Cinema & Teatro
The Dog Stars di Ridley Scott, dal romanzo di Peter Heller. L’ultimo film del grande regista che continua a guardare il futuro
The Dog Stars, tratto dal romanzo omonimo di Peter Heller è interpetrato da Jacob Elordi, un talentuoso attore australiano.
di Angela Celesti
La speranza di una vita migliore, dopo una devastante pandemia, è il cuore del nuovo film del grande regista britannico, che ci ha abituato a colossal e saghe, commedie e film storici in una produzione versatile e ricca di immagini: Duel, Alien, Blade Runner, The Martian; i colossal storici quali I duellanti, Il gladiatore, Le crociate, Napoleon – per citarne alcuni – senza dimenticare il suo capolavoro, il road movie Thelma e Louise del 1991, Premio Oscar per la sceneggiatura, un vero cult, caposaldo della cultura femminista. Una carriera ricchissima di film premiati e acclamati dalla critica, insomma, uno dei registi che si va a vedere a prescindere da quello che produce, una garanzia per chi ama il cinema. The Dog Stars, tratto dal romanzo omonimo di Peter Heller è interpetrato da Jacob Elordi, un talentuoso attore australiano alla cui faccia di star emergente non abbiamo avuto ancora la possibilità di abituarci, anche se ha ricoperto ruoli importanti come quello della Creatura nel Frankestein di Gullermo Del Toro, per il quale è stato candidato al Golden Globe e al Premio Oscar come miglior attore non protagonista.

Il film, godibile dal punto di vista paesaggistico (molte le scene girate in Italia tra Friuli, Veneto e Abruzzo), rientra nel filone post-apocalittico di cui Hollywood si nutre da tempo, una tematica abusata a cui Scott non si è sottratto, presentando il suo film con una semplicità che ci sorprende. Nella prima parte si snoda lento e flemmatico sullo schermo mostrando senza indugio un mondo dove tutto è già accaduto. Una pandemia ha distrutto quasi l’intero genere umano, il protagonista Hig (Jacob Elordi) a bordo di un Cessna giallo, sorvola le incantevoli valli del Colorado, in mezzo a una natura sconfinata tra cieli azzuri, uccelli, fiumi e conifere e ciò che rimane dell’uomo: carcasse, luoghi in disuso e saccheggiati in un mondo che più non gli appartiene. Protagonisti: Hig un giovane meccanico e Bangley, un ex marine, interpretato magistralmente da Josh Brolin, e insieme a loro il più grande amico di Hig, il cane Jasper, un vitale pastore belga Malinois, che perfora il grande schermo come un attore consumato. Il dialogo, le introspezioni, le riflessioni e i drammi esistenziali del protagonista segnati di tristezze e solitudini sono leniti soltanto dal cane Jasper che pervade Hig di quell’amore incondizionato che solo un cane sa dare. Nell’isolamento, quale risorsa necessaria per la sopravvivenza – minata da gruppi incontrollati e spietati del genere umano che reagiscono con primordialità e violenza agli eventi – si muovono i due protagonisti, che pur convivendo nel fortino blindato in cui Bangley ha barricato la loro vita, sono orientati su sentieri e stati d’ animo diversi. Mentre Bangley ha imparato ad accettare la brutalità dello stato delle cose, vivendo militarmente la sua esistenza, Hig è alla ricerca di quel che resta del genere umano, quella parte sana che potrebbe ancora esistere aldilà delle montagne, oltre i confini del loro rifugio. Un leitmotiv ricorrente in quasi tutta la vicenda che alimenta i dialoghi dei due protagonisti, che pur condividendo gli stessi spazi e le stesse condizioni, affrontano la vita in modo diverso.
Il regista, interviene proprio su questo punto: “Per cosa vale la pena battersi per continuare a vivere?”

Il film a questo punto cambia e si anima, tra aggressioni e speranze alle quali Hig non si sottrae, affrontando l’ignoto e sorvolando leggero su un paesaggio che visto dall’alto ci confonde, tra la bellezza incontaminata della natura che prospera e la presenza dell’uomo barbaro, violento e distruttivo che nonostante tutto, regredisce. La disavventura di Hig si affolla di animali docili: il cane, l’asino, le cicogne, fino al branco di bisonti in fuga (citazione della mitica scena di Balla coi lupi di Kevin Costner, successivamente ripresa nel film disneyano Il re leone). L’incontro con Cima, una giovane donna (Margaret Qualley), e suo padre Jack (Guy Pearce), protagonisti e spettatori insieme a Hig della mera illusione di una voce alla radio, che rivela un microcosmo umano distopico, inafferrabile e pericoloso nonostante il luogo seducente e tecnologico dell’aeroporto Grand Junction. Qui la storia cambia ancora, dopo la perlustrazione di Hig del “forte inespugnabile” del suo amico Bangley, uomo duro e calcolatore ma dal cuore tenero, scampato a un attacco brutale dei “nuovi barbari”, capisce che in fondo la meta del suo andare per il cielo alla scoperta di un nuovo mondo, è proprio quella che aveva lasciato. Il film inevitabilmente si conclude con la storia tra Hig e Cima in un oasi improbabile abitata da una famiglia di Mennoniti che si ispirano agli Amish tra danze, violino e chitarra, in nome dell’amore tra esseri umani, un valore fondamentale di una piccola comunità che per scelta e religione rappresenta. più di ogni altro, il mondo perduto.
