Il coraggio di difendersi – Before it’s too late

di emigrazione e di matrimoni

Il coraggio di difendersi

Hai perso l’audacia o la capacità?

Prendiamo coraggio. Il primo passo è far rispettare le regole. Molti sono interessati a scrivere regole e leggi, costituzioni, ma in pochi sembrano essere in grado di farle rispettare, specialmente quando si tratta dei nostri diritti umani, della nostra privacy. Abbiamo degli strumenti per difenderci usiamoli! Forse non saranno il massimo, forse commetteremo degli errori, probabilmente ne usciranno di migliori, ma intanto iniziamo a proteggerci, è un nostro diritto! E come ripeto sempre i diritti vanno esercitati per il nostro bene e per il bene di tutti. Quali sono questi strumenti che possono aiutarci nella gestione dei nostri dati? Innanzi tutto, va detto che la migliore maniera a oggi per mantenere i dati protetti è quella di criptarli, ovvero di scomporre le informazioni in pacchetti che possono essere assemblati solo in possesso di una “chiave”.  Questo comporta due criticità, la prima riguarda la chiave e chi la detiene, se voi o un provider del servizio (nel caso di APP quali WhatsApp la chiave la detengono loro e dunque possono leggere o far leggere quello che scrivete) il secondo problema è quello legato alla perdita della chiave, che vuol dire perdere tutte le informazioni. Esistono oggi sul mercato diversi prodotti più o meno professionali con gradi diversi di sicurezza e complicatezza. Partiamo con il dire che un minimo livello di sicurezza sarà sempre meglio di nessun livello. Uno dei programmi che consiglio per iniziare è www.boxcriptor.com, questo semplice programma può essere istallato su smartphone e sul computer e vi permetterà di criptare dischi e chiavette specificando anche i file o le cartelle che volete non criptare. Questo vi permetterà di usare i servizi cloud più popolari con più sicurezza, perché usa quella che viene definita “Zero knowlege encription” come alcuni clouds tra i quali mi sento di raccomandare Sync.com e Tresorit.

Naturalmente questi sono tutti servizi a pagamento, ma come sappiamo la sicurezza si paga. Questo vi permetterà anche di condividere i files in maniera sicura. Altra parte fondamentale (anche se ci sono stati casi in cui non è bastato) è l’uso di una VPN, un Virtual Private Network (tradotto dall’inglese in lingua italiana letteralmente: rete virtuale privata). Questo network privato (per accederci devi avere un account con le tue credenziali) è virtuale e crea un ponte virtuale criptato tra gli utenti (te per esempio) e un server (localizzato ovunque). Le VPN rimpiazzano il tuo indirizzo IP con un indirizzo IP del server a cui sei connesso e questo garantisce la tua privacy. Puoi connettere a qualsiasi server della VPN con differenti indirizzi IP puoi dunque simulare di essere a New York, o in un qualunque altro punto della VPN. Questo è utile per bypassare le restrizioni imposte da alcuni server (vedi netflix o Sky). Dobbiamo investire in tempo ed energie perché le cose cambino e perché il nostro utilizzo di internet e dei suoi servizi sia più sicuro.

di emigrazione e di matrimoni

The courage to defend yourself

Have you lost your nerve or your ability?

Let’s take courage. The first step is to enforce the rules. Many are interested in writing rules, laws, constitutions, but few seem to be able to enforce them, especially when it comes down to our human rights, our privacy. We have tools to defend ourselves, but we need to start using them. Maybe they will not be the best, maybe we will make mistakes, but let us start protecting ourselves, it is our right! And as I always say, rights must be exercised for our own good and for the good of all. What are these tools that can help us in managing our data? First, it must be said that the best way to date to keep data protected is to encrypt, to break the information into packages that can only be reassembled in possession of a “key”.  This involves two critical issues, the first concerns the key and who holds it, if you or a service provider (in the case of APPs such as WhatsApp the key is held by them and therefore they can read or have read what you write) the second problem is related to the loss of the key which means losing all the information. Today there are several professional products on the market with different degrees of security and complication. Let’s start by saying that a minimum level of security will always be better than no level at all. One of the programs that I recommend to get going is www.boxcriptor.com this simple program can be installed on smartphones and computers and will allow you to encrypt disk, keys also specifying the files or folders you don’t want to encrypt. This will allow you to use the most popular cloud services with more security, because it uses what is called “Zero knowlege encription” as well as some clouds services do among which I recommend Sync.com and Tresorit.

Of course, these are all paid services, but as we know security has a cost that you are going to pay one way or the other. This will also allow you to share files securely. Another fundamental part (even if there have been cases where it was not enough) is the use of a VPN, a Virtual Private Network. This private network (to access it you must have an account with your credentials) is virtual and creates an encrypted virtual bridge between the users (you for example) and a server (located everywhere). VPNs replace your IP address with an IP address of the server you are connected to and this guarantees your privacy. You can connect to any VPN server with different IP addresses so you can simulate being in New York, or anywhere else in the VPN. This is useful to bypass the restrictions imposed by some servers (see Netflix or Sky). We need to invest time and energy to make things change and to make our use of the internet and its services safe.

Intelligence, Alfredo Mantici al Master dell’Università della Calabria

“In tutto il mondo c’è bisogno di operatori e vertici dell’intelligence che affrontino le sfide del XXI secolo”.

“La difficoltà di collaborazione tra agenzie di intelligence a livello europeo deriva principalmente dalla mancanza di un comune spazio giuridico perché i Servizi sono regolati in modo diverso nei diversi Stati”. In questo modo Alfredo Mantici, Responsabile dell’Ufficio analisi del SISDE dal 1998 al 2002, ha iniziato la sua lezione al Master in Intelligence dell’Università della Calabria, diretto da Mario Caligiuri. Mantici ha quindi illustrato la riforma dell’intelligence italiana, sostenendo che prima di tutto è fondamentale definire l’intelligence nella legislazione specifica, altrimenti occorrere fare ricorso alla descrizione di spionaggio presente nel Codice Penale. Secondo il suo punto di vista, “l’intelligence è la raccolta e l’analisi di informazioni non altrimenti disponibili, utili al processo decisionale dell’esecutivo in materia di sicurezza nazionale. É questo il valore aggiunto dell’intelligence che è distinta dalle attività delle forze di polizia”. Ha poi proseguito ricordando che “fino alla seconda guerra mondiale i Servizi di informazione in Italia erano esclusivamente militari, con il Servizio Informazioni Militari, mentre la sicurezza nell’ambito dei confini nazionali dipendeva dal Ministero dell’Interno, in particolare dal Capo della Polizia, da cui dipendeva l’Ufficio degli affari riservati a cui facevano riferimento gli uffici politici delle questure e dei commissariati”. Ha quindi ribadito che “il ‘68 ha scosso le fondamenta della società anche in Italia, dove poi è esploso il terrorismo, dimostrando l’inadeguatezza dell’approccio dell’intelligence, rendendo quindi necessaria una regolamentazione nel 1977 che ha contribuito a smantellare il complesso e diffuso fenomeno terroristico”. Per il docente, però, la normativa presentava dei limiti in quanto “la creazione del SISDE e del SISMI, che facevano riferimento rispettivamente al Ministro dell’Interno e al Ministro della Difesa, prevedeva una suddivisione dicompetenze per materie e non per territorio, portando a una sovrapposizione delle attività.

Tutto questo ha determinato incomprensioni e inefficienze, tanto che il Sismi aveva 22 centri all’interno il territorio nazionale con 2700 operatori,mentre solo 60 agenti erano attivi all’estero. L’altro limite era rappresentato dal Cesis, originariamente composto dai due direttori dei Servizi, dal comandante generale dei Carabinieri, dal comandante generale della Guardia di Finanza, dal Capo della polizia, dal Capo di stato maggiore della difesa, dal Segretario generale della Farnesina. Di questo Comitato, un prefetto ne era segretario con funzioni verbalizzanti che nel corso degli anni diventò però il responsabile della struttura”. Altro limite riscontrato nella legge del 1977, secondo Mantici,era rappresentato dal sistema di reclutamento, incentrato principalmente sul trasferimento da parte delle altre amministrazioni, mentre i fondi riservati, viste le degenerazioni, avevano bisogno di maggiori controlli. “La Legge 124 del 2007, votata all’unanimità dal Parlamento dopo 30 anni esatti dalla prima regolamentazione legislativa – ha ricordato – è composta da 46 articoli, dando vita a un sistema che formalmente è binario, con l’AISI che opera all’interno e l’AISE che opera all’esterno, mentre sostanzialmente è unitario perché il DIS svolge una funzione preminente”. 

Ha quindi rilevato la differenza tra modelli organizzativi dell’intelligence che sono binario, in uso in gran parte dei paesi con un Servizio dedicato all’interno e un altro all’esterno, e unitario, come principalmente nel caso della Spagna, che ha un solo Servizio che opera sia all’interno che all’esterno però con un direttore che ha un rango ministeriale e altre due vice direttori che hanno una posizione di sottosegretari. 

Mantici ha quindi compiuto una comparazione con i sistemi degli altri paesi, cominciando dal caso britannico, evidenziando come le leggi che regolamentano l’intelligence sono il Security Service Act del 1989, composto da 10 articoli, e il Secret Service Act del 1994, dotato di 7 articoli. Con queste disposizioni si disciplinano il contrasto e l’attività di spionaggio contro il terrorismo e le azioni di sabotaggio per salvaguardare il benessere economico. “Si tratta di norme straordinariamente semplici” ha detto, evidenziando che “nel caso del Regno Unito i ministri autorizzano operazioni di qualunque tipo assumendosi pienamente la responsabilità. Infatti, l’intelligence opera per funzioni in modo da ottenere informazioni in relazione alle intenzioni di chi vuole operare ai danni dello Stato, prevedendo anche che si possano attuare reazione alle azioni e alle intenzioni di queste persone. C’è, poi, un Lord Justice che controlla l’attività e la regolarità delle attività dei Servizi e in caso rilevasse illegalità le riferisce al ministro competente e al primo ministro”.  Il docente ha messo in evidenza che “il sistema di reclutamento britannico avviene in tre modi: la selezione all’interno delle Università;la presentazione di domande con una valutazione molto severa; attraverso le selezioni del Civil Service, dove le persone vengono individuate dagli operatori del MI5 e MI6 che assistono agli esami.

Mantici ha poi esaminato l’organizzazione dell’intelligenceisraeliana che si divide in tre agenzie: lo Shin Bet, che è il Servizio di sicurezza interna; il Mossad, che opera all’estero; Aman, che si occupa delle informazioni militari. A quest’ultimo è delegata in esclusiva l’attività di analisi. Il modello israeliano è piuttosto particolare, poiché si tratta di uno Stato con circa 4 milioni di abitanti, dove i ragazzi per treanni e le ragazze per due devono svolgere obbligatoriamente il servizio militare. Questo crea delle relazioni informali che diventa molto utile nell’attività dell’intelligence. Nel modello israeliano le funzioni amministrative sono nettamente separate da quelle operative e di analisi. Il Mossad ha 500 agenti operativi che hanno una capacità di penetrazione straordinaria, perché possono contare sul sostegno delle comunità ebraichepresenti in tantissime nazioni. Inoltre, nel sistema israeliano una parte di chi opera all’interno dei Servizi ne fuoriesce svolgendo attività esterne, continuando però a collaborare attivamente con l’intelligence. Questo consente una grande efficacia, preclusa, per esempio, nel caso italiano, dove aidipendenti delle agenzie è vietato avere rapporti con i pensionati delle rispettive agenzie.

Il caso statunitense è particolare poiché negli States operano17 agenzie di intelligence che condividono le attività di informazioni.  La CIA ha un direttorato per le operazioni sul campo e l’altro per l’intelligence che nel sistema americano è solo analisi. Tra loro, però, si riscontra una notevole difficoltànella condivisione delle informazioni. Un altro limite strutturale di questo sistema è che c’è una differenza tra gli operativi e gli analisti, poiché i primi, che operano all’estero, hanno un tenore di vita molto elevato, mentre i secondi, che lavorano nella sede centrale della CIA a Langley, ricevono uno stipendio molto basso e quindi cambiano spesso lavoronelle società private. Si tratta di un sistema mastodontico ma fragilissimo, come ha dimostrato l’11 settembre. 

In Francia, la riforma del Presidente Francois Hollande del 2014 che ha affiancato al DGSE la DGSI, determinando quelle incertezze organizzative che non hanno consentito ai servizi di contribuire a impedire gli attentati al Bataclan, a Charlie Hebdo, al quartiere ebraico oppure a Nizza.

L’ultimo caso citato è stato quello della Russia che si è convertita al modello binario, sdoppiando il KGB che aveva due direttorati per gli esteri e per gli interni, con la creazione del FSB per l’interno e la SVR per l’estero.

Mantici ha concluso sostenendo che dalla comparazione con gli altri sistemi, possiamo individuare elementi che possono migliorare anche l’operatività dell’intelligence in Italia, individuando operatori e vertici tenendo conto delle esigenze del XXI secolo.

Lucrezia Borgia, madre disperata, paga la sua cattiva fama

Inatteso dramma dell’amor al Valli

di Sergio Bevilacqua

Ha perfettamente ragione l’amico Francesco Micheli a essere felice per la seconda messinscena, dopo quella del Festival Donizetti 2019 che lo ha visto Direttore artistico, al Teatro Romolo Valli di Reggio Emilia, della “Lucrezia Borgia”, nuova co-produzione di numerose fondazioni teatrali, Reggio, Piacenza, Trieste, Ravenna e, naturalmente, Bergamo, città natale del grande compositore. È anche il segno di vitalità del Festival bergamasco che, dopo alcune stagioni di decollo, ha decisamente preso il volo con una stagione, la penultima, 2018, impreziosita da presenze vocali imponenti come l’ottimo Pop, e l’ultima, esempio di uno sforzo creativo e impresariale encomiabile. Questa “Lucrezia Borgia” avrà certamente un’ottima vita commerciale, per i seguenti, chiari motivi: 1. è stata pensata bene dal punto di vista impresariale, il parteterre dei coproduttori è vasto e solido; 2. Il personaggio di Lucrezia “madre tragica”, così come sottolineato dal giovane e intelligente regista Andrea Bernard, è appropriato e chirurgicamente stigmatizzato nella drammaturgia e scenografia; 3. Figurando spesso in uno splendido isolamento sia vocale che squisitamente teatrale, il personaggio della gran dama richiede interpreti eccellenti e, in esso, la ormai grande Carmela Remigio a Bergamo e la già stupenda Francesca Dotto a Reggio Emilia sono andate letteralmente a nozze, ai limiti della standing ovation. Ma non finisce qui: la scenografia (ottimo Alberto Beltrame) gioca gli spazi con delicatezza e classe anche malgrado i volumi in movimento, grazie a un sagace uso delle luci. Le coreografie, così importanti in questo spettacolo, sono sempre leggere e coordinate (brava Marta Negrini), e i costumi (Elena Beccaro) segnano una sintassi avvincente che colpisce il preconscio.

Insomma, per una via o per l’altra del Grande Crocevia Estetico (il teatro musicale lirico), c’è tutto ciò che inconscio, fantasia e senso comune possano chiedere a una Lucrezia Borgia: il noir, l’emozione, il senso storico, il veleno (quello non deve mancare!) e, in aggiunta, il dramma di una madre. Anche l’ambiguo di Orsini (interpretato dall’ottimo contralto Veta Pilipenko en travesti) gioca su questo unheimlich, su questo straniante che ci accompagna fino alla fine.

Voglio ora soffermarmi su un aspetto particolarmente riuscito: l’uso del quadro del palcoscenico. Da terra a cielo, tutto il volume, dunque base, altezza e profondità, è agito magistralmente in questo spettacolo. La base è attraversata da veloci e giustificatissime presenze, che prendono spesso (il Papa in ouverture, con sublime effetto anche di luci; i gruppi di attori e figuranti) traiettorie geometriche interne, verso un dietro che è filosofico, è il nostro back-mind, la nostra attesa del grottesco sinistro nella Borgia. L’altezza è scossa da pendenze e incombere di soffitti mobili, che non ci lasciano tranquilli (comme il faut!). La profondità, col prevalere del buio orizzontale, sconfina nel nostro spirito direttamente e si riempie di suoni e dolore ferale, fino alla morte di una madre e del suo figlio, nell’ombra cupa della vendetta e del veleno.

Eros e Thanatos, Borgia e Orgia, bene e male, Venezia e Ferrara si scontrano in continuazione come elettroni impazziti e ci portano all’epilogo dell’esplosione terrificante. Paragoni? Per come il bravo Bernard ha lavorato, siamo di fronte a un risultato eccezionale: la deflagrazione finale ricorda l’urlo panico di Rodolfo in Bohème o la tragedia materna che chiude Cavalleria Rusticana.

Tanto bella, questa regia e questo allestimento, che è subito sfidato: grande rischio per la coproduzione internazionale, che vede in prima fila nel 2020 il Comunale di Bologna, con un’altra “Lucrezia Borgia”, esordio in giugno!

“Pigliate la deformità morale più orrida, più ributtante, più completa, mettetela dove risalta meglio, nel cuor di una donna […], poi mescolate a tutta questa difformità morale un sentimento puro, il più puro che la donna provar possa, il sentimento materno […]”, ed ecco il nostro dramma… Citano Victor Hugo, a Bologna, nella tragedia da lui scritta (“Lucrezia Borgia”, 1833, appunto il titolo) cui s’ispirò Donizetti per commissionare a Felice Romani il libretto (fresco fresco, 1833 pur esso), e attaccano proprio dove a Bergamo e al Valli sono stati grandi. E mettono in campo il “primouomo” (ormai così noto per le sue doti di altruismo ed equilibrio psicologico, mai, cioè, invadente “primadonna”) Stefan Pop in Gennaro e, udite udite, la grande Yolanda Ayuanet nella di lui madre Lucrezia…

Scontro titanico! Non vedo l’ora che giunga, questo giugno 2020.

Aumentano i casi di aggressione a medici, ormai è una moda. Passerà?

 In preoccupante aumento le aggressioni a medici ed operatori sanitari. L’allerta della Cisl medici Lazio

di Vanessa Seffer

Nel 2017 sono stati quasi 24 milioni gli accessi al Pronto Soccorso in Italia con diversificate tipologie di codice e di durata degli stessi.

A fronte di un così elevato numero sono estremamente rari i casi accertati di malasanità.

“Eppure i cittadini, a fronte del sovraffollamento che si verifica nei PS, maggiormente in questo periodo a motivo della sindrome influenzale, hanno una percezione alterata del funzionamento dei pronto soccorso e nell’immaginario degli utenti si fa strada una situazione di ansia che può trasformarsi in rabbia e sfociare in episodi di aggressività. Le lunghe attese poi aggravano il nervosismo di fondo” – si legge in un comunicato della Cisl Medici Lazio -.

“Si richiedono agli operatori sanitari efficienza ed affidabilità ma la comprensione e la pazienza non albergano nelle teste di quanti, non riuscendo a frenare i propri istinti, vanno in escandescenza pretendendo con immediatezza l’erogazione del servizio che molto spesso non ha davvero nulla a che vedere con l’emergenza-urgenza che dovrebbe essere invece l’attività elettiva del pronto soccorso”.

In Italia il fenomeno è in crescita ed è ubiquitario, e da parte delle Aziende Asl ed Ospedaliere non c’è una uniformità di comportamento reattivo. Si affiggono cartelli al triage del P.S. con riferimenti al codice penale e alle sanzioni inflitte in caso di ingiurie a un operatore incaricato di pubblico servizio, si scrivono documenti su metodologia di analisi e gestione del rischio, si istituiscono commissioni aziendali per la valutazione del rischio da violenza sul luogo di lavoro, si fanno corsi di comunicazione e di mediazione dei conflitti, si attivano corsi di autodifesa ma non c’è una visione univoca ed unitaria sulle modalità per superare questo grave problema che è sicuramente culturale ma è anche ormai un vero e proprio allarme sociale e come tale deve essere affrontato.

“Come Cisl Medici Lazio – conclude il comunicato – confidiamo che superato il momento elettorale che ha distolto il presidente-segretario-commissario si possano dettare ai direttori generali della Regione Lazio linee operative vincolanti sulla costituzione di parte civile delle Asl contro gli aggressori”.

Sistema accoglienza:Integra onlus, eccellenza nel settore, spiega cosa non ha funzionato

Un sindaco sotto processo per concussione, un Comune sciolto per infiltrazioni mafiose, una Prefettura che subisce un’ordinanza del Tribunale a pagare il dovuto ma lo fa solo in parte. Un sistema che fa acqua da tutte le parti e troppo spesso vede l’accoglienza migranti trasformata in un business che più che integrare lucra sulla pelle dei più deboli. L’intervista a Klodiana Cuka, presidente di Integra onlus

L’ombra del reato di concussione sul sindaco di Neviano in provincia di Lecce, Silvana Cafaro, rinviata a giudizio per aver interferito nelle attività dell’associazione Integra onlus dal febbraio 2014 all’agosto 2016. Il motivo di tale interesse da parte della Silvana Cafaro sarebbero i fondi dedicati allo Sprar gestito dall’associazione Integra onlus, il giudizio è ancora in corso. A Parabita il Comune fu sciolto alla fine del 2015 con l’accusa di infiltrazioni con la Sacra Corona unita, anche lì Integra onlus gestiva un centro accoglienza, ma il suo operato all’epoca venne sabotato e i pagamenti bloccati per non aver assecondato le richieste del coordinatore del progetto in loco, poi rimosso dall’incarico, così come il sindaco e la dirigente degli affari sociali. Situazione simile a Frosinone dove Integra onlus denuncia il mancato pagamento di ben 2 anni di attività dei centri di accoglienza da lei gestiti, dopo essersi aggiudicata la gara d’appalto come da legislazione vigente in tema di accoglienza. Anche qui, dopo una prima sentenza, che fa seguito ad un ricorso d’urgenza da parte della onlus presieduta da Klodiana Cuka, che sancisce in parte le somme dovute all’associazione per il lavoro svolto, somme utili solo a compensare il lavoro di oltre un centinaio di dipendenti e collaboratori, la prefettura di Frosinone adempie solo in parte all’ordinanza del Giudice. Tutto questo svela un possibile retroscena ambiguo e difficile da comprendere, tant’è che ancora oggi la Integra onlus, che ha ormai chiuso per bisogno ogni struttura di accoglienza, subisce come un effetto domino i mancati pagamenti dello Stato sulle sue attività statutarie.  

Ma di che cosa si occupa nel suo fare attività di accoglienza Integra onlus da quasi vent’anni? Oltre al vitto e all’alloggio in rispetto alle normative europee, fornisce sostegno psicologico, lezioni di italiano, orientamento al lavoro, attività interculturali e ludiche, al fine di permettere a soggetti svantaggiati e provenienti da altri paesi di inserirsi ed integrarsi nel nostro tessuto sociale. Una scommessa che parte da lontano, da quando a sua volta Klodiana Cuka è arrivata a 20 anni in Italia dall’Albania, riuscendo per la sua autodeterminazione a laurearsi, a conseguire un dottorato e vari master, sino a diventare una vera e propria manager del sociale, esperta di fondi europei con la ferma volontà di utilizzarli per il soddisfacimento dei loro obiettivi: aiutare i più disagiati. E’ stata proprio la sua esperienza dolorosa di vita a darle lo slancio per aiutare altri che come lei affrontavano l’ignoto per migliorare la propria esistenza. A tal punto è stato grande l’impegno delle Cuka da farle raggiungere notevoli successi nell’ambito della progettazione europea e lo scambio di buone prassi a livello nazionale ed internazionale, tanto da farsi notare dal Consolato americano di Napoli dove nel 2016, a seguito di una visita dell’ambasciatore degli Usa in Italia Jhon Phillips all’interno della masseria leccese che era la sede operativa di Integra in puglia, viene inserita nel 75° programma americano ‘International Vip Leadership Program’, il più ampio programma di scambio di buone prassi di tutti i professionisti ed intellettuali del mondo.

Da quanto tempo esiste integra onlus?

Integra Onlus nasce a cavallo tra la fine del 2002 e inizio 2003 a Lecce. Intorno a me si uniscono dei professionisti italiani ed i presidenti delle associazioni dei Migranti, per dare vita nella città di Lecce ad una nuova realtà multietnica ed interculturale, che potesse diventare una voce congiunta rappresentativa delle comunità migranti presso le istituzioni, e per diffondere un modello nuovo culturare/interculturale di convivenza costruttiva, che mette l’uomo senza nessuna distinzione al centro dell’universo, facendo capire che ‘l’altro’,  il ‘diverso’ se lo conosciamo e lo scopriamo senza paura, sospendendo il pregiudizio,  può essere semplicemente un valore aggiunto, così come furono nei secoli, gli italiani migranti in giro per il mondo.

Certamente un percorso non facile, specie per un’associazione appena fondata da un’immigrata albanese, e anche perché sappiamo bene che le associazioni sono delle ottime realtà che possono incidere nello sviluppo ed il cambiamento sociale, ma la mancanza di risorse economiche rende tutto più difficile.

Proprio per questo, capendo il meccanismo amministrativo italiano e credendo, tuttora con tutta me stessa, nella forza del cambiamento, unendo la crescita di Integra al mio percorso di crescita professionale, ho indirizzato Integra sin dalla sua nascita verso la progettazione dei fondi strutturali, comunitari e la progettazione transnazionale, in una regione ricca da questo punto di vista, Obiettivo 1, come la Puglia.

Integra sin da subito ha iniziato a coinvolgere giovani universitari e professionisti che si affacciavano con curiosità verso il mondo dell’immigrazione, con diversi ruoli nei progetti in cui partecipava come partner nei primi anni di nascita, e man mano anche da Lead Partner nel secondo decennio della propria vita.

Che percorso ha fatto? Quanti centri aperti, quante persone supportate e quante di loro si sono poi effettivamente integrate?

Tra qualche giorno Integra compie 17 anni di vita e tornare indietro e mi rendo conto che grazie a questa  coraggiosa spinta e voglia di fare, tra le fila dell’associazione sono passati decine di tirocinanti universitari, quasi 500 dipendenti e collaboratori (a progetto e partita Iva), oltre 750 soci volontari, fornendo assistenza psicologica, linguistica e giuridica a oltre 5000 migranti presso lo sportello Lecce Accoglie del Comune di Lecce negli anni 2005-2007, ed a quasi 1000 migranti negli anni dell’Emergenza nord Africa 2011-2013 e ad altrettanti 1000 abbiamo offerto accoglienza tra il 2014 e il 2019 tra prima e seconda accoglienza. Una realtà che da una parte riempie il cuore di gioia e soddisfazione perché Integra ha raggiunto il proprio obbiettivo di nascita, e perché nulla è impossibile a chi crede fortemente, anche se a me piace dire nulla è’ impossibile al Signore. Ma dall’altra parte fa nascere in me tanta tristezza e sconforto e anche rabbia direi, perché è vero che sono stati anni di ricchi di opportunità e progetti e appalti vinti, ma anche anni difficili e duri, sempre in affanno per gli incassi ed i pagamenti, difficoltà che hanno portato con consapevolezza alla decisione di azzerare tutte le attività di accoglienza, grazie ad un sistema amministrativo italiano che fa acqua da tutte le parti.

Non ho mai voluto essere considerata un’imprenditrice anche se alla fine anche una Onlus seppur etica e’ sempre un’impresa. A maggior ragione mi sono detta: un imprenditore che ha la possibilità di far nascere nuovi progetti e la capacità di tradurre le idee in percorsi, deve produrre ricchezza e far stare bene i propri collaboratori! Non si può far assistere chi ha rischiato la vita attraversando il deserto ed il mare, da operatori che seppur si mettono in servizio di questi fratelli con passione, sono costretti ad attendere mesi e mesi nel silenzio, tra preoccupazioni e mille problemi, lo stipendio che arrivi per pagare le bollette e mandare i figli a scuola. Non è giusto!!!
Anche perché chi gestisce il Senato pubblico nei palazzi italiani, viene pagato ogni 27 del mese! Per questo Integra, così come tante altre piccole realtà del terzo settore, arrivando al massimo della disperazione grazie ai famigerati decreti sicurezza del precedente ministro dell’interno, ha detto BASTA!

L’unico rimpianto mio di tutti questi anni è quello di non essere riuscita a pagare le risorse umane impegnate nelle attività dell’associazione ogni mese, ed essere diventata insolvente per colpa dello Stato, della macchina amministrativa italiana che paga sempre in ritardo, ritardi che purtroppo per la maggior parte degli imprenditori o gli addetti del settore sono normali! E quando mi sentono battermi e ribellarmi, mi dicono: ‘ma che pretendi? L’Italia non cambierà mai, è’ stata e sarà sempre così!’
Però, rispondo con la fervida rabbia di San Agostino: nel resto della Comunità europea e negli USA non accade così! Assolutamente NO! Il grande rimpianto è non aver potuto mettere al servizio dell’altro e di tutta la comunità il mio potenziale in progettazione ed attuazione, così come possibile alla luce della rete nazionale ed internazionale costruita da Integra in anni di serio e professionale lavoro. Invece ho dovuto sempre convivere con l’affanno dei pagamenti che non arrivavano e con l’incubo dei pagamenti che mai risolti in tempo utile.

Come funziona il sistema immigrazione?

Anche se si ha la capacità professionale, economica e finanziaria di vincere dei progetti e/o appalti, parlo soprattutto nazionali italiani, questi progetti non possono essere sostenuti se non si ha la possibilità di accedere a degli anticipi bancari, prestando garanzie in proprio con la stessa dirigenza della Onlus. Tutto ciò correlato ad un grande rischio, anche perché quando  devi rendere un prestito, basta che vada male una rendicontazione e si inceppa la relazione/collaborazione con l’ente affidatario del progetto, e si rischia di fare il buco nero.
Ed è qui che la differenza tra la Onlus /cooperativa, ovvero l’ente gestore del progetto,  ed un azienda qualsiasi si azzera, non c’è nessuna differenza e i danni possono essere seri.

Ad un certo punto qualcosa è cambiato…ai bandi partecipano anche privati imprenditori e non più solo associazioni onlus del settore sociale.

È’ molto umiliante per chi proviene dal terzo settore, per chi è stato accanto allo Stato italiano nei momenti più duri delle emergenze e degli sbarchi dei migranti, nel picco dell’estate così come le notti di Natale e Capodanno, sentirsi dire da alcuni Vicari delle Prefetture o dirigenti del  settore amministrativo, come risposta ai solleciti dei pagamenti che a volte superano anche l’anno: ‘se non avete soldi non partecipate agli appalti’ !
Questo perché ? Perché un bel giorno, a differenza della gestione dell’Emergenza Nord Africa, lo Stato Italiano ha aperto la gestione delle strutture di accoglienza anche agli entri profit e ai grandi consorzi, che certamente a differenza nostra del piccolo e medio terzo settore, non avevano difficoltà ad anticipare soldi anzi al contrario avevano tanto da spendere, peccato che oltre a dare da mangiare e dormire, non forniscono alcuna attività di integrazione e inserimento socio lavorativo, per evidente conflitto di interesse rispetto al ruolo, quello sì davvero sociale, di una no profit.

Cosa è accaduto e perché il sistema italiano dedicato all’accoglienza è fallito?

In tutti questi anni abbiamo collaborato con dieci prefetture e oltre 15 comuni.
Abbiamo visto tanti funzionari, vicari e prefetti coerenti, premurosi e attenti nel fare il proprio dovere per il bene comune e del territorio. Così come purtroppo abbiamo visto anche tanta arroganza istituzionale che trattava i migranti come numeri e non come essere umani, e noi enti gestori come dei ladri capaci a fare solo business.
Noi abbiamo creduto all’accoglienza e abbiamo dimostrato con i fatti che l’integrazione è’ possibile! Che basta poco, basta impegnarsi veramente ogni giorno, creando le reti sui territori, mandando i beneficiari a scuola, facendoli partecipare a percorsi linguistici e professionali perché l’inserimento è’ possibile. Sono oltre 100 i nostri beneficiari che grazie a dei percorsi di tirocinio all’interno stesso di Integra, sono diventati liberi e indipendenti, e hanno trovato la loro strada nella vita. Numerosi i beneficiari che hanno portato le mogli in Italia e hanno creato una famiglia e una vita nuova; decine e decine i bambini nati nelle nostre strutture di accoglienza; tanti i bambini battezzati!

In tutti questi anni abbiamo conosciuto funzionari e ragionieri nelle Prefetture che lavoravano anche fuori orario e nei festivi per pagare velocemente tutti i gestori con i fondi appena arrivati dal ministero, dopo tanta attesa; così come abbiamo conosciuto Sindaci che a proprio rischio e pericolo si sono ostinati a dare ospitalità e difendere i progetti dell’accoglienza e battersi concretamente accanto a noi per l’integrazione ed il concreto inserimento socio lavorativo dei beneficiari, delle ragazze e dei ragazzi, come  li abbiamo sempre chiamati. Ma purtroppo abbiamo conosciuto anche Sindaci che dei progetti Sprar si sono avvalsi per nutrire il proprio bacino elettorale, facendo merce di scambio con ogni piccolo pezzo del progetto.
Ma certamente non siamo stati mai zitti!
Purtroppo in Italia oggi la politica della sottomissione e del subire è troppo diffusa, ma la storia insegna che se abbassi la testa e ti fai usare una volta sola, finirai per fare lo schiavo.
Reagire, denunciare, ribellarsi, costa ! È’ doloroso e porta conseguenze devastanti, ma se nel mondo siamo arrivati per lasciare un segno come diceva il Santo Wojtila, spetta a noi portare con dignità e perseveranza la nostra croce, perché la verità tarda, ma prima o poi vede sempre la luce!

Ed è alla luce di questa esperienza che è essenziale capire ogni realtà dell’accoglienza, monitorare il ben fatto e valutare come procedere. Non basta esternare slogan di tipo politico, quello che è giusto sapere per fare un bilancio è come e perché sono stati spesi soldi e con quali risultati. Dice bene la Cuka quando riferisce che ad un certo punto il sistema accoglienza diventa una risorsa per le imprese, in realtà quelle alberghiere con scarsi risultati nell’attività turistica. Cosa hanno fatto oltre a fornire vitto, scarso peraltro, e alloggio? Vedere numerosi immigrati stazionare in una struttura turistica ad esempio, senza poter fare nulla di positivo in termini di prospettive di integrazione e lavorative, non è di sicuro una soluzione per le loro povere vite, e l’unico risultato che si ottiene tenendoli in quelle condizioni è azzerare la loro dignità e le loro speranze per il futuro.

Coronavirus, il senatore Siclari (FI): il ministro Speranza riferisca al Parlamento su pericolo pandemia

L’allarme del senatore Marco Siclari(FI): “il silenzio del Governo in Italia sul virus che corre in Cina è inquietante”

“Con decine di migliaia di cinesi che arrivano dalla Cina in Italia ogni giorno, è inquietante che nel nostro Paese i controlli siano solo a Fiumicino e solo per chi arriva dalla città di Wuhan e non da tutta la Cina” così il senatore di Forza Italia Marco Siclari capogruppo in Commissione Salute, esprime la grave preoccupazione per la veloce diffusione del coronavirus in Cina e nel mondo, e chiede al ministro Speranza di riferire quali misure di emergenza intende adottare per evitare il pericolo pandemia. “Morto il primo medico che curava i malati a Hubei – specifica Siclari in un comunicato diffuso anche sui social – In Cina le città isolate coprono un territorio di 57milioni di abitanti a rischio infezione, una popolazione pari quasi a quella del nostro Paese. Gli Stati Uniti stanno già organizzando il rimpatrio di tutti gli americani, la Francia sta valutando la stessa operazione”.

In pochi giorni abbiamo assistito ad un aumento di numero di persone infettate e decedute che si raddoppia di giorno in giorno, il pericolo è davvero serio per ogni paese. “Il periodo di incubazione, asintomatico, sembra essere 14 giorni – spiega Siclari, che oltre al ruolo poltico è un medico – e oltretutto è accertato che questo virus si nasconde in pazienti senza sintomi mantenendo l’azione di contagio. Non sono sufficienti controlli a Fiumicino effettuati solo sulla temperatura corporea dei cinesi in arrivo”.

“Occorre prevenire la pandemia e chiedo al ministro Speranza di rendere il nostro paese protagonista di buone prassi anche dando indicazioni alle altre nazioni della Ue, tenuto conto che in Francia sono già stati accertati tre casi di contagio, per ora sotto controllo medico” continua Marco Siclari, e richiamando alla memoria il periodo in cui l’Italia seppe trovare le giuste soluzioni per arginare il pericolo Sars,  chiede al ministro Speranza di : “predisporre misure più rigorose per prevenire l’arrivo del virus in Italia, coinvolgendo tutti gli aeroporti; attivare il Piano per le Pandemie tra le regioni d’Italia; prevedere una Unità di Crisi finalizzata a predisporre le misure d’emergenza per fronteggiare i pericoli derivanti dalla possibile presenza del nuovo Coronavirus”. Ma soprattutto Marco Siclari chiede al ministro della Salute di informare il Parlamento ed i cittadini sul suo operato a tutela della popolazione.

Anche la Lidu onlus nella marcia per la legalità di Libera a Benevento

L’associazione Libera torna in campo contro la criminalità organizzata. Il 29 gennaio a Benevento la mobilitazione di piazza cui aderisce anche la Lega Italiana dei diritti dell’Uomo della città irpina, presieduta dall’avvocato Luigi Diego Perìfano

Avrà luogo mercoledì 29 gennaio la mobilitazione promossa dal coordinamento di Libera a Benevento contro l’arroganza e la sfacciataggine, da tenersi al Rione Libertà, ma che si rivolge all’intera città, quale teatro delle importanti operazioni delle Forze dell’Ordine degli ultimi giorni che hanno permesso di far emergere fenomeni criminali che vanno condannati ed isolati. L’appello promosso da Libera Benevento, che invitava tutte le forze interessate a prendere parte ad una riunione organizzativa tenutasi presso la sede della CGIL a Benevento, ha riscosso un’ottima risposta, consentendo di ottenere una discussione ricca e condivisa. La struttura della mobilitazione prevede il raduno di tutti i partecipanti alla marcia per le ore 18:00 presso piazzale Ernesto Gramazio, nel quadrato degli uffici regionali e dell’Ufficio scolastico provinciale. Di seguito si farà tappa in piazzale Aldo Iermano, davanti la parrocchia “Addolorata” per poi concludere la marcia presso la spina verde, in prossimità della mediateca su via Napoli. Tutte le associazioni, i movimenti e le organizzazioni che hanno collaborato alla fase organizzativa della marcia, hanno inteso prendervi parte riconoscendosi nella bandiera di Libera ma con la volontà di condividere gli obiettivi e le finalità dell’iniziativa attraverso un impegno concreto e verificabile, da realizzare nel quartiere del Rione Libertà e nella città. L’impegno sarà affisso durante la manifestazione in una bacheca itinerante e sarà poi riassunto in un documento finale.

Il Comitato della Lega Italiana per i Diritti dell’Uomo (LIDU) di Benevento aderisce all’iniziativa promossa da Libera per il prossimo mercoledì 29 gennaio. “Il rispetto della legalità è un valore che deve appartenere all’intera comunità cittadina, ed è condizione essenziale per promuovere lo sviluppo civile, culturale ed economico del territorio. Contrastare ed isolare la criminalità organizzata, garantire la sicurezza dei cittadini e delle imprese, proteggere le Istituzioni da qualsiasi tentativo di infiltrazione e condizionamento, rappresentano altrettanti obiettivi ampiamente condivisi dalla LIDU e per i quali è giusto battersi e unire la propria voce a quella di tanti altri”. Così Il Presidente della Lidu onlus di Benevento, l’avvocato Luigi Diego Perìfano

Roma, l’Associazione Alera ospite della Lidu onlus per parlare di Diritti Umani

Alera, di cui è presidente Laura Mancini, associazione impegnata nello sviluppo integrale dell’individuo, in sinergia con la Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo, ha promosso con gran successo di pubblico il convegno ‘Diritti Umani’. Molti i temi affrontati da qualificati relatori

Di Simona Arcuri

Il 24 gennaio 2020 si è caratterizzato come un giorno importante per discutere dei Diritti Umani. Svoltosi presso la Sede Nazionale della LIDU, Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo, in Roma (Piazza d’Aracoeli, 12), l’incontro è stato promosso e organizzato da Alera, associazione impegnata nello sviluppo integrale dell’individuo, in sinergia con la LIDU stessa. Si è andato così a creare un importante connubio tra le due Associazioni che si è tradotto nell’approfondita analisi di un tema a volte sottostimato.

Diverse le personalità e i relatori che si sono succeduti, apportando ognuno un personale punto di vista sull’ interpretazione del significato di “Diritti Umani”, tutti magistralmente introdotti dall’illustre Criminologa Imma Giuliani. Ad aprire il convegno sono stati i saluti di benvenuto del Presidente della LIDU Nazionale, Eugenio Ficorilli, che ha sottolineato l’importanza e l’impegno di un obiettivo comune come la promozione e la protezione di tali diritti, da oltre 100 anni. Le sue parole ci hanno proiettato nel vivo dell’analisi quando ad intervenire è stato il Giudice penale Valerio De Gioia, il quale ci ha esposto il concetto di diritto all’oblio, evidenziando come a volte possa scontrarsi con l’articolo 21 della Costituzione Italiana, che invece garantisce la libertà di informazione da parte dei giornalisti. Un dualismo che nei tempi moderni sta cambiando forma, a causa della digitalizzazione e della conseguente indicizzazione delle notizie, che possono andare a toccare la privacy di ogni individuo e la sua futura riabilitazione. Nel proseguo della serata, un’importante punto di vista, su cui viene richiesta una riflessione, è nato dal pensiero della Psicologa e Psicoterapeuta Valentina Marsella, la quale, approcciandosi con un’ottica anticonformista, ha scelto di portare alla luce “l’altra faccia” delle violenze di genere, ossia quella in cui le vittime sono gli uomini. La violenza è sempre tale, non deve avere sesso e, per questo, ogni individuo deve avere il diritto di essere ascoltato e aiutato, sia esso uomo, donna o bambino.

Il Filosofo e Presidente dell’Associazione Fare Ambiente, il prof. Vincenzo Pepe, ci ha regalato un approccio diverso al modo in cui consideriamo l’ambiente stesso. All’interno della sua ben nota sensibilità in materia, l’ambiente deve essere ecosostenibile e ricollocato alla sua posizione originaria, ossia “tutto ciò che ci circonda”. Per questo motivo deve essere protetto, perché le guerre vengono sempre fatte per il controllo del territorio, finendo così per ledere ogni diritto dell’uomo, la sua libertà e la sua felicità.

La libertà può nascere anche dal “diritto di immaginare”, topic sul quale si concentra invece lo Psicologo Fabrizio Mignacca, partendo da racconti di quotidianità e ripercorrendo la storia nella visione avuta dai Padri Costituenti che, in quanto vittime consapevoli, hanno avuto il potere di immaginare un mondo migliore. Solo grazie a questo pensiero hanno potuto creare una Costituzione ponendo al suo centro il Diritto Ontogenetico, quindi unica nel suo genere. Anche un membro attivo della stessa Alera, lo Psicologo clinico Sam Varz, si è unito alle considerazioni sino a quel momento condivise, mettendo in evidenza problemi come la mancanza di comunicazione tra conviventi, la sovrappopolazione espressa come prima causa dei problemi ambientali e l’omofobia con le sue conseguenti discriminazioni sessuali.

Ciò che serve è “essere più presenti nel mondo che stiamo vivendo”. Tra gli applausi generali, a prendere la parola è stato Sauro Cimarelli, Responsabile tecnico nazionale del settore giovanile di calcio a 5 per non vedenti, che ha raccontato il suo importante lavoro di ridare diritto allo sport (e all’accesso ai suoi valori) a tutti quei bambini che altrimenti ne resterebbero esclusi. Toccante anche la sua spiegazione sull’utilizzo dei palloni sonori che i bambini possono sentire e che, una volta danneggiati, lui stesso porta ai canili per ridare felicità a cani, anch’essi ciechi.

I saluti per la chiusura sono stati portati dal Vice-Presidente di Alera, il Dott. Valerio Monda, la persona che meglio di tutti poteva descrivere il connubio nato tra Alera e LIDU, luogo ideale dove poter sviluppare un così importante convegno destinato ad aprire gli occhi sulla società che stiamo vivendo oggi. Il Dott. Monda ha infatti ringraziato le altissime personalità presenti e i sostenitori dell’iniziativa, come l’Azienda vinicola Barberani e l’Hotel dell’Anima Eremito.

Al termine del Convegno è stato offerto a tutti gli ospiti presenti un light dinner inedito a cura dello Chef ufficiale di Alera, il Gambero Rosso Massimiliano Mettini, da sempre promotore del Made in Italy e soprattutto sensibile alla campagna internazionale “plastic free”.

Interfacciandosi anche assieme al Presidente di Alera, Laura Mancini, gli ospiti ed i relatori hanno avuto modo di scambiare ulteriormente opinioni e idee, stimolati da quanto assistito ed arricchiti da una visione diversa di ciò che significa rispettare i diritti umani del prossimo, aldilà delle circostanze, dei contesti, della propria storia personale e anche di ciò che si mostra all’esterno della nostra singolarità.

Il vecchio casolare dove fu ucciso Impastato pronto all’esproprio

In contrada Feudo a Cinisi, il vecchio casolare dove nel 1978 è stato ucciso dalla mafia Peppino Impastato, é  pronto all’esproprio per essere un luogo della memoria. A confermarlo, il decreto del dirigente generale della Regione Siciliana Sergio Alessandro, con il quale si informa l’avvio di esproprio dell’immobile e del territorio circostante.

Uno spiraglio di luce penetra da una piccola finestrella e fende i muri di pietra ingrigiti dalle intemperie, quelle che negli anni si sono abbattute sul vecchio casolare di contrada Feudo a Cinisi, dove nel 1978 la mafia uccise Peppino Impastato, giornalista, militante della Democrazia Proletaria e fondatore di Radio Aut. Un luogo, dentro il quale rimasero imprigionati per sempre il respiro e gli ultimi istanti di Peppino, finalmente è pronto a divenire posto della memoria. Il Dipartimento Regionale dei Beni culturali ha reso pubblico il decreto del dirigente generale della Regione Siciliana Sergio Alessandro, con il quale si informa l’avvio di esproprio del casolare e del territorio circostante da parte della Soprintendenza di Palermo, mentre la Città Metropolitana avrà il compito di attuare il recupero dell’immobile e renderlo fruibile.

Una notizia, che arriva dopo circa un mese dal Protocollo d’intesa firmato a Palazzo d’Orléans tra Regione Siciliana, Città metropolitana di Palermo e Comune di Cinisi per il: “Coordinamento delle iniziative volte all’acquisizione e al restauro del casolare dove è stato ucciso Peppino Impastato”.
Una vicenda che, dopo anni, sembra giungere ad una soluzione. Cominciata nel 2011, quando la Regione Siciliana decide di acquisire il casolare a scopo commemorativo. Un proposito non avviato, poiché il proprietario del fondo rifiuta l’offerta di acquisto da parte della Regione. Da qui, l’impossibilità della riuscita della procedura di esproprio, messa per anni da parte. Il risultato? La conseguente trasformazione del casolare in una discarica. Una situazione inconcepibile e denunciata più volte anche dal fratello di Peppino, Giovanni Impastato.

Adesso, quel luogo potrà essere restituito alle persone che credono e hanno sempre creduto in Peppino, senza accettare mai le menzogne di un suo ipotetico suicidio nel tentativo di preparare un attentato, né ai depistaggi né alle omissioni. Quei muri diventeranno non solo il simbolo degli ultimi istanti dell’attivista, ma emblema di una voce che ancora oggi riecheggia con la stessa forza di quel 1977.

La bellezza e la stupidità non hanno colore, passaporto o religione- Beauty and stupidity have no colour, passport or religion

di emigrazione e di matrimoni

La bellezza e la stupidità non hanno colore, passaporto o religione

Il razzismo si materializza quando una persona è giudicata non dal proprio comportamento ma dal colore della pelle, dalle proprie origini, spesso tradite da accenti e pronunce “non-italiani”, o dalla propria religione.

Ci sono vicende che ti toccano l’anima perché capisci immediatamente la situazione della vittima di turno e ti vergogni che certe cose ancora si ripetono nel 21° secolo. Per noi figli di emigrati italiani nati e cresciuti all’estero, la scena su un treno nel Veneto il weekend scorso descritta nella stampa italiana, fa ricordare episodi simili capitati a noi regolarmente nella nostra vita.

Nel 1988 ho assistito a una scena in un ristorante cinese a Roma che mi ha toccato perché poteva essere una scena della mia vita e di moltissimi dei nostri oriundi in giro per il mondo. Una coppietta di ragazzi cinesi, ho saputo poi che era il nipotino della proprietaria e la sua fidanzatina, si abbracciavano e parlavano, non in cinese ma in romanesco. Questa è l’immagine che dobbiamo sognare per il futuro del paese, e non episodi come quello il weekend scorso che, purtroppo, non sono insoliti in Italia negli ultimi anni.

Questo episodio suscita una parola che molti non vogliono sentire nominare, però non possiamo seguire questa tendenza vigliacca, perché se davvero vogliamo integrare gli immigrati ora in Italia, abbiamo l’obbligo di capire che questo aspetto di ogni nazionalità deve essere affrontato ed emarginato da chi vuole una vita civile, e non una vita scandita da violenza di qualsiasi genere perché, nel modo più essenziale, questi episodi sono vera violenza.

Nelle parole de “Il Corriere della Sera” una ragazza di origine cinese, ma cresciuta in Italia, è stata aggredita su un treno nel Veneto da due giovani che hanno iniziato con la frase «Prova a pronunciare la “r”, tanto non riesci, incapace». Poi, lei “All’inizio, prova a ignorarli, ma quelli insistono, con frasi razziste e sessiste sempre più accese e volgari….alla fermata di Padova, i due si alzano, le sputano addosso e una volta scesi, le fanno il dito medio fuori dal finestrino”. Fra i tanti presenti nel treno, nessuno è intervenuto in difesa della ragazza, rendendola ancora più isolata.

Tutto nato dal colore della pelle, dagli occhi a mandorla e dal luogo comune che i cinesi non sanno pronunciare la lettera “r”, che non esiste nella loro lingua. Come per noi italiani nei paesi anglosassoni dove la pronuncia di “th” e “ph” ci crea gli stessi problemi. Ma non per questo siamo meno intelligenti o capaci, e non per questo dovremmo essere aggrediti.

Però, qual è il fantasma che questi episodi suscitano che molti non vogliono sentire mai nominare?

La definizione

Il razzismo si materializza quando una persona è giudicata non dal proprio comportamento ma dal colore della pelle, dalle proprie origini, spesso tradite da accenti e pronunce “non-italiani”, o dalla propria religione.

Questo atteggiamento verso “lo straniero”, anche se nato e cresciuto in questo paese, è l’antitesi di quel che l’Assemblea Costituente ha scritto nell’Articolo 3 della nostra Costituzione, che estende a tutti coloro che si trovano nel paese “Tutti i cittadini hanno pari dignità e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”  

Purtroppo queste bellissime parole sono tradite da ogni persona che si comporta come i due balordi sul treno nel Veneto. A peggiorare poi questo comportamento incivile è la tendenza di pensare che, per un motivo o l’altro, le loro gesta potrebbero avere giustificazioni che non sono altro che la continuazione dei luoghi comuni e i timori dello straniero che molti sentono, e che sono amplificati fin troppo spesso da servizi giornalistici nei media, come anche da politici, che sono ripresi poi sui social.

E tutto nasce da quattro parole che sentiamo e leggiamo spesso, e non solo in Italia, ma che vengono smentite dalla seconda parte della frase.

La frase “fatale”

“Non sono razzista, ma…” Sembra una frase innocua, però quel che segue la quarta parola è tutt’altro che una conferma del sentimento iniziale. Anche da chi si sente davvero “non razzista”.

Quindi tutti “tutti gli italiani sono mafiosi”, “tutti gli ebrei sono avari e meschini”, “tutti gli albanesi sono ladri”, ecc., ecc., e di seguito, sono stereotipi che non fanno altro che dimostrare che l’individuo in questione è giudicato proprio dalle origini e non dal proprio comportamento come dice la definizione precedente.

Quasi tutti i figli e molti dei nipotini degli emigrati italiani sanno cosa vuol dire essere giudicato in quel modo. Ognuno di noi può raccontare episodi dove il nostro accento, nome o anche colore della pelle, hanno determinato come siamo stati trattati dai nostri coetanei non-italiani.

Per molti all’estero, ancora oggi purtroppo, anche se in modo più nascosto ma non meno pericoloso, noi italiani eravamo pari a “quelli di colore”. In questo modo in alcuni pub in Australia quando il barista si rendeva conto del cliente italiano gli estendeva “l’invito”, con un tono di voce che faceva capire che non c’era scelta, di recarsi al prossimo pub perché era degli aborigeni.

A scuola il semplice rifiuto di anglicizzare il nome nella versione locale era già abbastanza per il figlio o figlia d’italiani per trovarsi ostracizzato dai coetanei e l’inizio di anni di solitudine.

Questo è quel che noi oriundi vediamo e capiamo quando assistiamo ad episodi del genere raccontati dalla stampa e dalla televisione. Infatti, non sono stato l’unico figlio di emigrati italiani a fare commenti del genere sui social durante il weekend sul post che trattava l’episodio nel veneto.

Soluzione

In teoria risolvere questa situazione dovrebbe essere facile, basta educare la popolazione sin dalla scuola elementare sulle differenze tra culture e religioni, a partire dal fatto che essere di una religione o l’altra di per sé non vuol dire non integrarsi nel paese. Infatti, per molti noi italiani nei paesi anglosassoni è stata proprio la religione a creare una barriera con i nostri vicini protestanti, ma nel corso del tempo questa barriera è stata abbattuta, ma tristemente non verso altre religioni, e vediamo i risultati sulle cronache internazionali quasi ogni giorno.

Purtroppo, la scuola è una soluzione a lungo termine e perciò non risolve i problemi attuali. Per questo, nel frattempo due categorie della nostra vita quotidiana devono capire che la convivenza civile dipende anche e soprattutto dal loro comportamento.

La prima è la stampa, che utilizza le origini di sospetti per giudicare e a volte condannare persone prima ancora della fine delle indagini, alimentando i sospetti verso determinati gruppi con i risultati che abbiamo visto.

La seconda categoria è quella del mondo politico dove certi commenti e atteggiamenti hanno una responsabilità molto più grande della stampa perché, almeno in teoria, i politici dovrebbero essere i primi a rispettare il senso dell’Articolo 3 della Costituzione. Ma fare commenti contro certi gruppi non fa altro che “legittimare”, agli occhi di una parte becera della popolazione, le discriminazioni e i pregiudizi verso i nuovi arrivati.

Infatti, tra i commenti sui social sull’incidente sul treno c’era chi si lamentava che era la solita vicenda di “quella parte” (politica). Questo ignora, in ogni senso della parola, l’Art. 3 della Costituzione perché tutti i politici giurano fedeltà alla Carta Costituzionale e quindi dovrebbero essere i primi a trattare ogni residente del paese con pari rispetto. Tristemente, non è proprio così.

Come possiamo meravigliarci se per primi i politici inveiscono contro un gruppo o individui per il colore della pelle, le loro origini o la loro religione e poi qualcuno, come abbiamo visto a Macerata con Luca Traini, decide di compiere quel che lui crede sia un “atto di giustizia” che non era altro che un delitto efferato?

Il giorno che avremo capito come popolazione che “la bellezza e la stupidità non hanno colore, passaporto e religione” sarà il giorno che avremo una società dove ognuno avrà gli stessi diritti e doveri, e dove ognuno farà la propria vita secondo le proprie capacità, e non determinate da fattori di nascita fuori del proprio controllo.

Perciò, per prendere la strada verso la vera integrazione nel paese dei nuovi immigrati i primi passi, indietro, devono essere presi dai giornalisti e dai politici che utilizzano la “razza”, il colore e la religione come bersagli da colpire, invece di capire che l’integrazione non è a senso unico ma ha bisogno dell’atteggiamento rispettoso della dignità altrui di ciascuno di noi immigrato e autoctono.

Infatti, se non interveniamo in incidenti come quello del treno diventiamo complici degli aggressori.

Perciò, lottare contro il razzismo e qualsiasi discriminazione dovrebbe essere l’obbligo di tutti i politici e cittadini di qualsiasi democrazia moderna, basata su parità di diritti di tutti e non semplicemente una vicenda “di quella parte”.

 

 

di emigrazione e di matrimoni

Beauty and stupidity have no colour, passport or religion

Racism occurs when a person is judged not by his or her personal behaviour but because of the colour of the skin, his or her origins, which are often betrayed by accents or “non-Italian” pronunciation.

There are matters that touch your soul because you understand immediately the situation of the latest victim and you are ashamed that certain things still happen in the 21st century. For us children of Italian migrants born and raised overseas the scene on a train in the Veneto described in the Italian press last weekend make us remember similar episodes that happened to us regularly in our lives.

In 1988 I witnessed a scene in a Chinese restaurant in Rome that moved me because it could have been a scene from my life and from that of many of our relatives and friends around the world. A young Chinese couple, who I later found out were the grandson of the restaurant’s owner and his girlfriend, we hugging and talking, not in Chinese but in Romanesco, Rome’s dialect. This is the image that we should dream of for the country’s future and not episodes such as the one last weekend that, unfortunately, have not been unusual in recent years. 

This incident raises a word that many do not want to hear, however, we cannot follow this cowardly trend because if we truly want to see the migrants now in Italy integrated we have a duty to understand that this aspect of every nationality must be addressed and marginalized because, in the most fundamental way, these incidents are real violence.

In the words of Milan’s newspaper Il Corriere della Sera a young girl of Chinese origin, but raised in Italy, was assaulted on a train in the Veneto by two young men who began with the phrase “Try to pronounce “r”, you can’t, you’re incompetent”. And then she “In the beginning tried to ignore them but they insisted, with increasingly racist and sexist phrases… the two got up at the Padua stop, they spat on her and once they got off they gave her the middle finger at the window”. Of those present on the train, not one intervened in the girl’s defence, which made her even more isolated.

This all began from the colour of the skin, the almond shaped eyes and the cliché that the Chinese cannot pronounce the letter “r” because it does not exist in their language. Just like us Italians in Anglo-Saxon countries where the pronunciation of “th” and “ph” causes us the same problems. But this does not mean we are less intelligent or capable and this is not a reason we should be assaulted.

However, what is the ghost that these incidents raises that many do never want to hear?

The definition

Racism occurs when a person is judged not by his or her personal behaviour but because of the colour of the skin, his or her origins, which are often betrayed by accents or “non-Italian” pronunciation.

This attitude towards “foreigners”, even if they were born and raised in the country, is the antithesis of what the Constituent Assembly wrote in Article 3 of Italy’s Constitution which extends to all those who are in the country: “All citizens have equal dignity and are equal before the law, with no distinction of sex, race, language, religion, political opinions and personal and social conditions”.

Unfortunately these beautiful words are betrayed by every person who behaves like the two boorish young men on the train in the Veneto. What then makes this uncivilized behaviour worse is the tendency to think that, for one reason or another, these gestures could be justified for reasons that are nothing more than the continuation of the clichés and the fear of foreigners they feel and which all too often are amplified by news services in the media, and also by politicians, which are then taken up on the social media.

And all this comes from four words that we hear and read often, and not only in Italy, which are then proved false by the second part of the phrase.

The “fatal” phrase

“I am not racist but…” This seems a harmless phrase however, what follows the fourth word is anything but a confirmation of the initial sentiment. Even by those who truly feel they are “not racist”.

Therefore, “All Italians are Mafiosi”, “All Jews are stingy and mean”, “All the Albanians are thieves”, etc, etc, are stereotypes that only show that the individual in question is judged by his or her origins and not by personal behaviour as stated in the definition above.

Almost all the children and many of the grandchildren of Italian migrants know what it means to be judged in that way. Each one of us can describe episodes where our accent, name or also skin colour determined how we are treated by our non-Italian peers.

For many overseas, even today unfortunately even if in a more hidden but no less dangerous way, we Italians were equal to “those of colour”. In this way, when the barmen in some pubs in Australia noticed an Italian customer he extended the “invitation”, in a tone of voice that made him understand that there was no other choice, to go to the next pub which was the one for the Aborigines.

At school the simple refusal to anglicize a name into the local version was enough for the son or daughter of Italians to be ostracized by the others and the start of years of loneliness.

This is what we oriundi (descendants of Italian migrants) see and understand when we witness episodes such as those told in the newspapers and on television, Indeed, I was not the only child of Italian migrants to write comments in this type in the social media on the weekend to the post that dealt with the episode in the Veneto.

Solution

In theory it should be easy to resolve this situation. We only have to educate the population from primary school on the differences between cultures and religions, starting from the fact that belonging to one religion or another does not on its own mean not integrating in the country. Indeed, for many of us Italian in Anglo-Saxon countries it was religion that created a barrier with our protestant neighbours but over time this barrier was knocked down but sadly not towards other religions and we see the results on the international news services every day.

Unfortunately school is a long term solution and therefore does not resolve the current problems. Hence in the meantime two categories in our daily lives must understand that civilized coexistence also and especially depends on their behaviour.

The first is the press that uses the origins of suspects to judge and at times condemn people even before the end of the investigation, feeding suspicions towards determined groups with the results we have seen.

The second category is the world of politics where certain comments and attitudes have a much greater responsibility than the press because, at least in theory, politicians should be the first to respect the meaning of Article 3 of the Constitution. But making comments against certain groups only “legitimises” in the eyes of the boorish part of the population the discrimination and prejudice towards the new arrivals.

In fact, amongst the comments on the social media there were those that complained that this was the usual issue of “that (political) part”. This ignores Art. 3 of the Constitution because all politicians swear loyalty to the country’s Magna Carta and so they should be the first to treat every resident in the country with equal respect. Sadly, it is not quite like this.

How can we be surprised if politicians are the first to rail against a group or individuals because of the colour of their skin, their origins or their religion and then someone, as we saw in Macerata with Luca Traini, decides to carry out what he believed was an “act of justice” which was only a heinous crime?

The day that we as a population understand that “beauty and stupidity have no colour, passport or religion” will be the day that we will have a society in which each one of us will have the same rights and duties and where each one of us will live our lives according to our skills and not determined by matters of birth that are beyond our control.

Therefore, in order to take the road towards true integration of the new migrants into the country the first steps, backwards, must be taken by the journalists and politicians who use “race”, colour and religion as targets to be hit instead of understanding that integration is not a one way road but needs the attitude of respecting the dignity of each one of us, migrants and natives.

In fact, if we do not intervene in incidents such as those on the train we become the aggressors’ accomplices.

Thus fighting racism and any form of discrimination must be the duty of all the politicians and the citizens of any modern democracy based on equal rights for all and is not simply a matter for “that part”.

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