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La Rai di Napoli nell’ultimo bellissimo libro di Michelangelo Iossa

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Tempo di lettura: 10 minuti

Il Centro di produzione Rai di Napoli ha da poco festeggiato i 60 anni dalla sua nascita

Di Francesca Rossetti

Il Centro di produzione Rai di Napoli, fiore all’occhiello del nostro Paese in cui si gira la soap opera piu’ longeva di sempre, “Un posto al sole” , ha da poco festeggiato i 60 anni dalla sua nascita e con l’occasione è stato pubblicato un bellissimo libro ad opera del giornalista napoletano Michelangelo Iossa che ci parla di questa sua ultima eccellenza.

 Chi è Michelangelo Iossa e come nasce l’idea di un libro sulla Rai di Napoli?

“Sono un giornalista, ma – parafrasando Rino Gaetano – “forse non essenzialmente” un giornalista!

Giornalista e scrittore, collaboro da alcuni anni con il Corriere della Sera, con il Corriere del Mezzogiorno e con altre testate del gruppo-RCS (in particolar misura, gli Speciali settimanali del Corriere della Sera). Dal 1993, anno in cui ho iniziato a fare il giornalista, ho realizzato anche inchieste, reportage, special radiofonici e televisivi.

Dal 1999 sono docente presso l’Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” di Napoli e curo due insegnamenti legati al mondo della comunicazione – Teorie e Tecniche del Press-Agent e Branding & Communication Management – nonché un Laboratorio di Musicologia.

Ai Beatles ho dedicato sette differenti libri pubblicati tra il 2003 e il 2022, e ho – con grande gioia – ricevuto il Premio per l’Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri nel 2004.

Nel corso degli ultimi venti anni ho firmato alcuni volumi su icone della musica italiana e internazionale, da Pino Daniele a Rino Gaetano, da Michael Jackson agli autori delle grandi colonne sonore cinematografiche.

Nell’estate del 2020 ho avuto la fortuna di raccontare sulle pagine del Corriere del Mezzogiorno – che da oltre un quarto di secolo è ‘dorso’ ed estensione del Corriere della Sera – un’ampia fetta della storia della televisione italiana da un punto di vista privilegiato, stimolante e geograficamente unico: il Centro di Produzione Rai di Napoli, uno dei poli produttivi della radiotelevisione italiana insieme a Torino, Milano e Roma. Il viaggio condotto sulle pagine del quotidiano si è, nel corso del tempo, arricchito con successivi approfondimenti, ampliamenti e interviste fino a decostruirsi e ricostruirsi in forma di libro, in occasione del sessantesimo anniversario dell’inaugurazione del CPTV RAI di Napoli, avvenuta nel marzo del 1963. Così è nato “La RAI a Napoli. 1963 / 2023: sessant’anni di televisione all’ombra del Vesuvio” (Rogiosi Editore).”

Come sono cambiate le sorti di questa città con la nascita del Centro di Produzione Rai e quale ruolo riveste rispetto alle altre sedi Rai di Roma, Milano e Torino?

“Nell’agosto del 2020, il direttore del Corriere del Mezzogiorno Enzo d’Errico introduceva il mio reportage “La Rai a Napoli” con un editoriale che promuoveva una profonda riflessione sull’Italia meridionale, sulla cultura del nostro Paese e sulle forme di coscienza collettiva nazionale. Nelle parole del direttore d’Errico emergeva un punto-chiave: la valorizzazione della cultura non basta se non è inserita all’interno di un progetto destinato a trasformare il comparto in un “sistema”.

Un Centro di Produzione RAI come quello di Napoli è un luogo che esprime produzione, creatività e spirito di squadra. La RAI partenopea può essere un eccellente esempio in tal senso: da “Senza Rete” a “Kilimangiaro”, da “Check-up” a “Un posto al Sole”, passando per “MediaMente”, “Per un pugno di Libri” e “Palco e Retropalco”, la RAI del capoluogo campano ha raccontato il Paese, le sue capacità artistiche e performative, la cultura e lo spirito identitario, producendo documenti/monumenti di respiro collettivo.”

Le produzioni che sono il fiore all’occhiello della Rai di Napoli

“Senza alcun dubbio svetta, in tal senso, il varietà Senza Rete.

Il viaggio nella storia del polo partenopeo della Radiotelevisione Italiana non può prescindere da questo varietà andato in onda sul Programma Nazionale, frequenza ammiraglia della TV di Stato e divenuta negli anni, ça va sans dire, Rai Uno.

“Non esiste programma più saccheggiato di “Senza Rete”. Una prova? Dal 2012 è quotidiana la presenza dei suoi videoframmenti nella striscia serale estiva di ‘Techetechetè’!”: a ricordare il primato di “Senza Rete” è Antonio Parlati, dirigente RAI dal 2005 e attuale direttore del Centro di Produzione di Napoli, uno dei poli dell’emittenza nazionale italiana, insieme a Milano, Torino e Roma.

Otto edizioni, una prima serata che passò dal giovedì al sabato sera e, soprattutto, numeri impressionanti: con una media di diciotto milioni di spettatori a puntata, “Senza Rete” si attesta tra le più amate trasmissioni televisive italiane di sempre e i suoi numeri reggono ampiamente il confronto con i dati dei broadcaster europei dell’epoca.

Tra gli altri programmi-simbolo vanno citati l’Eurovision Song Contest del 1965, Sotto le Stelle, Domenica In, Furore, ma anche la soap opera più longeva d’Italia (Un Posto al Sole), il serial poliziesco La Squadra, il programma di informazione medica Check-Up, lo show musicale Ti Lascio Una Canzone, il quiz show estivo Reazione a Catena, il teatro di Vincenzo Salemme, la comicità di Made in Sud e le trasmissioni-cult ‘arboriane’ Guarda Stupisci, L’Alfabeto di Arbore e Ll’Arte d’ò Sole.”

Quali personaggi famosi sono riportati nel libro come interviste e quali episodi e incontri particolari hanno ricordato?

“Per raccontare i sei decenni di televisione nata all’ombra del Vesuvio, ho selezionato diciannove trasmissioni-simbolo della storia del polo partenopeo, analizzandone la genesi e le caratteristiche, i team di lavoro, la scrittura autorale e intervistando i protagonisti delle singole produzioni.

Colgo l’occasione di questa intervista per ringraziare, ancora una volta, tutti coloro che hanno voluto dedicare tempo, attenzione e ricordi alle pagine del mio libro: Antonio Parlati, Bobby Solo, Pippo Baudo, Luciano Lombardi d’Aquino, Carlo Massarini, Jocelyn, Carla Signoris, Patrizio Rispo, Mario Porfito, Alessandro Greco, Licia Colò, Piero Dorfles, Amadeus, Antonella Clerici, Nando Mormone, Pino Strabioli, Stefano De Martino, Renzo Arbore, Vincenzo Salemme e Maurizio De Giovanni.

Tutto loro hanno voluto raccontare il personale rapporto con la RAI di Napoli come luogo di creatività e di umanità: una sorta di laboratorio creativo collettivo che ha impreziosito i loro percorsi umani e professionali.

La selezione dei programmi-simbolo è, naturalmente, personale e arbitraria ed è inevitabile che manchino all’appello alcune tessere televisive di un mosaico decisamente complesso e stratificato. Mi piace, però, segnalare che avventure televisive come “Pippo Chennedy Show”, “L’Occhio del Faraone”, “Una Notte a Napoli”, “L’Ottavo Nano”, “Non Necessariamente”, “Festa per uno Scudetto”, “Convenscion”, “Bar Stella” o “Cocco” – solo per citarne alcuni – sono comunque evocati o citati all’interno dei capitoli e delle interviste.”

Come nasce il concetto di squadra nelle maestranze napoletane e come si realizza un programma televisivo step by step?

“Si parte sempre dall’autorialità, dall’idea. Napoli è da sempre una fucina di talenti e creatività ed è inevitabile che abbia conservato questa sua vocazione nel corso dei decenni.

Ti rispondo lasciando spazio ad un bel ricordo che ha condiviso con me l’attrice Carla Signoris: “Da alcuni anni noi Broncoviz eravamo sulle scene e la RAI aveva deciso di affidarci un programma tutto nostro. Facemmo diverse riunioni di pre-produzione ma era chiaro che ci consideravano dei ‘rompiballe’. Per toglierci dai piedi, ci spedirono al Centro di Produzione di Napoli, credendo di liberarsi di noi. Fu la nostra fortuna, non avremmo potuto chiedere di meglio! Ricordo che un pomeriggio, intorno alle cinque, chiedemmo di progettare e realizzare un’intera scenografia di ‘Mary Poppins’ e il giorno dopo la trovammo montata e pronta per le riprese! Truccatori, scenografi, costumisti, attrezzisti: realizzavamo ogni puntata come un ampio lavoro collettivo, lavorando al fianco di autori incredibili e di alcuni veri talenti della squadra RAI di Napoli. Perfino le cuoche della mensa ci coccolavano: ingrassammo tutti e cinque!”.

Il ruolo del pubblico e l’identificazione del popolo napoletano nella famiglia televisiva Rai, che si trova fra l’altro vicino allo stadio Maradona, altro simbolo partenopeo per eccellenza con Totò, Sofia Loren, De Filippo.

“Mi piace lasciar spazio alle parole dei tanti protagonisti della nostra storia catodica che ho intervistato. Ti rispondo con una riflessione interessante di Stefano De Martino: “L’Auditorium di via Marconi rappresenta per la televisione ciò che il Real Teatro San Carlo di Napoli rappresenta per l’opera lirica. Pippo Baudo, Renzo Arbore, Mina, Domenico Modugno e Dario Fo: senti che in quei camerini e in quei corridoi sono state scritte le pagine dello spettacolo, della cultura e della televisione italiana”.

L’Auditorium Rai e il ruolo del teatro napoletano sul piccolo schermo

“L’Auditorium è, senza alcun dubbio, la struttura più nota e riconoscibile dell’intero Centro di Produzione RAI di Napoli: celebre quanto le icone della RAI di Roma – il Cavallo di bronzo di Viale Mazzini dello scultore Francesco Messina, lo Studio Uno della RAI capitolina o il Teatro delle Vittorie di via Col di Lana – l’Auditorium è il gioiello televisivo della radiotelevisione partenopea.

Dedicato al compositore napoletano del XVII e XVIII secolo Domenico Scarlatti, l’auditorium napoletano viene pensato dai tre architetti De Renzi, Avolio De Martino e Contigiani per ospitare mille persone in un’area di circa ottocento metri quadrati e il suo rendimento acustico viene potenziato da innovativi interventi di ingegneria del suono che hanno negli avveniristici elementi di legno interni i testimoni più evidenti.

Sul palco – che vanta una superficie di quattrocento metri quadrati – insiste quello che, nel 1963, è il più grande organo laico d’Europa: il maestoso strumento era stato costruito sul finire degli anni Cinquanta dalla “Pontificia Fabbrica d’Organi del Commendator Giovanni Tamburini”, una delle più importanti ditte organarie d’Europa e del mondo.

La fama dell’Auditorium di via Marconi sarà talmente ampia – soprattutto all’indomani delle leggendarie stagioni di “Senza Rete” a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta – che la RAI deciderà, nell’estate del 1977, di dare ad un suo programma musicale registrato in questa struttura il nome di “Auditorio A”, in omaggio alla grande sala di via Marconi: diretto da Stefano De Stefani e scritto dal grande Giorgio Calabrese, il programma in sei puntate vedrà alternarsi sul suo palco musicisti come Gino Paoli, Sergio Endrigo, Roberto Vecchioni, Milva, Angelo Branduardi, Fausto Leali, il Banco del Mutuo Soccorso e Rino Gaetano in una delle sue più celebri apparizioni televisive (vestito da benzinaio per cantare “Spendi Spandi Effendi”). Il ciclo di “Auditorio A” segna anche il debutto televisivo di Pino Daniele e si conclude con un’ultima puntata battezzata “Napoli Nuovo Sound” che vede protagonisti i Napoli Centrale, Tullio De Piscopo, Tony Esposito, Eugenio ed Erdoardo Bennato.

Il contributo di Napoli nella storia del teatro italiano è straordinario, come mi ha ricordato nella sua intervista Pino Strabioli. Il rapporto settimanale di quest’ultimo con il polo di via Marconi risale, soprattutto, all’avventura del “Cartellone di Palco e Retropalco”, come lui stesso ha affermato: “Intervistavo i grandi attori che erano a Napoli. Da Peppe Barra a Lina Sastri, vivevo nel mio habitat ideale. D’altronde il contributo del capoluogo partenopeo alla storia della televisione è enorme: basterebbe solo ricordare l’idea di ripresa televisiva sperimentata da Eduardo negli anni. De Filippo ha letteralmente inventato la regia televisiva teatrale”.

 Come nasce l’Archivio Storico della Canzone Napoletana e come è avvenuto il passaggio sui cataloghi multimediali?

“A cavallo tra il XX e il XXI secolo, il polo radiofonico partenopeo della RAI ha legato il suo nome ad un ambizioso progetto, costituito da decine di migliaia di canzoni napoletane: è l’Archivio Storico della Canzone Napoletana, iniziativa da Rai Radio e realizzata in collaborazione con la Regione Campania, la Provincia di Napoli e il Comune di Napoli. Raccogliere, documentare, riversare in digitale e mettere a disposizione del più vasto pubblico il maggior numero di riproduzioni musicali del repertorio canoro partenopeo è lo scopo dell’Archivio, che dal settembre del 2007 si è trasformato in piattaforma multimediale grazie ad un accordo raggiunto con la Direzione delle Teche Rai, per l’acquisizione di tutti i materiali cinematografici e televisivi riguardanti la canzone napoletana.

Nel 2016 la Casina Pompeiana della Villa Comunale di Napoli ospita l’Archivio Storico della Canzone Napoletana: oltre centomila contenuti multimediali sono resi disponibili al grande pubblico, dal ‘tenorissimo’ Enrico Caruso fino a Pino Daniele, passando per Sergio Bruni, Roberto Murolo, Renato Carosone, Mario Merola, gli Almamegretta, Edoardo Bennato, la Nuova Compagnia di Canto Popolare, Peppino Di Capri e le centinaia di musicisti e artisti che, nel corso dei decenni, hanno reso celebre la canzone napoletana nel mondo.”

Come avviene la scelta del quartiere Fuorigrotta per la nascita della sede Rai e quale ruolo svolge nei confronti degli altri quartieri napoletani, avendo poi la stazione ferroviaria vicino?

“Di stampo decisamente agricolo, l’area di Fuorigrotta conserva la sua fisionomia rurale sino al ventennio fascista, epoca in cui si registrano i più significativi interventi urbanistici, con la creazione del polo fieristico della Mostra d’Oltremare e del lungo Viale Augusto. Tra il 1925 e il 1930 viene ampliato il Rione Duca d’Aosta e viene costruito l’intero Rione Miraglia; l’infatuazione fascista per la gloria imperiale romana si rivela nella toponomastica del quartiere: via Caio Duilio, via Giustiniano, via Diocleziano, via Coriolano, viale di Augusto (denominato più comunemente “Viale Augusto”) e via Giulio Cesare, solo per citarne alcuni. Negli anni del boom edilizio ed economico, Fuorigrotta vede de facto sparire le sue masserie in favore di edifici enormi e larghissime aree condominiali.

Capitolo a parte merita lo stadio: inaugurato con il nome di Stadio del Sole nel 1959, viene ribattezzato Stadio San Paolo proprio nel 1963, prima di essere dedicato a Diego Armando Maradona nel novembre del 2020”.

Per la soap opera “Un posto al sole” quali location si utilizzano e come sono stati ricreati gli interni delle abitazioni dei protagonisti?

“La risposta meriterebbe un’altra intervista/focus, alla luce dell’incredibile longevità della soap opera!

La scommessa di “Un Posto al Sole” ha avuto due ideali progenitori, l’editrice Elvira Sellerio – figura fondamentale per il successo del Commissario Salvo Montalbano nato dalla penna di Andrea Camilleri – e l’homo televisivus Giovanni Minoli, all’epoca reduce dal successo di “Mixer” e dei format nati da quella esperienza: “Mixer Giovani”, “Mixer Cultura” e “Professione Reporter”. Entrambi ai vertici della RAI degli anni Novanta, i due intravidero nella serie australiana “Neighbours” e nel suo metodo produttivo a carattere ‘industriale’ un esempio replicabile.

Quella esperienza giunse in Italia a metà degli anni Novanta e trasformò la RAI di Napoli nel polo della serialità televisiva, ricollocandolo al centro di quella fabbrica dell’immaginario che è la Radiotelevisione Italiana sin dalla metà degli anni Cinquanta.

Rai Fiction, Fremantle e il Centro di Produzione RAI di Napoli sono i tre produttori della soap-opera che, nel corso del suo primo quarto di secolo, si è progressivamente trasformata in un laboratorio narrativo aperto, fluido ed estremamente creativo: “Un posto al Sole” ha cambiato non soltanto fascia di programmazione – esordì in orario pomeridiano, alle 18.30 – ma anche linguaggi, ritmi, modalità di ripresa televisiva e temi. Dalla cronaca nera alla commedia, dalle storie di criminalità organizzata alla comicità farsesca, la soap di Rai Tre ha toccato ambiti inediti anche per il format australiano originario, trasformandosi nel primo vero esperimento seriale di natura “glocale”, che pensa, cioè, globalmente ma che agisce localmente.

Il Centro di Produzione RAI di via Marconi ospita i set e gli interni degli appartamenti di Palazzo Palladini, da sempre focolaio narrativo della soap, e dei differenti luoghi protagonisti della serie: Villa di Marina, il Caffè Vulcano, gli uffici o gli ambienti dei cantieri navali. Il panorama sul Golfo di Napoli e l’area di Posillipo sono gli epicentri urbanistici delle scene di “Un Posto al Sole”, ma molti musei, luoghi d’arte, palazzi nobiliari, piazze e strade del capoluogo partenopeo hanno fatto da sfondo alle vicende che vedono protagonisti Patrizio Rispo, Marzio Honorato, Germano Bellavia, Lucio Allocca e le decine di attori che hanno costellato gli oltre 27 anni della soap opera.”

Prossime presentazioni

“Il mio libro “La RAI a Napoli” sarà presentato in anteprima nazionale nell’ambito di NapoliCittàLibro – Salone del Libro e dell’Editoria, negli spazi del Centro Congressi della Stazione Marittima domenica 16 aprile 2023 alle 11.00. Ad affiancarmi saranno Antonio Parlati (direttore del Centro di Produzione RAI di Napoli), Rosario Bianco (patron di Rogiosi Editore) ed Enzo d’Errico (direttore del Corriere del Mezzogiorno).

Naturalmente, dopo il 16 aprile verranno organizzate altre presentazioni del volume: “W la Rai!”.

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