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Italiani nel Mondo

Cosa vuol dire “100% italiano”? Parte 5 – What does 100% Italian mean? Part 5

Gianni Pezzano

Pubblicato

il

di emigrazione e di matrimoni

Cosa vuol dire “100% italiano”? Parte 5

Tradizioni/Usanze

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Anni fa ero a cena vicino a Forlì nel cuore della Romagna con un amico del posto e sua moglie, italo-australiana come me. Vicino a noi c’era una tavolata di ragazzi di una ventina di anni e ad un certo punto il gruppo si è messo a cantare spontaneamente “Romagna Mia”. Gli altri nel locale hanno ascoltato con ovvio piacere e alla fine si sono messi ad applaudire.

La moglie del mio amico ed io ci siamo scambiati uno sguardo stupito per poi dire allo stesso momento, “Non ho mai visto una cosa del genere in Australia. Perché?”

La risposta alla domanda è semplice e disarmante, una spontaneità del genere non esiste in Australia e oso dire la stessa cosa di tutti gli altri paesi anglo-sassoni. Quella sera sono andato a letto chiedendomi se mi sarei comportato così se fossi cresciuto in quel territorio. Naturalmente non posso rispondere al 100%, ma non ho alcun dubbio che sarei una persona diversa.

Sono istanze come queste che ti fanno capire che dire essere “100% italiano” non ha alcun senso quando sei nato e/o cresciuto in paesi con altre tradizioni e usanze che assorbiamo nel corso degli anni.

Alcune comunità italo-americane dimostrano questa tendenza quando chiamano la salsa/sugo/ragù tradizionale della domenica come “gravy”, una parola inglese che non esiste nella lingua italiana ed in nessuno dei dialetti italiani. E questi difendono questa usanza con grande passione, dicendo a chiunque li critica che così hanno imparato dai loro nonni immigrati. E la cosa più straordinaria di questa difesa è che nessuno chiede come mai perché famiglie italiane, particolarmente dal sud, hanno scelto di utilizzare una parola inglese in modo che i loro figli e poi i nipoti pensassero che sia una parola italiana semplicemente perché utilizzata da famiglie italiane.

Allo stesso modo gli italiani in Argentina hanno assorbito l’usanza del mate, la tisana locale, in Australia le nostre famiglie hanno assorbito anche il tradizionale pudding per i nostri pranzi natalizi e senza alcun dubbio ogni comunità italiana nel mondo ha fatto altrettanto.

Ma queste usanze non sono italiane bensì italo-americane, italo-argentine, italo-australiane e così via. E questo non è un punto negativo, ma un punto che li descrive secondo le influenze del paese dove abitano e/o crescono.

L’Italia ha visto questa tendenza alla rovescia quando negli anni 70 e 80 i giovani, ispirati dai film e programmi TV americani, hanno cominciato a fare il “dolcetto o scherzetto” della ricorrenza di Halloween ed ora i loro figli e, in non pochi casi, i loro nipotini considerano questa occasione come una “tradizione italiana”. Qualcuno in Italia riderà a queste parole ma non ho alcun dubbio che tra due o tre generazioni Halloween diventerà una parte permanente delle tradizioni italiane, se non lo è già.

Per la grande maggioranza degli emigrati le tradizioni, usanze e anche la lingua erano quelle delle loro regioni, e spesso provenivano da famiglie rurali e quindi quel che tramandavano ai loro figli/discendenti erano gli usi di quelle zone, e di conseguenza molti di loro credono che tutti gli italiani facessero le stesse cose e quindi le loro idee della nostra Cultura e lingua sono limitate alle usanze di paesini specifici.

Il risultato di questo, insieme alla mancanza di insegnamento della Storia, Lingua e Cultura d’Italia nelle loro scuole all’estero come abbiamo discusso nell’articolo precedente, ha assicurato che conoscessero poco o niente non solo della “Alta Cultura”, ma anche dell’enorme varietà di tradizioni e usanze del nostro paese. Senza dimenticare che anche all’estero le tradizioni e usanze cambiano nel corso delle generazioni fino al punto di creare “micro Culture” in ogni paese, con usi e comportamenti italo-australiani, italo-americani, italo-argentini, italo-brasiliani, italo-belgi, ecc., ecc., ecc. che dovrebbero essere riconosciute e studiate come tali.

Questo rende ancora più triste il fenomeno di quegli italiani in Italia che sembrano dilettarsi a prendere in giro i nostri parenti e amici all’estero, ma anche la loro consapevolezza delle realtà all’estero è altrettanto ‘ignorante’ di quella dei figli/discendenti degli immigrati, e abbiamo l’obbligo di spiegare a entrambi questi gruppi le moltissime realtà, sia in Italia che all’estero.

Alla fine la soluzione ai problemi evidenziati in questo ed i precedenti articoli di questa serie è l’Educazione. In Italia dobbiamo insegnare la Storia dell’Emigrazione italiana, non solo di quei pochi che hanno avuto grande successo economico, come è nostro vizio, ma anche di quelli che hanno avuto altri tipi di successo nei loro campi di lavoro e di vita.

Allo stesso modo dobbiamo insegnare meglio all’estero, nelle lingue dei loro paesi di residenza almeno all’inizio, la nostra Cultura, di tutti i tipi, e la Storia in modo da stimolare i discendenti a volere saperne di più partendo dalla nostra lingua, e questo avrebbe effetti positivi per tutti, in Italia e all’estero, anche a livello economico se lavorassimo finalmente insieme, invece di lavorare come molti individui per scopi personali al posto di scopi comunitari.

Nel prossimo articolo trarrò le conclusioni di questa serie di articoli, a partire dal vero tema della serie e la parola chiave che ho evitato di utilizzare in questi articoli proprio per far pensare tutti i nostri lettori, in Italia e all’estero, cosa vuol dire “100% italiano”.

Nel frattempo, ripetiamo ai nostri lettori all’estero di inviarci le loro storie ed esperienza su questi ed altri aspetti d’essere emigrati italiani, oppure figli/discendenti di emigrati italiani a: gianni.pezzano@thedailycases.com 

 

What does “100% Italian” mean? Part 5

di emigrazione e di matrimoni

Traditions/Customs

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Cosa vuol dire “100% italiano”? Parte 4 – What does 100% Italian mean? Part 4

Years ago I was having dinner near Forlì in the heart of the Romagna with a local friend and his wife, an Italo-Australian like me. Near us there was a big table of young people of about 20 and at one point the group spontaneously started to sing the song “Romagna Mia”. The others in the premises listened with obvious pleasure and at the end they started clapping.

My friend’s wife and I exchanged an amazed look to and said at the same time, “I have never seen anything like that in Australia. Why?”

The answer to the question is simple and disarming, such natural spontaneity does not exist in Australia and I dare say the same thing about other Anglo-Saxon countries. That night I went to bed wondering if I would have behaved in that way if I had grown up in that area. Of course I cannot answer 100% but I have no doubts that I would be a different person.

Moments such these are the ones that let you understand that saying “100% Italian” does not make total sense when you are born and/or raised in countries with other traditions and customs that we absorb over the years.

Some Italian American communities demonstrate this tendency when they call the traditional Sunday sauce/sugo/ragù as “gravy”, a word that does not exist in the Italian language or in any of its dialects. And they defend this custom with great passion telling those who criticize them that this is what they learnt from their immigrant grandparents. And the most extraordinary thing about this defence is that nobody ever asks why Italian families, especially from the south, decided to use an English word in such a way that their children and then grandchildren think that it is an Italian word simply because it is used by Italian families.

In the same way Italians in Argentina absorbed the custom of mate, the local herbal tea, in Australia our families also absorbed the traditional pudding for our Christmas meals and without a doubt every Italian community around the world has done the same thing.

But these customs are not Italian, they are Italian American, Italo-Argentinean, Italo-Australian and so forth. And this is not a negative point but a point that marks them according to the influences of the country where they live and/or grow up.

Italy saw this tendency in reverse in the ‘70s and ‘80s when youngsters, inspired by American films and TV programmes, began to do “trick or tweet” on Halloween and now their children, and in not a few cases their grandchildren, consider this occasion like an “Italian tradition”. Some in Italy will laugh at these words but I have no doubt that in two or three generations Halloween will be a permanent part of Italian traditions, if this is not already.

For the vast majority of migrants the traditions and customs and also the language were those of their regions and often they were rural families and therefore what they passed on to their children/descendants were from those areas and consequently many of them believe that all Italians do the same thing and therefore their ideas of Italian Culture and language are limited to the customs of specific small towns.

The result of this, together with the lack of teaching of Italy’s History, Culture and Language in their schools overseas as we discussed in the previous article, ensured that they know little or nothing not only of “High Culture” but also about the enormous variety of traditions and customs in our country. Without forgetting that even overseas traditions and customs change over the generations up to the creation of “mini-cultures” in every country creating Italo-Australian, Italian American, Italo-Argentinean, Italo-Brazilian, Italo-Belgian, etc, etc, etc customs and behaviours that should be recognized and studied as such.

This makes even sadder the phenomenon of those Italians in Italy who seem to delight in mocking our relatives and friends overseas but their knowledge of the realities overseas is just as ill-informed as that of the children/descendants of migrants and we have the obligation to teach both these groups the many realities, both in Italy and overseas.

Ultimately the solution to the problems highlighted in this and the previous articles of this series is Education. In Italy we must teach the History of Italian Migration, not only of the few who had great economic success, as is our bad habit, but also of those who had other types of success in their fields of work and life.

In the same way we must teach better overseas in the languages of their countries of residence, at least at the beginning, our Culture of all kinds and History in such a way that we give the descendants the desire to want to know more, starting with our language, and this would have positive effects for everybody in Italy and overseas, even economically if we finally worked together instead of working like many individuals for personal purposes instead of community purposes.

In the next article I will draw the conclusions of this series of articles, starting with the real theme of the series and the key word that I have avoided using in these articles precisely to make all our readers in Italy and overseas think about what it means to be “100% Italian”.

In the meantime we repeat our invitation to our readers overseas to send us their stories and experiences of these and other aspects of being Italian migrants or children/descendants of Italian migrants to: gianni.pezzano@thedailycases.com  

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