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Diritti umani

Carceri italiane: punitive più che rieducative

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Tempo di lettura: 4 minuti

La nostra Costituzione è chiara: “Le pena non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato…”.

 di Damiana Cicconetti

L’articolo 27 della Costituzione è chiaro: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva e le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità ma devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Perché l’Italia è un Paese, giustamente, garantista ed in cui, prima di finire in carcere, bisogna essere oltremodo certi della colpevolezza del condannato.

Del resto, la nostra Costituzione è stata scritta da uomini che hanno conosciuto un carcere a dir poco “duro”: quello della dittatura fascista, all’interno del quale non pochi hanno perduto la vita. Ad esempio, Antonio Gramsci, non certo perché colpevole di chissà quali crimini!

La Costituzione, pertanto, non ha potuto fare a meno di considerare tali problematiche e, perciò, ha stabilito che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità…”, oltre a dover necessariamente “tendere alla rieducazione del condannato…”, non ammettendo la pena di morte.

Dunque, il carcere che avevano in mente i Padri Costituenti era teso alla rieducazione in toto del condannato che, al termine della pena, avrebbe dovuto essere un homo novus, anziché marchiato per sempre dall’aver vissuto il carcere, da intendere finanche – ma non esclusivamente – come avente funziona punitiva.

Purtroppo, nella realtà, i fatti sono ben diversi, visto che, come è a tutti fin troppo noto, al di là di riforme che, nel tempo, si sono succedute il carcere tende solo a punire, non anche a “riabilitare…”.

Non a caso, prima della legge di riforma del 1975, la condanna era addirittura immodificabile, salvo casi eccezionali rappresentati dalla “grazia” e dalla “liberazione condizionale”: unici istituti che potevano modificare la durata della pena inflitta.

Solo in seguito, a partire dalla Legge n. 354, si è deciso che la durata della pena potesse essere modificata e persino decurtata per effetto dei comportamenti del condannato, orientati per l’appunto all’obiettivo del recupero.

Così si è chiarito che “il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità, oltre ad assicurare il rispetto della dignità umana. Il trattamento, quindi, è improntato ad assoluta imparzialità, senza discriminazioni in ordine a nazionalità, razza e condizioni economiche, sociali o politiche, oltre a credenze religiose…”.

Un trattamento che, tuttavia, al di là della riforma sulla carta, ha continuato a restare invariato, viste le condizioni disumane in cui vivono ancor oggi i detenuti: stipati all’interno di piccole celle sovraffollate, del tutto inadatte ad ospitare poveri esseri umani afflitti da malattie serissime, quali AIDS ed HIV!

Non a caso, già nell’anno 1904 l’esponente del partito socialista Filippo Turati non aveva potuto fare a meno di evidenziare analoghe problematiche, così dichiarando: “Ci vantiamo di avere cancellato la pena di morte dal Codice Penale ma le nostre galere costringono poveri esseri umani a subire situazioni ancor peggiori di quelle inflitte in passato per mano dei carnefici! Ci gonfiamo le gote a parlare di emenda e di colpevoli ma le nostre carceri non sono altro che fabbriche di delinquenti o scuole di perfezionamento dei malfattori…”.

E, ancor oggi, non possiamo non rilevare l’attualità di queste sconcertanti affermazioni.

Perché carceri, ‘Giustizia’ e procedure penali rappresentano ancor oggi i ‘tasti dolenti’ del sistema italiano.

In effetti, non pochi sono i giornalisti ed i politici che hanno avuto modo di visitare le carceri del nostro Paese provando non poca vergogna dopo aver verificato le terrificanti condizioni in cui questi “presunti” luoghi di rieducazione vertono…

…Luoghi tutt’altro che rieducativi… Anzi!

…Perché il ‘carcere duro’ fine a sé stesso non ha – né potrà mai avere – funzione rieducativa, visto che chi commette reati non può smettere di compierne solo perché ha ricevuto tale punizione; di contro, si tratta di individui che persisteranno nel commetterne altri… Invero sempre più gravi, laddove non riabilitati ma unicamente puniti!

In effetti, se il carcere svolgesse realmente funzione rieducativa, nessun ex detenuto commetterebbe più reati: di alcuna natura.

E, del resto, negli stessi Stati in cui vige la pena di morte ancor oggi si continuano a commettere omicidi inenarrabili, proprio a conferma del fatto che il carcere non svolge alcuna funzione di rieducazione.

Appare, pertanto, evidente che, al di là dei suoi ottimi intenti, il carcere non ha neppure raggiunto lo scopo di reintegrare i detenuti nella società, rendendoli tutt’altro che “homines novi”.

Di contro, al di là di quel che ha statuito la Costituzione, i luoghi di detenzione assolvono alla sola funzione punitiva, anziché adoperarsi per il miglioramento di persone: individui che, certamente, hanno sbagliato ma non per questo meritano di essere ‘marchiate’ a vita a causa di errori che non potranno non commettere ancora, visto che nessuno si è occupato di rieducarli.

…Anzi: educarli ex novo, visto che, spesso, si tratta di persone nate e cresciute in ambienti a dir poco disagiati.

Un dubbio – o forse una certezza – a tal punto, sorge spontaneo: le misure sociali, ovvero le attuali pene detentive alternative alla detenzione e, più in particolare, il servizio di utilità sociale potrebbe riscuotere maggior efficacia, almeno in taluni casi…

…Tanto più in considerazione del fatto che, spesso, nelle celle sovraffollate scontano pene i tossicodipendenti (che rappresentano il 30% dei detenuti), oltre a persone con disturbi mentali (pari ad un ulteriore 20%).

…Perché è certo che un luogo appropriato a tali problematiche è necessario e non può essere rappresentato da minuscole celle sovraffollate.

…Perché, a dirla tutta, disagi psichici e tossicodipendenze sono malattie che devono essere necessariamente curate all’interno di Istituti riabilitativi ad hoc, obbligatori per chiunque soffra di tanti e tali disturbi… Istituti che, pertanto, devono essere utili dapprima a curare malattie sì devastanti, oltre ad essere luoghi consono a reintegrare e rieducare realmente…

…Solo così si potranno rieducare se non tutti, almeno il 50% di coloro che sono stati condannati a subire la reclusione: un intento fin troppo lontano dalla realtà.

Perché, al di là di quel che è statuito sulla carta, le carceri italiane – ma, invero, non solo – non tengono alcun conto dei Diritti Umani di chi ha sì commesso errori talmente gravi da comportare condanne alla reclusione ma non merita comunque di “sopravvivere…” in condizioni disumane, così dimenticando di “essere umano…” e, perciò, preferendo – spesso – il suicidio all’indifferenza della società.

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