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La tropicalizzazione del clima italiano: un po’ di chiarezza sul tema

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La tropicalizzazione rientra tra le variazioni climatiche che ormai da tempo subisce il mondo. Ma in Italia, come nello specifico di altri paesi, ha una sua dinamica peculiare che va studiata zona per zona per prevenire catastrofi 

 di Alexander Virgili

Dopo anni di indifferenza verso i cambiamenti climatici, anche in Italia ora è quasi di moda parlare del tema, come spesso capita, però, lo si fa con una certa confusione nei termini.  Riscaldamento globale, tropicalizzazione, climi estremi: di cosa si tratta esattamente?  La prima differenza che a volte ingenera confusione è quella tra riscaldamento globale e tropicalizzazione. Il riscaldamento globale è la tendenza di lungo periodo ad un incremento della temperatura atmosferica causato dalle emissioni inquinanti (in particolare i gas serra), dalla riduzione delle superfici boschive e dall’effetto serra conseguente. E’ definito un fenomeno di lungo periodo perché si manifesta lentamente nel corso degli anni, lo si sta studiando in modo approfondito da almeno una cinquantina di anni e risulta pericoloso perché, come la maggior parte degli studiosi concorda, è poco reversibile e lo è in tempi lunghi.  Cioè, riducendo o eliminando le cause del riscaldamento esso non diminuisce velocemente, ma perdura nel tempo decrescendo molto lentamente.   

Gli effetti del riscaldamento globale sono numerosi, tra questi effetti ci sono le alterazioni del clima.  Le variazioni climatiche, cioè i cambiamenti degli specifici climi terrestri, consistono in modificazioni delle condizioni atmosferiche (pioggia, insolazione, temperatura media, escursione termica, nuvolosità, umidità, ecc.) in date aree del pianeta.  Le variazioni climatiche possono prodursi abbastanza velocemente, non sono uguali in tutto il pianeta nelle loro manifestazioni e possono essere prodotte anche da altre cause specifiche locali.   

La tropicalizzazione rientra proprio tra le variazioni climatiche ed indica che un dato clima sta diventando sempre più simile a quello tropicale.  Chiarita questa prima differenza, il secondo passo è descrivere cosa si intenda per clima tropicale, poiché anche su questo aspetto non sono mancate alcune polemiche.  Si è inutilmente obiettato che il clima italiano non sta diventando come quello monsonico, ed infatti con la denominazione di clima tropicale si intende un gruppo di manifestazioni climatiche, non solo uno specifico clima come quello monsonico, il quale è appunto classificato come “tropicale monsonico”. La fascia climatica tropicale, include dei climi che hanno alcune caratteristiche comuni, ma non tutte. In questa fascia oltre all’ambiente monsonico c’è ad esempio quello della savana, unitamente a delle zone con caratteristiche intermedie poiché, come immaginabile, il clima non cambia bruscamente al chilometro “x”. Le caratteristiche comuni dei climi tropicali sono la temperatura media abbastanza elevata, inverni non freddi (in genere non al di sotto dei 10°) e piovosità concentrata in un periodo dell’anno, con fasi abbastanza prolungate di siccità.

Altra caratteristica di alcune delle zone tropicali sono le manifestazioni temporalesche intense, i cicloni (nelle forme più violente detti uragani) ed i tornado (cioè delle trombe d’aria che coinvolgono superfici limitate ed hanno breve durata). Molti concorderanno sul fatto che in Italia sono oramai presenti almeno una parte di queste caratteristiche: le piogge sono meno diffuse nell’arco dell’anno e quando si manifestano sono intense, cioè con grande caduta di acqua in poco tempo; la temperatura media è aumentata; i periodi di siccità si stanno prolungando e le trombe d’aria sono, di anno in anno, sempre più frequenti. 

Questa è la tropicalizzazione del clima, cioè un clima che assume sempre più le caratteristiche di quelli tropicali, ma certamente non ci sono i monsoni o una netta divisione della piovosità nell’arco dell’anno, per ovvie differenze di latitudine e morfologia geografica. Quando la tropicalizzazione  si manifesta in un’ area che invece si caratterizzava per avere un clima mediterraneo temperato, ne conseguono sia modifiche degli ecosistemi che la necessità di far fronte a diversi tipi di nuove possibili emergenze. Ciò non solo per coloro che dipendono grandemente dal clima come gli agricoltori, ma anche per le alterazioni delle riserve idriche, per il rischio maggiore di desertificazione, per l’eccesso di acque piovane che cadendo in poco tempo non riescono ad essere assorbite dal terreno e producono inondazioni, per le trombe d’aria che oramai stanno diventando fenomeno ordinario tutti gli anni a causa della sempre maggiore temperatura delle acqua marine.   Sui rischi da tornado, ricercatori del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) hanno già chiarito che le trombe d’aria stanno diventando più frequenti, specialmente in alcune zone d’Italia e che, sebbene di potenza certo inferiore rispetto a quelli del Golfo del Messico o del Pacifico, la fragilità del territorio italiano, molto antropizzato, richiederebbe che si cominci a pensare ad un sistema di allerta e di allarme specifico, così come già avviene in altri Paesi interessati da tali fenomeni.   

Quest’anno in Italia da più parti si sono già levate voci e richieste di intervento dovute appunto ad anomalie climatiche: per la siccità, per i danni alle coltivazioni, per alluvioni improvvise che hanno prodotto ingenti danni agli abitati, per trombe d’aria che hanno provocato feriti e morti, per il propagarsi anomalo di incendi (sia dolosi che colposi). Queste emergenze non sono soltanto italiane, diversi altri Paesi europei stanno registrando fenomeni analoghi, il cui impatto economico rischia di essere sempre maggiore, come sempre, maggiore prevenzione sarebbe auspicabile.   

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