Italiani nel Mondo

L’eterno straniero – The eternal foreigner

By 25 Luglio 2018 No Comments

di emigrazione e di matrimoni

L’eterno straniero

Il figlio degli immigrati vive in due mondi perché a casa vive con le regole e le tradizioni della famiglia, la base più importante di qualsiasi individuo e quindi, a tutti gli effetti nel paese d’origine dei genitori. Poi, quando va a scuola si trova in un mondo sconosciuto, costretto a imparare una nuova lingua e nuove regole di comportamento

Di Gianni Pezzano

Nel corso di queste prime settimane in cui abbiamo chiesto ai nostri lettori di inviare le loro storie dell’emigrazione italiana molti hanno risposto non solo alle storie, ma anche agli articoli sui vari temi che proponiamo per ispirare potenziali contributori alla nostra raccolta.


Di tanto in tanto qualcuno fa domande riguardo chi scrive per sapere come mai il figlio di emigrati italiani in Australia si è trasferito in Italia e ora cerca di far conoscere e raccogliere le storie e la Storia dell’emigrazione italiana in giro per il mondo.

Infatti, anche questo fa parte dei temi che proponiamo ai lettori perché dimostra, possibilmente più di molti altri temi, che il fenomeno dell’emigrazione, e non solo italiana, non è semplicemente in bianco e nero ma che i luoghi comuni e gli stereotipi non sono nemmeno minimamente riflessioni delle innumerevoli realtà complesse tra i nostri parenti e amici nel mondo.

 

Due mondi

Il primo fattore che colpisce il figlio di immigrati in qualsiasi paese, particolarmente di famiglie che non condividono la lingua del paese di residenza, è che non si rende conto subito che la sua famiglia è diversa delle altre nel suo quartiere. Questo non cambia da generazione a generazione perché è una costante del fenomeno di migrazione.

Per molti, a partire da chi scrive, il primo vero e a volte traumatico momento   in cui si rende conto della sua situazione è quando comincia la scuola e si accorge che non parla la stessa lingua dei suoi coetanei e insegnanti. Questo è il caso di tutti i primi figli, ma diminuisce con ogni figlio di una famiglia.

Già a questo punto lo studente si trova al centro dell’attenzione da parte degli insegnanti e gli altri studenti come “lo straniero”. Nel mio caso questo è il primo momento vero che ricordo con chiarezza, anche a oltre cinquant’anni di distanza…

Da quel momento il figlio degli immigrati vive in due mondi perché a casa vive con le regole e le tradizioni della famiglia, la base più importante di qualsiasi individuo e quindi, a tutti gli effetti nel paese d’origine dei genitori. Poi, quando va a scuola si trova in un mondo sconosciuto, costretto a imparare una nuova lingua e nuove regole di comportamento.

Però, con il tempo cambia anche la casa. Con il primo figlio la lingua di casa è esclusivamente quella dei genitori, ma con l’arrivo di ogni fratello e sorella la capacità nella lingua dei genitori si riduce, soprattutto a causa della scuola fino al punto che in molte di queste case si parlano due lingue in casa, con i genitori in una lingua e nella lingua del paese con fratelli e sorelle.

 


Etichetta

L’identità personale si forma in base agli scambi con gli altri, a scuola e sport e con parenti e amici di famiglia e ognuno si identifica come australiano o americano o tedesco, ecc., però viene trattato come “l’italiano” dai suoi coetanei. Alcuni accettano queste identità, ma anche questo cambia, particolarmente quando fa il primo viaggio al paese dei genitori.

Quando arriva in Italia non è più “l’italiano” per i suoi interlocutori di turno ma è “australiano” (o americano, tedesco, ecc.) per via del suo italiano imperfetto, l’accento e suoi modi di comportarsi che sono una miscela tra l’italiano e quello dei suoi coetanei nel paese di residenza.

Per molti di noi il primo viaggio diventa uno spartiacque e la scoperta può avere effetti su come si identifica personalmente.

Quel che poi rende questa situazione più complicata è che in molti, ma non tutti i casi, i genitori non capiscono i problemi dei figli colpiti da questa crisi d’identità perché credono che una volta nati in un paese i figli fanno parte di quel paese. Tristemente non è cosi, anche a livello ufficiale quando pensiamo al dibattito recente in Italia dello ius soli.

Questo diventa poi una odissea molto personale per trovare la propria “etichetta” cioè la propria identità. Per questo motivo solo l’individuo può scegliere cosa fare e, nel futuro, capire se ha fatto la scelta giusta.

 


Uno, l’altro o entrambi?

Per alcuni la risposta naturale sarebbe di scegliere una o l’altra “etichetta”. Di essere “italiano” o “australiano”, americano”, ecc., ma comporta un prezzo alto all’individuo che fa questa scelta. Vuol dire smentire una parte di se stesso ei favorire una parte della propria personalità.

Siamo il risultato di molti fattori e questo comprende quel che impariamo a casa come quel che apprendiamo a scuola ed eventualmente a lavoro. Perciò scegliere una parte o l’altra vuol dire cambiare, in molti casi radicalmente, quel che siamo e come ci comportiamo.

Rimane l’amore dei genitori, ma ci sono casi di figli che chiedono ai genitori di non utilizzare l’italiano con i loro figli, oppure di abbandonare la tradizioni di famiglia per rifare un’identità davvero nuova.

Esiste poi la terza scelta, quella di accettare entrambi i due mondi, di scegliere quelle parti dei due mondi che dovranno essere la base dell’identità personale. Questa è stata la scelta di chi scrive, ma solo dopo anni ho deciso tra le prime due scelte perché creare un’identità nuova composta di due mondi vuol dire tracciare una strada nuova.

Per questo mi definisco “l’eterno straniero “ perché a un punto molti anni fa mi sono reso conto che per alcuni sarò sempre “l’italiano” e per altri sarò sempre “l’australiano”. In effetti questo sono, italo-australiano, il risultato dei due mondi e il mio unico rimpianto non è tanto non averlo fatto prima, ma non aver potuto mai poterlo spiegare fino in fondo ai miei genitori che hanno visto il figlio soffrire senza aver mai capito il   motivo.

Ho persino scritto un libro di racconti delle esperienze non solo personali, ma anche di chi ho incontrato nel corso della mia vita che dimostra che essere immigrato o figlio di migranti, in qualsiasi paese, è la ricerca di identità e non solo la ricerca per un lavoro perché la vita vera inizia soltanto quando capiamo davvero chi siamo.


 

Ricerca

Da qui è nata per la prima volta l’idea di raccogliere le storie degli emigrati italiani e sempre con l’intenzione di pubblicare anche le storie dei figli e dei discendenti di questi emigrati italiani perché queste generazioni non hanno cambiato solo il paese dove risiedono ma anche il paese di origine dei genitori.

Ora abito in Italia e ora capisco più che mai come ero un pesce fuori d’acqua in Australia ma ciò non vuol dire che non amo il mio paese di nascita. Vuol dire semplicemente che non era il paese adatto a quel che volevo fare e quel che sono.

Non è una scelta facile, ma è una che molti di noi dobbiamo fare e spero che questo articolo come anche le storie che pubblichiamo faranno capire a chi sta passando questa fase che non sono soli e che altri hanno affrontato gli stessi problemi.

In fondo le storie che pubblichiamo non servono solo per riempire pagine ma per aiutare quelli che non riescono a esprimere i propri disagi a trovare la forza di potere finalmente capire chi sono davvero.

Inviate le vostre storie a: [email protected]


 

di emigrazione e di matrimoni

The eternal foreigner

The child of migrants lives in two worlds because at home he or she lives with the rules and regulations of the family, the most important foundation for any individual and therefore, for all effects, in the parents’ country of origin. And then, at school he or she is in an unknown world, forced to learn a new language and new rules of behaviour.

By Gianni Pezzano

During these first few weeks of asking our readers to send us their stories of Italian migration many have answered not only about the stories by also about the articles on the various themes that we propose to inspire potential contributors to our collection.

From time to time someone asks about the person writing to ask how come the son of Italian migrants in Australian moved to Italy and is now looking to collect stories of Italian migration around the world.

In fact, this too is one of the themes that we propose to readers because it shows, possibly more than other themes, that the phenomenon of migration, and not only Italian, is not simply in black and white and that the clichés and stereotypes are not in the least reflections of the countless complex realities amongst our relatives and friends around the world.

 

Two worlds

The first factor that strikes the child of migrants in any country, particularly of families that do not speak the language if their country of residence, is that he or she does not understand that the family is different from the others in their suburb. This does not change from generation to generation because it is fixed to the phenomenon of migration.

For many, beginning with the writer, the first true and at times traumatic moment that he or she understands her situation is at the start of school and realizes that he or she does not speak the same language as the other students and teachers. This is the case of the first born but diminishes with each new child in a family.

At this point the child is the centre of attention for the teachers and the other students as the “foreigner”. In my case this is my first clear memory, even after more than fifty years…

From that moment the child of migrants lives in two worlds because at home he or she lives with the rules and regulations of the family, the most important foundation for any individual and therefore, for all effects, in the parents’ country of origin. And then, at school he or she is in an unknown world, forced to learn a new language and new rules of behaviour.

However, time also changes the home. With the first child the language in the home is exclusively that of the parents but, with the arrival of each brother and sister the children’s ability in the language of the parents decreases, especially because of school, to the point that in these cases two languages are spoken at home, with the parents in one language and the language of the country between brothers and sisters.

 

Label

Personal identity is formed according to exchanges with others, at school sport and with relatives and friends of the family and each one identifies as Australian or American, German, etc, however we are treated as the “Italian” by our peers. Some accept these identities but this too changes, especially after the first trip to the parents’ home country.

On arrival they are no longer the “Italian” for those they meet but the “Australian” (or American, German, etc…) due to their imperfect Italian, accent and manner of behaviour that is often a mix between Italian and that of the peers in the country if residence.

For many of us the first trip is a decisive moment and the discovery can have effects on how they personal identity.

What then makes this situation even more complicated is that in many cases, but not all, the parents do not understand the problems f their children hit by this identity crisis because they believe that once born in a country the children a part of that country. Sadly this is not the case, even at an official level when we think about the recent Italian debate on ius solis, the citizenship law based on lace of birth.

This then becomes a very personal odyssey to find their own “label”, that is their own identity. For this reason only the individual can choose what to do and, in the future decide is he or she made the right choice.

 

One, the other or both?

For some the natural answer would be to choose one or the other “label”. To be “Italian” or “Australian”, “American”, etc. but this comes at a heavy price for the individual that makes this choice. This means denying a part of themselves in favour of another part of their personality

We are the result of many factors and this means that what we learn at home, just like what we learnt at school and eventually at work. Thus choosing one part or another means changing, in some cases drastically, what we are and how we behave.

There is still love for the parents but there are cases of children telling their parents not to use Italian with their children or abandon family traditions to remake a truly new identity.

There is then a third choice, to accept both worlds, to choose those parts from the two worlds that will be the basis of personal identity. This was the choice of the writer but only after years of deciding between the first two choices because creating a new identity made of two worlds means taking a new road.

That is why I consider myself as the “eternal foreigner” because at one point many years ago I understood that for some I will always be “Italian” and for the others I will always be the “Australian”. Effectively that is what I am, Italo-Australian, the result of two worlds and my only regret is not having not done so earlier   but never having been able to explain it to my parents who saw their son suffer without ever understanding the reason.

I even wrote a book of short stories of these experiences, not only personal, but also of those I met in my life that shows that being a migrant or the child of migrants, in any country, is the search for personal identity and not only the search for work because true life only begins when we understand who we truly are.

 

Search

This is where the idea for the search to collect the stories of Italian migrants began and always with the intention of also publishing the stories of the children and descendents of these Italian migrants because these generations not only changed the countries where they live but also their parents’’ country of origin.

Now that I live in Italy and I understand more than ever that I was a fish out of water in Australia but that does not mean I do not love my country of birth. It simply means that it was not the right country for what I want to do and what I am.

It was not an easy choice but it is one that many of us have to make and I hope that this article, like the stories that we publish, will make those that are now passing through this stage understand that they are not alone and that others have dealt with the same problems.

Deep down, the stories we publish not only serve to fill pages but to help those that cannot express their unease to find the strength to finally understand who they truly are.

Send your stories to: [email protected]

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