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Situationship: l’amore liquido di una generazione senza etichette

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L’amore al tempo d’oggi, complici i social,  spesso è solo una zona grigia, un “stiamo insieme ma non troppo”, che ha conquistato Millennials e Gen Z, e che sempre più spesso coinvolge anche gli over 40.

di Laura Marà

Non fidanzati, non amici, non amanti. Allora cosa siamo?

Nella giungla delle relazioni moderne spunta un termine che sembra descrivere alla perfezione un fenomeno sempre più diffuso: situationship. Non è un fidanzamento, non è un’avventura di una notte, non è nemmeno un’amicizia con benefici. È una zona grigia, un “stiamo insieme ma non troppo”, che ha conquistato Millennials e Gen Z, e che sempre più spesso coinvolge anche gli over 40.

Un termine nato come crasi tra situation e relationship, esploso nel 2017 grazie a un articolo della giornalista Carina Hsieh su Cosmopolitan e poi entrato persino tra le parole dell’anno dell’Oxford University Press.

La vita a metà: tra intimità e distanza

Ci si conosce online, tra app di dating e scroll infiniti sui social. Ci si scrive quasi ogni giorno, ma ci si incontra solo quando capita. Ci si raccontano sogni e traumi, si ride insieme, si fa l’amore con trasporto. Ma non si conoscono gli amici dell’altro, né tantomeno le famiglie. Non si progetta un futuro, non si usano parole come “coppia”.

Una relazione che esiste, ma non prende mai forma. Vive di attimi intensi, ma resta sospesa.

Le bandierine rosse dell’amore senza nome

Il fascino della situationship sta proprio nella sua leggerezza: niente vincoli, niente etichette, solo la libertà di vivere il momento. Ma dietro questa apparente spensieratezza si nascondono spesso segnali che, se colti, raccontano molto più di quello che si vuole ammettere.

La prima spia accesa è la mancanza di una definizione. In una situationship parlare di “noi” sembra quasi un tabù: nominare il rapporto, dargli un contorno chiaro, rischierebbe di farlo svanire. A questa ambiguità si accompagna spesso una volatilità estrema: basta poco perché uno dei due decida di interrompere tutto, magari senza una parola, scomparendo all’improvviso nel silenzio del cosiddetto ghosting.

Un altro segno evidente è la totale assenza di ufficialità. Non ci si presenta come coppia, non si entra nei rispettivi cerchi di amicizie o famiglie, quasi a voler mantenere quel legame in una dimensione privata, parallela, che non deve mai incontrare la realtà quotidiana. È come se la relazione fosse confinata in una bolla, protetta ma anche fragile.

A complicare ulteriormente le cose interviene il rischio di un dislivello emotivo: può capitare che uno dei due inizi a legarsi di più, a investire sentimenti autentici, senza però trovare il coraggio di dirlo. In questo squilibrio entrano in gioco dinamiche sottili e manipolatorie. C’è chi ricorre al breadcrumbing, l’arte di lasciare piccoli segnali d’affetto qua e là, giusto quanto basta per tenere l’altro agganciato, senza mai impegnarsi davvero. Oppure si assiste a episodi di gaslighting, in cui la persona più distaccata fa dubitare l’altro della propria lucidità o delle proprie percezioni, minando lentamente la fiducia in se stessi. A volte, la trappola è ancora più insidiosa: momenti di freddezza glaciale si alternano a improvvise ondate di passione e tenerezza, un rinforzo intermittente che alimenta una vera e propria dipendenza emotiva.

Sono tutte piccole crepe che, sommate, trasformano la leggerezza in peso. E mostrano come una relazione apparentemente “senza complicazioni” possa in realtà diventare terreno fertile per insicurezze e sofferenze.

 La leggerezza che finisce per pesare

In teoria, la situationship promette il meglio dei due mondi: libertà e intimità, divertimento senza pressioni. Ed è vero, per molti può funzionare come antidoto a storie soffocanti o a un bisogno di autonomia personale.

Ma la verità è che non sempre i due partner sono sulla stessa lunghezza d’onda. Quando uno inizia a desiderare stabilità e l’altro vuole restare nel limbo, la leggerezza diventa zavorra. E da quel momento in poi, ciò che all’inizio sembrava spensierato può trasformarsi in una fonte di ansia, insicurezza e dolore.

Amare nell’epoca dell’iperconnessione

Il successo della situationship racconta molto del nostro tempo. In un’era di incertezze economiche, precarietà lavorativa e iperconnessione costante, i rapporti sembrano rispecchiare la stessa instabilità.

I social e le app ci bombardano di stimoli, ci mettono davanti a infinite possibilità. Ma se tutto è a portata di mano, diventa sempre più difficile scegliere e ancora più difficile restare. Trovare un partner fedele e costruire un legame stabile oggi sembra quasi più complesso di quanto fosse per le generazioni passate.

Restare o uscire: la scelta che spetta solo a noi

La situationship non è di per sé un male. Può essere un’esperienza preziosa, liberatoria, se è vissuta con consapevolezza da entrambe le persone. Ma quando diventa un rifugio dall’impegno o un compromesso che genera sofferenza, allora serve il coraggio di guardarla in faccia e chiedersi: mi fa bene davvero?

Gli esperti suggeriscono di ascoltarsi, anche con l’aiuto di un percorso psicologico se necessario, per capire cosa cerchiamo davvero da un partner. Perché a volte il problema non è l’altro, ma la nostra difficoltà ad accettare un amore che vada oltre l’ambiguità.

Un amore sospeso

Forse la situationship è il simbolo di un’epoca che teme le definizioni, che si rifugia nell’indeterminatezza per paura di scegliere. Non un errore, ma un passaggio. Un terreno in cui si sperimenta, si cresce, si impara a conoscersi.

Eppure, in fondo, la sfida resta la stessa di sempre: trovare qualcuno che non abbia paura di fermarsi accanto a noi. Perché, anche nell’era degli amori liquidi, il desiderio più antico resta immutato: non solo amare, ma sapere di essere amati.

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