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Arte & Cultura

Prima a Livorno del Petit-Opera “Madre del Lutto e del Lust”, la sfida di Lara Leonardi, Sergio Bevilacqua e Marcus Bostik

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A Livorno, dove molte cose sono possibili mentre non lo sono in Italia e nel mondo, l’arte ha reclamato la sua importanza e il suo essere preziosissimo bene patrimoniale dell’Umanità.

Di Maria Antonietta Centoducati

Far rivivere il genere classico e dimenticato del Petit-Opéra (per esempio di Erik Satie), in modo odierno, fresco, corrente: ecco la sfida di Leonardi, Bevilacqua e Bostik alla Prima di “Madre del Lutto e del Lust” a Livorno, presso il Centro culturale Libertà, Borgo Cappuccini 25 il 4 novembre.

Tutto come nel Grand-Opéra, ma in miniatura: non 4 ore ma 40 minuti, non un’orchestra sinfonica da decine e decine di elementi ma un versatile e intelligente polistrumentista, non un corpo di ballo ma le movenze di una unica performer, non un libretto lungo centinaia di facciate ma alcuni sonetti, non sontuose scenografie ma intelligenti proiezioni, non luci da grande teatro ma saggia illuminazione drammaturgica, non sofisticati costumi ma semplici abbigliamenti appropriati per le scene del caso. È il petit-opéra contemporaneo!

A Livorno, dove molte cose sono possibili mentre non lo sono in Italia e nel mondo, l’arte ha dunque reclamato la sua importanza e il suo essere preziosissimo bene patrimoniale dell’Umanità. Terra franca da Leggi Livornine… Fuori, una clamorosa, bellissima mareggiata batteva i Bagni Pancaldi di Fattori e la Terrazza Mascagni di Mascagni, mentre, per le vie di un centro storico sorprendente per l’Italia, si ricordano ancora le livornine beffe delle teste modiglianesche. Nei canali della Venezia si specchia un poco “alla Dorian Grey” Miami e l’America tutta; a due passi il mercatino americano celebre in tutto il nord nei ’60 e ’70 quando il “military” era scelta d’abbigliamento personale e non stilema popolare. Non a caso, poco più in là, dove una volta erano i brigantini, poi i transatlantici d’emigrazione, oggi svettano le navi da crociera. E, a pochi chilometri, motivo del mercatino americano, le importanti installazioni militari della guarnigione USA di Camp Darby.

Non che Livorno sia un pezzo d’America in Italia, beninteso. È ovviamente impossibile, ma ciò che stupisce è che questo assurdo è qui particolarmente evidente: Livorno nasce come le città americane, ex novo nel XVI- XVII secolo e le Leggi Livornine consentono una specie d’amnistia a chi decide all’epoca di popolarla, un poco come accade nei nuovi Stati d’America. In origine, un popolo di delinquenti in cerca di verginità, come in America e Australia, e anche di poveracci in cerca di un aiuto per togliersi di dosso pellagra e stenti. E soprattutto una numerosa popolazione di ebrei sefarditi, in fuga dalle persecuzioni iberiche.

Questa popolazione s’inserisce qui non in un contesto naturale e di culture fragili come in America, bensì in un ambiente millenario di civiltà, urbanizzazione e Diritto, quasi un’Isola della Tortuga nel mezzo del Granducato di Toscana e del contesto italiano: senza quei retaggi d’infinita complicazione propri dell’Italia, il profondo dell’umano livornese è più chiaro della media peninsulare, e i sentimenti appaiono più vivi e sinceri.

E così l’Arte, che è un sentimento, proprio come l’Amicizia e l’Amore. E così il Petit-Opéra del trio sopra. L’Arte vive di un dialogo infinito e nulla c’è di meglio di una terra livornina, proprio nel multiplo senso di questo attributo. Attributo. Io giro col mio teatro l’Italia (e il mondo) alla ricerca dell’Arte, tra messinscena teatrali mai abbastanza perfette presso grandi teatri del casino cisalpino, e gli anfratti bui, perché la diffusione dell’Arte e del teatro è pervasiva: se ti tocca la senti. Non importa, davvero, se è Carmelo Bene o è Giorgio Albertazzi: se il primo diede il nome del secondo al suo cane, il secondo ne rideva come tutti e… che “spettacolo”, ragazzi! Questa è l’Arte. Pace e battibecchi perché no, ma da osteria… col sorriso sempre, e senza coltelli. “Ridi, pagliaccio di quest’amore infranto…” e “…show must go on”, anche se la morte fa capolino… ma, avviene per altro: nell’arte, nel teatro è semplice elemento drammaturgico, proprio come la vita. Come i miti, nell’arte vita e morte finiscono nelle dionisie e a far caciara ai Coristi dopo lo spettacolo alla Fenice, ridendo di quel milione di microscopici segni (fonemi o morfemi o meme o semantemi) che si sono agitati incostanti a pochi metri.

Arte con la maiuscola o senza maiuscola? Bella, la domanda: ma solo lei. Perché l’arte non c’entra quasi più col Bello, e la sera del 4 novembre a Livorno ha riparato al di qua del lungomare invaso dalla salsedine dell’onda inviperita. L’arte ha sempre nascosto il grottesco dell’umano, dietro fattezze e magistralità. Tra queste mi sovviene il pessimo carattere di Rodin, per via della bellissima mostra al MUDEC di Milano sul rapporto col teatro, cioè con la danza: Rodin tenta inutilmente di aprire all’arte le Port de l’Infer, grande scultura che resta fortunatamente incompiuta e così restano chiuse le sue porte. L’Arte è il più grande laboratorio sulla natura umana, da sempre, ma è tutta, indistintamente buona.

Il gioco della perfezione formale e del prolungamento dell’esistenza nell’aldiquà (ritratto, paesaggio, natura morta o still live che è più giusto) oppure nell’aldilà (oggetti della fantasia e scrittura/e, arte sacra, mitologia) è finito, e cessa di nascondere quell’equazione di “cifre estetiche” che è l’Umano: ecco, è proprio quell’equazione il vero lavoro dell’Arte.

Ed eccoci qui, a Livorno con la mareggiata. Come a dire: bello eh se non si supera il limite… bello eh se riesci a spiegarti anche con i codici assurdi… bello eh sommergere Fattori e Mascagni ma non la via del Lungomare col Grand Hotel che affascina con le sue pareti robuste e una tradizione che non è sommersa.

Bello eh che un artista (Lara Leonardi) più un altro artista (Sergio Bevilacqua) messi insieme da una fata (Doriana Della Volta de “I Percorsi dell’Arte”) dell’Arte (così piena di contraddizioni e di luce oggi, per le vie dell’enigmistico labirinto gonfio di decomposizione nei suoi mille vicoli ciechi impraticabili) abbiano trovato una via che va al 3 (Marcus Bostik) e con lui riempito 30 o 40 minuti di vera arte in un locale livornino come le antiche “leggi”. E poi volato alto, alto discendendo prima che la cera fondesse ma senza ascoltare Dedalo, non a caso esperto di labirinti, tanto che la sua architettura servì per nascondere il mostro di Pasifae che è ben peggio di un Minotauro che sbrana e dilania, perché è Pasifae che sbrana per prima e trasforma moralmente l’uomo (Minosse) in una bestia taurina, indossando un simulacro di vacca. Sacrificio. Prima suo e poi dell’Umanità, grandissimo cartello in bacheca di Wanted con taglia anche ormai pesante sulla testa del vecchio maschio umano.

È proprio quel maschio che ha come madre la “Madre del Lutto e del Lust”, titolo del prezioso intrattenimento multiartistico dei primi due sopra, Leonardi e Bevilacqua, più il terzo, Bostik. Lettere e arti visive statiche e dinamiche, morfemi di valori e disegno e minicoreografie accompagnate dalle note intelligenti del multistrumentista Marcus Bostik. Non c’è 2 senza 3. Presenza di pubblico notevole e altrettanta partecipazione. La pubblicazione IBUC fa da libretto dunque a un Petit-Opéra, riduzione estrema del Grand-Opéra, con tutte le caratteristiche di impegno del Parnaso: letteratura, musica, danza, scenografie, costumi, pittura in una mezz’ora indimenticabile che diviene un’ora con le domande su quanto fruito da parte del pubblico che è affascinato e curioso, rispettoso ed entusiasta.

Qui chiudo perché ho detto anche troppo: ma si faranno molte repliche, tra cui la prossima l’8 di dicembre al Teatro di Valdottavo, fuori Lucca, ore 17.30.

Emigrate lì, e anche se non siamo a Livorno ma in Lucchesia, e nemmeno nel XVII secolo ma nel XXI, potrete godere di una specialissima amnistia artistica livornina che, anche se non avete fatto niente, fa sempre piacere!

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