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Italiani nel Mondo

La Vera Storia dell’Emigrazione Italiana: Quando?— The Real History of Italian Migration: When?

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di emigrazione e di matrimoni

La Vera Storia dell’Emigrazione Italiana: Quando?

Nella recente trilogia di articoli che spiegano come la promozione della nostra Cultura e turismo è condizionata dalla convinzione degli addetti ai lavori in Italia per cui “tutto il mondo sa quel che abbiamo” che, come abbiamo dimostrato, non è affatto vero, abbiamo lasciato a parte un altro aspetto che coinvolge non gli italiani all’estero, bensì gli italiani in Italia.

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Questa mancanza di consapevolezza non è verso quel che c’è in Italia, ma verso la vita dei nostri emigrati e dei loro discendenti che crea stereotipi, che spesso condizionano il nostro atteggiamento verso i nostri parenti e amici all’estero, che hanno sempre avuto un ruolo nella vita in Italia, anche se molti in Italia non lo sanno, oppure, peggio ancora, l’hanno dimenticato.

Infatti, sappiamo tutti dei milioni di italiani che hanno lasciato il paese per una vita nuova all’estero, ma in effetti cosa sappiamo davvero in Italia della loro vita e delle generazioni che ne sono seguite, che ora hanno cominciato a cercare sempre di più le loro origini in Italia?

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La risposta alla domanda originale nella trilogia su cosa conoscono all’estero della grandezza della nostra Cultura e paese, anche in questo caso su cosa gli italiani sanno dei loro connazionali all’estero è un desolante poco o niente.

Sarebbe facile dire “ma hanno fatto una vita nuova all’estero e quindi non appartengono più all’Italia”, in realtà anche se ignorano la realtà da residenti all’estero, gli emigrati ed i loro discendenti non hanno mai smesso di contribuire in modo importante al loro paese di origine.

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E per dimostrare questo partiamo da quel che i paesani di mia madre chiamavano in modo sdegnoso gli “assegni del cafone”, cioè le rimesse.

Nel 2012 il Parlamento italiano, nella forma dell’Osservatorio di Politica Internazionale, ha rilasciato un rapporto “La risorsa emigrazione, Gli italiani all’estero tra percorsi sociali e flussi economici, 1945-2012”  che spiega in modo inequivocabile il contributo economico enorme dei nostri emigrati italiani alle loro famiglie rimaste a casa. Infatti, senza queste rimesse il celebre “boom economico” degli anni ’50 e ’60 che portò l’Italia tra le grandi potenze economiche del mondo, sarebbe arrivato più tardi ed in ogni probabilità a un livello inferiore.

E gli effetti di questi contributi alle famiglie non si limitavano solo a permettere ai parenti di poter comprare televisori, frigoriferi, lavatrici, ecc., ma anche e soprattutto di permettere ai giovani rimasti a casa di poter finire gli studi statali, e quindi di permettere a chi prima non ne aveva la possibilità di poter frequentare l’università.

Credo che non sapremo mai quanti dei nostri medici, avvocati, ingegneri, architetti e ogni tipo di professionisti, si sono laureati nel corso di questi decenni proprio perché i loro fratelli/sorelle, zii/zie e anche cugini/cugine erano emigrati e hanno inviato una parte dei loro stipendi alle famiglie a casa.

E questi contributi continuano ancora oggigiorno perché le rimesse non sono mai sparite, e anche nella forma di acquisti di prodotti italiani, e non solo dei soliti cibi, vini, olii e caffè, e così via, ma anche di macchinari industriali, auto, moto, vestiti e prodotti di ogni genere che hanno avuto come  primi clienti esteri i nostri connazionali. Senza dimenticare che ancora oggi molti degli importatori di prodotti italiani all’estero sono emigrati e/o discendenti di emigrati italiani.

Poi, nel parlare della vita dei nostri emigrati, dimentichiamo che anche la vita dei loro figli e discendenti è stata condizionata dalle loro origini, come vediamo nei discorsi online sulle pagine social dedicate agli italiani all’estero.

Ora vediamo spesso chi chiede come si fa a rintracciare parenti in Italia, o come si fa a imparare l’italiano, oppure scambi di informazione che dimostrano la volontà di sapere sempre di più del paese d’origine dei loro avi.

E noi in Italia cosa sappiamo davvero delle loro vite, compresi i pregiudizi e discriminazioni inflitti dai loro vicini di casa, colleghi di lavoro o compagni di scuola a causa delle loro origini, i loro nomi o cognomi e non raramente anche a causa della loro religione?

Quindi bisogna costruire una Storia vera dell’emigrazione, ma non una basata su cifre, perché le cifre fredde non sono Storia ma semplici statistiche, che ci fanno dimenticare che quelle cifre rappresentano esseri umani e che ogni emigrato ha lasciato parenti e amici in Italia, che, a seconda dei motivi dell’emigrazione, hanno visto la loro vita cambiare in meglio o in peggio.

E per raccontare questa Storia non possiamo basarci solo su articoli qua e là, o dai ricercatori solitari che ora fanno le tesi di laurea, oppure da programmi televisivi di buone intenzioni che di tanto in tanto si ricordano degli italiani all’estero fin troppo spesso per motivi politici, e non per il dovere di documentare capitoli importanti della nostra Storia.

Per raccogliere questa Storia dobbiamo avere prima di tutto la partecipazione degli emigrati stessi e dei loro discendenti. Abbiamo bisogno delle loro voci e dei loro racconti di quel che hanno sentito sulla propria pelle, perché questi racconti sono la VERA Storia.

Tutto questo deve coinvolgere non solo il Governo Italiano, ma soprattutto la partecipazione naturale e strategica del Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana e la RAI, i Governi Regionali, i responsabili per i rapporti con gli italiani all’estero, e più di qualche accademico isolato, ma anche e soprattutto la partecipazione delle università, in Italia e all’estero, dei grandi circoli degli italiani all’estero, della stampa ed emittenti delle comunità italiane in giro per il mondo e, dulcis in fundo, il contributo degli italiani all’estero per riempire le pagine dei libri di Storia della nostra Emigrazione, perché non basterebbero solo pochi libri per poterlo descrivere in modo degno gli ultimi 200 anni di emigrazione.

E per raccontare questa Storia dobbiamo fare due domande che in questo momento non hanno risposte tranne sicuramente “non lo sappiamo”. La prima è: chi organizzerà un progetto internazionale per raccogliere finalmente la Storia della nostra Emigrazione?

E la seconda è più molto breve e anche molto più dolorosa: Quando?

di emigrazione e di matrimoni

The Real History of Italian Migration: When?

In the recent trilogy of articles (links above) about how the promotion of our Culture and tourism is conditioned by the attitude amongst our experts in Italy that “the whole world knows what we have” that, as we showed, is not true at all, we left aside another aspect of not knowing that involves not the Italians overseas but the Italians in Italy.

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This lack of awareness is not about what is in Italy but about the lives of our migrants and their descendants that creates stereotypes that often condition our attitude towards our relatives and friends overseas that have always played a role in life in Italy, even if many in Italy do not know this or, worse still, they have forgotten.

In fact, we all know about the millions of Italians who left the country for a new life overseas but what do we in Italy in fact really know of their lives and of the generations that followed and who have now started looking more and more for their origins in Italy?

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And like the answer to the original question in the trilogy about what is known overseas about the greatness of our Culture and country the answer is a bleak little or nothing.

It would be simple to answer yes but they have a new life overseas and therefore they no longer belong to Italy which, at best, ignores the reality that even though they live overseas the migrants and their descendants have never stopped making a major contribution to their country of origin.

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And to demonstrate this we start from what the people from my mother’s home town scornfully called l’assegno del cafone (the peasant’s cheque), that is remittances.

In 2012 the Osservatorio di Politica Internazionale (Observatory of International Politics) of Italy’s Parliament released a report “La risorsa emigrazione, Gli italiani all’estero tra percorsi sociali e flussi economici, 1945-2012” (The Resource of Migration, Italians overseas between social paths and economic flows, 1945-2012)  that unequivocally explains the financial contribution of our migrants to the families left at home. In fact, without these remittances the famous “economic boom” of the ‘50s and ‘60s that put Italy amongst the world’s great economic powers would have come later and in all likelihood at a lower level.

And the effects of these transfers were not limited only to allowing their relatives to buy televisions, refrigerators, washing machines, etc. but also and especially to allowing the young people left at home to be able to finish school and therefore to allow those who previously did not have the opportunity to be able to attend university.

I believe we will never know how many of our doctors, lawyers, engineers, architects and every type of professionals graduated over these many years precisely because their brothers/sisters, uncles/aunts and also cousins had migrated and sent a part of their salaries to the family at home.

And these contributions still continue today because the transfers never stopped and also in the form of the purchase of Italian products and not only the usual foods, wines, oils, coffee and so forth but also in industrial machinery, cars, motorbikes, clothes and products of every kind that had our fellow countrymen as their first customers overseas. Without forgetting that even today many of the importers of Italian products overseas are migrants and/or descendants of Italian migrants.

Then, when talking about the lives of our migrants we forget that the lives of their children and descendants were also conditioned by their origins, as we see in online discussions on the social media pages dedicated to the Italians overseas.

Now we often see those who ask how to trace their relatives in Italy, how to learn Italian or exchanges of information that show the desire to know more and more about the country of origin of their forebears.

And what do we in Italy really know about their lives, including the prejudices and discrimination inflicted by their neighbours, colleagues at work or schoolmates due to their origins, their names or surnames and not infrequently also because of their religion?

Therefore we have to write a real history of Migration but not one based on the numbers because cold numbers are not history but mere statistics that make us forget that those numbers represent human beings and that every migrant left relatives and friends in Italy who, depending on the reasons for the migration, saw their lives change for better or for worse.

And to write this history we cannot base it only on articles here or there, on solitary researchers who are preparing their theses or on TV programmes with good intentions that from time to time remember the Italians overseas, all too often for political reasons and not out of a duty to document major chapters of our history.

And to write this history we must first of all have the participation of the migrants themselves and of their descendants. We need their voices and their stories of what they experienced personally because these stories are REAL history.

All this means also having the participation not only of the Italian Government, above all the natural and strategic participation of the National Museum of Italian Migration and the RAI, of the Regional Governments that are responsible for relations with the Italians overseas, and more than a few isolated academics but also and especially of the universities in Italy and overseas, of the big Italian clubs and organizations of the Italians overseas, of the Press and broadcasters of the Italian communities around the world and last but not least the contributions of the Italians overseas to fill the pages of the books of the history of our Migration because just a few books would not be enough to be able to do this in a way that is worthy of the last 200 years of Migration.

And to write this history we must ask two questions that at this time do not have answers except a certain “We do not know”. The first is: who will take the responsibility to organize an international project in order to finally gather the history of our Migration?

And the second is much shorter and also much more painful: When?

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