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Diritti umani

Senza rieducazione il carcere è solo il trampolino di lancio di nuove imprese criminali

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Domenico Alessandro De Rossi ( Lidu Onlus): l’articolo 27 della Costituzione non è stato scritto per ‘buonismo’ ma per tutelare la popolazione dalla reiterazione dei reati

 Di Tiziana Primozich

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Roma, 12 settembre – 5 Settembre 2016, è in atto una rivolta presso il carcere minorile di Airola, piccolo comune in provincia di Benevento. In poco tempo la rivolta è sedata grazie all’intervento di una trentina di agenti provenienti da altri penitenziari ma il bilancio vede il ferimento di due agenti di polizia penitenziaria e molti mobili, tubature, termosifoni, televisori sfasciati ed usati come armi contundenti mentre alcune brande utilizzate per sfondare una parete divisoria tra due celle. Non è la prima né l’ultima delle sommosse all’interno di un istituto di pena, ma è emblematico che questa volta la ribellione sia avvenuta all’interno di un carcere minorile. Secondo Donato Capece segretario generale del Sappe “Il problema è che l’ordinamento consente la presenza di ultra 21enni all’interno di strutture dedicate ai minori. Costoro sono piccoli boss che portano avanti una lotta per la supremazia. L’ennesima dimostrazione che il carcere è una università del crimine”. Una affermazione che non fa intravedere alcuna speranza per il futuro del nostro Paese dal punto di vista della non reiterazione dei reati, vale  a dire che chi finisce in carcere per aver commesso un reato e quindi viene obbligato a scontare una pena perché gli sia chiaro che non deve più ‘sbagliare’, finirà con l’uscire al termine della pena, rientrerà nella vita sociale e quanto prima commetterà un altro reato magari più grave del primo, a discapito di tutti noi.  Ed è proprio qui che la nostra Costituzione già dal suo primo concepimento era intervenuta con l’articolo 27 che recita nel suo terzo paragrafo “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Il perché lo abbiamo chiesto all’architetto Domenico Alessandro De Rossi responsabile dell’Osservatorio nazionale Diritti della Persona privata della libertà della Lidu onlus (Lega italiana dei Diritti dell’Uomo).

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Architetto nell’ultimo libro pubblicato grazie alla sua decennale esperienza professionale in tema di istituti di pena, dal titolo ‘Non solo carcere’ viene evidenziato un dato inoppugnabile di cui del resto si discute da tempo: Le carceri italiane sono sovraffollate, non esistono requisiti standard dal punto di vista strutturale, non rispondono alle indicazioni dell’articolo 27 della Costituzione. Questo nuovo episodio di violenza ad Airola questa volta non nasce all’interno di una struttura per la detenzione di adulti ma in un carcere minorile, luogo dove generalmente è presente un’attività tesa alla rieducazione. Come si spiega questo episodio?

De Rossi: per capire quest’episodio che appare come il punto di partenza di una escalation di violenza che coinvolge anche gli istituti di pena minorili, bisogna fare un passo indietro e fare un’analisi delle modifiche legislative avvenute dopo la storica sentenza Torregiani emessa dalla Cedu di Strasburgo ai danni dell’Italia. In quella sentenza di condanna si chiedeva al nostro Paese in un tempo ben definito ed ormai scaduto di mettersi a posto in termini sistemici, non solo in termini materiali. In effetti il numero dei detenuti italiani, pari a circa 54mila unità, è di gran lunga superiore alla capienza dei nostri istituti di pena che prevede un massimo di 47.709 persone.   Da qui alcune intuizioni del Ministro della Giustizia ed alcuni provvedimenti legislativi. Tra tutti la Legge 11 agosto 2014 n.117, che consente la reclusione all’interno delle carceri minorili anche di donne e uomini adulti fino al compimento del venticinquesimo anno d’età. Una decisione politica compiuta “sulla carta” per riportare al meglio statistiche ufficiali relative all’effettivo numero dei reclusi nelle patrie galere. Il motivo è stato quello di spostare di fatto una cospicua parte della popolazione carceraria maggiorenne da una sede all’altra. Cioè tutti coloro che sono nella fascia di età compresa tra il ventunesimo fino al venticinquesimo anno di età sono stati spostati nelle carceri minorili. Una specie di gioco delle tre carte. Se l’effetto mediatico è stato quello di aggiustare le statistiche, quantomeno sulla carta facendo credere che il problema sovraffollamento degli istituti di pena è risolto, in realtà la conseguenza di questa “saggia” decisione  è stata quella di aumentare il grado di aggressività e di prepotenza all’interno delle carceri minorili.

Quindi con questa legge di fatto si è finito con ‘l’inquinare’ anche i risultati delle attività scolastiche e di apprendimento di corretti stili di vita da parte dei detenuti minorenni?

De Rossi: E’ evidente anche nella vita fuori dalle mura di un carcere che il minore va tutelato ed indirizzato dagli adulti. L’unica cosa che può succedere quando si mettono in stretto contatto adulti che hanno già commesso reati con minorenni, è che ogni rieducazione risulterà vana.  Questa nuova tipologia di “detenuto-adulto”, consentita dalla Legge 117/2014 all’interno di questi istituti, si configura nei fatti con comportamenti violenti e ribelli nei confronti degli agenti di custodia e minacciosi verso i veri minorenni. Lo dimostra questa rivolta nata per futili motivi ma che in realtà nasconde la volontà di alcuni boss ‘in erba’ di dimostrare di essere in grado di tenere in scacco lo Stato e di poter aspirare a diventare pertanto i capi dentro il carcere minorile e fuori. Da quanto risulta infatti sarebbero stati una trentina di detenuti in tutto ad organizzare la rivolta, alcuni veramente minorenni ma tra loro anche ultra ventunenni che l’hanno fomentata. L’innesco sarebbe nato dalle rivendicazioni relative al vitto e alla sigarette non pervenute per tempo. In realtà sbaglieremmo se identificassimo le cause a queste lamentele. La faccenda infatti è molto più complessa perché rappresenta una manifestazione di forza da parte di clan della criminalità organizzata all’interno del carcere: piccoli boss comunque maggiorenni ed “educati” alla violenza che portano avanti una lotta per il dominio all’interno della comunità carceraria minorile, avendo come obiettivo primario la carriera criminale.

Tornando al concetto di rieducazione dell’articolo 27 della Costituzione Italiana non si tratta di ‘buonismo’ attuarlo ma si rende necessario in previsione del momento in cui chi arriva a scontare la sua pena rientra nel tessuto sociale da uomo libero. Cosa è accaduto nelle nostre carceri in tal senso dopo la condanna di Stasburgo?

De Rossi Purtroppo nulla che possa risolvere lo status quo: i nostri istituti di pena sono obsoleti prima di tutto su piano strutturale. Addirittura in alcuni casi si tratta di carceri edificate ai primi dell’800, magari all’interno di castelli medievali. Il risultato è che il minimo consentito dalla legge riguardo i metri quadrati a disposizione del carcerato, che è misurato in uno spazio di vivibilità di 3 metri quadrati, è di impossibile realizzazione all’interno di strutture così antiquate. Così l’unica novità sta nel fatto  di aver messo a disposizione dei detenuti i metri quadrati dei corridoi, quindi solo più tempo a passeggiare nei corridoi con aumento del pericolo anche per la polizia penitenziaria. Nelle università non si studiano queste problematiche, fare un carcere è l’atto finale di una competenza sistemica multidisciplinare.  L’edilizia carceraria non ha realizzato nel tempo il moderno concetto di detenzione. Voglio dire che il  carcere è l’esproprio del tuo tempo, solo quello deve essere, non si può espropriare il corpo, non può diventare sofferenza fisica e quindi tortura. Lasciando ad un detenuto meno di tre metri quadrati di vivibilità si ottiene un unico risultato: far crescere un cancro che prima o poi tornerà libero e commetterà altri reati anche peggiori, a danno dello Stato e della vita sociale. A questo proposito voglio ricordare un’esperienza lavorativa di qualche anno fa, quando fui chiamato in un paese islamico per conto delle Nazioni Unite, con il compito di ripensare l’intero sistema penitenziario. In quella occasione oltre alla necessità di strutture moderne comprensive di laboratori per le attività lavorative e quindi rieducative, io mi battei affinchè il detenuto avesse oltre agli incontri di tipo affettivo con la famiglia, anche i rapporti amorosi con la moglie. Vinsi la mia battaglia in un paese islamico puntando sul fatto che lì l’omosessualità è un reato. Il rapporto tra marito e moglie in questo caso era diventato premiale, tu ti comporti bene e la società ti ripaga subito. Nel corso del tempo la stessa proposta fatta nella qualità di consulente del  nostro ministero della Giustizia fu bocciata malamente.

In un momento di crisi economica in cui l’Italia a gran fatica cerca di rialzare la testa quale può essere la giusta ricetta per l’universo della detenzione?

De Rossi: Il ministro Orlando ha da poco insediato gli Stati Generali degli Istituti Penali con otto tavoli specialistici che dovrebbero indicare le soluzioni per una situazione che può esplodere da un momento all’altro.  Dal canto mio e della Lidu, forte della lunga esperienza acquisita nel tempo su questo delicato argomento, sono in procinto di costituire un tavolo tecnico interdisciplinare composto da me, da un esperto del Dap, dal neuropsichiatra Pierluigi Marconi, coautore insieme a me del libro ‘Non solo carcere’, da alcuni avvocati tra cui il costituzionalista Riccardo Scarpa. Questo gruppo di lavoro ci consentirà di esprimere il nostro parere sul delicato tema della detenzione ed eventualmente di stilare un documento che possa essere di pubblica utilità nell’ipotizzare soluzioni concrete e fattibili. Noi della Lidu siamo convinti che il mondo politico debba servirsi di tecnici esperti, ma nonostante i nostri ripetuti appelli al ministro Orlando che offrivano gratuitamente la nostra consulenza ed esperienza, ogni missiva inviata è rimasta lettera morta.  Continueremo il nostro lavoro dall’esterno ponendoci come vigili e attenti osservatori dell’operato ministeriale. Pronti ad intervenire con critica operosità.

Fonte:    https://ofcs.report/

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