Arte & Cultura
Pensieri e parole
Riguardo al linguaggio ed alle nuove forme di poesia per la musica
di Sergio Laccone
Ascoltando la musica che occupa quotidianamente molti degli spazi sonori del mondo che ci circonda, appare chiaro che ci sono stati e sono in corso dei cambiamenti.
È cambiato il modo di esprimersi, in molti casi anche il soggetto, la forma, e spesso anche la ortografia. Nei corridoi delle università sento ripetere che ormai non si scrive più bene come una volta, che si usano troppo pochi vocaboli, che stiamo perdendo la capacità di coltivare e forse anche di apprezzare la letteratura. I barbari distruttori di questa nobile arte sono naturalmente i ragazzi, (i nostri figli).

Ma è davvero così? Ci troviamo di fronte a una generazione di scellerati che nella loro maggioranza partorisce solo volgarità, storpia la pronuncia, la grammatica e la ortografia, si rifiuta di leggere e di prestare attenzione a scritti che durino più di pochi minuti (o pochi secondi).
È indubbio che molte di queste cose stiano realmente accadendo, credo però che tutto questo meriti una riflessione ed un’analisi più approfondita.
La musica è senza dubbio un evento magico, un linguaggio che ci permette di comunicare attraverso un codice universale, sentimenti ed immagini che vengono percepite direttamente, senza bisogno di essere decodificate dagli schemi di un codice linguistico razionale. Emozioni profonde, sensazioni, ispirazioni che significano direttamente e che per appartenenza, riconosciamo come proprie. Non importa quale sia stata la motivazione dell’autore o dell’interprete, la musica esprimerà la nostra ispirazione e si collegherà alla nostra esperienza.

La voce umana occupa una posizione privilegiata in questa magia di comunicazione. Come in un miracolo, mediante la voce, siamo capaci di rendere udibili le nostre gioie le nostre pene, le nostre speranze.
Nel linguaggio parlato abbiamo creato degli alfabeti e delle strutture logiche che ci permettono di esprimere dettagli e di descrivere fedelmente e appassionatamente drammi e storie, o di istruire circa il datarsi nelle più svariate situazioni.
Parlare, spiegare, esprimere, cantare.
Qual è dunque la differenza? Dove giace il confine tra l’eloquio quotidiano e la nobile arte del canto? Nella declamazione, nella tecnica? nel talento naturale?

Abbiamo fatto cenno alla identità dell’essere umano, quel terreno comune e profondo che unisce la specie umana e che è all’origine della universalità dell’arte.
Non dobbiamo dunque meravigliarci che i giovani, ossia gli esseri umani che sono nati in questa epoca che era già così ricca di letteratura e di musica, si sforzino e certamente riescano anche se forse non ancora a pieno, a creare un codice che avvicini il linguaggio alla sintesi comunicativa delle parole stesse.
Ossia si privilegia il suono, il senso primordiale dei fonemi al senso compiuto e riconosciuto delle parole.
È un fenomeno che già si è potuto osservare nei canti religiosi e nei mantra incomprensibili dei riti iniziatici.
Molti di noi hanno recitato parole che non comprendevano, ma che si accordavano bene alle litanie rituali di occasione. Parole di “potere” tramandate ed efficaci per tradizione rituale.
Quanti di noi comprendevano i testi della messa in latino o ancora quanti di noi conoscevano il significato dei testi della musica dei Beatles o dei tanti artisti “stranieri” che pure abbiamo cantato.

Da cantautore posso assicurarvi che In Italia negli anni ‘80 e novanta (e credo ancora adesso) il “finto inglese”, cioè un insieme di suoni assonanti alla lingua di Shakespeare, era quella preferita dei demo.
Più che di imbarbarimento o incapacità ad usare propriamente la lingua letteraria, parlerei quindi di uno slancio verso una sintesi sonora e linguistica che riassuma in fonemi il significato di frasi e concetti, che probabilmente in un futuro ancora da venire, saranno chiari in un nuovo, rinnovato codice verbale.
Prenderò come esempio i testi delle canzoni di “musica urbana” uno dei generi musicali di maggior successo nel continente americano e più in generale nel grande mercato mondiale della musica di consumo.

Sono d’accordo: la volgarità, la mancanza di abilità canora, le meschine motivazioni di molti interpreti, non sono piacevoli e non meritano elogi.
Il fatto è che più che un delitto, mi sembrano infantilismi.
Infantilismi culturali che però indicano un cammino verso una nuova sintesi.
E questo fenomeno si può osservare anche nella grafica, nel ritorno alla pittografia, nell’uso dei montaggi video, dei colori e infine (o forse per cominciare) nel massiccio uso della tecnologia.
