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Salute

Non era depressione: la malattia invisibile dietro l’addio di Robin Williams

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Dopo l’Alzheimer, la DLB è la seconda forma più diffusa di demenza neurodegenerativa.

di Laura Marà

L’11 agosto 2014, il mondo dello spettacolo ha perso uno dei suoi volti più amati: Robin Williams. L’attore, premio Oscar e icona della comicità, si tolse la vita nella sua villa di Paradise Cay, in California, a 63 anni. Dietro quel gesto drammatico non c’era solo la depressione, ma una malattia neurodegenerativa ancora poco conosciuta e spesso diagnosticata in ritardo: la demenza a corpi di Lewy (DLB).

Cos’è la demenza a corpi di Lewy e perché è così difficile da riconoscere

Dopo l’Alzheimer, la DLB è la seconda forma più diffusa di demenza neurodegenerativa. È causata dall’accumulo nel cervello di alfa-sinucleina, una proteina che danneggia le cellule nervose e che è strettamente associata anche al Parkinson. A differenza dell’Alzheimer, che colpisce principalmente la memoria, la DLB provoca una combinazione di sintomi:

  • Fluttuazioni cognitive, con momenti di lucidità alternati a improvvisa confusione.
  • Disturbi motori simili al Parkinson: rigidità, tremori, lentezza nei movimenti.
  • Allucinazioni visive vivide, spesso tra i primi segnali.
  • Disturbi del sonno REM, con movimenti bruschi durante i sogni.

Proprio questa sovrapposizione di sintomi fa sì che oltre l’80% dei casi venga inizialmente scambiato per Alzheimer o Parkinson, ritardando le cure e aumentando la sofferenza dei pazienti.

Il dramma di Robin Williams: una diagnosi che non arrivò mai

Nel caso di Robin Williams, la diagnosi corretta arrivò solo dopo la sua morte. Durante gli ultimi anni di vita, l’attore soffriva di forte depressione, ansia e un senso di disorientamento che i medici attribuirono ad altre cause. «La demenza è un termine generico che indica un declino cognitivo, ma ogni forma ha caratteristiche specifiche e aree cerebrali diverse coinvolte», spiega Elvira De Leonibus, neurofarmacologa dell’Istituto CNR e della Fondazione Telethon. «Nella DLB l’accumulo di alfa-sinucleina crea un quadro clinico complesso, spesso confuso con altre patologie».

La scoperta che potrebbe cambiare le diagnosi: un test salivare

Una recente ricerca condotta dalla Sapienza di Roma, pubblicata sul Journal of Alzheimer’s Disease, potrebbe rivoluzionare la diagnosi della DLB. Gli scienziati hanno analizzato la saliva di quattro gruppi: pazienti con DLB, Alzheimer, Parkinson e soggetti sani. Hanno così rilevato che:

  • Tutti i gruppi patologici presentano livelli elevati di alfa-sinucleina e proteina tau rispetto ai soggetti sani.
  • Nei pazienti con DLB l’alfa-sinucleina oligomerica è più alta che nell’Alzheimer.
  • Nei pazienti con Parkinson si riscontrano livelli più alti di proteina tau fosforilata rispetto agli altri.

Questi risultati aprono la strada a un semplice prelievo di saliva per distinguere tre delle più comuni malattie neurodegenerative, rendendo la diagnosi più rapida e accurata.

Il lascito di una battaglia silenziosa

La storia di Robin Williams ci ricorda quanto sia importante riconoscere i segnali precoci di queste patologie, spesso invisibili fino a quando è troppo tardi. Più diagnosi tempestive, più ricerca e più consapevolezza potrebbero salvare non solo la memoria, ma anche la vita di chi ne soffre.

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