‘Queste tre futili cose’: il ritorno sulla scena editoriale di uno scrittore tutt’altro che in crisi

Ciò che mi ha attirato, leggendo la quarta di copertina, è stato sapere che Carlettoni, in questo caso, non è solo autore, ma è al contempo personaggio del proprio romanzo.

Di Luca Rinaldi

A volte, un evento è talmente grande, talmente macroscopico, che l’occhio umano non riesce a percepirlo. Questo accade anche quando uno scrittore affermato torna a scrivere e a pubblicare dopo anni di buio, dopo aver fatto perdere le sue tracce, dopo aver fatto sparire dalla circolazione ogni suo scritto, ogni suo romanzo, dopo aver fatto perdere letteralmente memoria di sé, tanto che neanche l’onnipresente Google o la so-tutto-io Wikipedia si ricordano di lui.

Eppure, Giovanni Carlettoni, il cosiddetto Scrittore degli animi umani, soprannome affibbiatogli per la sua capacità di dar voce e volto a personaggi e personalità decisamente veri, ha lasciato una traccia indelebile nell’Italia della seconda metà del Novecento, raccontandone le evoluzioni, le contraddizioni e prevedendone le inevitabili derive.

Ma ora è tornato, dicevamo. E lo ha fatto a suo modo: alla chetichella, in sordina, affidandosi a una neonata casa editrice indipendente. Una sorta di scambio di favori, per uno che, come si definisce lui stesso nel sottotitolo del suo nuovo romanzo, si ritiene uno scrittore in crisi.

Ed è proprio di Queste tre futili cose. Appunti di uno scrittore in crisi su cui mi appresto a dare un giudizio. Premetto che io, come la maggior parte degli italiani a cui lo chiedete, al sentire il nome Giovanni Carlettoni, ho pensato: “Mi dice qualcosa…”. È un pò come la sensazione che si prova appena svegli, quando si cerca di ricordare il sogno appena interrotto e… niente! Eppure, trovato quasi per caso negli elenchi Amazon, poco o per niente pubblicizzato (mi vien da pensare, su stessa richiesta dell’autore), questo romanzo si è meritato, non so come e non so perché, un mio click su “Acquista”.

In realtà, il perché lo so: ciò che mi ha attirato, leggendo la quarta di copertina, è stato sapere che Carlettoni, in questo caso, non è solo autore, ma è al contempo personaggio del proprio romanzo. Mi ha incuriosito il voler sapere come una persona potesse dipingere sé stessa, se si sarebbe autocelebrata o sarebbe stata onesta, nel bene o nel male. E devo ammettere che Carlettoni non ha paura di mostrare i suoi punti deboli, dando allo scritto una nota divertente e rassegnata, regalandoci uno dei suoi migliori animi umani di sempre, decisamente reale nella sua ipocondria, nella sua vecchiaia, nella sua insofferenza per il mondo che è andato avanti senza di lui, ma soprattutto nei suoi rimorsi e rimpianti, nel suo rapporto con la vita e con la morte. Nel suo confrontarsi con la scrittura. Una settimana nella quotidianità dello scrittore è tutto ciò che Carlettoni ci concede in questo romanzo.

Ma questa è solo una delle tre futili cose del titolo. Ci sono altri due personaggi che, in un modo o nell’altro, intrecciano le proprie vite con quella dello scrittore protagonista, regalandoci capitoli altrettanto poetici. Valerio Monent è il primo, giovane universitario che scandisce la propria esistenza milanese con la spinta costante sul pedale dell’inseparabile bicicletta. Di lui, sfalsata rispetto alla più lunga settimana di Carlettoni, ci viene raccontata una sola giornata, consentendoci l’accesso al flusso turbinoso e confuso dei suoi pensieri. Confuso è la parola giusta, perché Valerio affronta la sua realtà in modo impacciato, spesso dispersivo, con preoccupazioni quotidiane che toccano in egual misura la malattia della nonna, il rapporto con la madre, l’urgenza di chiudere il capitolo universitario della sua vita, l’indecisione nel capire se Ruggero è veramente il ragazzo che fa per lui. Problemi più o meno gravi e impellenti, che riempiono la sua mente e la nostra, di rimando.

La terza protagonista è Rea, una neurologa che deve affrontare la più dura delle prove: lasciarsi alle spalle un’intera vita, bruscamente interrotta, e ricominciare con occhi nuovi. Il suo arco narrativo inizia proprio con l’aprirsi dei suoi occhi in un letto d’ospedale e dura la bellezza di dieci anni, in cui ricordi, desideri, progetti e aspirazioni subiscono cambiamenti, frenate e ripensamenti. Una donna fragile e tosta allo stesso tempo, a suo agio tra i dottori della splendente Svizzera, così come tra i medici senza frontiere africani, ma spesso a disagio nel suo piccolo studio milanese, nel quale si materializza l’ultimo disarmante capitolo del romanzo di Carlettoni.

Il capitolo 16 ritorna, infatti, prepotente in tutta la vicenda, condizionando, nella narrazione, le azioni di Valerio e spiazzando al contempo, nella realtà, il lettore che non sa se sentirsi più disorientato, colpito o chiamato in causa per capire, per collegare, per decifrare e interpretare ciò che ha letto fino a quel momento.

Farò, a questo proposito, qualcosa che non ho mai fatto e che odio che venga fatto a me: vi svelerò la fine. L’ultima parola del romanzo è puzzle. E, forse, è anche la descrizione migliore che si possa dare a questa cornice di vita, una e trina, regalataci da Carlettoni, scrittore a mio avviso tutt’altro che in crisi.

Eppure, leggendo, si capisce che Queste tre futili cose sarà il suo canto del cigno, il suo testamento spirituale, redatto alla veneranda età di 82 anni. Il suo modo per confrontarsi, una volta per tutte, con il lutto e la morte che lo hanno portato lontano dalle scene, un riguardare la propria vita alla flebile luce del suo tramonto personale per rendersi infine creazione di sé stesso, un’animo umano finalmente immortale, perché immortalato nero su bianco.

Queste tre futili cose è un romanzo che va letto. Ma soprattutto è un libro che va acquistato e conservato, prima che l’autore decida di farlo sparire dalla circolazione e farlo cadere per sempre nell’oblio, come tutto ciò che lo riguarda.

La Blockchain week 2020 arriva a Roma dal 17 al 21 marzo

Nella Capitale uno dei più grandi eventi europei su blockchain e criptovalute

Dal 17 al 21 marzo presso l’Hotel Mercure Roma West torna la Blockchain Week, l’evento che riunisce gli esperti del settore, i creatori di startup e i manager di importanti aziende internazionali che stanno investendo nella blockchain, nelle criptovalute e nella  finanza decentralizzata. Per questa seconda edizione, dedicata alla rivoluzione Bitcoin, ospiti provenienti da tutto il mondo e dalla community italiana daranno vita a una serie di panel, di conferenze e di occasioni dal carattere informativo e divulgativo. Saranno presenti tra gli altri: Paolo Ardoino, CTO di Bitfinex e CTO di Tether, due delle più importanti realtà crypto al mondo; Giacomo Zucco, noto maximalist ed esperto di Bitcoin; Gian Luca Comandini, membro della Task Force Blockchain del MiSE; Marco Monaco, Blockchain Competence Center Leader di PwC; Massimo Chiriatti, CTO Blockchain & Digital Currencies di IBM; Alexander Filatov, Co-founder e CEO di TON Labs; Marcello Minenna, Direttore Ufficio Analisi Quantitative di Consob; Federico Tenga, co-founder di Chainside e molti altri.

Trent’anni fa la rete era vista come una tecnologia in declino incapace di mantenere le promesse rivoluzionarie dei suoi protagonisti. Oggi, invece, sette delle dieci aziende più ricche al mondo sono colossi di Internet e della tecnologia in generale. La blockchain è una nuova invitante frontiera, considerata la più grande rivoluzione dopo Internet e le valute digitali insieme alle criptovalute vengono definite come il futuro del denaro. La Blockchain Week Rome permetterà di avere una visione di ciò che accadrà nel prossimo decennio e comprendere i passi che è necessario fare oggi per non restare indietro nel mondo della finanza, nella la gestione dei dati, dei trasporti e dei pagamenti.

Sarà un’occasione per approfondire l’impatto di questa tecnologia dati anche in altri comparti, come il lusso, l’alta moda e il food che otterranno maggiore valorizzazione, massima tracciabilità e nuovi strumenti per la tutela del made in Italy e della filiera di produzione e distribuzione, il tutto grazie alla serie di complessi algoritmi a garanzia dell’integrità e della sicurezza.

In pochi anni il prezzo delle criptovalute, i Bitcoin in particolare, è aumentato a dismisura: quali sono oggi le regole per investire in modo sicuro in questo ambiente? Come si fa a distinguere una proposta seria da una  che nasconde insidie o peggio ancora vere e proprie truffe? La Blockchain Week Rome permetterà di approfondire l’argomento e rispondere alle tante domande di chi vuole conoscere un fenomeno che vive ancora una fase di sperimentazione, ma che appare destinato a porre le basi per soluzioni capaci di trasformare radicalmente l’attuale sistema economico.

In costante crescita.

Gli investimenti nel settore di grandi aziende globali (Facebook, JPMorgan, Microsoft, Shopify, Tesla, Telegram, IBM), ma anche di governi come quello cinese, hanno contribuito in maniera decisiva allo sviluppo del settore criptovalute. Si calcola che i bancomat ATM che cambiano i bitcoin crescano di 11 unità al giorno.  Secondo il Rapporto annuale di CoinGecko relativo al 2019, l’intera capitalizzazione del mercato delle criptovalute è aumentata del 44,1%, guadagnando 60 miliardi di dollari dall’inizio del 2019 e chiudendo l’anno a 180 miliardi di dollari. Il volume degli scambi del mercato basato sulla tecnologia blockchain è aumentato del 600% nel 2019 e continua a crescere. Con una capitalizzazione di mercato superiore ai 150 miliardi di dollari, non sorprende che Bitcoin (BTC) sia stata la “risorsa” più performante del 2019. Dopo il suo lancio nel 2009, è diventata la criptovaluta più popolare al mondo e da allora domina il mercato, mentre al secondo posto troviamo Ethereum (con una capitalizzazione di 17,50 miliardi di dollari), nata nel 2015. Ricerche e sondaggi di istituzioni come il World Economic Forum, Deloitte o McKinsey calcolano che fino al 10% del Pil globale (10 trilioni di dollari su un totale di 100 trilioni di dollari) sarà gestito mediante l’aiuto della tecnologia blockchain entro il 2027. Numeri che aiutano a capire la prospettiva e il potenziale della rivoluzione blockchain.

“In un futuro in costante e rapida trasformazione è importantissimo che anche l’Italia faccia la sua parte e si affacci da leader nel settore fintech anche nel panorama globale. Per questo eventi di respiro internazionale come la Blockchain Week Rome non fanno altro che rafforzare l’ottimo lavoro che tanti esperti italiani stanno già facendo nel mondo. Ormai, banche, governi e multinazionali stanno adattando le proprie infrastrutture monetarie a nuovi concetti di crittografia e decentralizzazione, è un punto di non ritorno. Prepariamoci ad assistere nel prossimo decennio al collasso di tanti sistemi intermediari che hanno causato fin troppe crisi e problemi globali e ad accogliere nel bene e nel male una nuova era di decentralizzazione. Ciò impatterà su tutto, non solo sul nostro sistema economico e monetario che tuttavia è il primo ad essere rivoluzionato. Speriamo solo che la gente decida di utilizzare bitcoin e non altre tipe di monete pseudo-decentralizzate.”, dichiara Gian Luca Comandini, professore di Blockchain presso l’Università “Guglielmo Marconi” di Roma e fondatore di Blockchain Core.

Russia e Turchia, apologia della guerra

Saranno queste due Nazioni ad innescare il quarto conflitto bellico, forse nucleare, a livello mondiale?

di Paolo Buralli Manfredi e Giuseppe Cossari, Melbourne – Australia

L’inizio delle guerre mondiali che si sono succedute a distanza di venticinque anni, l’una dall’altra sono nate per motivi diversi ma allo stesso tempo possiamo dire che, in confronto a quello che sta succedendo oggi in Medio Oriente, quei motivi possono essere considerati banali.

Ed in effetti la prima guerra mondiale scoppia con l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este, avvenuto il 28 Giugno del 1914. Per la seconda guerra mondiale invece, il fattore scatenante fu il 1° settembre del 1939 dopo l’invasione della Polonia da parte della Germania.

Come dicevamo, se esaminiamo oggi la situazione globale, possiamo tranquillamente dire che la terza guerra mondiale è cominciata da parecchi anni, una guerra diversa da quelle storiche perché è una guerra globale frammentata in centinaia di micro guerre nelle varie Nazioni del mondo ma, forse, e naturalmente non c’è lo auguriamo, con il pasticcio medio – orientale si potrebbe arrivare alla quarta guerra mondiale globale vecchio stile ma con la possibilità del supporto dell’arma nucleare.

Ed in effetti la nostra preoccupazione è rivolta alla situazione attuale in Medio Oriente e precisamente in tutta quell’area che avrebbe dovuta essere unita e si sarebbe dovuta chiamare Penisola Arabica.

Purtroppo però, quell’area è stata volutamente tenuta divisa dall’Occidente; un Occidente che ha tratto da questa divisione enormi vantaggi e che ha sempre contribuito ad alimentare quei conflitti che esistono da più di sessant’anni, evitando accuratamente di aiutare quei Paesi in guerra a cercare una reale strada per trovare una pace duratura per i loro popoli.

Oggi però in quell’area si stanno giocando le sorti del nostro Pianeta perché, in campo, ormai senza troppo mimetizzarsi dietro le varie diplomazie, stanno giocando la più pericolosa partita a scacchi dei nostri tempi le forze capitanate dagli USA, la NATO e l’Alleanza Atlantica, contro, Russia e Siria, ed indirettamente Cina, Iran, Venezuela, Cuba e Corea del Nord.

E come al solito proviamo a riflettere e a far riflettere sulla situazione attuale e per fare questo, dobbiamo cercare di vedere lo stato delle cose a livello mondiale e non locale, partendo dalle esercitazioni NATO che si stanno svolgendo attualmente in Europa.

Nel gennaio 2020, la NATO ha dato il via alla più grande esercitazione militare degli ultimi venticinque anni dal nome Defender Europe 2020.

L’esercitazione si svolge nel Mediterraneo e su tutto l’arco balcanico arrivando sino ai confini russi, tant’è vero che, il Ministro degli Esteri russo il 17 gennaio dichiara: “Le esercitazioni militari della NATO sul fianco orientale ricordano sempre più dei preparativi mirati per un conflitto bellico su larga scala”.

Poi, a distanza di qualche settimana, Sergey Lacrov continua nelle sue preoccupate esternazioni ma, questa volta molto irritato, dichiara:”La Russia reagirà all’esercizio militare degli Stati Uniti ed i suoi alleati dal nome Defender Europe 2020 prevista per marzo, ma lo farà in modo da escludere rischi inutili.” E continua… “non possiamo ignorare queste esercitazioni che destano per noi grande preoccupazione”.

Da non sottovalutare anche il rapporto del Consiglio Atlantico pubblicato il 26 febbraio 2016 che tratta la rapidità di reazione dell’alleanza NATO nel combattere e vincere un’eventuale guerra con la Russia. Il rapporto è focalizzato sulle relazioni con gli Stati baltici da cui il nome “Alleanza a rischio”.

Il Rapporto spiega che la Russia, appoggiando i separatisti in Ucraina, ha di fatto bloccato e completamente distrutto l’insediamento post bellico europeo infrangendo così ogni possibilità di partenariato con la NATO e prosegue evidenziando le pressioni che il Cremlino impone su quegli Stati baltici che hanno una maggioranza di persone che parlano la lingua russa.

Washington poi sembra che prepari il campo per il prossimo futuro dichiarando: “Qualsiasi mossa militare di Putin sugli Stati baltici innescherebbe una guerra, potenzialmente su scala mondiale e nucleare “.

Queste dichiarazioni, al contrario di quanto Washington vorrebbe far apparire, sono il preludio di un rafforzamento NATO/Usa in tutti gli Stati baltici che, va ricordato, negli ultimi anni hanno triplicato se non quadruplicato gli investimenti in armamenti acquistandoli proprio dagli Usa, parliamo della Lituania, Lettonia, Polonia e di tutti quei Paesi ex Sovietici che collaborano con la NATO e che hanno aderito all’Unione Europea.

In questo contesto dunque, va menzionato anche l’ultimo acquisto da parte degli Usa delle basi portuali greche che vanno a completare un disegno perfetto per il totale controllo dell’area Mediterranea, strategica in ogni conflitto bellico.

Quanto scritto qui sopra, se osservato in un’ampia prospettiva, ci fa comprendere che la NATO a guida Usa, sta cercando di ampliare la sua presenza in Europa e soprattutto lavora per il rafforzamento su tutto il fianco orientale dando l’idea di una strategia di accerchiamento nei confronti della Russia ed un tentativo di capovolgimento di comando negli Stati del Sud America, tattiche tra l’altro sempre utilizzate dall’Intelligence in tempi passati per avere il totale controllo di Stati che altrimenti, non seguirebbero le direttive americane come per esempio Brasile, Bolivia, Cile etc.

Detto questo torniamo in Medio Oriente, dove è ormai chiaro che la Turchia, ricordiamo a tutti è un Paese appartenente alla NATO, di fatto ha invaso la Siria e sta fornendo materiale bellico e supporto aereo ai jihadisti che combattono contro l’esercito regolare Siriano mentre, gli israeliani, bombardano direttamente e spregiudicatamente Damasco senza nessuna condanna da parte di qualsiasi ente internazionale.

Va ovviamente ricordato anche che, l’esercito Siriano ha come alleato l’esercito Russo, il che mette proprio in un confronto diretto la Russia e l’America via NATO quindi, siamo arrivati ad un punto che potrebbe far scaturire una guerra mondiale probabilmente nucleare da un momento all’altro e se la cosa succedesse tra marzo e luglio, la NATO, con l’esercitazione in corso, sarebbe perfettamente posizionata per un attacco rapido “proprio come menzionato nel rapporto” contro la Russia; preoccupazione, appunto, espressa dal Ministro degli Esteri Russo.

La Russia dal canto suo ovviamente si sta muovendo in parallelo, è notizia di qualche settimana fa che i Russi investiranno nella Repubblica Cubana qualcosa come uno/due miliardi di euro per rinnovare le infrastrutture di trasporto cubane, ma anche, notizia dichiarata pubblicamente mandando un messaggio chiaro agli Usa, per ammodernare  tutto il comparto strategico militare cubano il che ci riporta al 1962 e precisamente in quei giorni dove dei missili a testata nucleare avrebbero dovuto sbarcare nell’isola grande, come viene chiamata Cuba nei Caraibi, e dove si è rischiato il primo conflitto nucleare.

Va ricordato che Cuba dista solo 90 miglia marine dagli Usa, da qui le ulteriori sanzioni imposte al Governo cubano da parte degli Stati Uniti, e il ritorno di una tensione altissima tra i due Stati con le conseguenze che ne derivano, tipo l’espulsione dei medici cubani dalla Bolivia, dal Brasile e probabilmente a seguire in altri Stati a trazione Usa, le minacce alla Spagna da parte di Washington per far cessare ogni tipo di partenariato e  commercio con l’Isola caraibica.

Ovviamente, preoccupante è anche il totale silenzio del Presidente Putin e del suo alleato strategico il Presidente della Cina Xi Jinping, che ci auguriamo non sia il silenzio/calma prima della tempesta.

Chiudiamo questa prima parte del nostro pensiero geopolitico sperando che il peggio non si manifesti e gli uomini, che hanno potere in questo pianeta, riescano a trovare soluzioni intelligenti senza passare per conflitti che potrebbero mettere fine a questo mondo per come lo conosciamo.

Hunters, dalla banalità alle macchiette- Hunters, from banality to caricatures

di emigrazione e di matrimoni

Hunters, dalla banalità alle macchiette

In questi giorni la Pay-TV di Amazon Prime ha rilasciato una serie televisiva che da una nuova interpretazione a un tema delicato e orribile e invece lascia perplessi perché il messaggio può essere interpretato in modo sbagliato con potenziali effetti pericolosi.

La fantastoria è un legittimo ramo della letteratura, il cinema e la televisione, però, quando tratta certi temi dolenti, rischia di aprire porte che sarebbe meglio lasciare chiuse, oppure di trivializzare il ruolo di certi personaggi del passato che vorremmo dimenticare, ma abbiamo il dovere di ricordarli, non per onorarli, anche se meritano l’oblio assoluto, bensì per assicurare che non ripetiamo gli errori del passato perché pensiamo siano capitoli chiusi.

In questi giorni la Pay-TV di Amazon Prime ha rilasciato una serie televisiva che da una nuova interpretazione a un tema delicato e orribile e invece lascia perplessi perché il messaggio può essere interpretato in modo sbagliato con potenziali effetti pericolosi.

Inoltre, annunci non solo di questa settimana ma anche degli ultimi anni hanno messo in risalto il pericolo del ritorno di una faccia del passato che molti di avremmo voluto fosse sparita per sempre e ora ci troviamo con la sua ombra che vorrebbe darsi un nuovo posto nel mondo.

Per insegnare davvero la Storia l’onestà deve essere un’arma potente e se cerchiamo di offuscare o di esagerare quel che diciamo rischiamo per rendere certi episodi più vulnerabili a coloro che cercano di negare uno degli episodi più tragici della Storia di noi esseri umani.

La caccia

Ho impegnato un giorno per capire perché la nuova serie dell’Amazon Prime “Hunters” (Cacciatori) mi ha turbato. In fondo il tema di cercare i nazisti responsabili per la Shoah non è nuovo, ma il modo con cui i produttori l’hanno realizzato potrebbe avere effetti inattesi e anche pericolosi nel mondo d’oggi.

Qualsiasi film o programma con Al Pacino è d’interesse e nel suo primo programma televisivo in più quasi 50 anni è davvero bravissimo nel suo ruolo di Meyer Offerman, il capo della banda di cacciatori. Però “Hunters” tratta maldestramente il fattore principale della trama, la Shoah che vide la morte atroce di quasi dieci milioni di persone, sei milioni dei quali ebrei da quasi tutti i paesi europei coinvolti nella Seconda Guerra Mondiale, Italia inclusa.

Devo ammettere che il programma ci fa capire benissimo un dettaglio di quell’orrore  della macchina di morte dei lager di sterminio. In quelle scene capiamo in modo inequivocabile quel che Prima Levi visse sulla propria pelle e che diede il titolo al suo capolavoro basato sulle proprie esperienze nel lager “Se questo è un uomo”. I boia dei lager, uomini e donne, sin dal primo momento dell’arrivo delle vittime cancellarono l’identità personale delle loro vittime, con i numeri tatuati sul braccio, con la separazione delle famiglie e infine, dopo la morte, con lo sfruttamento dei loro resti e delle cose di loro possesso per motivi puramente economici come facciamo con qualsiasi animale. Così, le vittime diventarono quel che Hitler definiva “Untermenschen” (Sub-umani) e diventò più facile poterli sterminare e utilizzare i loro resti e possessedimenti per fornire soldi per la macchina da guerra tedesca.

Purtroppo, questo aspetto positivo dal programma è stato rovinato dal trattamento dei responsabili degli stermini. In quasi ogni scena sono stati interpretati come “macchiette”, oppure in modo farsesco, come per prendere in giro chi ebbe le mani e anime macchiate da sangue. Difatti, questi “personaggi” non erano macchiette o figure buffe, erano uomini e donne banali che compierono atti atroci su milioni di esseri umani, ebrei, dissidenti politici, omosessuali, cristiani dissidenti e le altre categorie timbrate da pezzetti di stoffa colorati per poter capire il “reato” che li condannò alla morte.

Uomini piccoli

Come scrisse Hannah Arendt durante il processo ad Adolf Eichmann , uno dei maggiori responsabili di quel che definirono in modo ascetico “la Soluzione Finale”. Era un uomo banale che nessuno avrebbe notato nella vita. Persino Heinrich Himmler, il vero progettista della “Soluzione” per realizzare il sogno di di sterminio di Hitler, era un allenatore di polli fallito prima di seguire la strada politica del Fuhrer.

Ed è questo aspetto del programma che mi ha dato un vero senso di disagio. Nell’esagerare le azioni dei responsabili degli orrori, nell’inventare crimini all’umanità come in una scene terribile della serie, nel farli sembrare macchiette e/o personaggi goffi, rendiamo il lavoro più facile per coloro che da decenni cercano di negare la verità storica della Shoah.

Ogni giorno sui social vediamo pagine e post di chi ha “nostalgia” per gli ingegneri della morte che seminarono morte in tutta l’Europa. Vediamo partiti politici in Italia e molti paesi, europei e non, che più o meno apertamente non solo negano la Shoah, ma sempre più spesso richiamano il ritorno del Nazismo e i suoi programmi più estremi. Infatti, come vediamo sotto, nel 2017 a Charlottesville, VA negli Stati Uniti gruppi di supremisti bianchi sventolavano la bandiere neonaziste e mostravano “orgogliosamente” tatuaggi con simboli nazisti e persino sfilavano gridando due detti dell’epoca hitleriana: “Sangue e terra” e “Gli ebrei non ci rimpiazzeranno”.

Poi, la mattina dopo aver finito di vedere la serie televisiva una notizia dall’Australia ha dimostrato che questi pensieri non sono chimere, ma una verità che i servizi di sicurezza di molti paesi occidentali gridano da tempo.

 

Avviso

Lunedi mattina Mike Burgess, il Capo dell’ A.S.I.O., l’Organizzazione di Sicurezza ed Intelligenza dell’Australia, nel suo rapporto annuale ha messo in risalto il pericolo dei “pazzi della destra estrema” che l’organizzazione considera la minaccia terroristica più grande al paese, insieme alle minacce terroristiche dei fondamentalisti islamici.

Questi si radunano regolarmente per esercitare con le armi, sono sempre più coinvolti in proteste contro immigrati e le altre “razze” e quel che loro considerano un “pericolo alla razza bianca”. Questo si vede regolarmente sui social, non solo sulle loro pagine ma anche nei loro interventi su dibattitti politici sulle pagine dei giornali principali e anche di politici, ecc., che considerano “traditori alla patria”.

Un esempio di questo atteggiamento si è trovato in seguito alla strage della moschea a Christchurch in Nuova Zelanda quasi un anno fa, compiuto da un suprematista bianco australiano che l’ha trasmessa dal vivo sui social. Le sue azioni non solo sono state festeggiate dagli estremisti di destra e i suprematisti bianchi, ma ora dicono apertamente che le sue sono azioni da ripetere contro le “altre razze”. Non è stato un caso che Mike Burgess riferisse specificamente a questo caso nel suo rapporto.

Dopo aver letto i commenti di Burgess ho fatto una ricerca di avvisi simili in altri paesi e ho trovato commenti quasi identici negli anni recenti dai servizi di sicurezza di tutti i paesi economicamente avanzati come gli Stati Uniti, Gran Bretagna, Norvegia e persino al Germania.

Questi non sono pericoli teoretici perché in molti paesi abbiamo visto altre stragi da allora da chi cercava di emulare l’assassino di Christchurch.

Perciò dobbiamo stare attenti come presentiamo la Storia prima per non dare a questi estremisti le opportunità di negare gli orrori che considerano azioni politiche e poi perché una parte della soluzione deve essere l’educazione in modo chiaro e diretto.

La Storia e K.I.S.S.

 Fin troppo spesso la Storia è vista come una serie noiosa di date e luoghi invece di un modo per imparare il nostro passato e per capire come si è formato il mondo d’oggi e programmi e libri come “Hunters” con le loro interpretazioni semplicistiche dei responsabili degli orrori diminuisce l’impatto di queste azioni.

Allora, nell’insegnare la Storia dobbiamo tenere ben in mente un concetto che molti addetti dell’informatica conoscono, il principio K.I.S.S. L’acronimo di Keep It Simple Stupid ( “Mantienilo semplice, stupido”) ci spiega che se insegniamo in modo semplice e diretto un fatto storico sarà più semplice capire come anche i motivi e le eventuali conseguenze di questi episodi.

Quasi tutti vogliono una vita tranquilla, ma questo non è possibile con gli estremismi politici e anche religiosi, di qualsiasi genere. Quindi abbiamo l’obbligo di bloccare ogni tentativo di coloro che vorrebbero ripercorrere di nuovo strade che hanno già portato a tragedie.

Purtroppo, anche riconoscendo le buone intenzioni dei produttori, produzioni come “Hunters” rendono questo lavoro ancora più difficile e quindi rendono più facile il lavoro per i fomentatori d’odio.

Certo, dobbiamo parlare di quel che è successo nel passato, ma in modo chiaro e soprattutto onesto e non in modo leggero. La Storia si serve con l’onestà e l’unico modo vero per ricordare le vittime della Shoah è di assicurare che non succederanno più.

E noi abbiamo la responsabilità di assicurare che sarà così. Con onestà storica.

 

di emigrazione e di matrimoni

Hunters, from banality to caricatures

In the last few days Amazon Prime’s Pay-TV released a TV series that is a new interpretation of a delicate and horrifying issue and instead it left me perplexed because the message can be interpreted in the wrong way with potential dangerous effects.

Historical fiction is a legitimate branch of literature, cinema and television, however, when it deals with certain painful issues it risks opening doors that are better left closed or to trivialize the role of certain people of the past that we would like to forget but we have an obligation to remember, not to honour them, even if they deserve to be forgotten, rather to ensure that we do not repeat mistakes from the past because we think these chapters are closed.

In the last few days Amazon Prime’s Pay-TV released a TV series that is a new interpretation of a delicate and horrifying issue and instead it left me perplexed because the message can be interpreted in the wrong way with potential dangerous effects.

Furthermore, announcements not only this week but also in recent years have put into the spotlight the return of a face from the past many of us wished had disappeared forever and now we find ourselves with its shadow that would like to find a new place in the world.

We must have a powerful weapon in order to teach history, honesty, and if we try to hide or to exaggerate what we say we risk making certain chapters more vulnerable to those who try to deny one of the most tragic chapters of human history.

The hunt

It took me a day to understand whey Amazon Prime’s new Pay-TV series “Hunters” troubled me. The basic theme to looking for the Nazis responsible for the Holocaust is not new but the way with which the producers created it could have unexpected and even dangerous consequences for today’s world.

Any film or programme with Al Pacino is interesting and in his first TV programme in almost 50 years he is truly excellent in the role of Meyer Hofferman, the head of the band of hunters. However, “Hunters” deals clumsily with the main aspect of the storyline, the Holocaust that saw the horrible death of almost ten million people, almost six million of them Jews from almost all the Europe countries involved in World War Two, including Italy.

I must admit that the programme let us understand very well one detail of the horror of the killing machine that was the extermination camps. In those scenes we understand unequivocally what Primo Levi experienced personally and that gave the title of his masterpiece “Se questo è un uomo” (If this is a man). The executioners of the camps, men and women, from the first moment of arrival of the victims cancelled their personal identity with the numbers tattooed on their arms, with the separation of the families and finally, after their death, with the exploitation of their remains and possessions for purely economic reasons as we do with any animal. So the victims became what Hitler defined as “Untermenschen” (Sub-humans) and it became easier to be able to exterminate them and to use their remains and possession to supply money to the German war machine.

Unfortunately this aspect of the programme was ruined by its treatment of those responsible for the massacres. In almost every scene they were interpreted as “caricatures” or in a farcical way as though to mock those whose hands and souls were stained with blood. In fact these “characters” were not caricatures or funny figures, they were banal men and women who carried out horrifying acts on millions of human beings, Jews, political dissidents, homosexuals, dissident Christians and the other categories branded by the small pieces of coloured cloth to understand the “crime” that condemned them to death.

Small men

As Hannah Arendt wrote during the trial of Adolf Eichmann, one of the main people responsible for what they defined in an ascetic way the “Final Solution”. He was a banal man that nobody would have noticed in life. Even Heinrich Himmler, the true architect of the “Solution” to make Hitler’s dream of the extermination come true, was a bankrupt chicken farmer before taking the Fuhrer’s political road.

And this was the aspect of the programme that made me a true sense of unease. In exaggerating the actions of those responsible for the horrors, in inventing crimes of humanity like one terrible scene in the series, in making them seem caricatures and/or funny characters, we make the work easier for those who, for decades, have been trying to deny the historical truth of the Holocaust.

Every day in the social media we see pages and posts of those who feel “nostalgia” for the engineers of death who sowed death in all of Europe. We see political parties in Italy and many countries, European and non-European, that more or less openly not only deny the Holocaust but more and more often call for the return of Nazism and its more extreme plans. In fact, as we see below, in 2017 in Charlottesville, VA in the United States groups of white supremacists waved the Nazi flag and “proudly” showed tattoos with Nazi symbols and even paraded chanting mottos from Hitler’s years: “Blood and Land” and “Jews will not replace us”.

And then, the morning after I finished watching the television series, news from Australia showed that these thoughts are not illusions but a truth that the security services of many western countries have been yelling for some time.

 

Warned

On Monday morning Mike Burgess, chief of A.S.I.O., the Australian Security and Intelligence Organization, highlighted in his annual report the danger of the “rightwing lunatics” that the organization considers the country’s greatest threat, together with the terrorist threat from Islamic fundamentalists.

These groups gather regularly to train with weapons, are always involved in protests against migrant and other “races” and what they consider a “danger to the white race”. We see this regularly on the social media, not only on their pages but also in their interventions on political debates on the pages of the main newspapers and also politicians, etc., who they consider “traitors to the country”.

One example of this behaviour followed the massacre of the mosque in Christchurch in New Zealand almost a year ago by an Australian white supremacist who broadcast it live on the social media. His actions were not only celebrated by the rightwing extremists and the white supremacists but now they openly speak of repeating his actions against the “other races”. It was no coincidence that Mike Burgess specifically referred to this incident in his report.

After having read Burgess’ comments I searched for similar warnings in other countries and I found almost identical comments in recent years by security services in all the economically advanced countries such as the United States, Great Britain, Norway and even Germany.

These are not theoretical dangers because in many countries since then we have seen other massacres who tried to emulate the Christchurch murderer.

Therefore we have to be careful how we present history, firstly in order not to give these extremists the opportunity to deny horrors they consider political actions and secondly because a part of the solution must be educating clearly and directly.

History and K.I.S.S.

All too often history is seen as a boring sequence of dates and places instead of a way of learning our past and to understand how today’s world was formed and programmes and books such as “Hunters” with their simplistic interpretations of those responsible for the horrors diminishes the impact of these actions.

So, when teaching history we must bear well in mind a concept known by many experts of IT, the K.I.S.S. principle. Keep It Simple Stupid explains that if we teach a historically fact simply and directly it will be easier to also understand the motives and the subsequent consequences of these chapters.

Almost everybody wants a peaceful life but this is not possible with political and almost religious extremists, of almost any type. Therefore we have an obligation to block any attempts by those who would like to take the road that has already led to tragedies once again.

Unfortunately, even recognizing the producers’ good intentions productions such as “Hunters” make this job even harder and therefore make work even easier for the hate mongers.

Of course, we must talk about what happened in the past but clearly an especially honestly and not lightly. History is served with honesty and the only true way to remember the victims of the Holocaust is to ensure that it will not happen again in the future.

And we have the responsibility of ensuring this will be so. With historical honesty.

Gli occhi dello sconosciuto- The stranger’s eyes

di emigrazione e di matrimoni

Gli occhi dello sconosciuto

C’è sempre qualcosa di sconfortante nell’essere osservato da uno sconosciuto, non sai cosa pensa e non sai cosa dirgli. Ma c’è qualcosa ancora di più triste quando gli occhi dello sconosciuto sono nel viso di tuo padre. 

Durante l’ultima parte della malattia di mamma nessuno di noi capiva in fondo quel che davvero soffriva papà. Pensavamo che fosse uno dei suoi soliti acciacchi, soprattutto le infezioni che lo colpivano regolarmente.

Infatti, quando mamma è andata all’ospedale per l’ultima volta papà ci si trovava già e l’hanno messa in una corsia allo stesso piano dove si trovava lui. Ogni mattina gli infermieri ci dicevano che lui sfidava i suoi problemi fisici per andare da solo, dopo mezzanotte, per stare con lei. 

Con il decesso di mamma lui è migliorato fisicamente e cosí abbiamo capito che una parte dei suoi problemi erano dovuti al vederla soffrire. Nel concentrarsi su di lei non ci rendevamo conto del tormento di papà, ma lentamente ci siamo accorti che avevamo sottovalutato anche la condizione tremenda che l’aveva colpito. 

La prima volta che preparavo la cena per mio fratello e lui, papà è entrato in cucina, ha dato uno sguardo al tavolo preparato per tre e mi ha chiesto, “Dove sono gli altri?”. La mia risposta è stata con un’altra domanda, “Mamma non c’è più, non ti ricordi?. “Ah, si, è vero”. Qualche giorno dopo la stessa scena s’è ripetuta allo stesso modo, e di nuovo due giorni dopo, ma con una domanda in più, “Dove sono, a Grazía?”  Con quella domanda mi sono reso conto che non stava più con noi, almeno non sempre.

Grazía era la tenuta della sua famiglia in Calabria e intorno al tavolo lui aspettava di vedere dieci altre persone, i genitori insieme ai fratelli e le sorelle. Da quell’istante mi sono trovato costretto ad affrontare una realtà crudele, la demenza. Mi domando quale dei suoi fratelli vedeva ai fornelli a preparare cena, ma una cosa era certa, non vedeva suo figlio.

Nel corso delle mie attività comunitarie avevo svolto ruoli nel direttivo in un gruppo di assistenza sociale per la comunità italiana nella nostra città di Adelaide in Australia. Quando questo gruppo ha cominciato a organizzare incontri per sostenere i badanti degli anziani non sognavo affatto che nel futuro sarei stato io uno dei badanti. Come non immaginavo che avrei finalmente capito cosa voleva dire una frase che sentivo ripetere costantemente dai badanti e dagli assistenti sociali, “Finché non colpirà un tuo caro, non saprai cosa vuol dire”. Parole di una verità profonda.

Parlavamo in italiano in casa e non in dialetto, come di consueto nelle famiglie italiane in Australia perché papà veniva dalla Calabria e mamma dal Lazio. Ma nei tre anni della malattia di papà, la lingua usata da lui cambiava.

Nel corso di quel periodo si svegliava abbastanza conscio di quel che lo circondava, mi trattava come al solito e mi parlava delle cose quotidiane. Purtroppo, con il passare della giornata la sua mente soffriva e il mondo che vedeva attorno cambiava. Entro sera era confuso, non parlava in modo coerente e spesso ripeteva le stesse cose. Quando la notte andavo a controllarlo prima che andassi a letto mi guardava con il suo bel sorriso e mi diceva, “Hello Doctor”, oppure “Hello Nurse”. Di nuovo non ero più suo figlio, ma il medico o l’infermiere dell’ospedale che lo curava.

Quel periodo era ancora più difficile per mio fratello. Quando andava al lavoro papà era ancora a letto e non lo vedeva nello stato buono, invece lo vedeva la sera quando era al peggio. Tristemente questo era la causa di tantissimi litigi tra di noi che cercavamo di nascondere a papà, non sempre con successo purtroppo. Erano litigi che facevano male a tutti, ma ora ho scoperto che erano un attrito naturale per un periodo del genere. Sapevo che mandare papà in una casa di cura sarebbe stata la sua condanna a morte, ma non riuscivo a spiegarlo.

Almeno prima della fine mio fratello ha potuto capire che gli stadi della malattia di papà non erano sempre uguali. Era disoccupato negli ultimi mesi di vita di papà e ha potuto vedere i cambi nel corso della giornata e i motivi dei miei rifiuti di trasferire papà in una casa di cura.

Quando la polmonite che poi lo avrebbe portato via, lo ha colpito potevamo stare  insieme a lui all’ospedale ed eravamo presenti per i suoi ultimi respiri. La sera prima sapevo che papà non c’era più perchè la sua ultima parola era in dialetto e per l’unica volta nella mia vita mi ha chiamato “fijjio”.

Era la fine di un periodo difficile per noi tutti. Tra la scoperta del tumore di mamma e le ultime malattie di papà sono passati sette anni, gli ultimi quattro dei quali sempre dentro e fuori ospedali, cliniche per controlli e cure. Come era difficile anche il periodo dopo nel cercare di riprendere una vita nuova.

Con il passar degli anni sono riuscito a colmare le differenze con mio fratello e ci siamo avvicinati ancora di più agli zii che ci hanno aiutato immensamente. Sono fasi della vita e difficili da raccontrare e spiegare. Inevitabilmente le parole non trasmettono tutto il dolore e l’angoscia dei momenti più difficili. Come le parole non si riesce a trasmettere i cambiamenti che avvengono dentro di te.

Ma bisogna cercare di mettere queste esperienze in parole per far capire a chi sta affrontando ora gli stessi problemi. Era già difficile affrontare la situazione con l’aiuto di mio fratello per avere il tempo di rilassarmi e riprendermi quando necessario, come anche gli zii pronti a ogni assistenza. Non posso immaginare come sarebbe stato affrontare questa situazione da solo.

La vita ci insegna molto e periodi del genere ci forniscono alcune delle lezioni più crudeli, ma sono esperienze che ci formano. Non puoi uscire da prove simili senza trovarti cambiato. Ma soprattutto sono periodi che danno sensazioni importanti come quando vedi gli occhi e il sorriso dei genitori nella malattia e capisci non soltanto che ti amano, ma che sei riuscito a poter esperimere nel modo più importante il tuo amore per loro.

di emigrazione e di matrimoni

The stranger’s eyes

There is always something uncomfortable when you are being watched by a stranger, you do not know what to think and do not know what to say. But there is something even more uncomfortable when the stranger’s eyes are in your father’s face.

During the final phase of mamma’s sickness none of us quite understood what papà was truly going through. We thought it was one of his usual ailments, especially the infections that struck him regularly.

In fact, when mamma went to the hospital for the last time papà was already there and they put her in a ward on the same floor where he was. Every morning the nurses told us that he overcame his physical problems to go alone, after midnight, to be with her.

After mamma passed away he improved physically and so we understood that a part of his problems was due to his seeing her suffer. But on focusing on her we did not understood papà’s torment and slowly we realized we had also underestimated the terrible condition that had struck him.

The first time I prepared dinner for him and my brother papà he walked into the kitchen, he took a look at the table that had been set for three and asked “Where are the others?” I answered with another question, “Mamma is not here anymore, don’t you remember?”, “Oh yes, that’s true” A few days later the same scene was repeated in the same way and then once more, but with another question, “Where are they at Grazìa?” With that question I knew he was no longer, at least not always.

Grazìa was the name of his family’s farm in Calabria and he expected to see ten other people around the table, his parents and his brothers and sisters. From that moment I found myself forced to deal with a cruel reality, dementia. I wonder which brother he saw at the stove getting dinner ready but I am certain of one thing, he did not see his son.

During my community work I had held a number of positions in the committee of a welfare group for the Italian community in our city of Adelaide in Australia. When this group began to organize meetings to support the carers of aged people I never dreamed that one day I would be one of those carers. Just as I did not imagine that I would finally understand a phrase I had heard spoken repeatedly by the carers and welfare workers, “Until it hits one of your relatives you will never know what it means” These words express a profound truth.

We spoke Italian at home and not in dialect as is usual for Italian families in Australia because papà came from Calabria and mamma from Lazio. But in the three years of Papa’s sickness the language he used changed.

During that period he woke up fairly aware of where he was, he treated me as he usually did and he spoke to me about every day things. Unfortunately, as the day went by his mind suffered and the world he saw around him changed. By the evening he was confused, he did not speak coherently and often repeated the same things. When night came and I checked on him before going to bed he would look at me with his nice smile and say, “Hello doctor” or “Hello nurse”. Once again I was no longer his son but the hospital doctor or nurse who treated him.

That period was even harder for my brother. When he went to work papà was still in bed and he did not see him in his good state. Instead he saw him in the evening, when he was at his worst. Sadly this was the cause of many arguments between us that we tried to hide from papà, not always successfully unfortunately. These arguments hurt everyone, but I now know that this is normal for such periods. I knew that putting papà into a nursing home would have been a death sentence for him but I could not explain why.

At least before the end my brother understood that the stages of papà’s condition were not always the same. He was out of work during papà’s final months and saw the changes as the day went by and the reasons for my refusal of putting papà into a home.

When the pneumonia that took him away struck we were together with him in the hospital and we were present for his last breaths. The previous evening I knew that papà was no longer with us because his final word was in dialect and for the only time in my life he called me “fijjio”.

It was the end of a difficult period for us all. Ten years passed between the discovery of mamma’s tumour and papà’s last disease, the final four always in and out of hospitals and clinics for checkups and treatment. Just like the period after was also hard as I tried to resume a new life.

With the passing of the years I have overcome the differences with my brother and we have come closer to the uncle and aunt who had helped us immensely. These are hard stages of life to tell and explain. Inevitably words do not pass on all the pain and anguish of the hardest moments. Just as words cannot convey the changes inside you.

But we must try to put these experiences into words to make it clear to those who are dealing with these problems now. It was already hard dealing with the situation with the help of my brother to have the time to relax and recover when necessary, just as were the uncle and aunt were always ready to help. I cannot imagine what it would have been like dealing with this situation on my own.

Life teaches us a lot and periods like these give us some of the cruellest lessons but these experiences shape us. You cannot come out the trials like these without being changed. But above all they are periods that give important emotions like when you see your parents’ eyes and smiles during their sickness and you understand not only that they love you  but that you managed to express your love for them in the most important way.

Joe Cossari nominato Delegato Nazionale CTIM per l’Oceania.

L’italo-australiano ottiene il riconoscimento per il suo impegno agli ideali di italianità e solidarietà

di Paolo Buralli Manfredi

Un  ulteriore riconoscimento per Joe Cossari, italiano residente in Australia a Melbourne da quando era solo un bimbo. Si tratta della nomina come Delegato Nazionale CTIM per l’Oceania. La nomina gli è stata attribuita per l’impegno al servizio degli ideali di italianità e di solidarietà che il Comitato Tricolore per gli Italiani nel Mondo ha sempre perseguito. Nel 1968 il  CTIM  viene fondato con lo scopo di difendere gli interessi in patria della diaspora italiana e promuovere il diritto di voto per gli italiani all’estero.

Il 30 maggio 1970 giunsero per la prima volta dall’estero in Italia i Treni Tricolore organizzati per gli italiani residenti all’estero affinché fossero favoriti nel rientro per poter votare.

Nel 2001 Mirko Tremaglia diventa Ministro per gli Italiani nel mondo e grazie al suo storico impegno il Parlamento vota a larghissima maggioranza la Legge Costituzionale 27 dic. 2001, n. 459 ( Norme per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani residenti all’estero) che cambia le modalità relative all’esercizio del diritto di voto degli italiani che vivono all’estero modificando gli articoli 48, 56 e 57 della Costituzione: per le elezioni politiche viene creata la circoscrizione Estero, formata da 12 deputati e 6 senatori.

Il 30 dicembre 2001alla scomparsa di Tremaglia l’on. Roberto Menia diventa Segretario Generale del Comitato.

Il CTIM è presente con proprie sedi sparse in tutto il mondo. Svolge attività sociale e culturale tendente alla valorizzazione dei legami tra l’Europa, l’Italia ed i cittadini italiani all’estero curando, tra l’altro, il collegamento e l’integrazione delle comunità, lo scambio inteculturale e la difesa del diritto di cittadinanza.

L’assemblea generale di ottobre 2017 elegge Presidente del CTIM l’italo americano Com. Vincenzo Arcobelli.

Con nomina a partire dal 2020 Joe (Giuseppe) Cossari riceve l’importante incarico che gli permetterà di continuare il suo impegno a favore della difesa della cultura italiana e di supporto ai tanti italo australiani presenti in Oceania. Perché se è vero che emigrare in un altro paese ci mette nelle condizioni di ottemperare a regole diverse dalle nostre avvicinandoci ad un’altra cultura, è anche un bene non dimenticare mai da dove siamo venuti, la cultura italiana è comunque una grande risorsa che vale la pena di promuovere in tutto il mondo.

Roma, ”8 Marzo Giu’ le Mani dalle Donne”

Il convegno è organizzato dalla Sezione di Roma dell’Associazione Nazionale Polizia Penitenziaria in collaborazione con l’Associazione Culturale Litorale Romano, l’Accademia Europea di Studi Penitenziari e il sindacato di Polizia Penitenziaria Sappe , vanta prestigiosi patrocini tra cui Regione Lazio, X municipio di Roma Capitale

A dirlo sono gli Appartenenti alla Polizia Penitenziaria, che scelgono la data del 8 Marzo per organizzare, presso l’aula Magna del Palafilkam di Ostia sito in via Sandolini 79 dalle ore 10.00 alle 13,00 un’iniziativa dal forte impatto sociale. “La nostra iniziativa vuole essere un chiaro messaggio ai giovani della nostra città “ L’Associazione Nazionale Polizia Penitenziaria, posta sotto la tutela ed il coordinamento del Ministero della Giustizia, è lieta di invitare gli organi di informazione stampa, radio e televisione partecipare al convegno “Giu’ le mani dalle Donne” Il convegno è organizzato dalla Sezione di Roma dell’Associazione Nazionale Polizia Penitenziaria in collaborazione con l’Associazione Culturale Litorale Romano, l’Accademia Europea di Studi Penitenziari e il sindacato di Polizia Penitenziaria Sappe , vanta prestigiosi patrocini tra cui Regione Lazio, X municipio di Roma Capitale; l’evento inoltre e accreditato dall’ordine degli avvocati con 3 crediti formativi e l’ordine dei giornalisti con 5 crediti formativi riconosciuti Partecipano in ordine di intervento: − Inno d’Italia saluti iniziali (Presidente sezione Anppe Roma Giovanni del Giovane) − Presidente Nazionale ANPPE e Segretario Generale SAPPE Dott. Donato Capece Vice Presidente Anppe e Gia’ Presidente Commissione Sicurezza X Municipio Roma Capitale Luigi Zaccaria Dott.ssa ,Giornalista e scrittrice Resp. Politiche femminili Anppe Emanuela Del Zompo − Dott. Giovanni Passaro (V.Presidente ANPPE Roma, Criminologo, ispettore polizia penitenziaria). − Giornalista Opinione delle libertà Federica Pansadoro − Isp.re .di Polizia Penitenziaria Giovanni Salis L’iniziativa è volta a valorizzare e diffondere tra i più giovani la cultura della prevenzione e del contrasto ai fenomeni di violenza contro le donne.

Gli ex operatori di Polizia Penitenziaria da sempre sensibili e vicini alle politiche di tutela delle donne, hanno, il dovere di adoperarsi per mezzo di iniziative e convegni , affinché le attività di prevenzione legati a taluni reati di violenza , siano debellati e condannati in modo assoluto, l’intento del nostro convegno, dibattito è quello di sensibilizzare i giovani ,e la società moderna, ma soprattutto gli operatori che fanno sicurezza ,nel capire ed intervenire preventivamente, diffondendo tra coloro che subiscono violenze in silenzio, quali siano le azioni che possano destare la prima preoccupazione o avvisaglia da denunciare e condannare senza paura. Durante il convegno verranno proiettate delle immagini di un video educativo ed un fumetto illustrato realizzato e prodotto con la collaborazione dalla “Dott.ssa Emanuela Del Zompo” nostra iscritta e ma soprattutto Resp. Politiche femminili Dell’ Anppe . .

L’anppe si prefigge perciò di promuovere l’acquisizione di nuove conoscenze scientifiche e culturali utili al perfezionamento delle competenze professionali in materie prevenzione tematiche interdisciplinari, nonché, rafforzare la conoscenza dei giornalisti per una corretta informazione. L’evento contribuisce a conseguire uno specifico profilo professionale nelle materie attinenti alla tutela dei diritti soggettivi delle Donne. Questa iniziativa è solo l’ultima testimonianza dell’impegno nel promuovere la cultura che l’ANPPE porta avanti da sempre, tra le sue finalità statutarie. “…gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini.” (Giovanni Falcone) In allegato il programma completo del convegno Accredito obbligatorio a: [email protected] SI RINGRAZIA FIN D’ORA PER LA CORTESE PARTECIPAZIONE E DIFFUSIONE Il Presidente ANPPE Sezione Roma Giovanni del Giovane Tel. 3485624691

ASSOCIAZIONE NAZIONALE POLIZIA PENITENZIARIA “Sezione di Roma Ostia” SEGRETERIA SEZIONE OSTIA (RM): VIA CORRADO DEL GRECO, 114/118 – 00121 ROMA C.F.96440850582 – Conto Corrente Bancario BCC IBAN: IT59U0832703231000000009090 TEL. 06/56037168 – CELL. 347/6445226 – 348/5624691 – e-mail: [email protected][email protected] – http://www.anppe.it/category/roma/

Jack the Stripper: a 76 anni dallo Squartatore tornano a tremare le prostitute londinesi

Il 2 febbraio del 1964 viene trovata morta, presso l’Hammersmith Bridge, la trentenne Hannah Tailford, strangolata e con parecchi denti in meno. Il corpo completamente nudo, a parte le calze. Due mesi dopo, l’8 aprile, eccone un’altra sulle rive del Tamigi, non lontana dal luogo del primo ritrovamento.

La vita per le prostitute londinesi non è mai stata facile. Era il 1888 quando Jack the Ripper (Jack lo Squartatore) iniziò a prenderle di mira, riuscendo a non farsi catturare mai, diventando, di fatto, il serial killer più famoso del mondo. Di lui che sappiamo? Uccideva prostitute lasciando i loro corpi nudi nei vicoli della città; così come iniziò a uccidere, smise spontaneamente; tanti furono gli indiziati, ma mai nessuno fu accusato e condannato per quegli omicidi.

Passano in seguito più di 70 anni, in cui si fanno congetture, si scoprono nuove tecnologie investigative che, forse, avrebbero potuto indicare il vero colpevole, anni in cui, ogni volta che una prostituta viene trovata morta, c’è qualcuno che non può esimersi dal gridare “Jack è tornato!”, eppure, è solo nel biennio 1964-1965 che lo spettro di Jack lo Squartatore sembra veramente aver rimesso piede in città. Già, perché per le vie di Londra ricominciano a comparire cadaveri di prostitute.

Il 2 febbraio del 1964 viene trovata morta, presso l’Hammersmith Bridge, la trentenne Hannah Tailford, strangolata e con parecchi denti in meno. Il corpo completamente nudo, a parte le calze. Due mesi dopo, l’8 aprile, eccone un’altra sulle rive del Tamigi, non lontana dal luogo del primo ritrovamento. È Irene Lockwood, 26 anni, anch’essa prostituta, anch’essa morta strangolata e lasciata nuda per strada. In questo caso c’è persino chi confessa l’omicidio, ma la testimonianza viene ritenuta inattendibile per le discordanze con le circostanze del ritrovamento.

Gli omicidi proseguono e il 24 aprile tocca a Helen Barthelemy, prostituta ventiduenne, il cui cadavere viene trovato in un sottopassaggio a Brentford. Un piccolo indizio per gli investigatori? Frammenti di vernice sul cadavere, utilizzata nell’industria automobilistica, probabilmente da collegare al luogo di lavoro dell’assassino.

Il tempo passa e il 14 luglio, nel distretto di Chiswick, nonostante sia pattugliato regolarmente dalla polizia, viene trovata la quarta prostituta morta, Mary Fleming, 30 anni. Ancora nuda, ancora strangolata e ancora con tracce di vernice addosso.

Frances Brown, di 21 anni, è la successiva. Trovata a Kensington il 25 novembre. Kim Taylor, collega della Brown, riesce a dare alla polizia una descrizione dell’auto su cui è salita quasi un mese prima l’amica, quando è stata vista l’ultima volta viva: si tratta di una Ford Zephyr o di una Ford Zodiac.

L’ultima delle sei vittime accertate è Bridget O’Hara, 28 anni, trovata morta dietro l’Heron Trading Estate, in un capannone di stoccaggio. Ancora tracce di vernice e stesso modus operandi.

Quando i delitti iniziano a venire associati tra loro, gli inquirenti e l’opinione pubblica pensano subito a un serial killer e la mente dei londinesi non può che volare a quel Jack the Ripper che mise in ginocchio la città nel lontano 1888. Ma se è vero che il vecchio Jack, strangolava e squartava le sue vittime, lasciandole mezze nude e smembrate tra i vicoli di Londra, il nuovo assassino le strangola, sì, ma ciò che lo contraddistingue è qualcos’altro: lui le vittime le spoglia completamente. E allora, ecco che il soprannome affibbiatogli si trasforma in Jack the Stripper, Jack lo Spogliatore.

Il soprannome fa quasi sorridere, ma in realtà dietro di esso si nasconde un assassino non meno furbo e sfuggente del suo predecessore illustre. Sono quasi 7.000 i sospettati interrogati dall’investigatore incaricato del caso, John Du rose di Scotland Yard, senza cavarne un ragno dal buco. Questi organizza anche una conferenza stampa, nella quale tenta un bluff insperato, rivelando di avere ristretto la cerchia dei sospetti inizialmente a 20 persone, poi a 10 e infine a 3. La speranza è quella di mettere in agitazione il killer e indurlo a commettere qualche errore. Ebbene, un risultato lo ottiene: Jack the Stripper smette da quel momento di uccidere, lasciando però l’investigatore senza un colpevole. Proprio come fece lo Squartatore, dunque, che interruppe spontaneamente la serie di delitti, sparendo nel nulla.

E proprio come lui, anche nel caso dello Spogliatore, sono diversi i sospettati su cui si concentrano negli anni seguenti le indagini di detective, scrittori e giornalisti interessati alla vicenda, nessuno dei quali però riesce a mettere insieme qualcosa di più di una serie di prove puramente indiziarie o di coincidenze. Al tempo dei delitti, l’investigatore Du Rose, così come rivelò in un’intervista nel 1970 alla BBC, riteneva che il maggior indiziato fosse tale Mungo Ireland, una guardia giurata di origini scozzesi che lavorava alla Heron Trading Estate. Era questa, infatti, la fabbrica nel cui capannone di stoccaggio era stata trovata l’ultima vittima, così come era la fabbrica da cui, si scoprì, provenivano i frammenti di vernice trovati sulle vittime. Mungo Ireland, a cui era stato dato dalla polizia il nome in codice di “Big John” era però un uomo e un marito rispettabile, che decise di suicidarsi con il monossido di carbonio nel garage di casa piuttosto che venire additato ingiustamente come “mostro”. E la storia gli ha dato ragione, in quanto recentemente si è in seguito appurato che, al momento dell’ultimo delitto, Big John si trovava in Scozia. Un alibi più solido dell’acciaio, quindi.

Insomma, la storia si ripete, in modalità leggermente diverse, ma con i medesimi risultati: prostitute morte per le strade di Londra, un assassino che la fa franca e smette spontaneamente di uccidere e investigatori di ogni tipo che tentano di risolvere un mistero che tale resterà.

Sono passati, nel frattempo altri 55 anni, e chissà, forse il vecchio Jack è pronto per tornare ancora una volta a far parlare di sé, con un’altra sanguinaria comparsata sulle rive del Tamigi. Chissà come se la caverebbe oggi, con prove del DNA, database internazionali condivisi e profiler super-addestrati. Chissà con che soprannome verrà ricordato in futuro il prossimo Jack the…

Grande ritorno di Sophia Loren a 84 anni con “La vita davanti a sè”, in arrivo su Netflix nel 2020

La splendida Loren a 84 anni interpreta Madame Rosa, un’anziana ebrea sopravvissuta all’Olocausto ed ex prostituta. E lo fa sotto la regia del figlio Edoardo Ponti a soli 10 euro al giorno, un compenso simbolico che è l’emblema del suo grande amore per l’arte e per il cinema

di Ilaria Carlino

A distanza di dieci anni dal suo ultimo film, la pluripremiata Sophia Loren torna sullo schermo.L’attrice aveva lavorato l’ultima volta ne “La casa piena di specchi”, miniserie tv di Vittorio Sindoni. Ora, a 84 anni, la diva acclamata in tutto il mondo approda sulla ormai piattaforma-capo streaming Netflix con “La vita davanti a sé”, quarto lungometraggio firmato dal figlio Edoardo Ponti: la data di uscita è prevista in tutto il mondo nella seconda parte del 2020.

Il film, ispirato all’omonimo romanzo di Romain Gary “La Vie devant soi” con cui sotto lo pseudonimo di Émile Ajar nel 1975 vinse il suo secondo Premio Goncourt, è ambientato nella Bari del 1977 e tratta la storia di Madame Rosa, un’anziana ebrea sopravvissuta all’Olocausto ed ex prostituta che intraprende un legame con Momo, preadolescente di strada di origini senegalesi. Dopo un’iniziale rapporto conflittuale dovuto alla loro diversità, i due stringono presto una profonda amicizia realizzando di essere “anime affini” con lo stesso destino in comune.

La Loren riprende il ruolo di Simone Signoret, protagonista della prima edizione cinematografica del 1977, vincitrice dell’Oscar al miglior film straniero del 1978, anche se il regista e figlio Edoardo Ponti afferma che i due adattamenti sono molto diversi.

Oltre alla celebre Sophia, nel cast troveremo l’attrice spagnola trasgender Abril Zamora, Renato Carpentieri, Babak Karimi e Ibrahima Guys, l’attore bambino che interpreta Momo.

L’attrice 84enne ha lavorato per soli 10 euro al giorno e ha testualmente affermato che si sta “permettendo di esprimere le cose sullo schermo in un modo che pensa che il pubblico troverà molto sorprendente”. Sul figlio Edoardo ha detto “Mi conosce così bene. Lui conosce ogni centimetro del mio viso, il mio cuore, la mia anima. Passerà alla prossima scena solo quando arriverà a mostrare la mia verità più profonda”. 

Edoardo: “ A 84 anni vuole mettersi in gioco per fare un film cosí profondo, cosí impegnativo, sia emotivamente che fisicamente. L’energia e la passione con cui approccia ogni scena è una meraviglia da guardare”. Una storia nella storia che, ove mai fosse necessario, racconta anche un grande amore tra una madre star del cinema e suo figlio che è davvero cresciuto nell’amore per l’arte.

Il film, a breve sulla piattaforma Netflix, è prodotto da Palomar- Mediawan Group con il supporto di Impact Partners Film Service, Foothills Productions, Artemis Rising Foundation e Scone investments.

 

Intelligence, Nicola Gratteri al Master dell’Università della Calabria

“Contrasto globale alle mafie valorizzando l’esperienza italiana. L’unificazione comunitaria non può partire dal sistema lettone”.

“Perché i ladri di polli in Italia sono diventati mafia e altrove sono rimasti ladri di polli?”. Con questo interrogativo il Procuratore della Repubblica Nicola Gratteri ha avviato la sua lezione al Master in Intelligence dell’Università della Calabria. Il direttore del Master Mario Caligiuri ha introdotto la lezione commentando i libri del procuratore, gran parte dei quai scritti con Antonio Nicaso. Gratteri ha inquadrato storicamente il fenomeno, ricordando che nel 1869 il Comune di Reggio Calabria venne sciolto per brogli elettorali con minacce e vessazioni e metodi mafiosi, così come la criminalità sfruttó anche la ricostruzione dopo il terremoto del 1908. Per il Procuratore, il salto di qualità avvenne negli anni Settanta con la nascita della Santa, che può essere considerata “la più grande invenzione della ‘Ndrangheta, uno spartiacque poiché, per esempio, non si discuteva più chi dovesse vincere un appalto ma se dovesse essere costruita un’opera”. Infatti, “i sequestri di persona erano serviti per comprare ruspe, e camion e per costruire case”.  Ha poi ricordato che “per frenare la rivolta di Reggio capoluogo, il Pacchetto Colombo prevedeva la realizzazione di una serie di opere pubbliche, tra le quali la realizzazione del centro siderurgico a Gioia Tauro e dell’impianto della liquilchimica a Saline Joniche. 

La ‘Ndrangheta si è arricchita realizzando i lavori, maturando la consapevolezza di poter contare di più. Si è quindi adoperata per cambiare le regole del gioco. Infatti, i giovani boss hanno ucciso i vecchi rappresentanti delle ‘ndrine, come Antonio Macrì, che aveva un grande peso all’ateneo di Messina, e Domenico Tripodo”. Ha proseguito dicendo che “invece di andare alla ricerca di alibi, il Sud deve essere consapevole della propria storia per ripartire, utilizzando le grandi risorse di cui dispone”. Gratteri ha poi spiegato che “il problema degli appartenenti alla élite della ‘Ndrangheta è come giustificare la ricchezza, tanto che sono tra quelli che pagano con più puntualità tutte le tasse”, evidenziando che “le imprese mafiose hanno successo perché sono competitive, aggiudicandosi con alti ribassi i lavori pubblici e privati. In questo quadro, sono fondamentali i rapporti con la politica e la pubblica amministrazione”. Per quanto riguarda la presenza nelle zone di origine, ha evidenziato che “i mafiosi sono presenti sul territorio 365 giorni all’anno, molto più della rappresentanza politica con la quale negli ultimi decenni il rapporto si è completamente ribaltato: prima ai politici si chiedeva il posto di bidello oppure il trasferimento del militare, mentre adesso si propongono pacchetti di voti in cambio di utilità.

La ‘Ndrangheta non ha ideologie perché punta sempre sul cavallo vincente per non rimanere mai all’opposizione. Inoltre, la legge Bassanini ha favorito oggettivamente le mafie, annullando i controlli esterni”. Ha quindi ricordato che “la ‘Ndrangheta opera sotto traccia a differenza della mafia siciliana che ha sfidato lo Stato sul piano militare”. Ha poi affrontato il tema del traffico di droga, che consente utili enormi alla criminalità, evidenziando che i grandi produttori di cocaina allo stato naturale sono Colombia, Bolivia e Perù. La ‘Ndrangheta acquista tutto ciò che è in vendita sul mercato per imporre il prezzo. Se intervenisse l’Onu, si potrebbe trattare direttamente con i coltivatori di piante di coca facendo la conversione delle culture, attraverso specifici incentivi. Si spenderebbe meno di un sesto di quanto adesso sta costando la lotta alla droga. Infatti, è impossibile contrastare la marijuana, che si può coltivare dovunque, oppure le droghe sintetiche, che si realizzano in laboratorio e sono particolarmente dannose. Negli Stati Uniti è ritornato preponderante il consumo di eroina, perché costa la metà della cocaina, e il fentanil, che sta decimando migliaia di giovani nei campus”. Ha quindi evidenziato “il pericolo della mafia albanese che è in crescita nel Nord Italia, in Olanda, in Germania, in Belgio ed è particolarmente forte perché non viene adeguatamente combattuta nei territori di origine. È presente anche in Sud America, per ora insieme alla ‘Ndrangheta ma è anche in grado di organizzare viaggi autonomi in Europa”.

La mafia nigeriana al momento è forte sul piano militare ma non è infiltrata con la politica e l’imprenditoria. Gratteri ha quindi sottolineato le evoluzioni rapidissime delle mafie che sono in costante trasformazione come la struttura sociale, rendendone difficile il contrasto. Ha concluso parlando dell’intelligence nazionale la cui presenza all’estero andrebbe rafforzata per contrastare l’immigrazione negli effettivi territori di partenza. L’Italia ha maturato una particolare esperienza nella lotta alle mafie sia come legislazione che come professionalità ma nessuna delle agenzie europee di contrasto alla criminalità si trova nel nostro Paese, segno della nostra debolezza sul piano internazionale. Infatti, ad esempio, Eurojust ed Europol si trovano all’Aja. Così come quando si affronta a livello comunitario il tema dell’omologazione dei codici, come base di partenza non si sceglie mai il nostro sistema giudiziario, pur se riconosciuto il più avanzato nel campo della legislazione antimafia. L’unificazione comunitaria dei codici non può infatti avvenire partendo magari dal sistema lettone.

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