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Attualità

Immigrati venezuelani aggrediti in campo profughi in Brasile tornano nel loro Paese

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Brasiliani inferociti armati di pali e pietre hanno bruciato un campo profughi. La crisi umanitaria dal Venezuela si propaga in tutto il Sud America.

di Vito Nicola Lacerenza

A Pacaraima, città brasiliana a ridosso del confine col Venezuela, 2.000 profughi venezuelani sono stati aggrediti da migliaia di abitanti del posto mentre bivaccavano in una sorta di accampamento fatto di tende e capanne di cartone. Lanci di pietre e bastonate hanno costretto gli occupanti ad allontanarsi dai loro rifugi, che sono stati incendiati insieme ai pochi oggetti accatastati all’interno. Terrorizzati i profughi venezuelani  hanno riattraversato la frontiera tornando nel loro Paese per evitare il peggio, ma durante la fuga si sono vendicati del torto subito aggredendo e picchiando 30 brasiliani incrociati lungo il tragitto.  Secondo alcune testimonianze, l’assalto alla tendopoli di Pacaraima sarebbe avvenuto in seguito all’aggressione di un ristoratore del posto da parte di 4 venezuelani. Sebbene le dinamiche del fatto non siano ancora state chiarite, le autorità locali hanno denunciato il collasso delle condizioni igienico sanitarie e di sicurezza.  Pacaraima si trova nello Stato brasiliano di Roraima, dove ogni giorno arrivano circa 800 migranti venezuelani. La quasi totalità di loro ha bisogno di assistenza medica immediata ma gli ospedali sono pochi e carenti di mezzi. Negli ultimi mesi le strutture sanitarie della Roraima hanno visto aumentare il numero di pazienti del 3.500%.

In tale situazione tanto i brasiliani quanto i venezuelani non riescono a ricevere le cure necessarie. Per i primi si tratta di un grave disservizio, mentre per i profughi, il fatto di aver abbandonato il proprio Paese senza trovare l’aiuto e la protezione sperata aggiunge un’ulteriore disperazione. In passato il Venezuela, con le sue riserve petrolifere, miniere d’oro e diamanti aveva garantito benessere e prosperità ai propri cittadini, gli stessi che oggi, a milioni, “bussano alla porta” degli Stati vicini, Colombia, Brasile, Ecuador e Perù, in cerca di salvezza. In un Venezuela sempre più martoriato dalla crisi economica le morti per fame, malattie e violenza sono all’ordine del giorno. Le quattro nazioni però, al fronte di insormontabili difficoltà logistiche e dell’incredibile aumento del flusso migratorio, hanno sospeso il libero transito delle frontiere per i cittadini venezuelani, i quali possono essere accolti solo se in possesso di “un regolare e vigente” documento d’identità, posseduto, secondo alcune stime, solo da 1 migrante venezuelano su 3. Coloro che sono respinti alla frontiera, pur di riuscire ad entrare in terra straniera, si avventurano per fiumi e foreste guidati da trafficanti di esseri umani, soprannominati “Coyotes”. Il rischio di perdere la vita è altissimo.