A Rocca di Papa scontri sull’accoglienza degli immigrati sbarcati dalla nave Diciotti

Giovani contestano la scelta  delle autorità ecclesiastiche di accogliere gli extracomunitari nel Comune vicino Roma in attesa di essere smistati altrove.

di Vito Nicola Lacerenza

Centodiciannove immigrati sbarcati dalla nave della Guardia Costiera “Diciotti” sono stati ospitati nel centro “Mondo Migliore”, a Rocca di Papa (Roma), in attesa di essere accolti da 19 diocesi italiane. L’ha deciso Papa Francesco, contro cui è stato affisso dai manifestanti uno striscione con scritto “Francè portateli a San Pietro”.

L’arrivo dei richiedenti asilo ha suscitato tensioni nella comunità di Rocca di Papa, divisa tra coloro che sono a favore dell’accoglienza e quelli che sono contro. I due gruppi si sono confrontati verbalmente proprio davanti al centro, presidiato dalle forze dell’ordine.

I membri delle due differenti fazioni erano facilmente distinguibili. I “pro migranti” indossavano una maglietta rossa e innalzavano cartelli con scritto “welcome” (Benvenuti). Gli altri, estremisti di destra, sventolavano bandiere italiane cantando l’inno di Mameli.

I 119 richiedenti asilo arrivati a Rocca di Papa sono solo una parte dei disperati salvati in mare dalla Diciotti, che in totale sono 186. Ventisei di loro, minorenni, saranno ospitati in case famiglia a Catania. Altri 20 saranno trasferiti in Irlanda e altri ancora, le restanti 20 persone, in Albania.

Salvini con il premier ungherese Obran: incontro anti-immigrati.

Blocco per ingressi via mare e via terra e proposte economiche per l’Italia i temi affrontati. Salvini: «Caso ungherese da studiare, crescita superiore al 4%».

di Vito Nicola Lacerenza

Il capo della Lega Matteo Salvini ha incontrato alla prefettura di Milano il premier ungherese Victor Obran. Entrambi sotengono la linea di “aiutare gli immigrati a casa loro”. L’inasprimento della politica migratoria è stato il tema centrale del faccia a faccia avvenuto tra i due leader, che hanno “blindato” i rispettivi confini nazionali.

«L’Ungheria- ha detto il presidente Obran- ha dimostrato che l’immigrazione via terra può essere fermata sul piano fisico e giuridico», mentre l’Italia “sta dimostrando” che il fenomeno può essere bloccato “anche in mezzo al mare”. Due anni fa Obran “ha chiuso i confini” dell’Ungheria col filo spinato per deviare il flusso migratorio proveniente dalla Siria verso gli altri Paesi dell’Unione. Oggi Salvini, in qualità di Ministro dell’Interno, fa chiudere i porti italiani per evitare lo sbarco dei richiedenti asilo e chiedere agli altri Stati Europii una equa distribuzione dei migranti.

La analogie tra Salvini e Obran sono molte e la loro avversione nei confronti dell’UE, accusata di ledere gli interessi nazionali, è identica. Ecco perché i due si sono definiti “compagni di destino”. Il cui prossimo obbiettivo è quello di accrescere il numero di sostenitori in vista delle prossime elezioni europee in programma per maggio prossimo. Così da “dare una svolta all’Europa” che da anni, nonostante la politica antieuropeista promossa dal premier Obran, sostiene economicamente l’Ungheria, garantendole un PIL annuo superiore al 4%. Successo possibile grazie ai finanziamenti miliardari dell’Unione Europea, che costituiscono il 3,2% del PIL ungherese e coprono il 32% della spesa pubblica del Paese.

Il Ministro dell’Interno Matteo Salvini, in vista della prossima manovra economica, ha annunciato di “voler studiare il caso ungherese, esempio di un Paese” che cresce “investendo, spendendo e non tagliando e sacrificando”. Un altro elemento emerso con particolare evidenza durante l’incontro è stato la stima reciproca tra i due leader. Per Salvini, Obran è un amico mentre per quest’ultimo il Ministro dell’Interno italiano è l “eroe” che ha difeso i confini dell’Europa fermando l’immigrazione.

Secondo i dati del Viminale però è stato l’ex Ministro dell’Interno Minniti ad ottenere i risultati più importanti sul fronte dell’immigrazione. Nel 2016 la media di migranti che arrivavano in Italia era di 539 al giorno, numero che Minniti ha ridotto a 120 nel 2017. Anno in cui gli sbarchi sono diminuiti del 75%. Dopo la chiusura dei porti voluta da Salvini la media di migranti che giungono sulle coste italiane è scesa a 71 persone al giorno. Un risultato che, sebbene più modesto rispetto a quello ottenuto l’anno scorso dall’ex Ministro dell’Interno Minniti, è servito a Salvini per guadagnarsi la stima del presidente ungherese, la cui visita ha infiammato il dibattito politico italiano.

Durante il faccia a faccia tra Salvini e Obran, circa diecimila manifestanti, legati all’opposizione, hanno protestato contro l’incontro tra il presidente ungherese e il leader della Lega. Anche i 5 stelle,alleati con Salvini al Governo, hanno accolto con freddezza l’evento, sottolineandone la natura privata e “non ufficiale”.

Particolarmente dure le critiche dei presidenti grillini di Camera e Senato, Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli. «I Paesi che non aderiscono ai ricollocamenti- hanno detto D’Uva e Patuanelli- e tutti quelli che nemmeno si degnano di rispondere alla richiesta d’aiuto dell’Italia per noi non dovrebbero più ricevere i fondi europei».

L’ondata nazionalista travolge i governi pro Unione Europea

Mentre aumentano le tensioni tra Roma e Bruxelles, i neonazisti guadagnano terreno in Germania. In Francia Macron perde consensi. L’estrema destra minaccia l’esistenza dell’UE

di Vito Nicola Lacerenza

Il recente faccia a faccia avvenuto tra il Ministro dell’Interno Salvini e il premier ungherese Victor Obran ha messo in luce quello che oggi molti osservatori definiscono “il nuovo bipolarismo politico” dei Paesi UE: l’opposizione tra europeisti e nazionalisti. I primi sono a favore di un’Europa unita con frontiere aperte e un’economia globale, gli altri mettono al centro gli interessi economici nazionali e promuovono una politica migratoria restrittiva.

Durante l’incontro tra Salvini e Obran, il presidente francese Emmanuel Macron, ritenuto “responsabile dell’ondata migratoria che ha colpito l’Europa” negli ultimi anni. «Se Salvini e Obran hanno voluto vedere nella mia persona il loro oppositore principale, hanno ragione- ha detto Macron- Si sta creando un’opposizione forte tra nazionalisti e europeisti». Questi ultimi sono sempre più in difficoltà a cominciare dallo stesso Macron, che in Francia ha registrato un pesante calo dei consensi. Anche la sua principale alleata in Europa, la cancelliera tedesca Angela Merkel, vede la sua leadership messa in discussione da una coalizione di governo variegata e instabile. Ma la sfida più grande per Angela Merkel arriva dall’opposizione, il partito di estrema destra AfD, divenuto il secondo schieramento politico in Germania.

Il consenso di AfD cresce mese dopo mese e così anche le pressioni esercitate sul governo. Basti pensare che ultimamente Angela Merkel ha annunciato un inasprimento della politica migratoria, promettendo maggiori espulsioni di immigrati irregolari. Eppure, appena tre anni fa, era stata proprio la Merkel ad “aprire le porte della Germania” ad un milione di profughi siriani in fuga. Una decisione che oggi la cancelliera tedesca definisce come “un’eccezione umanitaria da non ripetere”. Anche se indebolito il fronte europeista continua a reggere, sebbene l’aggravarsi dell’emergenza migratoria e la ripresa economica troppo lenta portino acqua al mulino dei partiti nazionalisti, alcuni dei quali al governo di alcuni Paesi UE.

Il premier ungherese  Victor Orban è al suo terzo mandato e la sua popolarità è in crescita. Per Orban è fondamentale evitare il rischio che gli immigrati mischino le loro etnie con quella della popolazione ospitante, “creando un’Europa con una popolazione mista e senza identità”. Dello stesso avviso è anche il premier nazionalista polacco, Andrzej Duda, noto per aver modificato la Costituzione in maniera tale da poter controllare la magistratura, nominando e licenziando i giudici. Questi leader “sovranisti”, costruiscono gran parte del  loro consenso facendo leva sul sentimento anti-islamico diffuso dopo gli attentati dell’ISIS. Il primo ministro austriaco, di estrema destra, Sebastian Kurtz ha raggiunto la presidenza promettendo al popolo “frontiere sicure” e protezione dalle minacce esterne, spesso identificate nei profughi di religione musulmana, in mezzo ai quali, secondo fonti dell’intelligence, potrebbero nascondersi ex militanti dell’ISIS o trafficanti di esseri umani.

Cavalcando la paura nutrita dalla gente per un pericolo reale, il premier austriaco Sebastian Kurtz è riuscito a far approvare norme che, secondo alcuni osservatori, rasentano la xenofobia. Come la legge che vieta alle bambine di età inferiore ai 10 anni di indossare il velo a scuola; oppure il provvedimento che consente alla polizia di sequestrare i cellulari ai migranti. A seguire l’esempio austriaco, seppur in modo più “moderato”, ci sono la Slovenia, la Repubblica Ceca, e la Danimarca, Paesi guidati da leader sovranisti e anti- immigrati.

Migranti della Diciotti accolti da Albania, Irlanda e Cei

L’Italia accusa l’Europa di mancata collaborazione sull’immigrazione e annuncia il veto sul Bilancio dell’Unione Europea, rischiando “pesanti sanzioni”.

di Vito Nicola Lacerenza

Sono sbarcati nel porto di Catania i 177 migranti rimasti per 5 giorni a bordo della Diciotti, nave della Guardia Costiera italiana. La loro odissea è finita quando l’Irlanda, l’Albania e la Conferenza Episcopale Italiana hanno garantito la disponibilità ad accogliere i richiedenti asilo, che altrimenti  sarebbero rimasti in mare, bloccati dal “no” del Ministro dell’Interno Matteo Salvini all’apertura dei porti, come avvenuto con la nave Acquarius. Stavolta però, a bordo della Diciotti c’erano diverse persone colpite da scabbia e altre affette da polmonite il che ha spinto il prefetto di Agrigento Luigi Patronaggio ad iscrivere nel registro degli indagati il Ministro Salvini e il suo capo di gabinetto per i reati di sequestro di persona, arresto illegale e abuso d’ufficio. Secondo la “Convenzione Internazionale per la Sicurezza della Vita in Mare del 1974”, la “Convenzione internazionale sulla ricerca e il salvataggio marittimo” del 1979 e la “Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare” del 1982, una nave ritenuta in “condizione di pericolo” ha il diritto di essere soccorsa. Il governo italiano, dal canto suo, ha affermato di aver agito nel pieno rispetto dei diritti umani e della Costituzione, avendo consentito ai minori non accompagnati di sbarcare immediatamente e avendo fornito ai migranti a bordo della Diciotti assistenza medica e viveri.

Mentre le indagini proseguono, il Centrodestra fa quadrato intorno a Salvini: il capo di Forza Italia Silvio Berlusconi ha giudicato la “vicenda giudiziaria assurda”, mentre la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, ha definito “sovversivo” indagare un ministro che cerca di fermare l’invasione dei clandestini. Sostegno a Salvini è giunto anche dal vice premier Luigi Di Maio che ha esortato le forze politiche al “rispetto per la magistratura”. Decisamente critico invece è stato il segretario del PD Maurizio Martina che ha definito il caso Diciotti una “vergogna nazionale”.

Mentre il dibattito politico infiamma, le relazioni tra UE e Italia sembrano raffreddarsi sempre più, anche in seguito alle recenti dichiarazioni fatte da Luigi Di Maio: «L’Unione Europea mi ha molto deluso. Quello che gli Stati UE hanno fatto in questi giorni è veramente ignobile. Per quanto riguarda la Diciotti non gliene è fregato niente a nessuno. Necessariamente si traggono delle conseguenze. Stiamo lavorando per mettere il veto sul prossimo Bilancio economico». Parole che a Bruxelles sono suonate ricattatorie e a cui è seguito un duro avvertimento da parte del commissario europeo al Bilancio Gunther Oettinger, il quale  ha fatto sapere che “se l’Italia rifiutasse di pagare i suoi contributi all’EUbudget”, il Paese sarebbe costretto a pagare “gli interessi per i ritardi dei pagamenti”, oltre a “possibili ulteriori pesanti sanzioni”.

Dichiarazioni che fanno apparire sempre più grande la distanza tra Roma e Bruxelles, così come non contribuirà ad un avvicinamento tra Italia e UE, l’incontro privato in programma  tra il Ministro Salvini e il primo ministro ungherese Viktor Orbán, noto nazionalista, antieuropeista e sostenitore delle frontiere chiuse.

Maduro inventa nuove banconote per “salvare” il Venezuela dalla crisi

L’inflazione che ha ridotto sul lastrico milioni di venezuelani rischia di raggiungere percentuali milionarie. Il governo vuole impedirlo con l’introduzione della nuova moneta.

di Vito Nicola Lacerenza

Pochi giorni fa le Zecca dello Stato venezuelano ha iniziato a stampare le nuove banconote “anti-inflazione” volute dal presidente Nicolás Maduro. Sono i “bolivar sovrani”. Tanto nel nome quanto nell’aspetto somigliano ai vecchi “bolivar” (la valuta nazionale venezuelana), ma c’è un elemento sostanziale che differenzia le nuove monete cartacee dalle precedenti: le prime hanno cinque zeri in meno rispetto alle ultime. In altre parole significa che, con l’introduzione delle nuove cartemonete, le vecchie banconote da 5.000.00 bolivar saranno convertite in 5 bolivar sovrani, quelle da 10.000.00 in 10 e così via.

L’assenza di zeri conferisce ai “bolivar sovrani” maggior potere d’acquisto, risolvendo quello che in Venezuela viene ormai chiamato il “problema della carriola”. Metafora utilizzata per descrivere l’inflazione record del 32.714% che ha distrutto il potere d’acquisto dei venezuelani, costretti ad impiegare enormi quantità di banconote, da “trasportare in una carriola”, per acquistare i più semplici beni di consumo.

La nuova moneta, il bolivar sovrano, evita tale disagio. La misura economica rientra in un piano d’emergenza messo a punto dal governo venezuelano che prevede inoltre l’aumento della pressione fiscale, il rincaro del gas per i non iscritti al partito del presidente Maduro, e un incremento degli stipendi del 3.000%. Provvedimento che ha gettato nel panico commercianti e dipendenti. Gli imprenditori, già sull’orlo del fallimento, non sanno dove trovare le risorse economiche per riempire le buste paga dei propri salariati il che accresce in questi ultimi il timore di essere licenziati. Tale incertezza ha fatto sì che moltissime attività commerciali rimanessero chiuse.

Ad esprimere preoccupazione però non è soltanto il devastato mondo dell’imprenditoria venezuelana, ma anche moltissimi economisti, scettici nei confronti di quello che Maduro ha definito un “programma di recupero, crescita e prosperità economica”. Le perplessità sono motivate dalla tutt’altro che “prospera” situazione di PDVSA (Petróleos de Venezuela), la compagnia petrolifera statale su cui si regge l’economia della nazione. Sebbene in Venezuela si trovino i giacimenti petroliferi più grandi del mondo, lo scorso mese la produzione di greggio è calata di 1.3 milioni di barili. Un vero e proprio tracollo finanziario, dovuto non solo alle sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti al governo dittatoriale di Maduro, ma anche al collasso degli impianti di estrazione e raffinazione del petrolio, che spesso vengono depredati e distrutti dagli stessi lavoratori del settore.

Operai, ingegneri e persino dirigenti di PDVSA, vedendo i propri stipendi polverizzati dall’inflazione, hanno deciso di abbandonare il posto di lavoro portando via, come liquidazione, macchinari e materiali presenti nell’azienda: generatori elettrici, centraline, sensori, computer, cavi di rame. Articoli richiestissimi dal mercato nero. Le “orde” di ex dipendenti insoddisfatti non hanno risparmiato neppure gli autobus e i diversi mezzi di trasporto presenti nei parcheggi della azienda, che sono stati smontati e rivenduti sotto forma di pezzi di ricambio. Sulle spalle della già disastrata compagnia petrolifera grava inoltre un debito finanziario di 50 miliardi di euro.

La cifra astronomica è il risultato dell’insolvenza del governo Maduro, che ha venduto a Cina e  Russia, “Paesi amici del Venezuela”, milioni di titoli di Stato i cui interessi non sono stati pagati. Ora spetta a PDVSA “pagare il conto”, cedendo ai due Paesi la quasi totalità del greggio estratto. Si tratta di un vero e proprio “pignoramento” delle fonti petrolifere che soffoca l’ economia venezuelana e minaccia di annientare nuovamente il valore della moneta nazionale, facendo schizzare l’inflazione a un livello pari a 1 milione per cento.

Il valore della nuova valuta venezuelana, il “bolivar sovrano”, è direttamente legato alla produzione petrolifera, unico settore economico ancora in piedi. Al calo delle estrazioni di greggio, corrisponde una diminuzione del valore del denaro. Una nuova impennata dell’inflazione sembra inevitabile.

Italiani, italiani e italiani

di emigrazione e di matrimoni

Italiani, italiani e italiani

Da quando abbiamo iniziato a scrivere la rubrica “Italiani nel mondo” in questo sito e in particolare a pubblicare le prime storie vere dell’emigrazione italiana abbiamo avuto una grande reazione da molti paesi.

di Gianni Pezzano

 

Gli articoli e le storie hanno toccato un nervo sensibile a tanti e i commenti e i “mi piace” sul sito e nel social media sono la prova non solo che ci sono molte esperienze in comune da paese a paese, ma hanno anche mostrato con queste reazioni che è proprio ora che la comunità mondiale di emigrati italiani e i loro discendenti vogliono fare sentire le loro voci e non solo tramite i diciotto parlamentari eletti alla Camera dei deputati e il Senato a Roma.

Però, è altrettanto vero che proprio queste reazioni svelano un’altra grande verità che spesso dimentichiamo quando trattiamo “gli italiani all’estero”. Benché le loro esigenze e le loro esperienze siano uguali, ogni comunità è diversa e cambia non solo da paese a paese ma persino da città a città in ogni paese.

 

Cucina italiana?

Negli ultimi mesi ci siamo iscritti in sempre più pagine italiane del social media da vari paesi per cercare nuove storie e nuove esperienze da mettere online. Malgrado difficoltà delle lingue diverse da pagina e pagina, ci sono temi importanti comuni e uno di questi è, naturalmente la cucina italiana.

Giorno dopo giorno utenti da tutti i paesi mettono foto dei loro piatti preferiti, oppure il pranzo o la cena di quel giorno. Un controllo veloce di questi piatti dimostrerebbe chiaramente che ogni paese ha sviluppato la propria versione di piatti classici italiani.

Le differenze sono inevitabili e dipendono non solo alla mancanza di certi prodotti italiani necessari per alcuni piatti, come la ricotta salata per la “pasta alla Norma” con le melanzane, ma anche da gusti personali delle famiglie stesse, come l’introduzione di ingredienti nuovi e le influenze di nuovi parenti non italiani nelle famiglie che è inevitabile con il passare delle generazioni.

Così in molti paesi anglosassoni troviamo che la “parmigiana” non è un piatto a base di melanzane bensì una cotoletta (di qualsiasi genere e di solito di dimensioni grandi) coperta di prosciutto cotto, salsa (al pomodoro o anche “alla bolognese”) e formaggio che è messa sotto la griglia per sciogliere il formaggio prima di servire, di solito con patate fritte.

In ogni paese ci sono piatti italiani, come la celebre “pasta all’Alfredo” negli Stati Uniti, che furono inventati da immigrati e sono entrati a far parte delle tradizioni culinarie di quel paese o città, ma che non fanno parte del ricettario nazionale italiano.

Non esiste paese dove la cucina italiana non abbia subito modifiche, anche e soprattutto da parte dei ristoratori che furono costretti e modificare ricette per soddisfare le preferenze dei loro clienti non italiani.

In Italia c’è un programma televisivo “Little Big Italy” del canale Nove che dimostra questi cambi della cucina italiana in vari paesi del mondo. Anche se il tentativo di mostrare queste cucine al pubblico italiano è valido e lodevole, dobbiamo chiederci se le molte ironie del conduttore, ristoratore romano Francesco Panella, veramente tengano in conto che i ristoratori non sempre possono fare i “puri e duri” con i loro clienti che magari preferiscono la pasta scotta e le verdure al dente come fanno molti clienti anglosassoni, con la mancanza di molti ingredienti, oppure con cuochi di origine italiana che non sempre conoscono molti piatti classici italiani e quindi si trovano in difficoltà quando il conduttore chiede a loro di preparare un piatto italiano che magari non avevano sentito nominare fino a quel momento tanto meno aver mangiato.

Ma le differenza tra italiani si trovano anche in altre cose e una è ancora più fondamentale della cucina.

 

La prima barriera

Quando un italiano va all’estero, sia per motivi puramente turistici, per affari o per trovare parenti in altri paesi, la prima barriera che incontra non è nella cucina, ma nella lingua italiana parlata dagli emigrati italiani e i loro figli.

In molti casi i parenti e amici all’estero utilizzano parole ed espressioni che sono il risultato di una mutazione della lingua a causa dell’introduzione di parole nuove dalla lingua del paese di residenza. Questo è il caso particolarmente con le ondate di emigrazione post belliche perché gli emigrati non erano particolarmente colti e la grande maggioranza di loro parlava il dialetto del paesino di nascita invece della nostra lingua nazionale.

Per questo motivo non avevano un vocabolario in italiano per le cose nuove che trovavano all’estero. Perciò un emigrato italiano in Australia da un paesino rurale che non aveva mai visto uno stabilimento industriale prima di emigrare   quando ha cominciato a lavorare in fabbrica ha modificato la parola inglese “factory” (stabilimento) in “fattoria” e così via per molte altre parole nel corso degli anni che poi, naturalmente cambiano da paese a paese. Senza dimenticare che questa mancanza di educazione rendeva ancora più difficile imparare bene la lingua del nuovo paese.

Inoltre, chi è all’estero non si rende conto dei cambi nella lingua italiana in Italia nello stesso periodo con l’entrata di parole e concetti nuovi, come anche espressioni di moda, magari da canzoni, film o programmi televisivi.

Per questo motivo la lingua che ci definisce come italiani diventa anche il mezzo per dimostrare le differenze tra individui e comunità.

 

Tradizioni

L’emigrato parte con l’intenzione di continuare le proprie tradizioni e anche queste subiscono inevitabili cambi nel paese di residenza.

In questo modo gli emigrati italiani di Melbourne in Australia hanno maestri di cerimonie ai ricevimenti di matrimonio, ma non gli italiani di Adelaide nello stesso paese. In questo modo molte comunità italiane in Australia ora hanno le eulogie al defunto ai funerali, una tradizione anglosassone e non italiana. Queste comunità avevano assunto gli addii al celibato e al nubilato molto prima del Bel Paese proprio perché facevano parte della vita dei loro paesi di residenza prima che arrivassero in Italia tramite il cinema e programmi televisivi.

Sicuramente le comunità italiane nei paesi sudamericani hanno assunto tradizioni e usanze di origini spagnole o portoghesi nel corso degli anni che ora definiscono loro come italiani di quei paesi. Un esempio è sicuramente il mate argentino che fa parte della vita quotidiana di molti italiani in quel paese, come abbiamo visto con Papa Francesco, anche lui figlio di emigrati italiani.

 

Chi siamo?

Alla fine, quando si parla degli italiani all’estero e i loro rapporti con gli italiani in Italia ci troviamo con la stessa domanda, chi siamo?

I figli degli italiani affrontano quella domanda quasi ogni giorno della loro vita e capiscono che comprende ogni aspetto della vita, da quel che fanno in caso agli scambi con i non italiani prima a scuola e poi nella vita lavorativa.

Siamo tutti italiani, ma siamo anche tutti diversi perché siamo il prodotto di quel che ci circonda dalla nascita fino alla morte. Perciò dobbiamo capire che gli italiani all’estero non sono tutti uguali, come non tutti gli italiani in Italia sono tutti uguali.

Capire queste differenze vuol dire capire cosa vuol dire essere italiano, italo-australiano, o italo-americano, ecc., ecc., ecc. Vuol dire anche capire l’esperienza dell’emigrazione per tutti, iniziando dagli emigrati stessi e i loro figli e discendenti.

E anche per questo motivo chiediamo ai nostri lettori di inviare le loro storie ed esperienze come emigrati italiani, oppure figlio o discendente di emigrati italiani. I temi delle nostra vite sono tutti uguali, ma le nostre storie sono tutte diverse e vogliamo far capire ai nostri parenti e amici in Italia che non siamo i soliti luoghi comuni e stereotipi, ma molti più diversi da quel che pensano.

Inviate le vostre storie a: [email protected]

 

di emigrazione e di matrimoni

Italians, Italians and Italians

Since we began the “Italiani nel mondo” (Italians in the world) section of this site and especially since publishing the first true stories of Italian migration we have had a big reaction from many countries.

The articles and stores have struck a chord with many and the comments and “likes” on the site and the social media are the proof that there are many experiences in common from country to country, But these reactions also show that it really is time that communities of Italian migrants around the world want to make their voices heard and not only through the eighteen parliamentarians elected to the Chamber of Deputies and the Senate in Rome.

However, it is just as true that these reactions reveal another great truth that we often forget when we speak about the “Italians overseas”. Despite the fact that their needs and experiences are the same, each community is different and they change not only from country to country but also from city to city in each country.

 

Italian cooking?

In recent months we have enrolled in increasing numbers of Italian pages from various countries on the social media in search of new stories and experiences to put online. Despite the difficulties of different languages from page to page, there are important themes in common and naturally one of these is Italian cooking.

Day after day users from all the countries put online photos of their favourite dishes, or that day’s lunch or dinner. A quick check of these dishes would clearly show that each country has developed their own versions of classic Italian dishes.

The differences are unavoidable and depend not only on the lack of certain Italian products needed doe some dishes, such as salted ricotta for “pasta alla Norma” made from eggplants, but also on the personal tastes of the families themselves, such as the introduction of new ingredients and the influence of new non Italian relatives in families that is inevitable with the passing of generations.

In this way, we find in many Anglo-Saxon countries that the “parmigiana” is not a dish of eggplants but a schnitzel (of any type and usually of large size) covered with ham, sauce (tomato o even “Bolognaise”) and cheese that is put under the grill to melt the cheese before serving, usually with fried potatoes.

In every country there are Italian dishes, like the famous “pasta Alfredo” in the United States, that were invented by Italian migrants and have become part of the culinary traditions of that country or city but are not part of Italy’s national recipe book.

There is no country where Italian cooking has not been changed, even and above all by restaurateurs who were forced to change recipes to satisfy the preferences of their non Italian clients.

There is a television programme in Italy “Little Big Italy” on the Nove channel that shows these changes in a number of countries around the world. Even if the attempt to show these changes is good and praiseworthy, we must wonder if much of the sarcasm by its presenter, Roman chef Francesco Panella, truly bear in mind that the restaurateurs cannot always be die hard purists with their customers who may prefer their pasta overcooked (by Italian standards) and their vegetables al dente as many Anglo-Saxons prefer, with the lack of many ingredients, or with chefs/cooks of Italian origins that do not always know many classic Italian dishes and therefore find themselves in difficulty when the presenter asks them to prepare an Italian dish that they may not have heard of until that moment, much less have eaten.

But there are also other differences between Italians and one of these is even more fundamental than cooking.

 

The first barrier

When an Italian goes overseas, whether purely for travel, business or to visit relatives in other countries the first barrier they meet is not the cooking but in the Italian language spoken by Italian migrants and their children.

In many cases the relatives and friends overseas use words and expressions that are the result of a mutation of the language due to the introduction of new words from the language of the country of residence. This is especially true with the waves of migration after the war because these migrants were not educated and the great majority of them spoke the dialect of their home towns instead of our national language.

For this reason they did not have a personal vocabulary for the new things they found overseas. So, when an Italian migrant in Australia who came from a small rural village who had never seen an industrial complex before migrating began working in a factory he modified the English word into “fattoria” and this occurred with many other words over the years and naturally these words change from country to country. Let us not forget that this lack of education made it even harder to learn the language of the new country.

In addition, those overseas do not perceive the changes of the language in Italy over the same time with the introduction of new words or expressions, as well as fashionable expressions, maybe from songs, films and television programmes.

For this reason the language that defines us as Italians becomes a means to show the differences between individuals and communities.

 

Traditions

Migrants leave with the intention of carrying on their traditions and these too inevitably change in the new country of residence.

In this way Italian migrants in Melbourne have masters of ceremonies at their wedding receptions but Italians in Adelaide in the same country do not. In this way too many Italian communities in Australia now have eulogies at funerals, a tradition that is Anglo-Saxon and not Italian. These communities also took up Bucks Parties and Hen’s Nights long before Italy for the very reason that they were part of their countries of residence before they arrived in Italy through the movies and television programmes.

Italian communities in South America have surely taken up traditions and habits of Spanish and Portuguese origins over the years that now define them as Italians in these countries. One of these is undoubtedly the mate in Argentina that is a part of the daily lives of Italians in that country, as we have seen with Pope Francis; he too is the child of Italians migrants.

 

Who are we?

In the end, when we talk about Italians overseas and their relations with Italians in Italy we find ourselves asking the same question; who are we?

The children of Italians deal with that question nearly every day of their lives and they understand that it includes every aspect of life, from what they do at home to their exchanges with non Italians, first at school and then in their working lives.

We are all Italians but we are also all different because we are the product of what is around us from birth up till our deaths. Therefore we must understand that Italians overseas are not all the same, just as Italians in Italy are not all the same.

Understanding these differences means understanding what it means to be Italian, Italo-Australian, Italian-American, etc, etc, etc. It also means understanding the migration experience for everybody, beginning with the migrants themselves and their children and descendents.

It is also for this reason that we ask our readers to send their stories and experiences as an Italian migrant, or as the child or descendent of Italians migrants. The themes of our lives are all the same but our stories are all different and we want to make our relatives and friends in Italy understand that we are not the usual clichés or stereotypes but much more diverse that what they think.

Send your stories to: [email protected]

Settimana Mondiale dell’Acqua. L’UNICEF: 600 milioni di bambini non hanno servizi igienico-sanitari di base a scuola.

In occasione della Settimana Mondiale dell’Acqua (26-31 agosto), l’UNICEF rilancia il tema dell’acqua sicura e dei servizi igienico sanitari nelle scuole.

A livello globale, 600 milioni di bambini non hanno servizi igienico-sanitari di base a scuola. Nel 2016 circa 600 milioni di bambini non avevano servizi di base di acqua potabile a scuola, e meno della metà delle scuole in Oceania e solo due terzi delle scuole in Asia centrale e meridionale hanno servizi di base di acqua potabile.
Quando i bambini hanno accesso ad acqua sicura, bagni e sapone per lavarsi le mani a scuola, hanno un ambiente migliore per studiare, apprendere e realizzare il loro pieno potenziale.

Oggi l’UNICEF e l’OMS lanciano l’ultimo studio a livello globale “Drinking Water, Sanitation and Hygiene in Schools: 2018 Global Baseline Report” (Acqua potabile e servizi igienico-sanitari a scuola: rapporto di riferimento a livello globale 2018), con stime a livello nazionale, regionale e mondiale sui progressi verso gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile per l’acqua e i Servizi igienico-sanitari (Obiettivo 6) e per l’istruzione (Obiettivo 4).

ALTRI DATI:

Acqua potabile:

A livello mondiale il 69% delle scuole hanno dei servizi di base di acqua potabile;

In una scuola primaria su 4 non ci sono servizi di base di acqua potabile. Questo numero diminuisce a 1 su 6 nelle scuole secondarie;

Bagni:

Nel 2016, a livello globale, solo il 66% delle scuole avevano servizi igienico-sanitari di base;

Una scuola primaria su 5 e una scuola secondaria su 8 non hanno servizi igienico-sanitari;

Un terzo delle scuole in Africa Subsahariana e in Oceania non hanno servizi igienico-sanitari. Nella maggior parte dei paesi in cui i dati sono disponibili, meno del 50% delle scuole possiede bagni accessibili agli studenti con mobilità ridotta.

Lavaggio delle mani:

Una scuola primaria su 3 e oltre un quarto delle scuole secondarie non hanno postazioni in cui lavarsi le mani con acqua e sapone;

Oltre un terzo delle scuole nel mondo e la metà delle scuole nei paesi meno sviluppati non hanno postazioni in cui lavarsi le mani con acqua e sapone;

L’UNICEF nei suoi programmi per l’istruzione include servizi igienico-sanitari e idrici in oltre 90 paesi e raggiunge in media 3 milioni di bambini all’anno.

Quando nelle scuole ci sono acqua sicura, bagni e sapone per lavarsi le mani, i bambini hanno un ambiente per l’apprendimento sano e le ragazze hanno maggiori probabilità di frequentare durante il periodo mestruale. Fuori dalla scuola, i bambini che apprendono comportamenti igienico-sanitari e idrici sicuri a scuola possono rinforzare abitudini positive nelle loro case e comunità, per tutta la vita. Tuttavia, milioni di bambini vanno a scuola ogni giorno in ambienti di apprendimento insicuri, senza acqua potabile, bagni adeguati e sapone per lavarsi le mani.

“Se l’istruzione è fondamentale per aiutare i bambini a fuggire dalla povertà, l’accesso all’acqua e ai servizi igienico-sanitari è fondamentale per aiutare i bambini a sfruttare al meglio e in sicurezza la loro istruzione. Trascurare questo aspetto significa essere incuranti della salute e del benessere dei bambini”, ha dichiarato Kelly Ann Naylor, responsabile a livello globale dell’UNICEF per l’acqua e i servizi igienico-sanitari. “Tuttavia”, ha aggiunto, “stiamo affrontando l’ardua battaglia di assicurare che vengano messi come prioritari fondi per installare e fare una regolare manutenzione dei servizi igienico-sanitari e idrici di base in tutte le scuole”.

Immigrati venezuelani aggrediti in campo profughi in Brasile tornano nel loro Paese

Brasiliani inferociti armati di pali e pietre hanno bruciato un campo profughi. La crisi umanitaria dal Venezuela si propaga in tutto il Sud America.

di Vito Nicola Lacerenza

A Pacaraima, città brasiliana a ridosso del confine col Venezuela, 2.000 profughi venezuelani sono stati aggrediti da migliaia di abitanti del posto mentre bivaccavano in una sorta di accampamento fatto di tende e capanne di cartone. Lanci di pietre e bastonate hanno costretto gli occupanti ad allontanarsi dai loro rifugi, che sono stati incendiati insieme ai pochi oggetti accatastati all’interno. Terrorizzati i profughi venezuelani  hanno riattraversato la frontiera tornando nel loro Paese per evitare il peggio, ma durante la fuga si sono vendicati del torto subito aggredendo e picchiando 30 brasiliani incrociati lungo il tragitto.  Secondo alcune testimonianze, l’assalto alla tendopoli di Pacaraima sarebbe avvenuto in seguito all’aggressione di un ristoratore del posto da parte di 4 venezuelani. Sebbene le dinamiche del fatto non siano ancora state chiarite, le autorità locali hanno denunciato il collasso delle condizioni igienico sanitarie e di sicurezza.  Pacaraima si trova nello Stato brasiliano di Roraima, dove ogni giorno arrivano circa 800 migranti venezuelani. La quasi totalità di loro ha bisogno di assistenza medica immediata ma gli ospedali sono pochi e carenti di mezzi. Negli ultimi mesi le strutture sanitarie della Roraima hanno visto aumentare il numero di pazienti del 3.500%.

In tale situazione tanto i brasiliani quanto i venezuelani non riescono a ricevere le cure necessarie. Per i primi si tratta di un grave disservizio, mentre per i profughi, il fatto di aver abbandonato il proprio Paese senza trovare l’aiuto e la protezione sperata aggiunge un’ulteriore disperazione. In passato il Venezuela, con le sue riserve petrolifere, miniere d’oro e diamanti aveva garantito benessere e prosperità ai propri cittadini, gli stessi che oggi, a milioni, “bussano alla porta” degli Stati vicini, Colombia, Brasile, Ecuador e Perù, in cerca di salvezza. In un Venezuela sempre più martoriato dalla crisi economica le morti per fame, malattie e violenza sono all’ordine del giorno. Le quattro nazioni però, al fronte di insormontabili difficoltà logistiche e dell’incredibile aumento del flusso migratorio, hanno sospeso il libero transito delle frontiere per i cittadini venezuelani, i quali possono essere accolti solo se in possesso di “un regolare e vigente” documento d’identità, posseduto, secondo alcune stime, solo da 1 migrante venezuelano su 3. Coloro che sono respinti alla frontiera, pur di riuscire ad entrare in terra straniera, si avventurano per fiumi e foreste guidati da trafficanti di esseri umani, soprannominati “Coyotes”. Il rischio di perdere la vita è altissimo.

Salerno: Cenacolo in Rosa all’Atelier “Elegance de Luxe” su Famiglia e minori

Si rinnova anche quest’anno l’appuntamento con il “Settembre Culturale”, ad Agropoli

Un altro Cenacolo in Rosa, Martedì 4 Settembre, alle ore 19,30, presso l’Atelier “Elegance de Luxe”, delle sorelle Angela, AnnaRita e Donatella Di Lascio, in Via Luigi Guercio 267. Note squisitamente femminili, dettate dagli abiti che nello showroom sorridono in bella mostra in tante fogge e tessuti preziosi, facendo da cornice a pizzi e tulle del giorno del Sì. Gli appuntamenti che il quotidiano dentroSalerno sta ritmando, nel felice connubio moda-linguaggi creativi e non, rivolti al Pianeta Rosa, stanno vantando un pubblico qualificato ed interessato. Condotti dal Direttore Responsabile, Rita Occidente Lupo, la prossima tematica guarderà al pianeta sentimentale, affrontando problematiche inerenti al matrimonio ed alla rottura, con ricadute psicologiche sui figli. Alla luce dei costanti femminicidi che la cronaca rimanda, l’argomento risulta più che mai contemporaneo. Relatrici, l’avvocato Lucia Ragone, matrimonialista, esperta del diritto di famiglia; la sociologa e coordinatrice dei Centri antiviolenza Marina Marinari. Non mancheranno note poetiche, grazie alla presenza di Filomena Domini. L’iniziativa, che da qualche mese sta chiamando a raccolta tante donne, per un confronto costruttivo su problematiche contemporanee, col patrocinio dell’Amministrazione comunale, novera tra i vari ospiti, accanto al Vice Sindaco Eva Avossa, varie rappresentanze istituzionali e culturali.

Cori di Nero Buono. L’Arte e la Musica nel Lazio delle Meraviglie

Il progetto che vede protagonista il vitigno autoctono locale è stato presentato dall’ente lepino alla Regione Lazio in risposta al bando per l’ottenimento dei contributi per la realizzazione di eventi, feste, manifestazioni e iniziative turistico – culturali.

In risposta al bando “Lazio delle Meraviglie”, il Comune di Cori (LT) ha presentato alla Regione Lazio il progetto inerente la manifestazione “Cori di Nero Buono”, che ha come protagonista l’antico vitigno autoctono coltivato quasi esclusivamente nel suo territorio, di cui ne rappresenta l’identità vinicola, recuperato e rilanciato dalle tre cantine coresi che lo trasformano in vini rossi di qualità certificata dai marchi DOC e IGT.

Nella proposta redatta dall’Assessorato all’Agricoltura dell’ente lepino insieme allo Sportello Unico per le Attività Agricole, l’iniziativa – sostenibile, perché aderente alla campagna Plastic Free – dovrebbe svolgersi il 6 e 7 Ottobre. Con la partecipazione di altri operatori locali, la kermesse enologica arriverebbe a coinvolgere anche gli altri prodotti tipici e il patrimonio culturale della Città d’Arte.

L’idea è sviluppare percorsi di visita, anche guidata, a partire da tre epicentri di degustazione – piazza del Tempio d’Ercole, sagrato della Chiesa di Santa Maria della Pietà, chiostro del Complesso Monumentale di Sant’Oliva. La due giorni prevede poi un convegno con esperti del settore e un concerto finale. Probabile cornice le esibizioni dell’arte del maneggiar l’insegna, le musiche e i balli rinascimentali, la polifonia sacra e profana.

“L’evento si inserisce in un disegno più ampio dell’attuale Amministrazione comunale, finalizzato a rafforzare, tutelare e valorizzare il processo di apertura e fruizione turistica fidelizzata del paese – spiegano il Sindaco Mauro De Lillis e l’Assessore Simonetta Imperia – tutto ciò a partire dalle nostre risorse agroalimentari, da mettere a sistema e integrare sia con le altre eccellenze nostrane che con le diverse istituzioni e i territori limitrofi.”

Scrivi alla Redazione

Siamo felici di valutare ogni tua segnalazione e pubblicare articoli che pensi possano essere di interesse pubblico

Per qualsiasi segnalazione scrivi a
[email protected]