Mondo
I ricordi nel bene e nel male
Spesso ci vuole poco per far azionare la memoria e due commemorazioni recenti in Italia e Australia hanno scatenato ricordi di scuola che solo anni dopo, noi cresciuti all’estero, abbiamo potuto capire fino in fondo
di Gianni Pezzano

Il centenario di Caporetto in Italia e la carica della Cavalleria australiana a Beersheba nell’allora Impero Ottomano, sono stati l’occasione per esaminare i ricordi legati a una scuola che, a nostra insaputa, era segnata da avvenimenti bellici. In fondo spiego il significato italo-australiano di questa battaglia.
Battute crudeli
Nei decenni dopo la seconda guerra mondiale noi figli di emigrati italiani siamo stati i destinatari di domande solo apparentemente cretine. “Qual è il libro più piccolo della Storia?”, “Quante marce ha un carro armato italiano?” e infine, “Se l’Italia e l’Australia andassero in guerra per chi combatteresti?”. Come facevamo a rispondere alle prime due domande con , rispettivamente, “Il libro degli eroi italiani di guerra” e “Sette, la prima e sei retromarce”?
Stranamente ho visto questa ultima domanda in uno scambio su Facebook riguardo la vicenda dei tifosi laziali e la foto taroccata di Anna Frank nei colori della Roma. Fa capire benissimo come i luoghi comuni continuano quasi in eterno…
Ma la chiave di lettura si trova nella terza domanda perché con il tempo abbiamo capito la fonte di queste domande fatte quando eravamo scolari troppo giovani. Erano domande che i nostri coetanei australiani sentivano in casa perché in molti casi i loro padri avevano veramente combattuto contro gli italiani.
Nel mio caso ho cominciato a capire tutto questo nel corso della nostra prima visita in Italia. Visitando il cimitero Britannico di Minturno, comune d’origine di mia madre, ho visto con stupore le lapidi di soldati con il sole levante formato da baionette, che è il simbolo dell’esercito australiano. Poi, anni dopo, ho saputo che due miei zii e il compare che mi ha cresimato, erano stati catturati alla battaglia di El Alamein dove tra le forze alleate c’erano soldati australiani.
Integrazione
Oggigiorno in Italia si parla molto di integrazione e questi episodi dimostrano come si formano i pregiudizi verso gruppi di immigrati in un paese. Questi stessi pregiudizi che spesso rendono ancora più difficile sentirsi parte del nuovo paese di residenza.
Nel caso degli italiani in Australia, come anche di italiani negli Stati Uniti e Canada, tra i soldati che hanno combattuto nel Bel Paese, c’erano figli di emigrati italiani e diverse cronache dell’epoca testimoniano la cattiveria di questi soldati oriundi verso i nemici-parenti.
Ho avuto l’occasione di sentire una storia del genere nel corso di un progetto che aveva lo scopo di raccogliere la storia di alcuni immigrati italiani ad Adelaide. Ho intervistato una coppia che era emigrata nel continente australe negli anni trenta e che aveva deciso di formare un gruppo locale del partito fascista. Il giorno stesso dell’entrata in guerra il marito è stato arrestato dalle autorità australiane. Indubbiamente questa è la prova del controllo degli immigrati sospetti, ma un commento della moglie ha dato un dettaglio triste delle sue visite al campo di internamento del marito.
Tra le guardie del campo c’erano figli di immigrati italiani, ed erano proprio loro i più inflessibili verso quelli che tenevano fede al potere politico del paese di origine.
Padri e figli
Chi ha visto i giovanissimi nei primi anni di scuola sa che queste creature non hanno alcun pregiudizio verso quelli con pelle di altri colori, con accenti strani oppure con poca conoscenza della lingua del paese ospitante, e magari hanno usanze diverse iniziando dal più ovvio (anche per noi italiani all’estero) di quel che si porta da casa per il pranzo.
Con il tempo questi atteggiamenti cambiano e la fonte degli scontri nasce sempre dai commenti dei genitori in casa riguardo “lo straniero” di turno.
Così, i figli degli autoctoni cominciano a parlare male delle tradizioni e la fede religiosa degli altri. Di conseguenza ed inevitabilmente, soprattutto nelle scuole di soli maschi, come succedeva spessissimo con scuole private all’estero (nel caso del sottoscritto come moltissimi altri oriundi, si tratta di collegi di frati cattolici) a volte le battute davano inizio a zuffe tra studenti.
In questo modo si forma il parere degli oriundi verso i loro due paesi, il paese d’origine da un lato e il paese di nascita dal lato opposto. Non era insolito sentirsi dire da uno scolaro australiano, “Torna al paese da dove vieni!”. Commento strano per noi oriundi perché noi in realtà eravamo proprio nel nostro paese di nascita!
Educazione e tempo
Naturalmente la risposta a queste situazioni resta sempre la stessa, l’educazione. Sia di chi aggredisce ripetendo le frasi offensive dei genitori, sia di chi si sente offeso e reagisce per far capire che lui (o lei) non è inferiore agli altri.
Di conseguenza alcuni dei figli di italiani si sono difesi rinnegando le loro origini e cercando d’essere “più australiano/americano, ecc. degli altri. Allo stesso modo ci sono quelli che hanno volute sapere ancora di più delle proprie origini e per alcuni non è stato strano sentirsi stranieri nel proprio paese. Ovviamente la risposta più giusta sarebbe prendere il meglio delle due origini, quella d’origine familiare e quella di nascita.
Questi episodi sono soltanto una parte, anche se dolorosa, per chi li subisce, di quel che è lo stato vero dell’immigrato: vivere in due paesi, a casa nel paese di origine con quelle tradizioni e lingua, e fuori casa nel mondo del paese di origine.
Poi, con il tempo arrivano i cambi inevitabili per entrambe le parti, e la nascita di ristoranti “etnici” (e all’estero la cucina etnica è italiana…) non è altro che il segno più ovvio al pubblico. Cosi cambia il volto del paese di residenza come anche le famiglie degli immigrati con i matrimoni e le scuole nuove dei figli.
Bisogna capire che ci saranno sempre coloro che si oppongono a questi cambiamenti, come in alcune famiglie italiane all’estero, ma il tempo è implacabile e prima o poi le famiglie e i paesi stessi si sviluppano in modi che erano imprevedibili solo pochi anni prima.
Le guerre sono spesso il motore di enormi spostamenti di popolazioni, come sappiamo proprio noi italiani sia per le esperienze dei nostri parenti e amici, ma anche per quello che vediamo nei telegiornali e leggiamo nei quotidiani.
Sono esperienze che segnano un paese, nel bene e nel male, e il tempo, che è sempre ‘galantuomo’, ci porta ad emettere un giudizio su quello che è, a tutti gli effetti, un esame di maturità di qualsiasi paese.
Post scriptum. Perché la battaglia di Beersheba? Il motivo è semplice, per decenni noi italo-australiani abbiamo sentito dire che fu l’ultima carica a cavallo di successo della Storia (31 ottobre, 1917). Se solo avessimo saputo a scuola che non fu l’ultima ma che in realtà questo primato spetta alla Cavalleria Savoia (italiana) nella tragica campagna in Russia nel 1942(17 ottobre 1942)! Un altro esempio di come la Storia, con il tempo, ti da le risposte giuste…
