible for the flood of lies and fake news that we see used all too often, even by our politicians.

 Obviously elections are still held but even the most advanced democracies are in difficulty because, instead of leading the countries, from fear of losing their “electoral base”, politicians and the parties have not had the courage to present political programmes based on what should be the original ideals of the parties.

 Therefore the deterioration of modern politics has social and not political factors caused by the inability of politicians to understand that they do not represent only those who voted for them but all the population of their electorates and finally their countries. In the same way the electors must understand that the vote, in addition to being a right and a duty at the same time, must be based on the good of all and not only, as many do in Italy, according to personal interests and, in not a few cases, in the hope of a job or a contract from the winning candidate.

 In many cases the result is that politics does not set the agenda of how to continue into the future but ends up following groups, often extremist, with altogether different agendas.

 The unwelcome word

 One example of this attitude by politicians is a word that, sadly, is found in the very highest level of today’s international news and not only due to the tragic episodes in the United States during this period.

 Democracy is based on one main principle without which no modern democracy would work: equality of all the citizens. Sadly the press reports in this period clearly show that this is not the case in many countries and even the perception of not having the same rights as other citizens is a true danger for social peace.

Often these differences in rights have a clear source, difference in the colour of the skin or social class and, in some countries, even the children of migrants. In theory the struggle for these rights should be non-partisan, unfortunately the reality is very different.

 These discriminations should be described with one word, racism, but considering the tendency of some groups to refuse the presence of “the others”, whoever tries to use this word is automatically labelled as “socialist” or “communist”, even if the individual does not belong to these political categories.

The result of this attitude is the increase in the numbers of cases of violence towards migrants and foreigners in many countries in all the continents, without exception. Worse still, for the reasons explained above many politicians hesitate to deal with this issue and to find solutions for fear of losing voters instead of fighting for equal rights for all the citizens.

 Without a doubt these are failures of politics for social reasons.

 Truth or lies?

 Another social factor that has changed the face of politics is the new trend of many people to consider “freedom of expression and/or opinion” as absolute. The result is the waves of fake news and conspiracy theories that had already been causing problems for some time but since the outbreak of the virus has truly become a serious problem. Freedom of expression and/or opinion has never been absolute and we only have to mention defamation laws to understand that it has precise limits with the real risk of heavy criminal punishment.

 We see the result of this trend every day on the social media with people who share anonymous film clips which are often manipulated or downright fraudulent and propose baseless theories or concepts that offer bogus cures for diseases or try to deny serious and certified studies by other researchers.

 Sadly politics has worsened the situation with politicians in every country who automatically share videos and posts, not because they are real but because they tend to discredit political opponents. Undoubtedly the best known and most sensational case of this type of behaviour is President Donald Trump of the United States but political leaders of many countries, including Italy, have not behaved differently.

 Consequently, for many people there is no longer a difference between “truth” and “lies” and they share posts and videos that confirm the users’ prejudices instead of confirming reality, or to discredit lies and “fake news”. And in many cases the explanation is disarming, “I believe it, so it is true”.

Therefore we must also remember that the press, which has the responsibility to of informing the citizens, and the information itself are at the heart of any modern democracy and hence spreading false information is nothing but a violation of our system of government that puts at risk our way of life.

 Talk shows

In many countries television talk shows have added another level to this mixture of lies and conspiracies theories by inviting guests not to explain why certain news is true or false but because these people “put on a show” and therefore increase the programme’s share which means more income from advertising for the television channels.

 For this reason television has provided a national stage that has give given legitimacy to lies and fake news. And politicians of all the parties have taken part in these cases too and their contribution has had a major effect also on their institutional role.

 In fact, all these types of behaviour have had the effect of diminishing the trust of the population of many countries towards their politicians. This in itself already creates for those who govern the countries but it also has an effect that must never be underestimated.

 Mistrust of politics, and therefore also towards governments, does nothing but encourage extremist groups of both political sides and therefore endangers the stability of democracies and in extreme cases, which in the past have come true in many countries, including Italy and Germany, favours the creation of dictatorships with the excuse of “putting the country in order”. The price of “putting in order” is never only economical but always with a very high price in blood.

 Therefore we must ask ourselves a fundamental question; is this what we truly want for our country? If not, and in the vast majority of cases this will be the answer, then all of us, citizens and politicians, must seriously think about the future we want.

 Solutions?

 Thus, after having spoken about the risks we also have the obligation to talk about solutions and these are never simple.

The first ones who have an obligation to review their role in society must be precisely the politicians who must begin to understand once more that politics must give a stable and wealthy future to the country and this cannot be achieved with endless useless struggles that have the sole purpose of putting individuals under the public limelight in order to be re-elected.

 Politicians cannot and must not be those who spread lies, fake news and absurd conspiracy theories on the social media. Politicians must be the people who draw up long term economic and political programmes for the country but sadly Italy is not the only country where the politicians are unable to look beyond the next elections.

 Real politics will not exist again until the day that politicians, starting with the Secretaries of the political parties, start looking look beyond the immediate future and beyond the petty tactics in parliament, often also within the parties themselves, and in the press that do nothing for the country except delay even more the reforms that every country must carry out to improve the future of the country and its citizens.

 But politics con only do so much if the citizens continue to accept every piece of fake news, every anonymous and manipulated video as true simply because they confirm their prejudice of all kinds. Each one of us wants to have our ideas confirmed but basically this is impossible and it is time that we as citizens begin to understand that we must accept that what we want is not always possible and that sometimes it is also dangerous, as we are have seen during this period of coronavirus with the spread of hoaxes that made the situation even worse.

But this will all be possible only when all of us citizens, certainly starting with the politicians, will have an active role in improving the country’s political life because, in order to truly function, Democracy needs not only politicians but also the active and positive participation of the population, starting from the vote, and this is impossible with the massive diffusion of hoaxes, fake news and ridiculous conspiracy theories.

 Every country needs politics but it must be real politics and not the one we have seen in many, indeed too many countries in recent years, including Italy.

I volti sconosciuti degli oriundi – The Unknown Faces of Italians Overseas

di emigrazione e di matrimoni

I volti sconosciuti degli oriundi

Le nostre esperienze all’estero non sono diverse da quelle che ora fanno i nostri nuovi residenti in Italia

Quando parliamo degli emigrati italiani in giro per il mondo e dei loro discendenti pensiamo subito alle partenze e ai loro sforzi per costruire una vita nuova per le loro famiglie, però ci sono aspetti della loro vita che pochi in Italia conoscono. Questi aspetti non solo dimostrano il livello di impegno dei nostri connazionali all’estero, ma potrebbero fornire anche esempi che potrebbero e dovrebbero essere utili per aiutare i nuovi residenti nel nostro paese a integrarsi.

Naturalmente chi è emigrato con successo ha voluto chiamare nel nuovo paese di residenza i suoi parenti e compaesani. Di conseguenza ogni comunità italiana all’estero ha concentrazioni particolari di persone provenienti dallo stesso paese. Per citarne solo due esempi, Minturno (LT) ha una “colonia” di discendenti degli emigrati minturnesi a Stamford, Connecticut negli Stati Uniti e San Giorgio la Molara (BN) ne ha una altrettanto grande ad Adelaide in Australia. In molti casi le popolazioni in questi centri urbani sono più grandi delle popolazioni attuali nei paesi di origine.

Allo stesso modo questi gruppi si concentrano nella stessa zona della città, creando non solo delle “Little Italy”, ma anche molte pseudo colonie paesane. Infatti, ricordo benissimo un giro di visite in una strada di Melbourne, Australia con i miei genitori dove se non parlavi il dialetto di Bianco (RC) rischiavi di non trovare nessuno che ti capisse. In questo caso, i paesani erano anche tutti impiegati di un paesano che aveva creato un’impresa di pullman di grande successo.

Di conseguenza molti di questi gruppi hanno cominciato a formare circoli sociali, sia a livello regionale che di paesi individuali, come il Circolo di Fondi (LT) a Melbourne. Questi gruppi poi sono stati la base della commemorazione dei Santi patroni dei loro paesi dove senza dubbio l’esempio più famoso è la Festa di San Gennaro a New York.

Insieme ai circoli sociali sono nati anche gruppi sportivi in tutti i continenti e sarebbe interessante vedere quanti Club Juventus si trovano in giro per il mondo, come anche Inter e Milan, per non dimenticare poi gli esempi famosi di Boca Juniors e San Lorenzo in Argentina che sono clud con forti legami e radici italiani.

Però, il volto meno conosciuto di queste attività comunitarie è formato dai gruppi di promozione della lingua e della Cultura del Bel Paese e, soprattutto, dai gruppi di assistenza ai connazionali.  

Per quel che riguarda l’insegnamento della lingua italiana ai figli degli emigrati il nome più conosciuto è indubbiamente la Società Dante Alighieri che si trova in ogni paese con comunità italiane, ma non è l’unico gruppo che cerca di mantenere l’uso della nostra lingua all’estero.

Sono gruppi che dobbiamo incoraggiare anche nel futuro perché diffondere la nostra lingua sarebbe anche un mezzo importante per aiutare la nostra editoria in grande crisi, ma dobbiamo chiederci se il governo e le case editrici italiane si rendano davvero conto del potenziale mercato internazionale per i nostri libri e film, anche se puntassimo solo alle comunità italiane in giro per il mondo. Non parliamo di comunità estere piccole, ma di oltre 90 milioni di emigrati italiani e i loro discendenti. Possiamo veramente continuare a far finta che non possano dare un contributo importante alla nostra editoria e altre industrie culturali?

Ovviamente la chiesa cattolica ha fornito una base per alcuni dei gruppi di assistenza e l’Ordine degli Scalabriniani è particolarmente attivo in questi compiti, ma non si limita solo ai gruppi dei fedeli. Infatti, in molte di queste comunità esistono i Patronati italiani per aiutare i connazionali che hanno bisogno di aiuto non solo per le loro pratiche per eventuali pensioni italiane, ma anche per le pratiche per le pensioni dei paesi di residenza.

In ogni caso, sarebbe sciocco pensare che questi gruppi di assistenza sociale esistano soltanto per aiutare i nostri connazionali in questi problemi burocratici. Purtroppo non tutti gli emigrati italiani hanno avuto successo e non pochi hanno bisogno di assistenza di vario genere. A volte gli aiuti sono finanziari, come anche per aiutare i giovani che a volte sono emarginati, spesso per via delle loro origini, particolarmente per la prima generazione nata all’estero, oppure perché hanno bisogno di aiuti particolari come coloro che hanno figli disabili, ecc.

Poi, con l’invecchiamento degli emigrati sono state le comunità a formare gruppi di beneficenza che hanno acquistato e gestiscono case di cura per gli anziani. Questi gruppi forniscono il servizio più importante perché in molti casi i loro assistiti hanno perso la capacità di parlare la seconda lingua, quella del paese di residenza. I servizi forniti ai nostri connazionali all’estero in queste case di cura sono i più adatti ai bisogni specifici dei nostri anziani, come infermiere e assistenti che parlano l’italiano, i cibi adatti ai loro gusti e in molti casi visite di suore e sacerdoti di lingua italiana che forniscono l’assistenza spirituale che molti connazionali cercano nella terza fase della vita.

Queste sono le cose che rendono ancora più grandi le nostre comunità all’estero. Sarebbe stato facile dire che lo Stato dei paesi di residenza doveva fornire i servizi in cambio delle tante tasse pagate, ma siamo stati noi italiani a capire che siamo proprio noi i migliori a fornire i servizi di cui abbiamo bisogno nelle varie fasi della nostra vita.

Sono gli esempi che noi in Italia dobbiamo studiare e capire per poter aiutare gli immigrati che ora arrivano nel nostro paese per integrarsi al meglio.

Noi italiani dovremmo essere i primi a capire l’importanza di imparare la nuova lingua di residenza, ma anche come è altrettanto importante imparare la lingua di origine. Le nostre esperienze all’estero non sono diverse da quelle che ora fanno i nostri nuovi residenti in Italia.

Chiunque sia mai andato in case di cura per gli anziani italiani all’estero sa benissimo cosa affronterà questo paese nel futuro non tanto lontano per gli immigrati che ora sono giovani e sani, ma che con il tempo sentiranno gli effetti dei loro sforzi. Chiunque sia andato a vedere i gruppi di assistenza forniti ai nostri connazionali all’estero sa benissimo che ci sono problemi inerenti al processo di immigrazione, e che bisogna vegliare e agire per aiutare gli immigrati ad integrarsi nel nostro paese nel migliore di modi.

Ogni volta che parlo con immigrati in Italia, ogni volta che sento parlare di loro mi ricordo il mio passato in Australia e sento le stesse frasi e luoghi comuni sui volti nuovi e le voci nuove che ora girano in Italia.

A differenza degli altri paesi di immigrazione come gli Stati Uniti e l’Australia, l’Italia è fortunata perché ha un tesoro nella Storia e le esperienze dei nostri connazionali all’estero. Abbiamo potenzialmente una fonte enorme dalla quale potremmo prendere esempio e imparare per cercare di evitare gli sbagli, in alcuni casi le tragedie, commessi nel passato in quei paesi.

Il miglior modo di riconoscere gli sforzi e i lavori degli emigrati italiani non consiste solo in riconoscimenti e onorificenze ufficiali per alcuni di loro, ma di riconoscere i lavori svolti nel campo dell’assistenza verso chi ne ha bisogno. Il miglior modo consiste nell’imparare da queste esperienze e di metter le lezioni in pratica in Italia.

Mettiamo in pratica le lezioni che ci pervengono dall’estero anche perché sono una parte della Storia d’Italia e senza dubbio questa fase di immigrazione già fa parte della prossima fase della nostra Storia. Non ripetiamo gli sbagli degli altri paesi, ma dimostriamo d’aver imparato e di poter fare meglio.

di emigrazione e di matrimoni

The Unknown Faces of Italians Overseas

Our experiences overseas are no different from those of our new residents in Italy

When we talk about Italian migrants overseas and their descendants we immediately think about the departures and their efforts to make a new life for their families, however, there are aspects to their lives that few in Italy know. These aspects not only show the level of commitment of our fellow Italians overseas but also provide examples that could and should be useful for helping the new migrants in Italy to integrate.

Naturally those who migrated successfully called their relatives and fellow townspeople to the new country of residence. Subsequently every Italian community overseas has specific concentrations of people from the same town. To name only two, Minturno(LT) has a “colony” of descendants of Minturnese migrants in Stamford, Connecticut in the United States and San Giorgio la Molara(BN) has one just as big in Adelaide in Australia. In many cases the populations of these urban centres are much bigger than the current population of the towns of origin.

In the same way these groups concentrated in the same area of the city creating not only “Little Italies” but pseudo colonies of townspeople. In fact, I remember very well a round of visits with my parents to a street in Melbourne in Australia where if you did not speak the dialect of Bianco(RC) you risks not finding anybody could understand you. In this case, the townspeople were also all employees of another person from the town who had set up a very successful bus business.

As a consequence many of these groups began to form social clubs at both a regional and town level, such as the Fondi Club in Melbourne, Australia. These clubs were then the basis for the commemoration of the Patron Saints of their hometowns where without doubt the most famous is the Feast of San Gennaro in New York.

Together with the social clubs, sporting clubs were also formed in all the continents and it would be interesting to see how many Juventus Clubs there are around the world, as well as Inter and Milan, without then forgetting the famous examples of Boca Juniors and San Lorenzo in Argentina with strong Italian links and roots.

 However, one face of these community activities that is less known is formed by the groups for the promotion of Italy’s language and Culture, and also welfare assistance for our countrymen and women.

As far as the teaching of the Italian language to the children of migrants is concerned, the most famous name is undoubtedly the Dante Alighieri Society which is found in every country with Italian communities but it is not the only group that tries to maintain the use of our language overseas.

These are groups that we must encourage also in the future because spreading our language could also be a major means for helping Italy’s publishing industry which in crisis but we must ask ourselves if both the government and Italy’s publishers truly realize the international potential of our books and films overseas, even if we aimed only at the Italian communities around the world. We are not talking about small overseas communities but about more than ninety million Italian migrants and their descendants. Can we truly continue to pretend that they cannot give a major contribution to our publishing industry and the other cultural industries?

Obviously the Catholic Church provided a foundation for some welfare groups and the Order of the Scalabrinians is especially active in these tasks and this work is not limited only to groups of the faithful. In fact, in many of these communities there are the Patronati, the welfare branches of the Italian trade union movement, that assist their countrymen who need help not only for their Italian pension applications but also with applications for pensions in the countries of residence.

 In any case, it would be foolish to think that the welfare groups exist only to help with the bureaucratic problems of our fellow countrymen and women. Sadly, not all the Italian migrants were successful and not a few needed various types of assistance. Sometimes the assistance is financial, as well as to help young people who were often marginalized because of their origins, especially in the first generation born overseas, or because there are those who need specific assistance such as those with disabled children, etc.

And then, with the aging of the migrants, there were communities that formed charity groups that purchased and managed aged care homes. These groups provide the most important service because in many cases their clients lost the capacity to speak the second language, the language of their country of residence. The services provided to countrymen and women overseas in these aged care homes are the most suitable for the specific needs our elderly, such as nurses and assistants who speak Italian, the food is suitable for their tastes and in many cases nuns and priests who speak Italian provide the spiritual assistance that many of our countrymen and women seek in the third stage of their lives.

 These are the things that make our overseas communities even greater. It would be easy to say that the Sate of the countries of residence should provide the services in exchange for the taxes paid but we Italians were the ones who understood that that we are the best people to provide the services we need in the various stages of our lives.

 These are the examples that we in Italy must study and understand in order to help to help the immigrants that are now arriving to the country to integrate better

We Italians should be the first to understand the importance of learning the new language of residence but also how it is equally important to learn the language of origin. Our experiences overseas are no different from those of our new residents in Italy.

Whoever has gone to an aged care home for the Italian elderly overseas knows very well what this country will face in the not distant future with the migrants who are now young and healthy but with time they will feel the effects of their labours. Whoever has gone to see the welfare provided by our countrymen and women overseas knows very well that there are problems inherent to the process of migration and that we must watch and act to help the migrants to integrate into our country in the best way possible.

Every time I speak with a migrant in Italy and every time I hear someone talk about them I remember my past in Australia and I hear the same phrases and clichés about the new faces

Unlike the other countries of immigration such as the United States and Australia, Italy is fortunate because she has a treasure in the history and the experiences of our countrymen and women overseas. We have potentially a huge source from which we could take examples and learn to try to avoid the mistakes, and in some cases tragedies, committed in the past in those countries.

The best way to recognize the efforts and the labour of the Italian migrants does not consist only of official acknowledgments and honours  for some of them but by recognizing the work done in the field of assistance for those in need. The best way consists in learning from these experiences and to put the lessons into practice in Italy.

Let us put into practice the lessons that come from overseas, also because they are a part of Italy’s history and without doubt this phase of immigration is already part of the next stage of our history. Let us not repeat the mistakes of the other countries but let us show we have learnt and can do better.

I Tamburi e le Bandiere – The Drums and the Flags

di emigrazione e di matrimoni

I Tamburi e le Bandiere

In un anno normale da mesi ormai ogni sera in tante città italiane si sarebbero sentiti gruppi di tamburi e chiarini e in piazzette e cortili si sarebbero visto altri gruppi allenarsi con bastoni e bandiere

Sappiamo tutti che l’emergenza Covid-19 ha cambiato drasticamente la vita in tutto in mondo, in ogni suo aspetto. In Italia l’emergenza ha voluto dire cancellare per quest’anno moltissime manifestazioni che durano almeno da decenni, e in un caso celebre da secoli, e che hanno segnato la vita di molte città, in modo particolare le città medioevali.

Perciò, vogliamo vedere cosa vogliono dire queste manifestazioni, non solo per l’economia e la qualità di vita di queste città, ma specialmente come possono offrire una rampa di lancio importante per il futuro attirando turisti da tutto il mondo per vedere un aspetto del nostro paese che pochi conoscono all’estero.

In un anno normale da mesi ormai ogni sera in tante città italiane si sarebbero sentiti gruppi di tamburi e chiarini e in piazzette e cortili si sarebbero visto altri gruppi allenarsi con bastoni e bandiere. Questi allenamenti sono la parte più evidente della stagione che doveva essere già iniziata in Italia. Siena, Faenza, Ascoli, Foligno, Città di Castello e Sulmona, per ricordarne soltanto alcune, sono città che di solito ospitano Pali di qualche genere, purtroppo quest’anno non sarà possibile vedere queste manifestazioni davvero bellissime.

Naturalmente il più famoso e indubbiamente il più appassionante è il Palio di Siena, sia per una cornice medioevale perfetta per l’occasione che per la rivalità tra contrade dove chi non partecipa in un’edizione fa la sua parte ad opporsi al rivale storico. I riti e le contestazioni al Palio senese riflettono le rivalità medioevali nella città.

Ogni Palio è l’occasione per mettere in mostra nel mondo la Storia di città cha hanno scritto capitoli della Storia d’Italia. Faenza, per esempio, una città non molto conosciuta all’estero ma che ha i suoi concittadini persino nella Divina Commedia, non è l’unica città dove i rioni mettono in mostra gli stemmi delle loro famiglie aristocratiche nei cortei che marciano fieramente verso ogni appuntamento del Palio del Niballo della città.

Non tutti i Pali sono corse di cavalli ed in alcuni casi non sono coinvolti nemmeno questi, come ad Alba dove gli animali protagonisti sono asini. Si va dalla corsa semplice come quella di Siena, a Quintane, Giostre, gare con anelli e così via. Ogni gara ha le sue caratteristiche e ognuno ha la sua preferita. E poi c’è anche il Palio delle Quattro Repubbliche Marinare che ovviamente coinvolge scafi.

Ma il Palio non è soltanto una gara di sport storico. Ogni Palio è un contesto che non solo ci permette di rivedere il passato, ma ci dà l’opportunità, anzi l’incentivo, di non perdere tradizioni e tecniche che senza i Pali rischierebbero di sparire. Queste tradizioni iniziano con quelle legate ai costumi.

Le contrade, i rioni e gli altri quartieri che ne fanno parte cercano di mettere in mostra la Storia e i dettagli che rendono ogni città italiana unica. Per poter fornire questi costumi per le sfilate storiche bisogna avere varie squadre che lavorano per tutto l’anno per ricreare i vestiti, le armature e le armi di una volta.

Nel caso dei costumi si parte dallo studio dei quadri e ritratti d’epoca per riprendere colori e disegni, si continua poi tramite gli archivi storici per documenti e racconti che descrivono quali materiali venivano utilizzati e come. Poi arriva la parte più impegnativa, quella di mettere insieme il tutto e di far tornare alla luce mode e stili che non si vedevano da secoli. Lo stesso discorso vale per le armi e le ricreazioni di vecchi stili di combattimento e di arti come la falconeria che caratterizzavano la vita dei ricchi e potenti di quel periodo.

La preparazione dei costumi mantiene in vita metodi e tecniche secolari di disegno e lavorazioni dei materiali. Nelle città che più tengono al loro passato i costumi sono tutti fatti a mano, in ogni dettaglio un capolavoro degli antichi mestieri tessili. Come anche le scarpe, riproduzioni fedeli dei modelli originali. 

Nel frattempo i diretti interessati si preparano. I fantini a conoscere, ad allenare i loro cavalli e animali per gli sforzi necessari a sostenere le gare. Ogni tipo di gara utilizza tecniche e animali diversi, ma i fantini spesso partecipano a più Pali e non è un caso che un controllo dei nomi dei fantini di ogni Palio troverebbe gli stessi nomi ripetersi di gara in gara. Soltanto i migliori vengono scelti e i loro servizi sono molto ricercati e la loro retribuzione non è soltanto nella forma dei trofei vinti.

Ma i fantini e i loro animali non sono gli unici elementi in competizione durante la stagione dei Pali. Anche gli sbandieratori sono in gara e la competizione tra di loro non è meno agguerrita di quella tra i fantini. Il pubblico festeggia ogni mossa buona dei suoi beniamini come prende in giro ogni sbaglio dei rioni e contrade avversari. I trofei degli sbandieratori hanno luoghi d’onore nelle sedi rionali quasi alla pari di quelli dei loro fantini. E le gare tra i ragazzi in costume non è da sottovalutare, e il premio per la miglior Dama del Palio è ambito ovunque.

Queste rievocazioni storiche dimostrano una faccia delle generazioni che hanno dato gloria al nostro paese. I ricordi e le lodi al nostro Medioevo e Rinascimento ci fanno ricordare una grande parte di quel che rende la nostra Cultura unica e ricchissima. Perciò questi eventi non sono da mantenere semplicemente per continuare in forma quasi innocua rivalità antiche, ma perché potrebbero svolgere un ruolo altrettanto importante per la promozione del nostro paese.

Con l’eccezione di Siena i Pali sono poco conosciuti all’estero, però hanno il potenziale di attirare turisti che poi non vedrebbero solo le gare agonistiche. Nell’andare ad assistere a queste gare i turisti avrebbero l’opportunità di vedere e godere zone che di solito hanno un numero limitato di turisti quando paragonati a Roma, Firenze e Venezia che sono, senza alcun dubbio, le città italiane più conosciute all’estero e dunque più visitate dai turisti.

Chi va a vedere Pali a Faenza, Ferrara, Alba, San Sepolcro, Teramo e tutte le altre città con feste medioevali, vedrebbe musei, gallerie e rocche, conoscerebbe nuovi piatti e prodotti regionali, ne assaggerebbe vini che spesso non escono dalle zone e capirebbe che i tesori culturali italiani non sono limitati ai tre grandi centri nominati, ma si trovano sparsi per tutto il paese. Chi fa il giro delle sedi dei rioni e delle contrade vedrebbe feste medioevali e mostre che presentano al mondo moderno la vita di una volta. La vita che ha dato luce a queste città bellissime, a opere d’arte straordinarie e anche a guerre feroci che hanno fatto la Storia non solo d’Italia, ma in molti casi anche del mondo.

Questi turisti vedrebbero i centri storici dei Pali al loro meglio, dove le piazze diventano le migliori cornici per i lavori dei rioni per le sfilate storiche e i Pali stessi. Chi va a Piazza del Campo a Siena per il Palio capirebbe all’istante una parte della realtà del passato della città. Chi va a vedere la gara della bandiera in Piazza del Popolo a Faenza le notti del weekend prima del Palio del Niballo, vedrebbe la vera bellezza di una Piazza poco conosciuta fuori della zona.

Purtroppo, ogni Palio ha i suoi critici, per esempio c’è chi non sopporta la confusione dei giorni di gara, chi mette in dubbio la veracità di certe gare, ma in fondo pochi possono negare che i Pali abbiano un impatto notevole sulle città.

Si, i Pali possono far molto per attirare nuovi turisti al Bel Paese ed è ora che siano promossi all’estero come meriterebbero. Ma non dimentichiamoci che non sono l’unica cosa nel nostro paese degna dei turisti. Cominciamo a guardare bene quel che abbiamo perché il futuro d’Italia dipenderà moltissimo dalla nostra capacità di attirare turisti internazionali e non solo perché i soldi che porterebbero nel paese servono per conservare quel che rischiamo di perdere per mancanza di fondi. 

È ora che l’Italia programmi bene il suo futuro, partendo anche dal fare crescere notevolmente il numero di turisti internazionali, non tanto ai tre grandi centri tradizionali, Roma, Firenze e Venezia, ma in città importanti che meritano un numero di turisti molto più grande perché il loro contributo al nostro passato fu molto più grande di quel che molti all’estero sanno.

Infine, che posto meglio che i Pali per far capire ai discendenti dei nostri emigrati all’estero la vera ricchezza della nostra, e quindi la loro Cultura, di vedere queste città al loro meglio, di guardare la bravura dei fantini, di sentire il rullo dei tamburi e di vedere volare in alto le bandiere di ragazzi che mantengono in vita tradizioni e capacità che sono solamente italiane.

 

di emigrazione e di matrimoni

The Drums and the Flags

In a normal year many Italian cities would have been heard for months the sound of drums and clarions and would have seen other groups training with sticks and flags in small squares and courtyards.

We all know that the Covid-19 emergency has changed life drastically around the world in every way. In Italy the emergency has meant many events were cancelled for this year that have lasted for at least decades, and in one famous case for centuries, and marked the life of many cities, specifically the medieval cities.

Therefore, we want to look at what these events mean, not only for the economy and the quality of life of these cities, but especially how they can be a major launching pad for the future by attracting tourists from around the world to see an aspect of our country that few know overseas.

(Translator’s note: words such as rioni and contrade all mean quarters/suburbs of cities and I have kept these in the article to show how customs change from city to city in Italy)

In a normal year many Italian cities would have been heard for months the sound of drums and clarions and would have seen other groups training with sticks and flags in small squares and courtyards. This training is the most evident part of the season that should have already started in Italy. Siena, Faenza, Ascoli, Foligno, Città di Castello and Sulmona, to name only a few, are cities which usually host some type of Palio, sadly it will not be possible to see these truly beautiful events this year.

Naturally the most and famous and undoubtedly the most exciting is the Palio di Siena, for both its perfect medieval setting and for the rivalry between the contrade where those who do not take part in an edition do their best to oppose their historic rivals. The rites and controversies of Siena’s Palio reflect the city’s medieval rivalries.

Each Palio is the occasion to show the world the history of cities that have written chapters of Italy’s history. Faenza, for example, a city that is little known overseas but has had citizens that can even be found in the Dante’s Divine Comedy, is not the only city where the rioni put on show the coats of arms of their aristocratic families in the processions that proudly march towards every appointment of the city’s Palio del Niballo.

Not all the Palios are horse races and in some cases not even these animals are involved, like in Alba where donkeys are the protagonists. They go from simple races such as at Siena, to quintane (quintaines), jousts, competitions with rings as targets and so forth. And then there is also the Palio delle Quattro Repubbliche Marinare (of the four Maritime Republics) which obviously involves boats.

But the Palio is not only a historic sport’s event. Each Palio is in a context that not only lets us glimpse the past but it gives us the opportunity, indeed the incentive, to not lose traditions and techniques that we would risk disappearing without them. These traditions start with those connected to the costumes.

The contrade, the rioni and the other districts that take part try to put on show the history and the details that make every Italian city unique. In order to provide these costumes for the historical parades there have to be a number of teams that work for all the year to recreate clothes, armour and the weapons of the past.

In the case of the costumes the work starts with the study of paintings and portraits from the period to take up the colours and the designs which then continues through the historical archives for the documents and the stories that describe which materials were used and how.  And then comes the most demanding part, putting everything together and to bring back to life fashions and styles that had not been seen for centuries. This is also true for the weapons and the recreation of ancient styles of fighting and arts such as falconry which characterized the lives of the rich and the powerful during that period.

The preparation of the costumes keeps alive centuries old methods and techniques of design and processing of the materials. In the cities that care most for their past the costumes are made by hand, in every detail a masterpiece of ancient textile crafts. Just like the shoes which are faithful reproductions of the original models.

In the mean time those directly involved get ready. The horsemen to get to know and train their horses and the animals for the efforts needed to endure the competitions.  Each type of competition uses different techniques and animals but the horsemen often participate in a number of Palios and it is no coincidence that if we checked the names of the horsemen of each one we would find the same names repeated in event after event. Only the best are chosen and their services are much sought after and their remuneration is not only in the form of the winner’s trophies.

But the horsemen and their animals are not the only elements in competition during the season of the Palios. The sbandieratori (flag throwers) are also in competition and this is no less fierce than that between the horsemen. The public cheers every good move by their favourites just as it mocks every mistake by their rival rioni and contrade. The sbandieratori’s trophies have places of honour in the headquarters of the districts almost on a par with that of their horsemen. And the competition between the people in costume is not to be underestimated and the prize for the best Lady of the Palio is coveted everywhere.

These historical re-enactments show us a face of the generations that gave glory to our country. The memories and the praise of our medieval period and the Renaissance let us remember a large part of what made our Culture unique and very rich. Therefore, these events are not to be kept simply to continue ancient rivalries in an almost harmless form but because they could play an equally important role for the promotion of our country.

With the exception of Siena, the Palios are little known overseas, however, they have the potential to attract tourists which would then see not only the competitions. When they come to watch these events tourists would have the opportunity to see and enjoy areas that usually have limited numbers of tourists when compared to Rome, Florence and Venice which are without doubt the Italian cities best known overseas and therefore most visited by tourists.

Those who go to see Palios in Faenza, Ferrara, Alba, San Sepolcro, Teramo and all the other cities with medieval festivals would see museums, art galleries and fortresses, they would get to know new dishes and regional products, they would taste wines that often do not leave the areas and they would understand that Italy’s cultural treasures are not limited only to the three great centres names but are spread throughout the country. Those who do the rounds of the headquarters of the rioni and the contrade would see medieval feasts and exhibitions which present to today’s world the life of times gone by. The life that gave birth to these beautiful cities and extraordinary works of art and also ferocious wars that made not only Italy’s’ history but in many cases also the world’s.

These tourists would see historic city centres at their best, when the piazze become the best settings for the work of the rioni for the historical parades and the Palios themselves. Those who go to the Piazza del Campo in Siena for the Palio would immediately understand a part of the reality of the city’s past. Those who go to see the exhibitions of the flags in Piazza del Popolo in Faenza on the evenings of the weekend before the Palio would see the true beauty of a Piazza that is little known outside the area.

Sadly every Palio has its critics, for example those who cannot stand the confusion of the days of the event and those who doubt the veracity of certain competitions but basically few can deny that the Palios have had a considerable impact on the cities.

Yes, the Palios can do much more to attract new tourists to Italy and it is time they are promoted overseas as they deserve. But let us not forget that they are not the only things in our country that deserve tourists. Let us start by looking closely at what we have because Italy’s future will depend very much on our capacity to attract international tourists and not only because the money they would bring are needed for preserving that we risk losing due to lack of funds.

It is time for Italy to programme its future well, also starting by significantly increasing the number of international tourists, not so much to the three great traditional centres, Rome, Florence and Venice, but in major cities that deserve a much bigger share of tourists because their contribution to our past was much greater that what many people overseas know.

Finally, what better place than the Palios to make the descendants of our migrants overseas understand the true wealth of our and therefore their Culture, than seeing these cities at their best, to see the skills of the horsemen, to hear the roll of the drums and to see the flags flying high from the hands of young people who keep alive traditions and skills that are purely Italian.

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