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Ambiente & Turismo

I pericoli del gas metano (parte 1) — The Dangers of Methane Gas (part 1)

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Tempo di lettura: 5 minuti
di emigrazione e di matrimoni

I pericoli del gas metano (parte 1)

di Marco Andreozzi

Il metano è sulla bocca di tutti da mezzo anno ormai, dall’invasione armata dell’Ucraina che, come per tutte le guerre, ha tristemente provocato decine di migliaia di morti (dati oggi impossibili da verificare con esattezza). Intanto, mentre l’estate volge al termine, l’Italia ha già annunciato che le riserve di metano accumulate hanno raggiunto l’80% della capacità di stoccaggio, un buon risultato in linea con l’obiettivo di arrivare al 90% prima che cominci la stagione fredda. E pensare che il dibattito e gli studi sulla sicurezza degli approvvigionamenti è aperto da molti anni, unitamente al tema del riscaldamento globale per il quale trent’anni fa debuttò la Conferenza delle Parti (COP) a Rio de Janeiro, il primo summit delle Nazioni Unite sul tema per affrontare uniti una questione che interessa tutte le nazioni del pianeta.

Tuttavia, nemmeno l’annessione russa della Crimea nel febbraio-marzo 2014 generò un ripensamento sull’impiego del gas naturale nel nostro mix energetico, fortemente legato all’approvvigionamento da un Paese inaffidabile. La politica italiana era troppo impegnata nei tornaconti personali di un cambio alla guida del governo proprio in quelle settimane. L’evidente impreparazione che seguì rispetto ai pochi, eppur importantissimi, grandi temi di geopolitica consentì l’aumento della dipendenza dalla Russia, come spiegato nel precedente articolo, mentre era già noto a tutti che l’Ucraina entrava in guerra con il regime di Putin proprio all’inizio della primavera di quell’anno.

Di fatto incompetenza del governo italiano anche sul grande tema energia e cambiamenti climatici, giacché quel 2014 doveva essere la buona occasione per una nuova politica energetica volta alla sostituzione del gas, con la stessa risolutezza che Enrico Mattei ebbe nel realizzare la fitta rete di metanodotti del dopoguerra, vettore della vigorosa ripresa economica. Altri tempi, l’era della Dolce Vita, quando quella iniziativa fu pionieristica tra i Paesi sviluppati, molto più pulita rispetto al modello tedesco a olio combustibile e carbone. Dall’inizio del millennio il tema è in agenda, pur consci che l’influenza percentuale dell’effetto antropico rispetto alla naturale variabilità climatica è ignoto. Certo, oggi siamo otto miliardi contro meno di due miliardi e mezzo del secondo dopoguerra (!)

Con la crescita economica che dagli anni Ottanta ha caratterizzato il pianeta, sono aumentati i consumi in viaggi, nelle case (dalle costruzioni alle forniture di pubblica utilità), nella produzione ed acquisto dei beni, nei servizi e nell’alimentazione, ricordando che la filiera della carne, soprattutto di manzo (consumi in aumento solo nei Paesi in via di sviluppo) è correlata ad emissioni significative di gas climalteranti. Gli allevamenti intensivi generano il 14.5% del totale globale dei gas serra (FAO), quando l’agricoltura vale circa un quarto delle emissioni totali. Tali emissioni sono correlate ad incidenti ed inquinamento dell’aria, e nel caso del metano, tra il 1990 e il 2014 (The Economist) vi sono state poco meno di tre morti per TWh (tera-watt-ora, tera = 1000 miliardi) di energia prodotta. Dato rilevante, giacché se questo valore equivale a un decimo delle morti correlate al carbone, un sesto al petrolio, e circa la metà alla biomassa (nota bene, alternativa inclusa tra le rinnovabili), il dato del gas naturale vale cento volte tanto il numero di morti collegate all’utilizzo di energia eolica (0,04), nucleare (0,03) e solare fotovoltaica (0,02). Nel caso del nucleare, l’analisi include anche il disastro di Chernobyl.

Segue in parte 2

The Dangers of Methane Gas (part 1)

by Marco Andreozzi

Methane-gas has been on everyone’s lips for half a year now, since the armed invasion of Ukraine which, as in all wars, has sadly caused tens of thousands of deaths (the data today impossible to verify exactly). Meanwhile, as summer draws to a close, Italy has already announced that the accumulated methane reserves have reached 80% of storage capacity, a good result in line with the goal of reaching 90% before the start of the cold season. And yet the debate and studies on security of supply has been open for many years, together with the theme of global warming for which the Conference of the Parties (COP) debuted thirty years ago in Rio de Janeiro, the first United Nations summit on the matter to face together an issue that affects all the nations of the planet.

However, not even the Russian annexation of Crimea in February-March 2014 generated an afterthought on the use of natural gas in our energy mix, strongly linked to supplies from an unreliable country. Italian politics was too busy with the personal gains of a change at the helm of the government in those weeks. The evident lack of preparation that followed with respect to the few, yet very important, major geopolitical issues allowed the increase in dependence on Russia, as explained in the previous article, while it was already known to all that Ukraine was entering the war with the Putin regime. right in the early spring of that year.

Incompetence de facto of the Italian government also on the great issue of energy and climate change, since that 2014 was to be the good opportunity for a new energy policy aimed to replace gas, with the same determination that Enrico Mattei had in creating the dense network of post-war methane pipelines, a vector of the vigorous economic recovery. Other times, the era of the Dolce Vita, when that initiative was pioneering among developed countries, much cleaner than the German fuel oil and coal model. Since the beginning of the millennium, the topic has been on the agenda, although we are aware that the percentage influence of the anthropogenic effect with respect to natural climatic variability is unknown. Of course, today we are eight billion versus less than two and a half billion after World War II(!)

With the economic growth that has characterized the planet since the 1980s, consumption in travel, in homes (from construction to utility supplies), in the production and purchase of goods, in services and in food has increased, remembering that the supply chain of meat, especially beef (consumption increasing only in developing countries) is correlated to significant emissions of climate-altering gases. Intensive farming generates 14.5% of the global total greenhouse gases (FAO), when agriculture is worth about a quarter of total emissions. These emissions are related to accidents and air pollution, and in the case of methane, between 1990 and 2014 (The Economist) there were almost three deaths per TWh (tera-watt-hours, tera = 1000 billion) of energy produced. A relatively grave datum, since if this value is equivalent to one tenth of the deaths related to coal, one sixth to oil, and about half to biomass (nota bene, alternative included among renewables), the figure of natural gas is worth a hundred times the number of deaths related to the use of wind (0.04), nuclear (0.03) and solar photovoltaic (0.02) energy. In the case of nuclear power, the analysis also includes the Chernobyl disaster.

To be continued in part 2

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