Attualità
Trump, Maduro e quella Governance globale che non c’è – Trump, Maduro, and the global governance that does not exist
Trump, Maduro e quella Governance globale che non c’è
di Gabriele Pao-Pei Andreoli – Presidente IASC e Interlocutore Referente presso la Pontificia Accademia di Teologia
Ciò a cui il mondo ha assistito negli ultimi giorni non può essere liquidato come un episodio isolato. È un caso pilota—e i casi pilota creano precedenti.
Quando uno Stato potente dimostra che l’autorità politica può essere neutralizzata attraverso azioni legali extraterritoriali, quel metodo diventa trasferibile. Ciò che viene applicato una volta può essere replicato altrove, contro qualsiasi Paese ritenuto non allineato. In questo scenario, il diritto stesso diventa uno strumento geopolitico.
La questione centrale non riguarda ideologie o figure politiche. Riguarda la continuità della sovranità. La finanza globale, le infrastrutture e la cooperazione internazionale si fondano su una regola essenziale: i contratti firmati da uno Stato devono sopravvivere ai cambiamenti di governo. Se una transizione politica—o la criminalizzazione della leadership—può invalidare retroattivamente tali impegni, nessun accordo a lungo termine è realmente sicuro.
È qui che entra in gioco la lawfare. Tribunali, arbitrati, trattati e giurisdizioni non servono più soltanto a risolvere controversie, ma diventano strumenti di deterrenza politica. Il messaggio è chiaro: cambia il regime, ma eredita le conseguenze legali.
Questo momento mette anche in luce i limiti dell’attuale governance globale. Le Nazioni Unite restano un punto di riferimento fondamentale, ma faticano a rispondere a conflitti che si sviluppano attraverso diritto, finanza e giurisdizione più che attraverso la guerra tradizionale. Gli strumenti disponibili appartengono a un’altra epoca.
Ne deriva un vuoto crescente. E i vuoti, in politica internazionale, non restano mai tali.
Serve oggi un nuovo strumento di governance globale—non un governo mondiale, ma un quadro credibile capace di porre limiti all’uso strumentale del diritto, proteggere la neutralità dell’azione umanitaria e garantire che la continuità giuridica non diventi un’arma selettiva.
Il futuro dell’ordine internazionale non sarà deciso solo dalla forza militare, ma da chi scrive le regole giuridiche e da chi riesce a farle valere dopo una rottura politica. Se tali regole valgono solo per i più deboli, il diritto diventa un nuovo campo di battaglia.
Trump, Maduro, and the global governance that does not exist
by Gabriele Pao-Pei Andreoli – President of IASC and Liaison Representative of the Pontifical Academy of Theology
What the world has witnessed in recent days should not be mistaken for a one-off political episode. It is a test case—and test cases create precedent.
When a powerful country shows that political authority can be neutralized through extraterritorial legal action, that method does not stay confined. It becomes transferable. What is applied once can be applied again—against any state considered misaligned. In this sense, legality itself is turning into a geopolitical tool.
The real issue is not ideology or personalities. It is sovereign continuity. Global finance, infrastructure projects, and international development depend on a basic rule: contracts signed by a state must survive changes in leadership. If political transition—or the criminalization of leadership—can retroactively invalidate those commitments, then no long-term agreement is truly secure.
This is where lawfare enters the picture. Courts, arbitration panels, treaties, and jurisdiction are increasingly used not only to adjudicate disputes, but to deter political disruption. The message is subtle but powerful: change the regime, inherit the legal consequences.
At the same time, this moment exposes the limits of existing global governance. The United Nations remains an essential reference point, but it often struggles to respond effectively to conflicts that unfold through law, finance, and jurisdiction rather than traditional warfare. The tools were designed for another era.
What emerges is a growing vacuum. And vacuums do not stay empty for long.
The world now needs a new instrument of global governance—not a world government, but a credible framework capable of setting boundaries on weaponized jurisdiction, protecting the neutrality of humanitarian action, and ensuring that legal continuity does not become a weapon of selective power.
The future of international order will not be decided only by military strength. It will be shaped by who writes the legal rules—and who is able to enforce them after political upheaval. If those rules apply only to the weak, then law itself becomes another arena of conflict.
