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Arriverà il giorno in cui io non sarò più bianca o nera, “zingara” o ebrea, cattolica o atea

By 10 Settembre 2020 No Comments

Saremo solamente noi stessi abbattendo il senso della distinzione, del branco, del giudizio sociale.

 di Anna Maria Antoniazza

Arriverà il giorno in cui non saremo più un uomo e una donna che si guardano ma saremo due semplice persone. E questa visione, quella della Persona, dell’essere umano, vincerà su tutto e toglierà ogni impedimento alla voglia di amare che abbiamo. Che sia un uomo, che sia una donna, che sia una transessuale poco cambia: umilmente chiniamo il cuore al suo atteggiamento più semplice ed elementare.

Arriverà il giorno in cui io non sarò più bianca o nera, “zingara” o ebrea, cattolica o atea: saremo solamente noi stessi abbattendo il senso della distinzione, del branco, del giudizio sociale. Perché i limiti fisici che l’umanità si è data come i grandi muri della storia non sono altro che la proiezione di una visione del mondo che separa, che mette troppa punteggiatura, che cataloga non per capire meglio ma per dividere. E non abbiamo sicuramente bisogno di tutto ciò altrimenti oltre a perdere il senso politico finiremo per perdere anche quello etico.


Arriverà anche il giorno in cui parleremo finalmente da soli. Un esercizio di cui si è persa l’abitudine: ognuno di noi quando si guarda dentro vede un palcoscenico di pensieri, emozioni, flussi di immagini e parole che non abbiamo mai il tempo di mettere in ordine e guardare con attenzione. E’ quello spettacolo dell’intimità dove spesso non siamo in grado di percepire bellezza e stupore ma solo sensazioni di confronto continuo e pericolo di abbandono. In realtà è da questo palcoscenico che veniamo fuori io, tu, ognuno di noi. E’ da quel punto che fuoriesce la grandezza di una identità, la fortezza dell’anima, il rapporto intimo e personale con Dio. I monologhi interiori sono le grandi preghiere di una vita, individuali e uniche: sono il rapporto con i mostri che vivono dentro di noi sotto forma di paure, angosce, brutte sensazioni e che la Parola ci aiuta a guarire. Sono il rapporto con la dimensione altruista dell’esistenza che è il grande denominatore comune di ogni essere umano: i sentimenti legati all’affetto.

E’ nell’uso costante della Parola che vive l’essere umano. Chi non parla neanche a sé stesso, chi non è in grado di comunicare neanche con il proprio Io muore lentamente, in un vortice di abbandono che lo stritola senza pietà. Del resto “le parole sono come le monete, una vale quanto molte e molte non valgono quanto una”. (Francisco de Quevedo)


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