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Tecnologia

Informatica, personal computer e robotica: una grande storia italiana dimenticata

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Nell’ ottobre del 1908 nasceva l’Olivetti, che è stata una delle più grandi industrie del mondo per il settore delle macchine da scrivere, da calcolo e probabilmente avrebbe potuto esserlo anche per l’informatica domestica visto che i suoi ingegneri furono quelli che realizzarono il primo personal computer.

di Antonio Virgili – vice presidenteLidu onlus Odv

Quando si pensa all’informatica ed alle sue applicazioni domestiche i riferimenti vanno abitualmente ai grandi marchi statunitensi, ai nomi degli ingegneri statunitensi o inglesi che hanno realizzato e commercializzato i pc e i grandi calcolatori.  Continuano ad essere ignorati, forse per invidia e presunzione, i nomi degli ingegneri italiani e il marchio italiano d’eccellenza che era avanti ad altri nel settore. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso l’Italia era un Paese all’avanguardia nel nascente mondo dell’informatica. A Pisa, Ivrea, Milano e Roma furono sviluppate ricerche e progetti molto innovativi, le cui ricadute sono presenti ancora oggi.

Nell’ ottobre del 1908 nasceva l’Olivetti, che è stata una delle più grandi industrie del mondo per il settore delle macchine da scrivere, da calcolo e probabilmente avrebbe potuto esserlo anche per l’informatica domestica visto che i suoi ingegneri furono quelli che realizzarono il primo personal computer.   Sotto la guida di Adriano Olivetti, figlio del fondatore Camillo, divenuto direttore della Società Olivetti nel 1932 e presidente nel 1938, nel 1940 comparve la prima addizionatrice Olivetti, seguita nel 1945 dalla Divisumma 14, la prima calcolatrice scrivente al mondo in grado di eseguire le quattro operazioni. Venne inventata da Natale Capellaro, che avrebbe progettato in seguito tutte le calcolatrici Olivetti. Nel 1959 Olivetti sviluppò l’Elea 9003, uno dei primi mainframe computer transistorizzati, concepito da un piccolo gruppo di ricercatori guidati da Mario Tchou e prodotto nello stabilimento appositamente dedicato di Borgolombardo, lungo la via Emilia. L’attività di Mario Tchou era improntata a una visione che puntava sull’alta innovazione.

Nel laboratorio di Barbaricina (quartiere di Pisa) raccolse i migliori cervelli, tutti giovani: «Perché le cose nuove si fanno solo con i giovani. Solo i giovani ci si buttano dentro con entusiasmo, e collaborano in armonia senza personalismi e senza gli ostacoli derivanti da una mentalità consuetudinaria» affermava.  L’ing. Mario Tchou considerava l’Italia «…allo stesso livello dei paesi più avanzati nel campo delle macchine calcolatrici elettroniche dal punto di vista qualitativo. Gli altri però ricevono aiuti enormi dallo Stato. Gli Stati Uniti stanziano somme ingenti per le ricerche elettroniche, specialmente a scopi militari. Anche la Gran Bretagna spende milioni di sterline. Lo sforzo di Olivetti è relativamente notevole, ma gli altri hanno un futuro più sicuro del nostro, essendo aiutati dallo Stato».     Capellaro e Tchou non erano innovatori isolati, gli ingegneri Gastone Garziera, assieme a Giovanni De Sandre e Giorgio Perotto contribuirono allo sviluppo della Programma 101, considerato il primo personal computer al mondo. Il computer 101 venne poi usato anche dalla NASA per la missione Apollo 11.  L’ing. Filippazzi, che progettò un prodotto capace di interfacciare calcolatori elettronici e macchine meccaniche, il CBS (Convertitore Bande Schede).  Massimo Rinaldi che progettò e realizzò la prima calcolatrice elettronica italiana completamente a transistor, citata anche dalla rivista Time, nel 1964, per la sua avanzata tecnologia. E ancora, Luigi Dadda, che lavorò in Italia, poi collaborò negli USA con la Computer Research Corporation per la CRC 102°, la macchina viene installata nel settembre 1954 al Politecnico di Milano, nel sottoscala dell’aula 2SUD e risultava essere il primo grosso elaboratore funzionante in Italia e nell’Europa continentale.  Dadda organizzò e tenne i primi corsi universitari sull’elaboratore e sul suo utilizzo e si occupò del potenziamento della macchina del Politecnico. Studiò le unità aritmetiche di quel periodo proponendo soluzioni originali per i moltiplicatori paralleli: il “Dadda multiplier” risulta ancora oggi uno degli schemi dalle prestazioni più elevate.   Ma non solo Olivetti, importante erano stati il ruolo e le attività di Marcello Conversi, dal 1950 al 1958 professore di fisica superiore all’Università di Pisa, poi passato all’Università La Sapienza di Roma. A Pisa diresse negli anni Cinquanta il progetto per la realizzazione di un avanzato centro di calcolo elettronico (il Centro Studi Calcolatrici Elettroniche, o CSCE) seguendo un suggerimento che Enrico Fermi aveva dato a lui e Gilberto Bernardini durante il Congresso di Varenna del 1954.

Da questa iniziativa nacque la importante scuola di informatica italiana che, come si è detto, ha dato un contributo sostanziale allo sviluppo della stessa pur con i limitati mezzi disponibili.  La dimostrazione più eclatante della miopia e incapacità dei politici, e anche di una parte del mondo bancario e finanziario italiani, fu data sia quando nel 1950 l’Istituto Nazionale per le Applicazioni del Calcolo (INAC) dell’Università di Roma propose all’Olivetti un progetto per costruire un elaboratore elettronico, progetto che però l’Olivetti avrebbe dovuto finanziare interamente, senza contributi dell’INAC e dello Stato. Altro momento critico quando, nel 1964, in presenza di una delicata situazione finanziaria, in Olivetti entrarono nuovi azionisti (il cosiddetto “gruppo di intervento”, formato da Mediobanca, Fiat, Pirelli, Imi e La Centrale) che decisero di cedere il 75% della Divisione Elettronica (compreso il Laboratorio) alla General Electric, avviando, molto prima di quanto si sarebbe purtroppo verificato nei decenni successivi, la dissennata vendita a società estere delle parti migliori delle produzioni e della ricerca italiane.

Pure la Olivetti aveva dimostrato, aprendo due laboratori negli USA, prima a New Canaan, poi a Cupertino, di aver compreso l’importanza del settore elettronico per lo sviluppo tecnologico dei decenni successivi.  Una serie non del tutto chiara di eventi aveva stroncato l’anima ingegneristica applicativa italiana, Mario Tchou morì nel 1961, a soli 37 anni, in un incidente d’auto, in quel periodo stava sviluppando un progetto d’avanguardia per una nuova architettura transistorizzata. Sulla sua morte e su quella, l’anno precedente, di Adriano Olivetti, morto per ischemia in treno a 59 anni, sono stati avanzati seri dubbi, non ultimo dalla stessa moglie di Tchou. L’Olivetti con i suoi progetti aveva superato in quel momento i progettisti statunitensi e, secondo alcuni osservatori, sarebbero stati i servizi segreti di quel Paese a “contribuire” alla morte dei due. Certo ipotesi realistica, ma al momento non dimostrabile.  Di fatto con la loro morte il Progetto Elea 9003, un avanzato calcolatore elettronico, uno dei primi al mondo interamente transistorizzato, fu fermato definitivamente.  La divisione elettronica sarà infatti dismessa e poi venduta a General Electric.

Nel 2013 lo stesso Carlo De Benedetti, presidente della Olivetti dal 1978 al 1996, dichiarò in un programma radiofonico: “In Olivetti c’era la convinzione che fosse stato ucciso da servizi segreti stranieri”.  Contributo importante anche quello di Roberto Busa, riconosciuto come un pioniere dell’informatica linguistica, docente all’Università Cattolica di Milano ha fondato (1955) e diretto il Gruppo interdisciplinare di ricerche per la computerizzazione dei segni dell’espressione (GIRCSE), che raccoglie l’eredità dei suoi studi.  In anni più recenti, il fisico Federico Faggin (che pure aveva lavorato all’Olivetti) è stato capo progetto e progettista dell’Intel 4004 e responsabile dello sviluppo dei microprocessori 8008, 4040 e 8080 e delle relative architetture ed è stato premiato, nel 2010, dal Presidente Obama, per l’invenzione del microprocessore.

Attualmente l’Italia è tra i Paesi più avanzati del mondo per la robotica, è leader in Europa per aziende che forniscono soluzioni di automazione e robotica, davanti anche a Francia e Germania. L’Italia è poi tra i primi Paesi a svolgere ricerca sui soft robot; meccatronica e biomedicale sono due dei più interessanti campi applicativi della soft robotics, in tale settore operano Cecilia Laschi e Barbara Mazzolai considerate tra i più importanti esperti mondiali in questo settore.  Per vari motivi e interessi, questi importante pezzi della storia d’Italia sono stati a lungo trascurati o dimenticati, assieme ai tanti ricercatori, fisici e ingegneri italiani che hanno dato contributi fondamentali allo sviluppo dell’informatica e delle sue applicazioni, che parlano più italiano di quanto si possa immaginare.

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