Stranieri in terre straniere – Strangers in strange lands

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Stranieri in terre straniere

Ciascuno di noi ha avuto battaglie che durano per tutta la vita e per me la prima era quella del nome. A scuola quando mettevo il mio nome su compiti, esami, ecc., inevitabilmente insegnanti cercavano di farmi anglicizzare il Giovanni in John, ma rifiutavo
Di Gianni Pezzano


Ricordo benissimo il giorno che ho comprato quel libro. Avevo quindici anni e, come consuetudine durante le vacanze di scuola, accompagnavo mio padre in cantiere. Ho deciso di fare un giro di una zona di Adelaide a me sconosciuta, non avevo ancora fatto duecento metri quando ho trovato due dollari per terra. Alla via principale ho trovato un piccolo centro commerciale con un libreria ben fornita dove ho visto un titolo che ha attirato la mia attenzione. Così ho comprato il romanzo dello scienziato e grande autore di fantascienza Robert Heinlein, “Stranger in a strange land” (Straniero in terra straniera). Saprò poi che il libro era controverso, oltre ad aver vinto il premio più grande della fantascienza circa dieci anni prima. Però c’era qualcosa in quel titolo che mi ha attirato e allora non potevo indentificarlo.

Pensando a quel giorno credo che sia stato un simbolo della mia vita, non solo fino a quel giorno, ma anche per quel che è successo nei decenni da allora e che mi porta a scrivere queste parole. Ho anche il sospetto che quel che sto per scrivere provocherà sensazioni in molti lettori e spero che li spingerà a inviare le proprie storie per descriverle.

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Giovanni (anagrafe), Gianni (il mio preferito), Gio, John, Johnny e persino Jamie e “Jonkie”.   Tanti nomi per una persona.

Ciascuno di noi ha avuto battaglie che durano per tutta la vita e per me la prima era quella del nome. A scuola quando mettevo il mio nome su compiti, esami, ecc., inevitabilmente gli insegnanti cercavano di farmi anglicizzare il Giovanni in John, ma rifiutavo. Cercavo di spiegare che quello era il mio nome e non John. Non osavo dire a loro e gli altri nel corso dei decenni che a casa di solito mi chiamano Gianni che è infatti come preferisco essere chiamato. Due nomi che molti australiani trovavano difficili da pronunciare e molti anche ora.

Per questo motivo uno dei miei soprannomi a scuola era “Gio”, senza scordare poi gli epiteti non molto belli riservati a noi figli di italiani e non solo nella mia scuola da allora…

Poi, inevitabilmente qualcuno ha iniziato a utilizzare John o Johnny e, per evitare scontri inutili, li ho accettati silenziosamente. In un posto di lavoro sono arrivati Jamie e “Jonkie” perché così avevano percepito il   mio nome.

Altre battaglie

Ho pensato a questo e molto altro mentre guardavo il film “Contromano” di Antonio Albanese. Nel suo modo personale, l’attore/regista descrive il dilemma non solo di chi viene in Italia a fare una vita nuova, ma soprattutto di ognuno di noi.

Nelle mie prime lezioni di italiano in Australia l’insegnante spesso utilizzava la frase che mi sono ripetuto nella mente in una scena del film, “Un posto per tutto e tutto nel suo posto”. Questa è la logica del personaggio di Albanese nel film ma, come scoprirà poi questo nel corso della storia, il detto vale per oggetti e non per persone.

Queste battaglie poi sono anche di altri tipi; di religione, persino per cattolici in certi ambienti protestanti, di lingua, di filosofia e anche di sport come succedeva per gli europei in Australia che volevano seguire il calcio invece degli sport “australiani” come il cricket, il rugby e il football australiano. Nel caso del calcio poi, basti pensare che c’erano scuole che sono arrivate al punto di non permettere agli alunni non australiani di portare palloni di calcio a scuola per giocarci durante la pausa pranzo.

Però, il tempo ci insegna che queste battaglie sono una fase importante nella ricerca della identità e che non si limita solo ai figli di immigrati.

Le nuove leve

L’Italia sta passando un periodo di emigrazione italiana nuova e sarebbe facile trovare pagine Facebook dedicate a coloro che vanno all’estero per fare una vita nuova. Per molti di queste nuove leve è perché non riescono a trovare un lavoro adatto nel Bel Paese, oppure per via della situazione politica instabile degli ultimi anni. Non esistono le esigenze estreme del disastro bellico, ma i motivi personali sono forti lo stesso.

In ogni caso, una lettura dei post e degli scambi sulle pagine rivela che molti di loro, come noi figli di immigrati italiani all’estero, sono in cerca della propria identità che non riescono a trovare nel paese natio.

Per questo motivo dobbiamo ancora capire quanti rimarranno nel paese nuovo per il resto della vita, o torneranno in Italia dopo aver scoperto che non trovavano nemmeno in quel paese la risposta che cercano, oppure, come fanno alcuni, provano ancora altri paesi per trovare una soluzione che potrebbe non esistere, se non dentro di loro.

Il rullo dei tamburi

Questi sono pensieri ben lontani da quei giovani ai primi anni di scuola che non capiscono il disagio che sentono a scuola e con gli scambi con gli altri. Sanno solo che non sono accettati dai loro insegnanti e i loro coetanei e non riescono a capire in fondo la fonte del disagio. Man mano che cresciamo affrontiamo il dilemma, ma se all’epoca qualcuno ci avesse detto che ci vogliono anni per capirlo saremmo stati mortificati.

Ognuno deve trovare la propria soluzione e molto spesso arriva nel modo più inatteso.

Nel mio caso, il primo indizio dell’identità è venuto durante il primo viaggio in Italia a sedici anni. Purtroppo, fu l’inizio di scontri in famiglia perché i miei genitori non volevano assolutamente sentire che il loro figlio pensava di andare in Italia.

Non ho mai detto a loro, e ora non potrò più farlo, che in uno dei viaggi nel corso degli anni il rullo di tamburi mi ha fatto capire profondamente che l’Australia non era il mio posto. Ero andato a Faenza per vedere il suo Palio e il momento in cui ho sentito il rullo dei tamburi dei rioni per la sfilata ho sentito una risposta dentro di me che ho riconosciuto, il ritmo di quei musicisti e ne sentiva la mancanza.

Straniero in terra straniera

Ora sono a Faenza a battere parole che vorrei potessero essere inviate a me stesso tutti quegli anni fa. Potevo venire prima in Italia, ma il momento giusto era dopo aver compiuto un impegno tanto di amore quanto doloroso con i miei genitori.

A luglio saranno otto anni da quando ho fatto il passo di venire in Italia e l’ho fatto con l’intenzione di far conoscere non soltanto la mia storia, ma anche quelle dei miei moltissimi coetanei in tutti i paesi. Abbiamo storie da raccontare, molte belle, altre tristi e tutti all’insegna di quell’identità personale che viene descritta nel titolo di un libro di fantascienza. Tutt’oggi quel libro è ancora uno dei miei preferiti in assoluto.

Per quanto amiamo sia il nostro paese che il nostro paese di residenza, in un modo o l’altro saremo sempre stranieri in terra straniera perché non apparteniamo solo ad un paese, ma a due.

Inviate le vostre storie a: [email protected]

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Strangers in strange lands

Each one of us has battles that last all their lives and for me the first was my name. At school inevitably when I put my name on my homework or tests, etc teachers tried to anglicize my name from Giovanni to John, but I refused.
By Gianni Pezzano

I remember well the day I bought the book. I was fifteen and, as usual during school holidays, I was with my father at his worksite. I decided to take a walk in a part of Adelaide I did not know and after less than two hundred metres I found two dollars on the ground. On the main road I came upon a small shopping centre with a well supplied bookshop where I saw a title which drew my attention. So I bought “Stranger in a strange land” by scientist and famed science fiction writer Robert Heinlein. I found out later that the book was controversial and had won the famous Hugo award for best science fiction novel ten years before. However, there was something in that title that drew my attention that I could not identify at the time.

Thinking back on that day I think it was a symbol of what my life, not only up to that day, but also for that that followed in the decades after and which brings me to write these words. I also suspect that what I am about to write will raise emotions in many readers and I hope that in will encourage them to send their own stories describing them.

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Giovanni (birth), Gianni (my preference), Gio, John, Johnny and even Jamie and “Jonkie”.   So many names for one person.

Each one of us has battles that last all their lives and for me the first was my name. At school inevitably when I put my name on my homework or tests, etc teachers tried to anglicize my name from Giovanni to John, but I refused. I tried to explain to them that my name was Giovanni not John. I did not dare tell them and the others over the years that at home I am usually called Gianni which is how I prefer to be called. They are two names which many Australians find hard to pronounce and many still do.

This is why one of my nicknames at school was “Gio”, without forgetting the not so pleasant epithets reserves for us children of Italian migrants and this was not limited only to my school…

Then, inevitably, some began to use John and Johnny and, in order to avoid useless arguments, I accepted them quietly. In one work place they even called me Jamie and “Jonkie” because that was how they heard my name.

Othe battles

I thought of this and much more as I watched the film “Contromano” (English title “Back home”) by Antonio Albanese. In his personal style the Italian actor/director describes the dilemma not only of those migrants who come to Italy for a new life, but above all of all of us.

During my first Italian lessons in Australia the teacher often used a phrase that I repeated in my head in a scene from the film “Un posto per tutto e tutto nel suo posto” (“A place for everything and everything in its place”). This was the reasoning of the character played by Albanese in the film but, as he went on to discover in the story, the saying applies to objects and not to people.

These battles are then also of other types; of religion, even for us Catholics in certain protestant environments, of language, philosophy and even sport as happened to European migrants in Australian who wanted to follow football (soccer) instead of Australian sports such as cricket, rugby and Australian rules football. In the case of soccer, we just have to think that some schools even reached the point of banning non Australian students from bringing soccer balls to school to play with during lunch breaks.

However, time teaches us that these battles are important stages in the search for personal identity and is not limited only to children of migrants.

The new recruits

Italy is going through a period of migration and it is easy to find on Facebook pages dedicated to those who go overseas in search of a new life. For many of these new recruits it is because they cannot find suitable work in Italy or due to the unstable political situation in country in recent years. These are no drastic needs such as the post war disaster but the personal reasons are strong just the same.

In any case, reading the posts and exchanges on the pages shows that many of them, just like us children of Italian migrants overseas, are seeking the personal identity they cannot find in their country of birth.

For this reason we are yet to understand how many of them will stay in the new country for the rest of their lives, or will go back to Italy after having discovered that they cannot find in that country the answers they are looking for. Or, as some do, they try other countries in order to find the answers that may not exist, except inside themselves.

The roll of drums

These thoughts are far from those of young children in their first years at school who do not understand the discomfort they feel at school and in their exchanges with others. They only know that they are not accepted by their teachers and their peers and cannot fully understand the source of the discomfort. As we grow older we face up to the dilemma but if someone at the time had told us that it would take years to understand we would have been mortified.

Each one of us has to find our own solutions and often they some unexpectedly.

In my case the first indication of identity came during the first trip to Italy at sixteen. Sadly, this was the beginning of arguments at home because my parents did not absolutely want to know that their son thought of going back to Italy.

I did not tell them, and I cannot do so now, that during one of the trips to Italy the roll of drums made me feel deeply that Australia was not my place. I had gone to Faenza to see the Palio and the moment I heard the roll of the drums for the parade of the teams I felt a response inside of me that recognized the rhythm of the musicians that had been missing before then.

Strangers in a strange land

Now I am in Faenza writing words that I wish could be sent to the younger me all those years ago. I could have come to Italy earlier but the moment was not right because I had commitment that was as much about love as it was about pain towards my parents.

In July it will be eight years since I came to Italy and I came with the intention to make not only my story known but also those of my many, many peers in every country. We have stories to tell, many beautiful, others sad and all in search of our personal identity which is described in the title of that science fiction novel. Today it is still one of my all time favourite novels.

As much as we love both our countries of birth and our countries of residence, in one way or another we are always strangers in strange lands because we do not belong to one country but to two.

Send your stories to: [email protected]

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