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Diritti umani

La vittimizzazione secondaria

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Essa si verifica quando la persona, in particolare se vittima di abusi o violenze sessuali, subisce ulteriori danni non come conseguenza diretta dell’atto criminale ma a causa del modo in cui le istituzioni e altri individui trattano la vittima.

di Antonio Virgili – vicepresidente Lidu odv

La vittimizzazione secondaria è un tema di crescente interesse giuridico, sociologico e psicologico. Essa si verifica quando la persona, in particolare se vittima di abusi o violenze sessuali, subisce ulteriori danni non come conseguenza diretta dell’atto criminale ma a causa del modo in cui le istituzioni e altri individui trattano la vittima. La vittimizzazione secondaria può essere causata, ad esempio, dalla ripetuta esposizione della vittima all’autore del reato, da ripetuti interrogatori sugli stessi fatti, dall’uso di un linguaggio inappropriato o da commenti insensibili fatti da tutti coloro che entrano in contatto con le vittime.  Il rilievo di tale possibile evento è tale che il Consiglio d’Europa, nel 2006, ha emanato una specifica raccomandazione agli Stati membri al fine di prevenire tale vittimizzazione (Recommendation Rec(2006)8 of the Committee of Ministers to member states on assistance to crime victims).

Esempio frequente di vittimizzazione secondaria, specialmente nei casi di abuso o violenza sessuale, è data dai resoconti insensibili e troppo dettagliati dei casi da parte dei media, interessati a vendere notizie che attirano la curiosità del pubblico, ma con scarso rispetto per chi ha subito il reato e ingenerando nella vittima vergogna e timore di ostracismo o ludibrio sociale.

La vittimizzazione secondaria attraverso il processo di giustizia penale può invece verificarsi a causa delle difficoltà nel bilanciare i diritti della vittima con i diritti dell’imputato o dell’autore del reato, ma la vittimizzazione secondaria può anche riguardare coloro che, per lavoro, sono immersi nella gestione degli abusi e può portare a sentimenti di impotenza e disperazione. Rientrano nella casistica pure le modalità di approccio e approfondimento degli operatori del settore, assistenti o terapeuti (dai medici e infermieri agli assistenti sociali) tali da suscitare forti reazioni nei sopravvissuti alla violenza. Negli Stati Uniti, anzi, la vittimizzazione secondaria si riferisce in buona misura proprio a comportamenti e atteggiamenti dei fornitori di servizi sociali che a volte colpevolizzano la vittima, o sono poco sensibili, o che traumatizzano ulteriormente le vittime di violenza che si rivolgono ai servizi. Nel problema sono implicati pratiche e valori istituzionali che pongono i bisogni dell’organizzazione, o della categoria professionale, al di sopra dei bisogni dei clienti o dei pazienti. Quando gli operatori sottomettono i bisogni e i confini psicologici delle vittime di stupro ai bisogni delle agenzie e organizzazioni, le vittime si sentono abbandonate e nuovamente ferite.

Il disprezzo dei bisogni delle vittime da parte dei servizi, in nome di procedure o limiti codificati, può imitare così fedelmente le esperienze delle vittime subite per mano dei loro aggressori che la vittimizzazione secondaria viene talvolta chiamata “la seconda aggressione“. Anche le convinzioni e i comportamenti strettamente personali (disponibilità, rispetto, attenzione, pazienza) degli operatori dei servizi medici e sociali possono quindi essere fonte di vittimizzazione secondaria.     Inoltre, le condizioni di sicurezza, fisica ed economica, delle donne e dei loro figli durante le procedure giudiziarie possono creare situazioni di forte preoccupazione e tensione nelle vittime.  La vittimizzazione secondaria istituzionalizzata è mediamente più evidente all’interno del sistema di giustizia penale. La vittimizzazione secondaria è stata, infine, associata agli effetti dello stress post-traumatico e alla difficoltà di risolvere problemi e prendere decisioni, produce sfiducia nel sistema legale e promuove l’incredulità in un mondo giusto.

Da quanto detto si evince che la vittimizzazione secondaria può assumere diversi aspetti, essere prevalentemente causata da procedure, da scarsa preparazione specifica, da scarsa sensibilità personale degli operatori, da norme non del tutto adeguate, da contesti ambientali e sociali (discriminazioni verso chi ha subito violenza), o anche da norme sociali e morali piuttosto che da norme giuridiche.  Tutti tali aspetti sono rilevanti, ma il centro del tema dovrebbe comunque essere costituito dalla identificazione, determinazione e, se possibile, misurazione, del danno per la persona re-vittimizzata.  In assenza di ciò e di un concreto rischio di vittimizzazione secondaria, le altre considerazioni diventano divagazioni, riflessioni, auspici, o aspettative antropologiche.

Per tali motivi, in uno studio tedesco (in Social Justice Research, Vol. 15 Issue: 4, 2002) si era cercato di misurare la vittimizzazione secondaria valutando gli effetti dei procedimenti penali, come percepiti dalle vittime, sulla gestione della vittimizzazione, sull’autostima, sulla fiducia nel futuro, sulla fiducia nel sistema legale e sulla fede in un mondo giusto. Gli effetti negativi sulla fiducia nel sistema legale e sulla fiducia in un mondo giusto sono risultati considerevolmente più forti degli effetti sulla gestione della vittimizzazione, sull’autostima e sulla fiducia nel futuro. Forti predittori della vittimizzazione secondaria sono risultati, nello studio, la soddisfazione del risultato e la giustizia procedurale soggettiva. Al contrario, la severità della punizione, la giustizia interazionale e lo stress psicologico derivante dai procedimenti penali non si sono qualificati come predittori significativi nell’analisi di regressione multipla. In alcuni casi le vittime hanno affermato che il procedimento penale contro l’autore del reato le ha danneggiate ancor più della stessa vittimizzazione criminale.

L’approccio dello studio tedesco citato mostra però che, oltre alle difficoltà nel definire fasi e misura della vittimizzazione, ci sono dei rischi nei quali si può incorrere nell’affrontare il tema.   Non è raro leggere affermazioni che richiamano a tali rischi. Tra queste affermazioni, il tema delle pene, considerate a volte troppo miti rispetto alla gravità del reato, cosa che secondo alcuni potrebbe produrre forte disagio nella vittima. Tale affermazione è pericolosa perché commisurerebbe le pene prevalentemente alla riscontrata emotività e alla reazione popolare (e mediatica) verso un dato evento.

Altrettanto rischiosa la critica verso procedure “troppo” garantiste, recriminazione che sembrerebbe quasi voler sostenere procedure da linciaggio di piazza per alcuni reati. Non ultimo, anche quello dei presunti pregiudizi contro le vittime può essere fuorviante, negli ultimi anni tale accusa sembra individuare discriminazioni frequenti verso le donne, ma stranamente molto meno verso le minoranze, le comunità marginali e alcuni contesti devianti.  Quanto però tale critica di pregiudizio possa costituire essa stessa un pregiudizio, ove lanciata in modo generico e approssimativo, risulta evidente.  Che tali sviste o errori possano essere presenti tra persone comuni è prevedibile, meno rassicurante quando sono gli stessi operatori del settore a commetterli.  Riemerge quindi l’importanza di ancorare il tema della vittimizzazione allo specifico del trauma piuttosto che al ruolo di vittima nei vari contesti.  Quali effetti e danni determina il trauma subito nei casi di violenza o abuso?

I problemi più frequenti, che coinvolgono circa tre quarti delle vittime, sono di tipo relazionale, mentale e comportamentale e includono, tra l’altro: paura, ansia, tensione nervosa, deficit di autostima personale e autosvalutazione sociale, aggressività, emarginazione o isolamento sociale, insonnia, timore a frequentare ambienti affollati. Tali caratteristiche sono spesso sono concomitanti con la sindrome da Disturbo post traumatico da stress (PTSD) e possono manifestarsi pure attacchi di panico, disturbi digestivi o altre manifestazioni psico-somatiche. Abbastanza frequenti i casi nei quali i postumi da trauma cumulano con preesistenti situazioni problematiche nelle relazioni di coppia, in contesti sociali a rischio, o per abuso e dipendenza da sostanze psicoattive, o della sfera emotiva per eventi precedenti. Una sorta di incremento della vulnerabilità (si pensi a coppie nelle quali già si manifestavano forme di forte pressione o abuso, o a possibili vissuti di bullismo subito nell’infanzia) che talvolta può affondare le radici nell’adolescenza o in ambienti sociali malsani.   L’esperienza della vittimizzazione, primaria e poi secondaria, può determinare una progressione negativa del livello di paura da parte della vittima del crimine e giungere a forme di fobia sociale o ad azioni suicidarie.

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