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Al via il processo in Corte d’Assise a Catanzaro per l’omicidio di Stefano D’Arca

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Il 28 maggio si è svolta la prima udienza per l’omicidio del 54enne Stefano D’Arca presso la Corte D’Assise di Catanzaro. La difesa chiede l’ammissione di due testimoni per riferire sulla personalità del defunto. Mentre appare ben chiaro che la notte del delitto D’Arca era disarmato ed incontrò i colpi d’arma da fuoco di Francesco Pezziniti e Giuseppe Cortese

di Benedetta Parretta

Il 28 maggio si è svolta la prima udienza per l’omicidio del54enne Stefano D’Arca presso la Corte D’Assise di Catanzaro, che fa seguito al rinvio a giudizio chiesto dal Pm Giampiero Golluccio nell’udienza preliminare del 20 febbraio scorso presso il Tribunale di Crotone per gli imputati del delitto Francesco Pezziniti e Giuseppe Cortese, nonno e nipote, che il 7 marzo del 2019 uccidevano Stefano D’Arca all’uscita del bar Moka di proprietà del padre del Cortese. Dopo la costituzione delle parti civili e l’autorizzazione della Corte ad un cambio di domicilio di Giuseppe Cortese per evidente incompatibilità di convivenza nella medesima abitazione del suocero, quello che emerge in questa prima udienza è il clamoroso tentativo della difesa di ‘screditare’ la persona del povero D’Arca barbaramente ucciso, con l’indicazione di due testimoni che dovrebbero riferire circa la personalità del defunto. In ogni caso appare ben chiaro che la notte del delitto Stefano D’Arca era disarmato ed incontrò i colpi d’arma da fuoco di Francesco Pezziniti e Giuseppe Cortese.

Come si sono svolti i fatti che hanno portato all’uccisione di Stefano D’Arca

La lite tra D’Arca e Cortese sarebbe degenerata la notte del 7 marzo alla chiusura del bar Moka di Luciano Cortese padre di Giuseppe, per la perdita di una schedina. Stefano D’Arca avrebbe danneggiato una zuccheriera e una vetrina, forse era ubriaco. Giuseppe Cortese chiamò il padre Luciano che, con l’ausilio di alcuni dipendenti, separò il figlio e D’Arca, ma neanche lui riuscì a riportare la calma.

Allora il giovane chiamò il nonno, che abita a due passi da lì ed è il titolare dell’hotel Concordia.

Lo stesso Giuseppe Cortese a quel punto prese una pistola in uno sgabuzzino e tornò sul posto, ritrovandosi con D’Arca che inveì verbalmente. «Ti sei preso una pistola per spararmi?».

Quindi D’Arca venne allontanato dal bar dal padre del ragazzo che, a quanto pare insieme al nonno, a quel punto affrontò D’Arca che con atteggiamento di sfida disse al giovane che non avrebbe avuto il coraggio di sparare.

Il nonno sostiene di aver impugnato lui l’arma e di aver sparato.

Sette i colpi partiti da quella maledetta calibro 7,65 con la matricola abrasa, cinque dei quali raggiunsero al petto D’Arca, che morirà in ospedale poco dopo.

Il nonno chiamò l’ambulanza del 118 e la polizia, dichiarando: “abbiamo sparato a qualcuno che ci ha aggrediti… ci siamo difesi”. Ma la polizia intervenuta sequestrò a casa del nonno un’altra pistola clandestina. La vicenda fu ricostruita rapidamente dagli agenti della Squadra Mobile della Questura grazie anche alla visione delle immagini registrate dagli impianti di videosorveglianza, da cui emerge un quadro inquietante.

L’inizio del processo e le costituzioni di parte civile

Dopo il rinvio a giudizio degli imputati del delitto Francesco Pezziniti e Giuseppe Cortese, due giorni fa si è aperto il dibattimento in Corte d’Assise a Catanzaro che chiarirà le modalità dell’omicidio di Stefano D’Arca che fin dall’inizio è apparso agli inquirenti, supportati dalle immagini di una telecamera, come un atto di giustizialismo personale dei due imputati contro il D’Arca che, forse in stato di alterazione dovuto ad alcol, si era reso molesto solo con le parole. Al contrario nonno e nipote avrebbero reagito a colpi di pistola gli agenti intervenuti sul posto infatti, durante l’interrogatorio che seguì all’omicidio di D’Arca, misero Giuseppe Cortese di fronte all’evidenza del possesso della pistola, e lui ammise indicando il luogo dove l’aveva riposta dopo gli spari.

Le parti civili del processo sono l’avv. Jessica Tassone per D’Arca Graziella, l’avv. Emanuele Procopio per Valeria Scoleri e l’avv. Simona Manno per il nipote Filoramo Marco Antonio. Gli avv.ti Fabrizio Gallo, Marco Malara e Agnese Garofalo per i fratelli e la mamma di D’Arca.

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