La protesta dei giovani futuri avvocati in emergenza covid19

In fibrillazione i 20mila aspiranti avvocati che dopo la prova scritta di dicembre per l’accesso alla professione, a causa del covid19 ad oggi non hanno l’esito dell’esame e nessuna notizia sull’eventuale prova orale da affrontare

Di Macrì Martinelli Carraresi

Il destino di ventimila aspiranti avvocati e magistrati italiani è sospeso e minacciato dal caos scaturito dall’emergenza Covid-19 che in questo caso sta colpendo la categoria dei giovani giuristi. Le lentezze che accompagnano la correzione delle loro prove scritte, effettuate a dicembre, blocca l’accesso a quelle orali mettendo a rischio lo stesso ingresso alla professione. Per ora un’ipotesi che potrebbe portare ad una soluzione,  mettendo d’accordo anche la commissione, sarebbe quella di permettere agli idonei degli scritti 2019 ad accedere direttamente alla prova orale 2020 senza dover rifare nuovamente lo scritto.

La situazione di stallo è stata da più parti denunciata e si sono  levate azioni di protesta da parte di giovani praticanti, tra le quali  la lettera aperta al direttore del Corriere della Sera di  Giulia Brugnerotto , aspirante magistrato  che, dopo aver spiegato passo passo le ragioni della protesta della sua categoria così penalizzata, suggerisce anche alcune proposte riformatrici, che stanno aprendo un tavolo di discussione che potrebbe portare all’avvio di  una riforma dell’esame di abilitazione  per gli avvocati  la cui disciplina, ricordiamolo,  risale ad una legge del 1934.

La lettera di Giulia si conclude così ”che le cose siano così , non vuol dire che debbano andare così”.

Qui di seguito la lettera di Giulia Brugnerotto al Corriere della Sera

 Egr. sig. Direttore,

mi permetto di scriverLe per sottoporLe una serie di problematiche, fino adesso sconosciute o comunque non oggetto di meritevole trattazione.

Mi chiamo Giulia, sono una praticante Avvocato e aspirante Magistrato. Nel dicembre 2019 ho sostenuto l’esame di avvocato e, come altri 20mila praticanti, sono in fremente attesa dell’esito della prova scritta al fine di potermi preparare, in caso di esito positivo, alla prova orale.

Le scrivo con la speranza che il Suo giornale possa dare finalmente voce ad una categoria che non è mai stata sufficientemente ascoltata e tutelata: noi giovani, più in particolare i giovani giuristi.

Sebbene l’art. 3 Cost. disponga che “tutti i cittadini hanno pari dignità e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali,” io, nelle vesti di aspirante giurista, come penso molti altri, non ci credo più molto.

L’inaspettata sopravvenienza del Covid -19 ha comportato gravose conseguenze in tutti i campi, nessuno escluso. Tuttavia, occorre precisare che le categorie già benestanti ne stanno uscendo quasi illese, mentre quelle ab origine in difficoltà sono costrette a sopportare condizioni sempre più degradanti.

Una lettera non basterebbe per elencare tutte le categorie precarie e le relative problematiche, ecco perché mi limito ad indicarne solo una: la categoria dei giovani giuristi, più in particolare gli aspiranti avvocati caduti nel dimenticatoio.

Lungi dall’evitare immediate critiche, sono perfettamente consapevole del fatto che vi è un’epidemia in corso e che i problemi sono altri e anche più gravi, ma questo, a mio avviso, non giustifica le evidenti disparità di trattamento.

Invero se i diversi decreti emanati hanno cercato di garantire una tutela – seppur minimale- alle maggior parti delle categorie professionali, è evidente come alcune siano state completamente dimenticate. Difatti ancora oggi, i 20mila praticanti avvocato che hanno sostenuto lo scritto di abilitazione, sembrano essere dimenticati nel nulla, vivendo così in una ingiusta situazione di limbo ed incertezza.

A partire dall’emanazione del Decreto cd. Cura Italia, l’Onorevole Manfredi, in qualità di Ministro dell’Università e della ricerca, ha stabilito che ai fini dell’abilitazione all’esercizio di specifiche professioni quali ad esempio architetto, assistente sociale, geometra,ingegnere,dottore commercialista, esperto contabile etc., in ordine alla prima sessione d’esame fissata nell’anno 2020, sia sufficiente sostenere un’unica prova orale secondo le modalità “a distanza”.

Tuttavia, tra queste specifiche professioni non è inclusa quella degli aspiranti avvocati.

Sul punto non si comprende quale sia la ragione che abbia indotto l’esecutivo a non parificare – circa le modalità di svolgimento dell’esame di Stato – la professione forense a tutte quelle interessate dal suddetto provvedimento, preferendo invece optare per una correzione da remoto delle prove scritte espletate nel dicembre 2019.

Non vi è chi non veda come vi sia un’evidente disparità di trattamento del tutto ingiustificata in ordine ad una professione di pari dignità rispetto a quelle sopra richiamate.

Mi chiedo quindi, assieme a tanti colleghi:qual è la differenza fra la professione di dottore commercialista e avvocato? Forse il Ministro a cui si deve dar conto.

Non da ultimo, la situazione viene ulteriormente aggravata con l’emanazione del Decreto cd. di Rilancio – che di rilancio per noi giovani ha poco o nulla- dove viene presa una scelta che si sarebbe potuta prendere ben due mesi fa: riprendere la correzione degli elaborati scritti dell’esame di avvocatura 2019 con modalità telematica, investendo le sottocommissioni di poteri discrezionali

e oneri, previsione solo volta ad alimentare l’incertezza dell’azione dei commissari; il tutto senza nemmeno prevedere un termine entro cui dover concludere le correzioni.

Da ciò derivano numerose e impattanti conseguenze a catena:

l’ulteriore prolungamento dei tempi di correzione con forte ritardo nella pubblicazione degli esiti (in tempi normali in genere è a giugno) comporterà la necessità per la maggior parte degli aspiranti avvocati – non ancora sottoposti ad esame orale – di dover sostenere in via cautelativa lo scritto previsto a dicembre 2020. Questo ha come conseguenza il dover affrontare nuovamente dei costi per l’iscrizione all’esame, l’acquisto di nuovi codici, il viaggio e l’eventuale alloggio per sostenere un esame che si sarebbe potuto evitare. Un peso importante per chi ha in media 27 anni, studia da anni e grava ancora sull’economia menage familiare, con la prospettiva – ancora troppo lontana – di dispiegare le proprie ali nel mondo professionale . Pensate quanto sia ancor più grave tutto questo quando riguarda i giovani che hanno sostenuto l’esame scritto nel dicembre 2018 e non hanno potuto sostenere il loro esame orale telematicamente, nonostante questa sia stata la modalità favorita da tutti gli atenei universitari nazionali, che hanno predisposto lezioni, esami di profitto ed esami di laurea, tutto attraverso un pc.

Ad aggravare il tutto si è aggiunta la mancanza di tutela non solo giuridica, ma anche economica.

Invero, nonostante il Decreto Rilancio si sia prodigato a tutelare tutte quelle categorie che nel decreto Cura Italia erano state escluse (i cd. invisibili), si è dimostrato – ancora una volta – totalmente incurante delle sorti dei giovani giuristi siano essi praticanti avvocato o tirocinanti presso gli uffici giudiziari.

Difatti, per i praticanti avvocati, per i quali (come noto da ormai troppi anni) non è previsto alcun obbligo di retribuzione dal momento che non sono classificati come lavoratori, non è stata prevista alcuna indennità.

Invero, nell’arco dei 18 mesi di tirocinio, per la maggior parte dei praticanti, la normalità è non ricevere alcun trattamento economico. Ricevere un rimborso spese è un privilegio e questo può accadere solo a fronte di un dominus compassionevole e riconoscente.

Per i tirocinanti presso gli uffici giudiziari lo Stato invece prevede una borsa di studio, assegnata solo mesi dopo lo svolgimento del tirocinio e neanche a tutti i tirocinanti (la borsa è infatti vinta solo da chi ha un reddito minimale ed entro le risorse stanziate dallo Stato). Peccato che, a seguito dell’emergenza COVID-19, solo pochi giorni dopo dall’uscita del bando, i termini per il deposito della richiesta di borsa di studio siano stati sospesi e lo siano tuttora. Nel 2020, infatti, appare impossibile richiedere questo piccolo riconoscimento in via telematica.

Stiamo parlando di “laureati eccellenti”, tutti laureati con un voto dal 105 in su, incaricati di affiancare i Magistrati affidatari in tutta l’attività giurisdizionale, dallo studio dei fascicoli, all’affiancamento in aula, fino alla redazione delle bozze della sentenza, per un periodo di 18 mesi dalla laurea

Occorre rammentare, soprattutto alle istituzioni, che anche i praticanti svolgono attività lavorativa, intesa come lo svolgimento di un’attività intellettuale, e, in quanto tali, dovrebbero essere ricompresi nella categoria dei lavoratori che, ai sensi dell’art.36 Cost. hanno diritto ad una retribuzione che deve essere, oltre che proporzionata al proprio lavoro, anche sufficiente “ad assicurare a sé alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” .

Nonostante ciò, non si giustificano le ragioni per le quali la maggior parte dei praticanti/tirocinanti non sia meritevole di alcun compenso o comunque sia sottopagato rispetto alla attività quotidiana che compie, costringendo le famiglie, quando vi siano le possibilità, a mantenerli anche oltre la fine degli studi.

A fronte di tale situazione mi pongo diverse domande:perché per perseguire la strada di avvocato, magistrato o notaio bisogna affrontare e far affrontare così tanti sacrifici? Tale percorso è davvero sostenibile solo da chi nasce in condizioni agiate ? Perché chi sceglie un certo percorso deve inevitabilmente rinunciare o rimandare la propria vita privata?

Sono risposte che non ho, che non trovo.

Da ultimo, ciliegina sulla torta: il nuovo Decreto Rilancio non solo ha aggravato un problema già esistente, ma ha altresì disposto una serie di concorsi in campo giudiziario del tutto inaccessibili alla categoria giovanile in virtù degli alternativi titoli esperenziali richiesti quali:

-aver svolto almeno 5 anni di servizio nell’amministrazione giudiziaria;

-aver svolto per almeno 5 anni funzioni di magistrato onorario;

-essere stato iscritto per almeno 5 anni consecutivi all’albo professionale degli avvocati;

-aver svolto per almeno 5 anni scolastici interi attività di docente di materie giuridiche.

Queste condizioni del tutto inique scoraggerebbero chiunque a intraprendere il percorso di studi di giurisprudenza. Ma non passi il messaggio sbagliato: voglio ancora credere che qualcosa possa cambiare e vedere uno spiraglio di luce in fondo al tunnel. Voglio urlare a me stessa e a tutti i miei colleghi – come ha sostenuto uno dei Magistrati che per tutti noi costituiscono un modello- che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così.

Giulia Brugnerotto

Dove lo Stato non arriva – Where the State does not reach

di emigrazione e di matrimoni

Dove lo Stato non arriva

Troppo spesso chi va all’estero non si rende conto che lo Stato Italiano finisce al confine con pochissimi poteri in altri paesi

Non desideriamo entrare in tema di un caso recente che ha suscitato molto clamore nel paese, ma vogliamo trattare un tema che, nel corso di molti anni, è sempre stato attuale in Italia perché più volte nostri concittadini sono stati ostaggi in paesi stranieri.

 Per questo motivo desideriamo fare qualche riflessione sui poteri di qualsiasi governo democratico quando i suoi cittadini sono in pericolo all’estero e in modo particolare capire che esistono limiti a quel che i moderni governi democratici possono fare, e che dobbiamo ricordare ogni volta che leggiamo di casi non solo come il caso recente ma come molte altre volte nel passato.

 È strano come il detto italiano “Paese che vai usanza che trovi” in inglese si dica “When in Rome do as the Romans do”, cioè quando sei a Roma fai come i Romani. Ed è ancor più strano vedere come spesso molti italiani in viaggio all’estero pensino di poter fare come se fossero a Roma. Troppo spesso chi va all’estero non si rende conto che lo Stato Italiano finisce al confine con pochissimi poteri in altri paesi.

 Nel corso degli anni abbiamo avuto molti casi di cittadini italiani coinvolti in situazioni difficili e pericolose come qualche anno fa due nostri concittadini furono uccisi in Libia. Non dimentichiamo poi il caso dei Marò in India coinvolti in una vicenda che, purtroppo come spesso accade in casi del genere, si è trasformato in un conflitto politico in Italia quando casi del genere dovrebbero essere apartitici, oppure il caso tragico e mortale di Giulio Regeni in Egitto che si è trovato in mezzo a una lotta tra poteri politici locali, occulti e non.

 Inevitabilmente nel corso di interviste sui giornali e nei programmi televisivi sentiamo l’accusa delle famiglie rimaste in Italia, come anche da politici in cerca di alzare il profilo, che dicono che “lo Stato è assente”. Frasi del genere sono naturali per chi ha paura per i propri cari, però chi guarda questi programmi e chi fa le interviste e dunque, almeno in teoria, è neutrale, dovrebbe farsi un’altra domanda riguardo lo “Stato”. Cosa può fare lo Stato oltre i confini con i limiti della legge internazionale e la sovranità nazionale dei paesi coinvolti? Aggiungo poi la frase che è di rigore in queste situazioni, almeno apertamente?

 Pretendiamo che chi viene in Italia sia soggetto alla legge italiana e rispetti le nostre istituzioni ed è giusto. Proprio per questo motivo nessuno Stato può comportarsi in modo opposto. La sovranità nazionale impone questo rispetto verso altri paesi e come paese abbiamo l’obbligo di rispettare questo concetto che è alla base del diritto internazionale.

 È peggio ancora in paesi in subbuglio come la Libia o l’Egitto e altri paesi africani dove esistono non solo le forze di fazioni politiche in lotta tra di loro per essere riconosciute come governo nazionale legittimo, gruppi di fanatici religiosi, e anche bande criminali che sfruttano il caos per motivi di puro guadagno. Questo è il motivo per cui i vari Ministeri degli Affari Esteri nei paesi avanzati rilasciano avvisi ai cittadini per avvertirli dei seri pericoli a cui vanno incontro nelle zone di conflitto. Disgraziatamente, come abbiamo visto, ci sono quei cittadini che non danno retta a questi avvisi.

 Mentre assistevamo a questi drammi, pochi si saranno ricordati di un caso di ostaggi che mise in ginocchio diplomaticamente il paese più potente del mondo, gli Stati Uniti d’America.

Nel 1979, in seguito della Rivoluzione Sciita in Iran, un gruppo di studenti universitari decise di fare un gesto contro quel che loro consideravano il “Grande Satana” prendendo in ostaggio oltre 60 persone tra diplomatici, guardie e altri membri dell’ambasciata americana a Teheran. Il dramma durò due anni e vide anche un tentativo disastroso di salvataggio degli ostaggi da parte delle Forze Speciali americane, che finì nel deserto iraniano con un incidente d’atterraggio che uccise alcuni soldati.

 Questa vicenda dimostrò chiaramente i limiti imposti al potere di un singolo stato. Gli Stati Uniti risposero a un atto illegittimo con un altro atto illegittimo e le scene degli ostaggi fecero il giro del mondo e tutto diventò ancora peggio dopo il rilascio delle immagini degli elicotteri distrutti nel deserto del tentativo fallito. Non solo quell’incidente costò al Presidente Jimmy Carter un secondo mandato, ma segnò un passo importante del comportamento di paesi avanzati in drammi del genere.

 Nel caso di ostaggi, che cadano in mani di governi instabili, gruppi terroristici, oppure bande criminali, i governi nazionali non possono permettersi di agire in modo aperto, ma tramite i servizi segreti e i loro contatti nei paesi coinvolti. Come abbiamo visto e capito in queste ultime settimane, per la loro natura questi contatti sono discreti e coperti da altissimi livelli di segretezza. Perciò spesso sembra che i governi non facciano niente.

 Dopo il disastro in Iran i governi nazionali esitano nell’inviare truppe speciali, sia per motivi logistici, sia per il pericolo vero di rischiare di più la vita degli ostaggi, senza dimenticare gli effetti diplomatici se tali tentativi dovessero fallire. Naturalmente ci sono anche le voci di riscatti pagati per la liberazione di vari ostaggi nel corso degli anni. Raramente queste voci sono confermate e per un motivo molto semplice, la conferma di pagamento non fa altro che incoraggiare altre bande criminali a compiere sequestri di cittadini di paesi che hanno pagato in passato.

 Per quanto sia emotivo e senza entrare nei dettagli delle accuse, il caso dei Marò italiani in India non è mai stato un caso di imbrogli diplomatici. Per motivi di sovranità nazionale e per il rispetto delle istituzioni di un paese sovrano, nel momento in cui i due militari si sono trovati imputati sono stati condannati a subire le procedure del sistema giudiziario indiano. La situazione fu peggiore per loro, perché si trovavano in uno stato indiano durante una campagna elettorale dove il partito di maggioranza era ultranazionalista e voleva sfruttare le circostanze.

 In questi casi le trattative diplomatiche sono particolarmente delicate perché devono rispettare tutti i livelli dello stato di diritto. Per quanto fosse doloroso per noi italiani vedere i malumori e i problemi creati a nostri militari dall’incidente in alto mare, lo Stato italiano era costretto a riconoscere e rispettare gli obblighi delle leggi in vigore. Per fortuna i due paesi hanno accettato un arbitrato internazionale e speriamo tutti che il caso si possa chiudere al più presto e nel migliore dei modi.

 Per la loro natura questi casi hanno sempre un profilo altissimo nei giornali e nei notiziari televisivi, purtroppo ci sono politici sempre pronti a utilizzarli per promuovere i propri programmi politici. Però, dovrebbero essere situazioni da considerare e trattare in modo nazionale e unito perché in fondo toccano temi delicati con potenziali conseguenze inattese. Per esempio, se non rispettiamo le leggi locali come facciamo a pretendere che cittadini stranieri rispettino le nostre quando sono in Italia?

 Lo Stato, e con questo intendo tutti gli Stati sovrani e non soltanto la nostra Italia, non ha poteri illimitati e oltre i confini questi poteri diminuiscono ancora di più. I governi nazionali sono tenuti a rispettare le leggi internazionali come i loro cittadini sono tenuti a rispettare le leggi nazionali. Qualsiasi atto contro queste leggi non fa altro che indebolirle e umiliare il paese che le infrange.

 La prossima volta che vediamo un caso del genere e sentiamo la frase “lo Stato è assente” pensiamo un momento prima di rispondere. In realtà, all’estero lo Stato può fare poco legittimamente e ricordiamocelo quando decidiamo di andare in posti di alto pericolo perché nessuno possa diventare il prossimo caso internazionale.

di emigrazione e di matrimoni

Where the State does not reach

Too often those who travel overseas do not realize that the Italian State ends at its border and has very few powers in other countries.

We have not want to enter into the subject of the recent case that caused a lot of hype in Italy but we want to deal with an issue that in recent years has always been current in Italy because a number of times our fellow citizens have been hostages in foreign countries.

 For this reason we wish to reflect on the powers of any democratic government when its citizens are in danger overseas and especially to understand that there are limits to what modern democratic governments can do, and that we must remember every time we read of cases not only like the recent case but like many other times in the past.

 It is strange for Italians to know that English language speakers use the saying “When in Rome do as the Romans do”. And it is even stranger that often many Italians travelling overseas think they can act as if they were in Rome. All too often those who travel overseas do not realize that the Italian State ends at its border and has very few powers in other countries.

 Over the years we have seen many cases of Italian citizens involved in difficult and dangerous situations such as the two Italian citizens killed in Libya a few years ago. Nor do we forget the case of the two Italian Marines involved in a matter that, sadly as often happens in such cases, became a political battle in Italy when cases such as these should be non-partisan, nor the tragic case of Giulio Regeni in Egypt who found himself in the middle of a struggle between local political powers, hidden and otherwise.

 Inevitably during the interviews in the newspapers and TV programmes we hear the accusations of the families in Italy, as well as those by politicians looking to raise their profiles, who say that “the State is absent”. Phrases such as these is natural from those who are scared for their loved ones, however, those who watch these television programmes and those who do the interviews and therefore are neutral, at least theoretically, should ask themselves another question about the “State”. What can the State do beyond its borders with the limits of international law and national sovereignty of the countries involved? I will add another phrase that is de rigeur in these situations, at least openly?

 We demand that those who come to Italy be subject to Italian law and respect our institutions and this is proper. And it is for this very reason that no State can behave in the opposite way. National sovereignty requires this respect towards other countries and as a country we have an obligation to respect this concept which is the foundation of international law.

 The situation is even  worse in countries in turmoil such as Libya and Egypt and other African countries where there are not only the forces of the political factions fighting to be recognized as the legitimate national government, groups of religious fanatics and also criminal gangs that exploit the chaos for reasons of pure profit. This is the reason that the various Foreign Ministries in the advanced countries issue warnings to their citizens to advise them of serious dangers they could find in areas of conflict. Unfortunately, as we have seen, there are citizens who do not heed this advice.

 As we watch these dramas, few will remember a case of hostages that brought the world’s most powerful country, the United States, to its knees diplomatically.

 Following the 1979 Shiite Revolution in Iran, a group of university students decided to make a gesture against what they considered the “Great Satan” by taking more than 60 hostages in the American embassy in Teheran, including diplomats, guards and other staff. The drama lasted two years and also saw a disastrous attempt to save the hostages by America’s Special Forces which ended in the Iranian desert with a landing accident that killed some soldiers.

 The matter clearly showed the limits imposed by the powers of a single state. The United States answered an illegitimate act with another illegitimate act and the scenes of the hostages went around the world and everything became even worse after the release of the photos of the helicopters destroyed in the desert by the failed mission. This incident not only cost President Jimmy Carter a second term but it also marked a major step in the behaviour of advanced countries in dramas such as these.

 In the case of hostages that fall into the hands of unstable governments, terrorist groups, or criminal gangs, the national governments cannot allow themselves to act openly but through the secret services and their contacts in the countries involved. As we saw and understood during these recent weeks, by their very nature these contact are discrete and covered by very high levels of secrecy. Therefore it often seems the governments are doing nothing.

 Since the disaster in Iran national governments have hesitated to send Special Forces, both for logistics reasons and for the real danger of risking even more the lives of the hostages, without forgetting the diplomatic effects should these attempts fail. Naturally over the years there have also been rumours of ransoms paid for the liberation of various hostages. These rumours are rarely confirmed and for a very simple reason, the confirmation of a payment only encourages other criminal gangs to kidnap citizens of countries that paid in the past.

 As emotional as it was and without entering into the details of the accusations, the case of the Italian Marines in India was never a case of diplomatic tangles. For reasons of national sovereignty and for respect for institutions of a sovereign country, the moment the two Italian soldiers were indicted they were condemned to undergoing the procedures of the Indian legal system. The situation was worse for them because they were in an Indian state during an election campaign where the majority party was ultranationalist and wanted to take advantage of the situation.

 In these cases the diplomatic negotiations are particularly delicate because they must respect all the levels of the rule of law. As much as it was painful for us Italians to see the unrest and the problems created for our soldiers after the incident on the high seas, the Italian State was required to recognize and respect the obligations of the laws in force. Luckily, the two countries accepted international arbitration and we all hope that case will close soon and in the best way possible.

 By their very nature these cases always have a very high profile in the newspapers and TV news services, unfortunately there are always politicians ready to use them to promote their own political agendas. However, these cases should be considered and dealt with in a national and united way because basically they touch upon delicate issues with unexpected potential consequences. For example, if we do not respect local laws how can we expect foreign citizens to respect our laws when they are in Italy?

 The State, and by this I mean all the sovereign States and not only our Italy, do not have unlimited powers and they decrease even more beyond their borders. National governments are required to respect international law, just as their citizens are required to respect national laws. Any act against these laws only weakens and humiliates the country that breaks them.

 The next time we see a case such as this and we hear the phrase “the State is absent” let us think for a moment before answering. In reality, the State can do little overseas legitimately and let us remember this when we decide to go to places of high risk so that nobody can become the next international case.

UNICEF: lo Yemen deve affrontare una tripla catastrofe dovuta al conflitto, al COVID-19 e al collasso economico

Oltre 12 milioni di bambini hanno bisogno di assistenza umanitaria; 500.000 bambini hanno bisogno di cure per malnutrizione acuta grave; 3.500 bambini sono stati reclutati nei conflitti; 8.600 bambini sono stati uccisi o feriti dall’inizio del conflitto. Dichiarazione di Henrietta Fore, Direttore generale UNICEF

 “Il COVID-19 è una crisi in quasi tutti i paesi, ma in pochissimi ha un impatto più terrificante che in Yemen. Violenza e instabilità sono una realtà quotidiana nel paese. Scuole e ospedali sono sotto attacco. Cibo e sistemi idrici sono a malapena funzionanti. L’economia è in caduta libera.

Anche prima della pandemia di COVID-19, lo Yemen era un paese sull’orlo della catastrofe. Sottosviluppo cronico e 5 anni di guerra hanno contribuito a creare un enorme disastro umanitario: più di 12 milioni di bambini in Yemen hanno bisogno di assistenza umanitaria; circa mezzo milione di bambini hanno bisogno di cure per malnutrizione acuta grave e potrebbero morire se non riceveranno cure urgenti; più di 8.600 bambini sono stati uccisi o feriti dall’inizio del conflitto, cinque anni fa; 3.500 bambini sono stati reclutati nel conflitto, secondo dati verificati delle Nazioni Unite.

Prima del COVID-19, 2 milioni di bambini non andavano a scuola. Ora a causa della pandemia, le scuole sono state chiuse in tutto il paese, lasciando altri 5 milioni di bambini fuori dalle scuole. Sappiamo che in paesi duramente colpiti da povertà e conflitto, più a lungo i bambini saranno fuori dalle scuole, minori possibilità avranno di ritornarci.

Colera e diarrea restano una minaccia sempre presente perché i bambini e le famiglie non hanno acqua pulita e sistemi e aiuti igienico-sanitari adeguati. Milioni di persone non hanno accesso a strutture per lavarsi le mani o non possono praticare distanziamento sociale – entrambi essenziali per interrompere la diffusione delle malattie. Aeroporti e porti sono stati chiusi rendendo estremamente difficile portare aiuti salvavita nel paese.

Con la diffusione del COVID-19 nel paese, lo Yemen sta affrontando una tripla catastrofe dovuta al conflitto, al coronavirus e al collasso economico. Come sempre, i bambini sono quelli che ne risentono per primi e maggiormente.

Nonostante le vaccinazioni di routine continuino, la pandemia ha sospeso le campagne di vaccinazione. Queste campagne sono state fondamentali per incrementare la copertura, soprattutto con i sistemi sanitari vicini al collasso. Ora che queste campagne sono sospese, 5 milioni di bambini sotto i 5 anni non saranno vaccinati contro la polio; 1,7 milioni di bambini non riceveranno il vaccino contro la difterite; 2,4 milioni di bambini non saranno vaccinati contro il colera. Oltre 400.000 donne in età fertile non saranno vaccinate contro il tetano.

Stiamo affrontando una crisi in una situazione già di crisi – una pandemia durante un conflitto brutale – ma siamo fermi nel nostro impegno a rimanere e a dare aiuti per i bambini dello Yemen.

Abbiamo raggiunto 16 milioni di persone con informazioni su come tenersi al sicuro dal COVID-19 attraverso Tv, radio, social media e la nostra rete di volontari che stanno andando porta a porta; stiamo supportando le strutture sanitarie e gli ospedali e fornendo acqua sicura e kit igienici alle comunità che ne hanno bisogno; stiamo lavorando senza sosta per portare aiuti essenziali, compresi dispositivi di protezione individuale, per tenere al sicuro gli operatori sanitari e per la nutrizione.

Ma nella lotta al COVID-19, dobbiamo continuare a rispondere agli altri bisogni di base dei bambini – curando quelli gravemente malnutriti, distribuendo vaccini, proteggendoli da violenza e sfruttamento e assicurando che proseguano la loro istruzione. Abbiamo bisogno di maggiore aiuto.

Il 2 giugno, le Nazioni Unite e il Regno dell’Arabia Saudita ospiteranno una conferenza virtuale per rilanciare l’allarme sulla crisi. Abbiamo bisogno di donatori per ampliare e incrementare il supporto economico al nostro lavoro salvavita. Abbiamo bisogno di accesso umanitario per raggiungere i bambini e le famiglie le cui vite sono in bilico.  

Ma, prima di tutto, abbiamo bisogno di pace. I bambini dello Yemen hanno bisogno che i combattimenti terminino. Chiediamo ancora una volta a tutte le parti in conflitto nel paese di deporre le armi e negoziare un accordo di pace globale. Chiediamo loro di mostrare una vera leadership e porre al primo posto il benessere dei bambini dello Yemen.

Oggi la pandemia sta spingendo lo Yemen sempre più sull’orlo del collasso. Come UNICEF siamo con i bambini dello Yemen e chiediamo ai nostri partner globali di fare la stessa cosa.”

Fine storia mai! Dalle tenebre alla luce sull’esempio ed il coraggio di Falcone e Borsellino verso un nuovo Umanesimo

Le cerimonie che ogni anno vengono celebrate, vitali per non dimenticare, non rendono quella verità che ancora oggi, dopo tanti anni, ci è celata. E se la verità è solo quella giudiziaria, restano zone troppe oscure, che inevitabilmente rompono quel patto di fiducia che lega ogni  cittadino alla Stato. Come credere che chi ci rappresenta operi solo per il bene comune?

di

Serenella Pesarin, Sociologa, Psicologa – Psicoterapeuta, esperta nel settore penale e minorile,
Presidente “Consolidal sezione di Roma”

Luigi Bulotta, avvocato, Segretario nazionale Consolidal e Vice presidente Sezione Consolidal di Roma

Sono trascorsi alcuni giorni dalla commemorazione della strage di Capaci dove Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, e molti uomini della sua scorta persero tragicamente la loro vita! Una morte preannunciata dal 1989 nella villa estiva dove una bomba frettolosamente allestita per colpire Carla Del Ponte, oltre che Falcone, non esplose: da quel momento era chiaro che sarebbe sopraggiunta, non si sapeva quando e dove si sarebbe deciso, ma fu allora che il giudice Falcone non solito ad esternazioni, ebbe a dire che non era solo la mafia ad aver potuto decapitare in quegli anni, attraverso le varie stragi ed uccisioni, tutta una classe politica, ma che dietro c’erano menti intelligentissime e raffinatissime, e che lui era solo, come solo era stato lasciato Chinnici, Della Chiesa, Borsellino, Mattarella, e tanti altri servitori dello Stato che nonostante la consapevolezza del loro isolamento sino alla fine impiegarono ogni attimo della loro vita, non solo professionale, al servizio della giustizia e delle istituzioni!

Allora tutte queste cerimonie che ogni anno vengono celebrate, vitali per non dimenticare, non rendono quella verità che ancora oggi, dopo tanti anni, ci è celata e se la verità è solo quella  giudiziaria, di certo importante, ma solo giudiziaria, restano zone troppe oscure, che inevitabilmente rompono quel patto di fiducia che lega ogni  cittadino alla Stato, senza verità e senza fiducia. Come credere che chi ci rappresenta veramente operi solo per il bene comune?

Oggi vengono tutti celebrati come eroi, come esempi da imitare. E per fortuna che ci sono stati, sono importantissimi per le nuove generazioni, poiché non ci sarebbero modelli da mutuare, ma dobbiamo non essere anche noi ipocriti ed incoerenti. Dobbiamo cercare di non farci schiacciare dai luoghi comuni o peggio da quella retorica che, anniversario dopo anniversario, pur esaltando la figura e l’esempio di vita di Falcone, sostanzialmente viene usata per poi dimenticarla.

La storia di Giovanni Falcone è stata colma non solo di solitudine, ma fatta di tante sconfitte, di ripetuti tradimenti e non solo dentro la magistratura. Fu accusato di protagonismo, addirittura che l’attentato fallito all’Addaura se l’era prefabbricato lui, che stava farneticando perché costruiva paranoici teoremi di rapporti e trattative tra Stato e mafia, solo per apparire sui media; non fu eletto a Palermo, non fu eletto al CSM, tutto questo perché insieme a Paolo Borsellino avevano il coraggio di dire e lavorare per la verità, per far rispettare le leggi dello Stato, per sconfiggere la corruzione e la piaga della criminalità mafiosa, dei compromessi e delle loro infiltrazioni nei massimi sistemi statuali.

Ma dove è stato il rispetto del loro esempio da mutuare nel tempo quando tutto il sistema carcerario è stato lasciato, man mano negli anni, soprattutto nell’ultimo decennio, sempre di più alla deriva? Per non parlare dell’ultima riorganizzazione del Ministero della Giustizia, che ha devastato il DAP e ha minato alle fondamenta, pur lasciandone parte del nome, il Dipartimento Minorile. Tutto ciò, poi, per culminare,”causa Covid”, con l’uscita di 9000 detenuti ed oltre 400 mafiosi! Prima le rivolte, con la perdita di vite umane di detenuti e feriti tra gli agenti della polizia penitenziaria, con danni indescrivibili in molte strutture carcerarie, poi detenzioni domiciliari facilitate e, come detto dal cons. Sebastiano Ardita, l’effetto domino indiretto, l’uscita più massiccia di mafiosi dal carcere che si ricordi! E ancora, il caso Di Matteo, e le dimissioni di molti vertici del Ministero della Giustizia; e ancora le intercettazioni fatte a Palamara!

Già in una intervista di 14 anni or sono, il presidente emerito Cossiga denunciava quello che oggi si è rivelato, e spiegando che era stato un grande errore togliere l’immunità parlamentare dal nostro ordinamento, che andava reintrodotta, una norma che esiste in tutti i paesi democratici, proprio a salvaguardia della democrazia! 

Oggi si parla di riformare il CSM, che urge la separazione delle carriere in magistratura tra PM e giudici, ed ancora altro, ma ci chiediamo a che serve tutto ciò se le verità sono ancora secretate, se della agenda di Borsellino non si sa nulla, se sono spariti i documenti nella cassaforte di Riina, e se di Moro tutto è stato sepolto? Si parla di aiutare le aziende ed i piccoli commercianti e professionisti, ma aldilà degli enunciati, tutta la procedura  per ottenere il dovuto è così  complessa  tant’è  che i cassaintegrati hanno potuto vedere aiuti perché  sono stati gli imprenditori ad intervenire; si continua a diffondere una paura immotivata che sta ingenerando non il distanziamento fisico e le dovute e giuste precauzioni, ma il distanziamento sociale; che invece di appellarci alla responsabilità individuale, prevedendo percorsi e luoghi mirati per i giovani, i bambini, gli anziani, pensiamo non a promuovere cittadinanza attiva, ma un sistema repressivo antitetico a quanto normato sui diritti umani e promuovendo contrapposizioni  tra nord e sud, tra generazioni, tra povertà!  

E sullo sfondo la criminalità organizzata, attraverso l’usura, si riapproprierà di tante piccole attività, si rafforzerà sui territori, costruiranno nuova omertà, isoleranno dalla società civile, perché per fortuna esistono, coloro che seguono l’esempio di Falcone, non partecipando alle commemorazioni, ma praticando nel quotidiano l’eredità lasciategli.

Diceva Falcone che le persone muoiono ma le idee e gli esempi  no! Se veramente vogliamo girare l’angolo allora bisogna riscrivere le regole: poche, chiare, accessibili a tutti. Sburocratizzare, per esempio, senza attribuire la responsabilità ad una burocrazia che va messa in condizione di svolgere il proprio lavoro attraverso, non dilettanti allo sbaraglio circondati da mille leggi e leggine e vincoli sempre nuovi e spesso contraddittori tra loro, ma con tecnici competenti a garanzia di trasparenza e di legalità. Investiamo per favore nella cultura, in pratiche educative sin dall’infanzia, nella scuola, nelle università, nelle nuove tecnologie, nella ricerca, nel Welfare, nella medicina, nell’innovazione, per dare occupazione ai nostri giovani, per ridare significato alla legalità. Senza dimenticare la tutela e valorizzazione dell’ambiente che rappresenta un bene assoluto col quale noi tutti dobbiamo vivere in armonica simbiosi. Non possiamo fare a meno di riconoscere che il grido della terra che stiamo danneggiando, la nostra Casa comune, come l’ha definita Papa Francesco, è il nostro grido, che la cura della terra è la cura della vita. Si tratta di riconoscere le relazioni tra sistemi naturali e sistemi sociali, ristabilire il rapporto di equilibrio tra l’uomo e la terra, tra l’uomo e le sue società; ristabilire il rapporto di equità tra l’ecologia, l’economia e il suo sviluppo.

Ora che l’Europa sembrerebbe, finalmente, aver ritrovato, almeno crediamoci, quella solidarietà che è e deve essere principio fondante e motivazione valoriale unificante tra i vari paesi  europei, allora non perdiamo questa grande opportunità di rinascita sociale, civile ed economica.  Facciamo ciò che volevano i padri fondatori della nostra Europa, imbocchiamo quella strada indicataci da loro e da tutti coloro che hanno perso la loro vita per lasciarci il loro esempio da mutuare ogni attimo del nostro agire quotidiano, non solo sotto i riflettori e nelle passerelle televisive, ma insieme credere che i sogni di giustizia, di legalità, di solidarietà, di sviluppo di diritti umani, devono essere non solo professati e normati, ma ciò che conta, devono essere attuati.

Possiamo realizzarli ma solo se saremo insieme a lavorare per tornare ad essere una polis  di greca memoria, ricca di cultura e di nuovo umanesimo, di rispetto per la dignità di cui ogni persona è portatrice. E’ importante ritrovare quell’etica valoriale per troppi anni chiusa nei cassetti dei poteri forti e di chi finanziariamente ha governato tutti i processi economici globalizzati. Ora, paradossalmente, grazie a questa terribile pandemia, hanno svelato il loro vero volto proteso solo a creare nuove povertà, virtualità nelle relazioni, depauperamento spirituale, in nome di una facile scalata alla ricchezza, al successo, al potere facile per tutti,  ma in realtà riservata solo ai sempre più pochi detentori della ricchezza, che attraverso l’eclissi delle ideologie hanno ingenerato una crescente liquidità di senso e di significato, per disperdere quella coscienza collettiva unica capace di salvaguardare la libertà e la democrazia individuale e collettiva.

Ricordare allora Falcone, Moro, Borsellino e tutti coloro che hanno sacrificato e perso la vita per servire fedelmente lo Stato, significa far crescere nella società il senso del dovere e dell’impegno per contrastare la mafia e per far luce sulle sue tenebre, infondendo coraggio, suscitando rigetto e indignazione, provocando volontà di giustizia e di legalità. Come ha affermato il Presidente Mattarella, giorni fa, in occasione della giornata della legalità: “I mafiosi non avevano previsto che l’esempio di Falcone e Borsellino sarebbe sopravvissuto”; allora, ricordiamo sempre questi esempi, riprendiamoci ognuno in mano la nostra vita, e camminiamo insieme per rifondare una nuova società basata sui valori e principi universali e fondiamo un neo umanesimo europeo!

Consolidal Sezione Locale di Roma

Circonvallazione Gianicolense, n. 408 – 00152 ROMA

 

Al via il processo in Corte d’Assise a Catanzaro per l’omicidio di Stefano D’Arca

Il 28 maggio si è svolta la prima udienza per l’omicidio del 54enne Stefano D’Arca presso la Corte D’Assise di Catanzaro. La difesa chiede l’ammissione di due testimoni per riferire sulla personalità del defunto. Mentre appare ben chiaro che la notte del delitto D’Arca era disarmato ed incontrò i colpi d’arma da fuoco di Francesco Pezziniti e Giuseppe Cortese

di Benedetta Parretta

Il 28 maggio si è svolta la prima udienza per l’omicidio del54enne Stefano D’Arca presso la Corte D’Assise di Catanzaro, che fa seguito al rinvio a giudizio chiesto dal Pm Giampiero Golluccio nell’udienza preliminare del 20 febbraio scorso presso il Tribunale di Crotone per gli imputati del delitto Francesco Pezziniti e Giuseppe Cortese, nonno e nipote, che il 7 marzo del 2019 uccidevano Stefano D’Arca all’uscita del bar Moka di proprietà del padre del Cortese. Dopo la costituzione delle parti civili e l’autorizzazione della Corte ad un cambio di domicilio di Giuseppe Cortese per evidente incompatibilità di convivenza nella medesima abitazione del suocero, quello che emerge in questa prima udienza è il clamoroso tentativo della difesa di ‘screditare’ la persona del povero D’Arca barbaramente ucciso, con l’indicazione di due testimoni che dovrebbero riferire circa la personalità del defunto. In ogni caso appare ben chiaro che la notte del delitto Stefano D’Arca era disarmato ed incontrò i colpi d’arma da fuoco di Francesco Pezziniti e Giuseppe Cortese.

Come si sono svolti i fatti che hanno portato all’uccisione di Stefano D’Arca

La lite tra D’Arca e Cortese sarebbe degenerata la notte del 7 marzo alla chiusura del bar Moka di Luciano Cortese padre di Giuseppe, per la perdita di una schedina. Stefano D’Arca avrebbe danneggiato una zuccheriera e una vetrina, forse era ubriaco. Giuseppe Cortese chiamò il padre Luciano che, con l’ausilio di alcuni dipendenti, separò il figlio e D’Arca, ma neanche lui riuscì a riportare la calma.

Allora il giovane chiamò il nonno, che abita a due passi da lì ed è il titolare dell’hotel Concordia.

Lo stesso Giuseppe Cortese a quel punto prese una pistola in uno sgabuzzino e tornò sul posto, ritrovandosi con D’Arca che inveì verbalmente. «Ti sei preso una pistola per spararmi?».

Quindi D’Arca venne allontanato dal bar dal padre del ragazzo che, a quanto pare insieme al nonno, a quel punto affrontò D’Arca che con atteggiamento di sfida disse al giovane che non avrebbe avuto il coraggio di sparare.

Il nonno sostiene di aver impugnato lui l’arma e di aver sparato.

Sette i colpi partiti da quella maledetta calibro 7,65 con la matricola abrasa, cinque dei quali raggiunsero al petto D’Arca, che morirà in ospedale poco dopo.

Il nonno chiamò l’ambulanza del 118 e la polizia, dichiarando: “abbiamo sparato a qualcuno che ci ha aggrediti… ci siamo difesi”. Ma la polizia intervenuta sequestrò a casa del nonno un’altra pistola clandestina. La vicenda fu ricostruita rapidamente dagli agenti della Squadra Mobile della Questura grazie anche alla visione delle immagini registrate dagli impianti di videosorveglianza, da cui emerge un quadro inquietante.

L’inizio del processo e le costituzioni di parte civile

Dopo il rinvio a giudizio degli imputati del delitto Francesco Pezziniti e Giuseppe Cortese, due giorni fa si è aperto il dibattimento in Corte d’Assise a Catanzaro che chiarirà le modalità dell’omicidio di Stefano D’Arca che fin dall’inizio è apparso agli inquirenti, supportati dalle immagini di una telecamera, come un atto di giustizialismo personale dei due imputati contro il D’Arca che, forse in stato di alterazione dovuto ad alcol, si era reso molesto solo con le parole. Al contrario nonno e nipote avrebbero reagito a colpi di pistola gli agenti intervenuti sul posto infatti, durante l’interrogatorio che seguì all’omicidio di D’Arca, misero Giuseppe Cortese di fronte all’evidenza del possesso della pistola, e lui ammise indicando il luogo dove l’aveva riposta dopo gli spari.

Le parti civili del processo sono l’avv. Jessica Tassone per D’Arca Graziella, l’avv. Emanuele Procopio per Valeria Scoleri e l’avv. Simona Manno per il nipote Filoramo Marco Antonio. Gli avv.ti Fabrizio Gallo, Marco Malara e Agnese Garofalo per i fratelli e la mamma di D’Arca.

A ‘Ether, il quinto elemento’ si parla di jazz con Paolo Damiani

L’amore per il jazz, l’avanguardia e i giovani: ecco la musica e il cuore di Paolo Damiani ospite a ‘Ether, il quinto elemento’.

Di Macri Martinelli Carraresi

Il Jazz d’avanguardia di Paolo Damiani è il protagonista del nuovo incontro di ‘Ether, il quinto elemento’, l’innovativo format culturale nato da un’idea di Isabel Russinova in tandem con il webmagazine DailyCases. Compositore, direttore d’orchestra, contrabbassista, violoncellista, Paolo Damiani è uno dei pilastri del Jazz Italiano, ha lavorato con i più grandi musicisti da John Taylor a Paolo Fresu, da Kenny Wheeler a Tony Oxey e tanti altri. Ha fondato e diretto festival internazionali di Jazz e dal 1998, insieme al musicista e direttore artistico francese Armand Meignan, cura a Roma “Una striscia di terra feconda” festival che da anni mantiene alta la qualità delle proposte che animano energie di musicisti francesi ed italiani. Nel corso del programma vanno in scena produzioni originali e improvvisazioni, tra i partecipanti moltissimi giovani. Il festival negli anni ha lanciato molti tra i più interessanti musicisti jazz di oggi.

Paolo Damiani ha ricevuto nel 2008 dal Presidente della Repubblica italiana, l’onorificenza di Cavaliere per “meriti artistici”. I dettagli nel video

L’oroscopo del mese di giugno di Massimo Pagnini

Oroscopo del mese a cura di Massimo Pagnini

Previsioni valide per Giugno 2020

Ariete

I primi caldi saranno portatori di idee e novità, sono segni della natura nei quali dovrete cogliere le coincidenze che arrivano, le amicizie saranno positive e potranno dare una mano al bisogno, fate tesoro dei consigli dati nel vostro passato per un miglior momento presente

Toro

situazioni in miglioramento, ci saranno persone pronte a darvi una mano all’occorrenza, coloro che cercano novità nel lavoro potranno avere messaggi nell’ultima settimana di Giugno, inoltre potrà arrivare una somma di denaro inaspettata.

Gemelli 

Le vibrazioni del compleanno muovono già positività nella prima settima di Giugno, seguono le vibrazioni con coincidenze per tutto il mese, nei giorni 06- 07 -08 avrete un movimento di situazioni non indifferente, gestire le cose sarà la vostra sapienza

Cancro

la quintaluna vi spinge nella nuova stagione, abbinandosi alla nuova luna del giorno 21, l’aria sarà fantasiosa e portatrice di novità e coincidenze, ma quello che cercate è una realizzazione, allora tenete in osservazione quello che arriva casualmente

Leone

l’amore continua a dare messaggi positivi specialmente con i segni d’aria, a parer mio occhio a un acquario, sarà sempre presente nelle vostre cose, nelle vostre scelte, insomma potrebbe essere sempre tra i piedi

 

Vergine

il caldo muoverà le vostre energie portando novità e coincidenze da tenere assolutamente in osservazione. Coloro che cercano l’amore potranno avere occasioni con Scorpione, il lavoro darà opportunità di iniziare una gratificazione.

Bilancia

l’energia bilancina è tremenda, sarete invasi dai consigli, cercherete di essere al centro dell’attenzione, questo vostro modo di fare vi creerà particolari attenzioni, potreste diventare noiosi e negativi, anche nelle vostre amicizie

Scorpione

i nuovi impegni si stanno manifestando sia nel lavoro che nelle nuove amicizie, presto avrete incontri molto piacevoli i quali vi daranno anche ottimi consigli, chi cerca un miglior svolgimento lavorativo potrà vedere novità in fine mese

 

Sagittario

il mese di giugno  è promettente in vari settori, positivi per il lavoro, nuovi contatti e proposte si faranno presenti, in famiglia troverete soddisfazione nelle vostre aspettative, ottimo per ottenere firme e contratti, in amore la situazione sarà stazionaria

Capricorno
qualcosa ha fatto scivolare via occasioni particolari, ma non sarà tutto perduto, il momento si riavvicina, quindi prendete posizione, svegliate chi è di dovere e riprenderete in pugno le vostre vicende, questo darà a voi uno svolgimento positivo

Acquario

il periodo di miglioramenti si è fatto un pochino aspettare, ma tutto andrà bene, cercate di improvvisare le cose e prendere al volo le occasioni, in questo periodo potrete guadagnare molto denaro grazie al cambiamento della natura.

Pesci

trova l’intruso!!! si consiglia una particolare attenzione su coloro che vi circondano, la loro curiosità diventerà invadente nei vostri confronti, mentre il periodo vi richiede una particolare emozione di realizzazione

 

Coronavirus, i negozi riaprono con un crollo “fino al 90% del fatturato” 

‘Le aziende del commercio, gli imprenditori che ogni giorno stanno provando a ricostruire il paese, si aspettano  una scontistica secca del 50% e per compenso riteniamo giusto e doveroso che i proprietari che applicano questi sconti debbano avere uno sgravio totale dell’IMU’.

Con la fase due del lockdown da Coronavirus, con i giorni del contenimento sociale stretto che sembrano essere ormai alle nostre spalle, sono oltre 800.000 le imprese del commercio e dei servizi di mercato che hanno ripreso l’attività dopo oltre due mesi di chiusura forzata: sono dati Confcommercio che riguardano oltre il 90% dei negozi di abbigliamento con acquisti concentrati, si legge, “per intimo, pantaloni e camicie, scarpe e accessori”; mentre ad esempio, per il food, sembra che il trend della ripresa sarà molto più lento. Ma è la stessa associazione di categoria a confermare: aperture veloci, fatturati in affanno. “Lo avevamo previsto e le nostre rilevazioni sembrano darci ragione. I dati sono impressionanti, intendendo ovviamente sul versante negativo”, spiega Raffaele Rubin, founder e partner di Josas Immobiliare, un’agenzia di brokering specializzata nel commercial real estate, osservatorio privilegiato sulle dinamiche immobiliari fra Roma e Milano: “Ad oggi possiamo registrare nei fatturati dei centri storici un crollo dell’85-90% rispetto ai dati dello scorso anno e sarà una traccia dalla quale per riprenderci ci metteremo certamente del tempo”.

E intanto, per i commercianti come per i cittadini, gli affitti galoppano: per questo è cruciale che i landlords applichino una decisa politica di scontistica verso la propria clientela, evitando il rischio di vedere il proprio immobile diventare sfitto: “Ancora troppo pochi sembrano consapevoli di questo problema”, spiega Rubin, “e non stanno concedendo sconti soddisfacenti. Per questo motivo ad oggi nei centri storici italiani abbiamo il 20% di disdette contrattuali in più rispetto allo scorso anno, e siamo solo a pochi giorni dalla riapertura. Prevediamo che questo dato salga fino al 40% nelle prossime settimane. Le aziende del commercio, gli imprenditori che ogni giorno stanno provando a ricostruire il paese, si aspettano e pensiamo meritino una scontistica secca del 50% e per compenso riteniamo giusto e doveroso che i proprietari che applicano questi sconti debbano avere uno sgravio totale dell’IMU. Certo”, continua il founder di Josas, “sarebbe davvero importante intervenire sulle misure attualmente approvate dal governo. Ad esempio l’operatività del credito di imposta solo per aziende che fatturano sotto i 5 mln di euro sta portando a delle tensioni importanti tra conduttori e proprietari, il che appare assai poco auspicabile”.

Musement: il giro d’Europa in 5 piatti tipici

Se gli italiani non possono ancora viaggiare in Europa, l’Europa arriva direttamente nelle case di tutti i viaggiatori. Come? Passando dalla cucina.

Esistono itinerari di viaggio organizzati per scoprire le tradizioni enogastronomiche di ogni paese e poi ci sono dei piatti tipici che consentono di esplorare il mondo in un solo boccone, scoprendo piccole cittadine e metropoli dalla fama internazionale. Grazie alla classifica dei 5 tra i piatti più pop del continente, Musement sottolinea come i confini geografici non siano una barriera per coloro che nutrono la propria anima lasciandosi trasportare de esperienze di viaggio insolite ed indimenticabili, anche attraverso il gusto.

Pasta al pomodoro – Italia

Italia è sinonimo di pasta. Con il sugo di pomodoro, una foglia di basilico e una spolverata di parmigiano, non sarà più necessario attraversare la penisola per assaporare il gusto mediterraneo del paese delle grandi eccellenze, enogastronomiche e non. Bianco, rosso e verde: proprio come la bandiera dell’Italia, sono pochi gli ingredienti necessari a completare la ricetta che più rappresenta la cultura culinaria del Bel Paese. Una vera celebrazione di autenticità e di quei sapori semplici che, sposandosi alla perfezione, regalano un viaggio sensoriale senza paragoni.

Moules Frites – Belgio

Morire dalla voglia di visitare il Belgio ma essere bloccati a casa? Ecco che corrono in soccorso le Moules Frites, una delle ricette più gustose del paese. Niente pregiudizi però: le cozze accostate alle patatine fritte potranno sembrare un insulto a tutte le cucine che si rispettino fino al momento in cui non le si avranno sotto i denti. La ricetta, nata a Lille, nel nord della Francia, è semplice e non richiede grandi doti culinarie. Pochi i passi da seguire per bollire le cozze, marinarle nel vino o nel burro, friggere le patate e completare l’opera con un po’ di salsa… il vostro palato apprezzerà certamente!

Smørrebrød – Danimarca

Fast food danese per scoprire il paese scandinavo. Lo smørrebrød, letteralmente “pane imburrato”, è una delle pietanze da non lasciarsi sfuggire durante un viaggio al nord e perché quindi non provare a riprodurlo direttamente dalla propria cucina? Grande classico della tradizione di questa nazione, il pane imburrato è considerato un ottimo modo per usare ciò che è rimasto in frigo. Tra gli ingredienti più famosi, il paté di fegato e il sild, aringa sottaceto con salsa. Amato dai giovani e diventato cibo super trendy, prima di mettersi ai fornelli sarà necessario ricordare solo pochi consigli: per ogni alimento il suo pane specifico. Qualche esempio? ll salmone e i gamberetti vanno serviti su pane bianco. La salsa tartara con pane nero, preferibilmente guarnito con tuorlo d’uovo e rafano.

Bitterballen – Olanda

Sono famose in tutto il mondo e riscuotono tanto successo quanta diffidenza. Le Bitterballen sono un piatto grezzo e sorprendente da gustare ad Amsterdam, ma anche seduti comodamente sul proprio divano. Le polpette di carne sono un piatto tipicamente olandese che rappresenta la ‘gezelligheid’, parola che significa comfort, socialità e convivialità in toto. Non esiste una festa dove non siano offerte e le si trova praticamente in qualsiasi bar. Per un’autentica esperienza dutch home made, sarà sufficiente procurarsi carne di manzo o di vitello, burro, prezzemolo e noce moscata. A piacimento un pizzico di curry o dei piccoli tocchetti di verdura e uno strato di senape: in Olanda anche lo street food è sorprendente!

Paella – Spagna

Crocevia di gusti e tradizioni, la Spagna ha saputo accontentare tutti i golosi con un unico piatto: la Paella. Riso, zafferano, spezie, verdure, carne e pure pesce nella sua versione originale valenciana. La ricetta è conosciuta come uno dei piatti che porta in alto la cucina spagnola nel mondo. Celebre in ogni angolo del globo, pochi sanno che la paella, nel corso del tempo, è mutata dando così vita a numerose varianti a seconda della zona della spagna in cui la si mangia. Il segreto per riprodurre la versione più autentica nelle proprie cucine? Materie prime di ottima qualità e tanta passione.

In libreria “Il mondo che (ri)nasce. La nostra vita dopo la pandemia” a cura di Andrea Ferrazzi. Edito da Rubbettino in partnership con il Gruppo Industriale Tecno

Il  Ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà alla presentazione online del volume prevista per il prossimo giovedì 28 maggio.

Il libro raccoglie testi di Alessandro Aresu, Filippo Barbera, Giuseppe Berta, Martina Carone, Giovanni Diamanti, Franco Ferrarotti, Andrea Ferrazzi, Paola Gioia, Tommaso Labate, Maria Elisabetta Lanzone, Giovanni Lombardi, Marco Magnani, Paolo Magri, Francesco Morace, Riccardo Perissich, Roberto Race, Claudio Riva, Francesco Seghezzi, Gianni Silvestrini, Nadia Urbinati, Stefano Zamagni, Vera Negri Zamagni

Come sarà il mondo che ci aspetta quando l’incubo Covid sarà finito? Che effetti avrà avuto la pandemia sulla nostra società, sulla politica, sull’economia, sui rapporti internazionali, sull’Europa?
Saranno questi i principali temi del dibattito che si terrà in streaming il prossimo 28 maggio alle 17,  in occasione della prima presentazione del  libro curato da Andrea Ferrazzi “Il mondo che (ri)nasce. La nostra vita dopo la pandemia”, edito da  Rubbettino con la partnership del Gruppo Industriale Tecno.

Alla discussione, che verrà trasmessa sulla pagina Facebook e sul canale YouTube dell’Editore e sulla pagina Facebook di Confindustria Belluno Dolomiti, prenderanno parte il Ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà; il direttore generale Confindustria Belluno Dolomiti e curatore del libro Andrea Ferrazzi; il presidente Gruppo Industriale Tecno e dell’Advisory Board del Museo e Real Bosco di Capodimonte Giovanni Lombardi; l’autore di uno dei saggi del libro Marco Magnani, economista alla Luiss e Harvard Kennedy School, il Government & Public Services Industry Leader di Deloitte Guido Borsani; l’editore del libro Florindo Rubbettino e il consulente in reputation strategy e segretario generale del think tank Competere.EU Roberto Race.

Il libro, “Il mondo che (ri)nasce” raccoglie testi di Alessandro Aresu, Filippo Barbera, Giuseppe Berta, Martina Carone, Giovanni Diamanti, Franco Ferrarotti, Andrea Ferrazzi, Paola Gioia, Tommaso Labate, Maria Elisabetta Lanzone, Giovanni Lombardi, Marco Magnani, Paolo Magri, Francesco Morace, Riccardo Perissich, Roberto Race, Claudio Riva, Francesco Seghezzi, Gianni Silvestrini, Nadia Urbinati, Stefano Zamagni, Vera Negri Zamagni.

A fare da trait d’union c’è la considerazione che il mondo che rinascerà dopo la pandemia non sarà lo stesso di prima. In pochi mesi, le nostre vite sono state sconvolte da un virus che, all’inizio, quasi non avevamo visto come una reale minaccia. Ma che in poco tempo si è manifestato con tutta la sua atroce spietatezza, provocando vittime e una crisi sanitaria, economica e sociale senza precedenti nel nostro recente passato. In questo libro curato da Andrea Ferrazzi, venti esperti riflettono su cos’è successo, su cosa potrebbe succedere e, last but not least, su cosa dovrebbe succedere affinché la crisi da COVID-19 non sia accaduta invano. In quindici saggi viene analizzata questa drammatica esperienza da prospettive diverse: la società e l’economia, l’Italia, l’Europa e le relazioni internazionali, il lavoro e l’ambiente, le vecchie e nuove periferie, la comunicazione e il giornalismo, la globalizzazione, la politica e le grandi sfide che l’umanità dovrà affrontare nel XXI secolo. La storia ci insegna che dalle ceneri delle grandi tragedie e dalle pandemie del passato non sempre è nata un’umanità migliore. Allo stesso tempo, però, abbiamo l’opportunità, e il dovere morale, di imparare dalle lezioni del passato per evitare di ripetere gli stessi errori. Lo shock globale provocato dal coronavirus può e deve servire anche per prendere coscienza dei pericoli (alcuni catastrofici) che si prospettano all’orizzonte e per agire di conseguenza, con speranza e rinnovata fiducia negli altri, in noi stessi e nelle nostre comunità.

“L’idea di questo libro – afferma Andrea Ferrazzi – nasce quasi per caso, nel pieno dell’emergenza sanitaria. In quei giorni drammatici, c’è stato un susseguirsi di informazioni, provvedimenti, stati d’animo, reazioni, dichiarazioni, in un rapido precipitare di situazioni. Abbiamo sacrificato, forse con troppa inconsapevolezza, le nostre libertà individuali, sancite dalla Costituzione, per difendere noi stessi da un virus letale. C’è chi si è rinchiuso in casa, chi ha cantato dai balconi, chi ha appeso bandiere e disegni di speranza alle finestre, chi aspettava la conferenza stampa della Protezione Civile a scandire le proprie giornate in quarantena. Nuovi riti per una nuova precaria e apparente normalità. Ma come abbiamo vissuto e che cosa cambierà questa drammatica esperienza? È questo l’interrogativo che ho posto a venti intellettuali di fama nazionale e internazionale: economisti, scienziati politici, sociologi, esperti di comunicazione e di ambiente. Le risposte sono contenute in questo libro, uno strumento per riflettere su quanto accaduto e soprattutto su quanto potrà accadere nel nostro futuro”.

“Siamo nel pieno di un cambiamento epocale e il 2020 – dichiara Giovanni Lombardi, presidente del Gruppo Industriale Tecno e dell’Advisory Board del Museo e Real Bosco di Capodimonte e partner del progetto editoriale –  per l’Italia sarà una sorta di anno della verità. Dopo la pandemia vivremo in un mondo più digitale e forse meno globalizzato, come emerge dalle pagine di questo libro composto da alcune delle voci più autorevoli dell’economia, della sociologia, della scienza politica, del giornalismo e della comunicazione che Andrea Ferrazzi ha coinvolto in questa riflessione collettiva. Leggere gli originali testi presenti nel libro è un’interessante opportunità per guardare al futuro con occhi nuovi. Come Gruppo Industriale Tecno, operando nell’efficientamento energetico ed industriale grazie a piattaforme che ci permettono di supportare da remoto le aziende, abbiamo vissuto in diretta il blocco totale e la riattivazione di migliaia di impianti con il ripensamento dei cicli produttivi.Quello che stiamo vedendo e che ci rende ottimisti per il nostro Paese è  la gran voglia degli imprenditori italiani di rendere le proprie aziende sempre meno impattanti a livello ambientale. Sono convinto che questa è una sfida che sapremo cogliere.”

Il ricavato della vendita del volume sarà devoluto all’Associazione Onlus “Sos Villaggi dei Bambini” (www.sositalia.it) che lavora in Italia e nel mondo con i bambini, le famiglie, le comunità locali e le Istituzioni per garantire a ogni bambino il diritto di crescere sereno e in salute in un ambiente familiare accogliente, e di sviluppare pienamente le sue potenzialità.

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