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Cybersecurity, spesso una trappola – Cybersecurity, often a trap

By 4 Ottobre 2019 No Comments

di emigrazione e di matrimoni

Cybersecurity, spesso una trappola

Il problema è che spesso, come del resto abbiamo visto avvenire in tutti i campi (comprese fondazioni, ONG, associazioni) non tutti hanno nobili intenti. Allora chi stabilisce le regole? Chi controlla i controllori? Chi ci protegge? Nessuno!

Ogni volta che sento la parola “sicurezza”, mi pongo una domanda, la sicurezza di chi? A che prezzo? Per quanto tempo? Far leva sulla paura è una vecchia tecnica, l’Italia sa bene cosa ha rappresentato il terrorismo, la strategia della tensione. Abbiamo assistito con sgomento all’11 settembre, ascoltato con incredulità alle varie commissioni d’indagine e alle ritorsioni avvenute dopo. Purtroppo, però molte cose non sono chiare. Certe relazioni tra chi doveva garantire la sicurezza e chi invece l’ha minata, tra forze politiche e sistemi di sicurezza che tali non sono stati, se non per servire meccaniche altre.

La “primavera araba”, uno dei più lampanti esempi di manipolazione e interferenza da parte di “agenzie per sicurezza” straniere in barba alla sovranità nazionale di uno stato o regione. Vogliamo parlare della Libia? Ucraina? Vogliamo parlare della strage di “Ustica” ecc. ecc.  Ci aspettiamo che adesso tutti siano diventati buoni? Che ci si possa fidare? L’ultima moda in campo digitale e la “Cybersecurity” ovvero la vigilanza e il controllo della congruenza dei sistemi digitali e delle loro applicazioni e funzionamento. Come spesso accade per le mode quello della Cybersecurity è un fenomeno legato in parte da un reale bisogno, in parte creato per dissimulare un pericolo che non si sa bene come affrontare. Viene poi commercializzato per il grande pubblico sfruttando la stessa strategia del terrore messa in pratica in altri campi, ma il pericolo è reale.


Spesso si affacciano giullari e profeti che fino a ieri nulla sapevano di questo argomento e che oggi scrivono libri e trattati. Il mercato si riempie di strumenti e applicazioni che dovrebbero rendere “sicuro” l’ambiente digitale ma che spesso a nulla servono se non a rubarci i soldi. Come difendersi? Purtroppo, le istituzioni sono prive di quegli strumenti necessari per una reale gestione del problema. Questo è quello che accade nei luoghi di frontiera, in questo caso una frontiera tecnologica che ci travolge tutti. Le regole sono più blande, i controlli più difficili, il bisogno di risorse e la speranza di guadagni fa spesso dimenticare i rischi di questo modo di incedere. Così in questo caos (forse voluto) si demanda a terzi il controllo e la gestione di questo problema strategico per la democrazia, per i diritti umani, per il nostro coesistere e vivere. Il problema è che spesso, come del resto abbiamo visto avvenire in tutti i campi (comprese fondazioni, ONG, associazioni) non tutti hanno nobili intenti. Allora chi stabilisce le regole? Chi controlla i controllori? Chi ci protegge? Nessuno! Perché coloro che sono chiamati a dare il loro parere e supporto si trovano in conflitto d’interessi. Sarebbe come chiedere a una casa farmaceutica di curare le cause di una malattia e non i suoi sintomi. Ma come se ne esce?

La soluzione non è indolore né nuova, bisogna creare degli osservatori che siano in grado di raccogliere informazioni e dare delle linee guida, dobbiamo impegnarci per comprendere collaborando con tecnici, fisici, medici, ricercatori, riportando la tecnologia al servizio dell’evoluzione della specie umana, l’etica negli ambienti di lavoro, l’amore nel costruire e condividere. Se non fermiamo questa frenesia tecnologica e non ritroviamo dei valori condivisi saremo presto vittime della nostra incapacità di proteggere i fondamentali diritti umani. Dobbiamo creare dei luoghi sicuri perché l’utilizzo e l’abuso che stiamo facendo di queste tecnologie ci lascia vulnerabili ed esposti, preda di multinazionali senza scrupoli, di governi e istituzioni tiranniche. I danni torno a ripeterlo sono tutt’altro che virtuali. 

di emigrazione e di matrimoni

Cybersecurity, often a trap

The problem is that often, as we have seen, not everyone has noble intentions. So, who sets the rules? Who controls the controllers? Who can protect us? Nobody!

Every time I hear the word “safety,” I ask myself a question, the safety of whom? At what price? For how long? Leveraging fear is an old technique, Italy knows well what terrorism represented, the strategy of tension. We watched with dismay at 9/11, listened with disbelief to the various committees of inquiry, and the retaliation that took place afterwards. Unfortunately, however, many things are unclear. Certain relations between those who were supposed to guarantee safety and those who undermined are not clear, between political forces and security systems, that where not so secure at list not for us.

The “Arab Spring”, one of the most glaring examples of manipulation and interference by foreign security agencies in the face of the national sovereignty of a state or region, do we want to talk about Libya? Ukraine? We want to talk about the massacre of “Ustica” etc. etc.  Do we expect everyone to be good now? Who are you going to trust? The latest fashion in the digital field is: “Cybersecurity”.  The vigilance and control of the congruence of digital systems and their applications and operations. As is often the case with fashions, Cybersecurity is a phenomenon linked in part to a real need, partly created to disguise a danger that you don’t quite know how to deal with. It is then marketed to the general public by exploiting the same strategy of terror put into practice in other fields, but the danger is real.

Often there are jesters and prophets who until yesterday knew nothing about this subject and who today write books and treatises. The market is filled with tools and applications that should make the digital environment “safe” but often serve nothing except to steal our money. How to defend yourself? Unfortunately, the institutions lack the necessary tools for real management of the problem. This is what happens in border places, in this case a “technological frontier” that is everywhere and overwhelms us all. In this border places rules are blander, the controls more difficult, the need for resources and the hope of gains often makes us forget the risks of this way proceeding. So, in this chaos (perhaps wanted) third parties are asked to control and manage this strategic problem for democracy, for human rights, for our coexistence and lives.

The problem is that often, as we have seen, not everyone has noble intentions. So, who sets the rules? Who controls the controllers? Who can protect us? Nobody! Because those who are called to give their opinion and support find themselves more often than non in conflict of interest. It would be like asking a pharmaceutical company to treat the causes of a disease and not its symptoms. But how do you get out of it? The solution is neither painless nor new, we need to create observatory that are able to gather information and give guidelines, we must work to understand by collaborating with technicians, physicists, doctors, researchers, we need to bringing the technology back to the service of human evolution, we need to bring back ethics in the workplace, we need to reintroduce the word love in the workplace. If we do not stop this technological frenzy and find shared values, we will soon be victims of our inability to protect our fundamental human rights. We must create a safe environment because the use and abuse we are making of these technologies leaves us vulnerable and exposed, prey to unscrupulous multinationals company, governments and tyrannical institutions. The damage I repeat is far from virtual.

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