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Diritti umani

La sanità in Calabria in tempi di covid: l’odissea di una giovane mamma

Benedetta Parretta

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La storia vera di Valentina Caridi che prende il covid in ospedale per un parto cesareo. Le inadempienze del personale medico

Mentre in Parlamento si discute la fiducia ad un Governo in crisi per una politica inefficace nelle azioni di contrasto all’emergenza pandemica del covid19, in Calabria la Sanità è allo sbando e anche un semplice parto diventa un’odissea.

Cosa è accaduto a Valentina Caridi che il 18 dicembre aveva un parto cesareo programmato?

Mi chiamo Valentina Caridi e vivo a Locri, un paese in provincia di Reggio Calabria. Questa è la mia storia! Ero in attesa di un parto cesareo programmato per venerdì 18 dicembre 2020 per posizione podalica del bambino. Ma sabato 12 dicembre sono cominciate contrazioni relativamente forti e non sempre costanti. Durante la notte al loro intensificarsi io e mio marito abbiamo deciso di andare al pronto soccorso di Locri anche perché ho notato perdite ematiche che comunque indicano una preparazione al parto.

Arrivata al pronto soccorso mi hanno fatto il tampone per il Covid, e al risultato negativo mi sono potuta recare in reparto di ginecologia dove un’ostetrica mi ha visitato e mi fatto un tracciato per monitorare le contrazioni. Il risultato è che non avevo molta dilatazione e le contrazioni non erano da parto. Il travaglio non è iniziato.

Cosa è accaduto a quel punto?

L’ostetrica ha chiamato il ginecologo di turno che neanche mi ha guardato, non mi ha fatto alcuna domanda e non ha sentito la necessità di farmi un’ecografia sapendo che il bambino è podalico e da lì a qualche giorno avrei avuto il cesareo programmato, e quindi sono stata dimessa. Non capivo che necessità avessi di entrare completamente in travaglio se comunque avrei dovuto affrontare un cesareo. Sono tornata a casa e ho passato una notte tra dolori e pensieri vari.

I dolori si sono fermati durante la notte o sono continuati?

Il giorno dopo le contrazioni si sono intensificate e sono diventati via via più regolari ma ho deciso di aspettare quanto più possibile per non sentirmi di nuovo dire che era tutto fermo, ma durante la notte non ho resistito più a quei dolori e li ho riconosciuti come contrazioni vere e proprie.

Sono ritornata al pronto soccorso, questa volta l’accoglienza è perfetta. Nuovo tampone, ancora negativo. Una graziosa infermiera mi ha accompagnato in sedia a rotelle in reparto e due ostetriche mi hanno accolto con il sorriso e mi hanno accompagnato dal ginecologo anche lui sorridente e pronto a visitarmi. Non appena mi ha visto ha capito che ero pronta a partorire ma quando è venuto a conoscenza che ho un cesareo programmato non ha esitato un attimo a farmi l’ecografia e visitarmi. Risultato? Dilatazione 8cm (la dilatazione massima per un parto è 10cm) …praticamente con un cesareo programmato mi sono fatta anche il travaglio.

Mi dissero “signora ma perché ha aspettato tanto? Poteva venire molto prima”.

Ho spiegato che la sera prima ero stata lì e sono rimasti tutti perplessi nel sapere che non mi era stata fatta alcuna ecografia ed ero stata mandata a casa. Lunedì 14 dicembre durante la notte alle 2.49 con un cesareo d’urgenza è nato Matteo. Lui sta bene, io sto bene. L’emozione è fortissima. Sono rimasta in degenza qualche giorno in un reparto pieno di gente competente questa volta, sempre gentile e pronta sempre ad aiutare. Ovviamente nessuno ha potuto venire a trovarmi ma capisco la situazione. Per la nostra sicurezza è meglio così.

Finalmente dopo 3 giorni si torna a casa (senza farmi alcun tampone), tra le mille difficoltà e i mille dolori che purtroppo un cesareo comporta.

Finalmente a casa ma….

Nei giorni a seguire lamentavo forti dolori alla ferita, nella zona del taglio.

Tirava e bruciava da morire ed il 21 dicembre, ad una settimana dal parto quindi, decido di chiamare la ginecologa e d’accordo con lei pensiamo sia meglio andare al pronto soccorso.

Allora io mio marito Daniele e mio figlio Matteo siamo andati al pronto soccorso di Locri e ovviamente vista la situazione ho dovuto prima aspettare di fare il tampone per il Covid. Premetto che ero molto dolorante, ho dovuto aspettare circa una mezz’oretta per registrarmi e poi circa un’oretta per fare il tampone e avrei dovuto aspettare 40 minuti per il risultato.

Nel frattempo due cari infermieri giovani e gentili mi hanno fatto un prelievo e un altro tampone portandomi in una stanza.

Dopo tutta questa attesa finalmente ecco il risultato.

Un signore spunta da lontano e mi dice ” signora lei è positiva al covid”.

Sono rimasta sorpresa, non me lo aspettavo ma onestamente visti i dolori che stavo sentendo non me ne interessava più di tanto, volevo solo essere visitata e capire se tutto andasse bene.

Questo signore non disse più nulla, mi guardava dispiaciuto e allora io gli chiesi “e quindi? Ora che si fa?” e lui mi rispose “E QUINDI NIENTE, LEI IN REPARTO NON PUÒ SALIRE E IL MEDICO NON SCENDERÀ A VISITARLA PERCHÉ LEI È POSITIVA”.

Ma come? erano almeno 4 ore che ero lì ad aspettare, piena di dolori ad una settimana da un cesareo d’urgenza, con un neonato in macchina e mi viene detto che nessuno mi visita perché sono positiva?

Intanto Matteo piangeva quindi l’ho raggiunto in macchina perché aveva fame e Daniele è rimasto ad aspettare il risultato delle analisi e a chiedere spiegazioni.

La dottoressa di turno gli ha detto “mi dispiace tanto, non so cosa fare. Purtroppo tutti i medici SI SONO RIFIUTATI DI VISITARLA.”

Proprio così, si sono rifiutati.

“Capisco la paura di infettarti o infettare i propri cari ma SEI UN MEDICO. Lavori nella sanità, devi mettere in conto tutto e hai giurato di prestare soccorso a chiunque ne abbia bisogno. I medici, infermieri e personale seri per non infettare i propri cari hanno vissuto mesi lontano da loro, non si sono rifiutati di visitare o prestare soccorso nascondendosi dietro un virus. E poi i colleghi che invece ci lavorano a stretto contatto? Ad esempio gli operatori del 118? Perché loro si e tu no?”

Le cure senza visita

Mi prescrivono un antibiotico preventivo per un eventuale infezione e così torno a casa con i dolori che non sono certo diminuiti. Il giorno dopo, prendiamo la macchina e io Daniele e Matteo andiamo al pronto soccorso di Reggio Calabria al centro Covid.

Anche qui ovviamente lunga attesa, 3 tamponi effettuati ma alla fine arriva un ginecologo.

LUI NON SI È RIFIUTATO. HA MESSO LA TUTA, ERA COPERTO DALLA TESTA AI PIEDI ED È SCESO A VISITARMI.

È stato gentilissimo davvero, super disponibile a rispondere alle mie mille domande.

La visita va bene, guardando la ferita mi ha tranquillizzato basandosi sul suo aspetto, ma quando chiedo se è possibile fare un’ecografia per vedere se internamente è tutto a posto mi risponde che purtroppo non hanno un ecografo.

I dubbi su una formazione al seno

Prima di andare via ho posto una domanda, qualche giorno dopo il parto mi sono accorta di avere una palla al seno sinistro di dimensioni piuttosto grandi.

La posizione non fa pensare che sia qualcosa legato all’allattamento e infatti la dottoressa mi aveva detto di fare urgentemente un’ecografia che avevo prenotato per martedì 22 dicembre ma che purtroppo ho dovuto annullare perché positiva al Covid.

Allora al pronto soccorso a Reggio chiesi se poteva vedermi un senologo o qualcun’altro, anche se non era possibile fare l’ecografia ma che almeno qualcuno mi guardasse, toccasse questa pallina e mi desse qualche notizia.

Mi viene risposto “No signora, non può scendere nessuno”.

La sensazione è stata come se mi avessero detto “già è tanto che è sceso il ginecologo, ora non esageri chiedendo altro”.

Sono ritornata a casa pieni di dolori anche quella sera, ho fatto l’antibiotico che mi hanno prescritto, per fortuna i dolori piano piano sono diminuiti. Non sono passati del tutto ma mi è stato spiegato che è normale visto il profondo taglio che mi hanno fatto e i tanti strati cuciti che devono rimarginarsi.

Al secondo tampone fatto il 2 gennaio sono risultata ancora positiva e sto aspettando con ansia di essere negativa per poter fare l’ecografia al seno che avrei dovuto fare d’urgenza e vedere cos’è.

Finché sono positiva nessuno mi visita e devo aspettare.

Ne ho parlato anche con i carabinieri e i medici dell’USCA e la loro risposta è stata “eh signora, mi dispiace ma non si può fare niente finché lei è positiva”.

Purtroppo al terzo tampone fatto giorno 11 gennaio sono risultata ancora positiva.

Quindi altra lunga attesa prima di poter essere visitata.

Ma da dove esce questo covid visto che non ho incontrato nessuno al di fuori dei sanitari?

Il Covid l’avrò preso in ospedale, nessun tampone alle dimissioni e ostetriche positive al Covid.

Hanno fatto tamponi alle ragazze in camera con me dimesse il giorno dopo ma nessuno mi ha contattata nei giorni a seguire per avvisarmi che qualche ostetrica era positiva quindi di fare un tampone per controllare il mio stato.

Io l’ho scoperto casualmente andando al pronto soccorso perché accusavo dolori.

In quanto asintomatica se non avessi avuto quei dolori non l’avrei saputo.

La storia di Valentina Caridi è la dimostrazione di almeno tre evidenze che stanno dando scacco matto alla sanità calabrese: la prima è che la paura del covid impedisce le normali buone e necessarie prassi mediche. La seconda è che i controlli sul personale sanitario non sono sufficientemente capillari e la terza è che le altre patologie sono ignorate completamente. Il covid ha annullato qualsiasi altra patologia, anche un parto diventa un’odissea, figuriamoci un dubbio su una patologia che ha bisogno di indagini, chi è positivo al covid è come un appestato in Calabria…qualcosa di molto serio si è interrotto. L’augurio è che medici e sanitari tornino ad espletare il loro ruolo, anche se con le dovute precauzioni. Ma non è accettabile che abbandonino i pazienti al loro destino per paura del covid19.

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