Italiani nel Mondo

La bellezza e la stupidità non hanno colore, passaporto o religione- Beauty and stupidity have no colour, passport or religion

By 25 Gennaio 2020 Febbraio 1st, 2020 No Comments

di emigrazione e di matrimoni

La bellezza e la stupidità non hanno colore, passaporto o religione

Il razzismo si materializza quando una persona è giudicata non dal proprio comportamento ma dal colore della pelle, dalle proprie origini, spesso tradite da accenti e pronunce “non-italiani”, o dalla propria religione.

Ci sono vicende che ti toccano l’anima perché capisci immediatamente la situazione della vittima di turno e ti vergogni che certe cose ancora si ripetono nel 21° secolo. Per noi figli di emigrati italiani nati e cresciuti all’estero, la scena su un treno nel Veneto il weekend scorso descritta nella stampa italiana, fa ricordare episodi simili capitati a noi regolarmente nella nostra vita.

Nel 1988 ho assistito a una scena in un ristorante cinese a Roma che mi ha toccato perché poteva essere una scena della mia vita e di moltissimi dei nostri oriundi in giro per il mondo. Una coppietta di ragazzi cinesi, ho saputo poi che era il nipotino della proprietaria e la sua fidanzatina, si abbracciavano e parlavano, non in cinese ma in romanesco. Questa è l’immagine che dobbiamo sognare per il futuro del paese, e non episodi come quello il weekend scorso che, purtroppo, non sono insoliti in Italia negli ultimi anni.


Questo episodio suscita una parola che molti non vogliono sentire nominare, però non possiamo seguire questa tendenza vigliacca, perché se davvero vogliamo integrare gli immigrati ora in Italia, abbiamo l’obbligo di capire che questo aspetto di ogni nazionalità deve essere affrontato ed emarginato da chi vuole una vita civile, e non una vita scandita da violenza di qualsiasi genere perché, nel modo più essenziale, questi episodi sono vera violenza.

Nelle parole de “Il Corriere della Sera” una ragazza di origine cinese, ma cresciuta in Italia, è stata aggredita su un treno nel Veneto da due giovani che hanno iniziato con la frase «Prova a pronunciare la “r”, tanto non riesci, incapace». Poi, lei “All’inizio, prova a ignorarli, ma quelli insistono, con frasi razziste e sessiste sempre più accese e volgari….alla fermata di Padova, i due si alzano, le sputano addosso e una volta scesi, le fanno il dito medio fuori dal finestrino”. Fra i tanti presenti nel treno, nessuno è intervenuto in difesa della ragazza, rendendola ancora più isolata.

Tutto nato dal colore della pelle, dagli occhi a mandorla e dal luogo comune che i cinesi non sanno pronunciare la lettera “r”, che non esiste nella loro lingua. Come per noi italiani nei paesi anglosassoni dove la pronuncia di “th” e “ph” ci crea gli stessi problemi. Ma non per questo siamo meno intelligenti o capaci, e non per questo dovremmo essere aggrediti.

Però, qual è il fantasma che questi episodi suscitano che molti non vogliono sentire mai nominare?

La definizione

Il razzismo si materializza quando una persona è giudicata non dal proprio comportamento ma dal colore della pelle, dalle proprie origini, spesso tradite da accenti e pronunce “non-italiani”, o dalla propria religione.

Questo atteggiamento verso “lo straniero”, anche se nato e cresciuto in questo paese, è l’antitesi di quel che l’Assemblea Costituente ha scritto nell’Articolo 3 della nostra Costituzione, che estende a tutti coloro che si trovano nel paese “Tutti i cittadini hanno pari dignità e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”  

Purtroppo queste bellissime parole sono tradite da ogni persona che si comporta come i due balordi sul treno nel Veneto. A peggiorare poi questo comportamento incivile è la tendenza di pensare che, per un motivo o l’altro, le loro gesta potrebbero avere giustificazioni che non sono altro che la continuazione dei luoghi comuni e i timori dello straniero che molti sentono, e che sono amplificati fin troppo spesso da servizi giornalistici nei media, come anche da politici, che sono ripresi poi sui social.

E tutto nasce da quattro parole che sentiamo e leggiamo spesso, e non solo in Italia, ma che vengono smentite dalla seconda parte della frase.

La frase “fatale”

“Non sono razzista, ma…” Sembra una frase innocua, però quel che segue la quarta parola è tutt’altro che una conferma del sentimento iniziale. Anche da chi si sente davvero “non razzista”.

Quindi tutti “tutti gli italiani sono mafiosi”, “tutti gli ebrei sono avari e meschini”, “tutti gli albanesi sono ladri”, ecc., ecc., e di seguito, sono stereotipi che non fanno altro che dimostrare che l’individuo in questione è giudicato proprio dalle origini e non dal proprio comportamento come dice la definizione precedente.

Quasi tutti i figli e molti dei nipotini degli emigrati italiani sanno cosa vuol dire essere giudicato in quel modo. Ognuno di noi può raccontare episodi dove il nostro accento, nome o anche colore della pelle, hanno determinato come siamo stati trattati dai nostri coetanei non-italiani.

Per molti all’estero, ancora oggi purtroppo, anche se in modo più nascosto ma non meno pericoloso, noi italiani eravamo pari a “quelli di colore”. In questo modo in alcuni pub in Australia quando il barista si rendeva conto del cliente italiano gli estendeva “l’invito”, con un tono di voce che faceva capire che non c’era scelta, di recarsi al prossimo pub perché era degli aborigeni.

A scuola il semplice rifiuto di anglicizzare il nome nella versione locale era già abbastanza per il figlio o figlia d’italiani per trovarsi ostracizzato dai coetanei e l’inizio di anni di solitudine.

Questo è quel che noi oriundi vediamo e capiamo quando assistiamo ad episodi del genere raccontati dalla stampa e dalla televisione. Infatti, non sono stato l’unico figlio di emigrati italiani a fare commenti del genere sui social durante il weekend sul post che trattava l’episodio nel veneto.

Soluzione

In teoria risolvere questa situazione dovrebbe essere facile, basta educare la popolazione sin dalla scuola elementare sulle differenze tra culture e religioni, a partire dal fatto che essere di una religione o l’altra di per sé non vuol dire non integrarsi nel paese. Infatti, per molti noi italiani nei paesi anglosassoni è stata proprio la religione a creare una barriera con i nostri vicini protestanti, ma nel corso del tempo questa barriera è stata abbattuta, ma tristemente non verso altre religioni, e vediamo i risultati sulle cronache internazionali quasi ogni giorno.

Purtroppo, la scuola è una soluzione a lungo termine e perciò non risolve i problemi attuali. Per questo, nel frattempo due categorie della nostra vita quotidiana devono capire che la convivenza civile dipende anche e soprattutto dal loro comportamento.

La prima è la stampa, che utilizza le origini di sospetti per giudicare e a volte condannare persone prima ancora della fine delle indagini, alimentando i sospetti verso determinati gruppi con i risultati che abbiamo visto.

La seconda categoria è quella del mondo politico dove certi commenti e atteggiamenti hanno una responsabilità molto più grande della stampa perché, almeno in teoria, i politici dovrebbero essere i primi a rispettare il senso dell’Articolo 3 della Costituzione. Ma fare commenti contro certi gruppi non fa altro che “legittimare”, agli occhi di una parte becera della popolazione, le discriminazioni e i pregiudizi verso i nuovi arrivati.

Infatti, tra i commenti sui social sull’incidente sul treno c’era chi si lamentava che era la solita vicenda di “quella parte” (politica). Questo ignora, in ogni senso della parola, l’Art. 3 della Costituzione perché tutti i politici giurano fedeltà alla Carta Costituzionale e quindi dovrebbero essere i primi a trattare ogni residente del paese con pari rispetto. Tristemente, non è proprio così.

Come possiamo meravigliarci se per primi i politici inveiscono contro un gruppo o individui per il colore della pelle, le loro origini o la loro religione e poi qualcuno, come abbiamo visto a Macerata con Luca Traini, decide di compiere quel che lui crede sia un “atto di giustizia” che non era altro che un delitto efferato?

Il giorno che avremo capito come popolazione che “la bellezza e la stupidità non hanno colore, passaporto e religione” sarà il giorno che avremo una società dove ognuno avrà gli stessi diritti e doveri, e dove ognuno farà la propria vita secondo le proprie capacità, e non determinate da fattori di nascita fuori del proprio controllo.

Perciò, per prendere la strada verso la vera integrazione nel paese dei nuovi immigrati i primi passi, indietro, devono essere presi dai giornalisti e dai politici che utilizzano la “razza”, il colore e la religione come bersagli da colpire, invece di capire che l’integrazione non è a senso unico ma ha bisogno dell’atteggiamento rispettoso della dignità altrui di ciascuno di noi immigrato e autoctono.

Infatti, se non interveniamo in incidenti come quello del treno diventiamo complici degli aggressori.

Perciò, lottare contro il razzismo e qualsiasi discriminazione dovrebbe essere l’obbligo di tutti i politici e cittadini di qualsiasi democrazia moderna, basata su parità di diritti di tutti e non semplicemente una vicenda “di quella parte”.

 

 

di emigrazione e di matrimoni

Beauty and stupidity have no colour, passport or religion

Racism occurs when a person is judged not by his or her personal behaviour but because of the colour of the skin, his or her origins, which are often betrayed by accents or “non-Italian” pronunciation.

There are matters that touch your soul because you understand immediately the situation of the latest victim and you are ashamed that certain things still happen in the 21st century. For us children of Italian migrants born and raised overseas the scene on a train in the Veneto described in the Italian press last weekend make us remember similar episodes that happened to us regularly in our lives.

In 1988 I witnessed a scene in a Chinese restaurant in Rome that moved me because it could have been a scene from my life and from that of many of our relatives and friends around the world. A young Chinese couple, who I later found out were the grandson of the restaurant’s owner and his girlfriend, we hugging and talking, not in Chinese but in Romanesco, Rome’s dialect. This is the image that we should dream of for the country’s future and not episodes such as the one last weekend that, unfortunately, have not been unusual in recent years. 

This incident raises a word that many do not want to hear, however, we cannot follow this cowardly trend because if we truly want to see the migrants now in Italy integrated we have a duty to understand that this aspect of every nationality must be addressed and marginalized because, in the most fundamental way, these incidents are real violence.

In the words of Milan’s newspaper Il Corriere della Sera a young girl of Chinese origin, but raised in Italy, was assaulted on a train in the Veneto by two young men who began with the phrase “Try to pronounce “r”, you can’t, you’re incompetent”. And then she “In the beginning tried to ignore them but they insisted, with increasingly racist and sexist phrases… the two got up at the Padua stop, they spat on her and once they got off they gave her the middle finger at the window”. Of those present on the train, not one intervened in the girl’s defence, which made her even more isolated.

This all began from the colour of the skin, the almond shaped eyes and the cliché that the Chinese cannot pronounce the letter “r” because it does not exist in their language. Just like us Italians in Anglo-Saxon countries where the pronunciation of “th” and “ph” causes us the same problems. But this does not mean we are less intelligent or capable and this is not a reason we should be assaulted.

However, what is the ghost that these incidents raises that many do never want to hear?

The definition

Racism occurs when a person is judged not by his or her personal behaviour but because of the colour of the skin, his or her origins, which are often betrayed by accents or “non-Italian” pronunciation.

This attitude towards “foreigners”, even if they were born and raised in the country, is the antithesis of what the Constituent Assembly wrote in Article 3 of Italy’s Constitution which extends to all those who are in the country: “All citizens have equal dignity and are equal before the law, with no distinction of sex, race, language, religion, political opinions and personal and social conditions”.

Unfortunately these beautiful words are betrayed by every person who behaves like the two boorish young men on the train in the Veneto. What then makes this uncivilized behaviour worse is the tendency to think that, for one reason or another, these gestures could be justified for reasons that are nothing more than the continuation of the clichés and the fear of foreigners they feel and which all too often are amplified by news services in the media, and also by politicians, which are then taken up on the social media.

And all this comes from four words that we hear and read often, and not only in Italy, which are then proved false by the second part of the phrase.

The “fatal” phrase

“I am not racist but…” This seems a harmless phrase however, what follows the fourth word is anything but a confirmation of the initial sentiment. Even by those who truly feel they are “not racist”.

Therefore, “All Italians are Mafiosi”, “All Jews are stingy and mean”, “All the Albanians are thieves”, etc, etc, are stereotypes that only show that the individual in question is judged by his or her origins and not by personal behaviour as stated in the definition above.

Almost all the children and many of the grandchildren of Italian migrants know what it means to be judged in that way. Each one of us can describe episodes where our accent, name or also skin colour determined how we are treated by our non-Italian peers.

For many overseas, even today unfortunately even if in a more hidden but no less dangerous way, we Italians were equal to “those of colour”. In this way, when the barmen in some pubs in Australia noticed an Italian customer he extended the “invitation”, in a tone of voice that made him understand that there was no other choice, to go to the next pub which was the one for the Aborigines.

At school the simple refusal to anglicize a name into the local version was enough for the son or daughter of Italians to be ostracized by the others and the start of years of loneliness.

This is what we oriundi (descendants of Italian migrants) see and understand when we witness episodes such as those told in the newspapers and on television, Indeed, I was not the only child of Italian migrants to write comments in this type in the social media on the weekend to the post that dealt with the episode in the Veneto.

Solution

In theory it should be easy to resolve this situation. We only have to educate the population from primary school on the differences between cultures and religions, starting from the fact that belonging to one religion or another does not on its own mean not integrating in the country. Indeed, for many of us Italian in Anglo-Saxon countries it was religion that created a barrier with our protestant neighbours but over time this barrier was knocked down but sadly not towards other religions and we see the results on the international news services every day.

Unfortunately school is a long term solution and therefore does not resolve the current problems. Hence in the meantime two categories in our daily lives must understand that civilized coexistence also and especially depends on their behaviour.

The first is the press that uses the origins of suspects to judge and at times condemn people even before the end of the investigation, feeding suspicions towards determined groups with the results we have seen.

The second category is the world of politics where certain comments and attitudes have a much greater responsibility than the press because, at least in theory, politicians should be the first to respect the meaning of Article 3 of the Constitution. But making comments against certain groups only “legitimises” in the eyes of the boorish part of the population the discrimination and prejudice towards the new arrivals.

In fact, amongst the comments on the social media there were those that complained that this was the usual issue of “that (political) part”. This ignores Art. 3 of the Constitution because all politicians swear loyalty to the country’s Magna Carta and so they should be the first to treat every resident in the country with equal respect. Sadly, it is not quite like this.

How can we be surprised if politicians are the first to rail against a group or individuals because of the colour of their skin, their origins or their religion and then someone, as we saw in Macerata with Luca Traini, decides to carry out what he believed was an “act of justice” which was only a heinous crime?

The day that we as a population understand that “beauty and stupidity have no colour, passport or religion” will be the day that we will have a society in which each one of us will have the same rights and duties and where each one of us will live our lives according to our skills and not determined by matters of birth that are beyond our control.

Therefore, in order to take the road towards true integration of the new migrants into the country the first steps, backwards, must be taken by the journalists and politicians who use “race”, colour and religion as targets to be hit instead of understanding that integration is not a one way road but needs the attitude of respecting the dignity of each one of us, migrants and natives.

In fact, if we do not intervene in incidents such as those on the train we become the aggressors’ accomplices.

Thus fighting racism and any form of discrimination must be the duty of all the politicians and the citizens of any modern democracy based on equal rights for all and is not simply a matter for “that part”.


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