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Diritti umani

Il Papa in Canada tra memoria storica e preghiera: una lettura in chiave di diritti umani

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L’eternità dell’amore cristiano viene in questi giorni testimoniato da Papa Bergoglio nel suo viaggio “penitenziale” in Canada, per chiedere perdono e per dare voce alla “memoria sanguinante” di quanto accaduto ai popolo indigeni

di Francesco da Riva Grechi – delegato del presidente Lidu onlus agli Affari Internazionali 

L’eternità dell’amore cristiano … (e del senso di colpa occidentale) viene in questi giorni testimoniato da Papa Bergoglio nel suo viaggio “penitenziale” in Canada, con il primo discorso, pronunciato in spagnolo, alla presenza del premier Justin Trudeau, precisamente a Maskwacìs, dove Francesco incontra i rappresentanti di Métis, Inuit e First Nations, come si legge sul sito vaticannews.it.

Anzitutto, per chiedere perdono e, in secondo luogo, per dare voce alla “memoria sanguinante” di quanto accaduto nelle scuole residenziali, a causa di politiche di assimilazione e di una mentalità colonizzatrice di cui molti cristiani sono stati complici.

Maskwacìs è sede infatti dell’ex Ermineskin Residential School, uno dei più grandi siti scolastici residenziali del Canada, dove, secondo il Centro nazionale per la verità e la riconciliazione (NCTR), numerosi studenti sono deceduti a causa di sovraffollamento e malattie.

Papa Francesco aveva ascoltato a Roma i racconti “di come le politiche di assimilazione hanno finito per emarginare sistematicamente i popoli indigeni; di come, anche attraverso il sistema delle scuole residenziali, le lingue e culture sono state denigrate e soppresse; di come i bambini hanno subito abusi fisici e verbali, psicologici e spirituali; di come sono stati portati via dalle loro case quando erano piccini e di come ciò abbia segnato in modo indelebile il rapporto tra i genitori e i figli, i nonni e i nipoti”. Ne è vivido esempio la testimonianza che precede, resa, prima del discorso del Papa, dal capo indigeno Wilton Littlechild, anch’egli venuto a marzo a Roma, a 77 anni, con il deambulatore.

Il contesto è quello, se vogliamo ricorrente, del colonialismo europeo della seconda metà del sec. XIX° e della prima metà del successivo. L’inizio della vicenda risale al 1883 quando il Primo Ministro canadese Sir John Macdonald autorizzò la creazione nel Canada occidentale di tre scuole, due dirette da personale cattolico e una da anglicano. Il motivo e lo scopo della creazione delle scuole era la “civilizzazione” dei nativi indigeni. Il Governo incaricò gli educatori religiosi, cattolici in prevalenza, di sradicare la cultura spirituale dei nativi e sostituirla con la cristianizzazione dei bambini. Innanzi tutto i bambini venivano allontanati dai genitori in quanto le scuole erano costruite a centinaia di chilometri dai luoghi nativi dei ragazzi. Poi tramite il programma Indian Acts il Governo entrava in possesso di tutti gli effetti dei nativi e disponeva che i ragazzi abbandonassero le tradizioni religiose e dimenticassero la loro identità culturale. La stragrande maggioranza dei bambini soffrì un orrore continuo fatto di violenze coercitive a tutti i livelli. Spesso gli ospiti subivano forzatamente l’educazione cattolica mediante lunghe sessioni di preghiera in ginocchio sul pavimento e la partecipazione obbligatoria alle lezioni di catechismo. In un’indagine del medico supervisore tra il 1888 e il 1905 si leggeva che il 25% dei ragazzi erano deceduti per le scarse condizioni igieniche. In una delle scuole il dato della mortalità toccava il 69% a causa di tubercolosi, carenze igieniche e mancanza di ventilazione. 

Questo viaggio impone da subito una riflessione sulle reali intenzioni di preghiera del Papa, nel breve e nel lungo periodo.

Nel breve si ritiene che da parte Vaticana si voglia esorcizzare la discussione che da anni i media giustamente amplificano sugli abusi a danno dei minori da parte di religiosi in tutte le occasioni a cominciare ovviamente da quelli consumati nelle sedi scolastiche.

Il linguaggio della croce viene utilizzato per uscire da un inizio di XXI° secolo costellato di accuse di abusi, di confessioni sconcertanti, di scismi, di vocazioni solo interessate, di declino della partecipazione alle funzioni, di pubblici processi per violenze e oscenità di ogni genere a carico di preti cattolici e non solo.

Il trionfo della secolarizzazione affonda anche nella mancanza di credibilità di un clero “umano, troppo umano”, perennemente sotto accusa, demotivato e spesso incapace di svolgere la propria missione pastorale.

Per recuperare la credibilità e la motivazione perdute a seguito delle denunce e dei processi di abusi della cronaca contemporanea, niente di meglio dunque che un tuffo nella storia, nella preghiera come arma da associare alla memoria, in una richiesta di perdono che è rivolta a tutte le vittime di abusi di tutti i tempi e soprattutto a quelle che hanno visto la Chiesa cattolica protagonista suo malgrado.

Nel lungo periodo si può individuare, alla luce di un pensiero dedicato ai diritti umani, un cambiamento di linguaggio del romano pontefice, in progressivo allontanamento dall’espressione dei dogmi della dottrina cattolica per volgersi in un cammino che è si di preghiera e di sequela di Cristo ma anche di ricerca di una universalità condivisibile ben oltre i tradizionali confini della cristianità.

La Chiesa di Bergoglio, sostanzialmente, cerca di uscire dalla tradizione, per rivolgersi ad un pubblico più vasto, comunicando nel laico linguaggio della vita, della dignità umana, dell’inviolabilità della persona e della fratellanza. 

La semplicità dell’amore e della fratellanza possono arrivare laddove non sempre giungono le omelie nelle cattedrali ed ecco dunque la Chiesa in uscita anche verso i fratelli di altre fedi, religioni, agnostici, atei e tutti coloro che comunque sentono un richiamo alla spiritualità.

Un secondo ordine di considerazioni concerne la validità della missione del Papa sotto il più ampio profilo della cultura occidentale, sia rispetto alla memoria storica, oggi sotto attacco per la violenta esplosione del fenomeno della c.d. “cancel culture”, sia rispetto al c.d. “paradigma della verità” vale a dire al diritto di ognuno, individualmente, come comunità o addirittura come “popolo”, ovviamente minoranza, sotto un potere più autoritario e forte, di conoscere la verità sul genocidio, etnocidio, democidio, di cui può essere stato vittima, personalmente, oppure con riferimento ai propri diretti antenati.

In questo senso, quello che dal punto di vista cattolico è una sorta di “pellegrinaggio penitenziale”, come spiegato dallo stesso papa Francesco prima ancora di partire, può significare una importantissima operazione di verità, recupero e riflessione storica, per tutto l’occidente, sul colonialismo, in tutte le sue forme, passate e presenti.

Lo stesso Papa Francesco, all’inizio dell’anno, aveva definito ”colonizzazione” < la furia ideologica di cancellare e ridisegnare il passato, la criminalizzazione di testi, opere, personaggi storici, classici, linguaggi fondativi della nostra cultura occidentale > riferendo l’origine di questo fenomeno alla cultura anglosassone e nordamericana.

Una sorta di riproposizione dell’idea di corsi e ricorsi storici a parti invertite con i colonizzati di ieri che diventano colonizzatori oggi o perseguitati nella storia che si prendono la rivincita contro i simboli culturali dei dominatori nei secoli passati.

Papa Bergoglio affermava dalle pagine di un quotidiano: < Come ho avuto modo di affermare in altre occasioni, ritengo che si tratti di una forma di colonizzazione ideologica. Che non lascia spazio alla libertà di espressione. E che oggi assume sempre più la forma di quella cancel culture, che invade tanti ambiti e istituzioni pubbliche. In nome della protezione delle diversità, si finisce per cancellare il senso di ogni identità: con il rischio di far tacere le posizioni che difendono un’idea rispettosa ed equilibrata delle varie sensibilità >.

Ovviamente si tratta di forme di colonialismo differenti e forse neppure confrontabili, eppure, l’accostamento, per quanto ardito, aiuta a precisare, ancora con le parole di Bergoglio, che <ogni situazione storica va interpretata secondo l’ermeneutica dell’epoca, non l’ermeneutica di oggi > e che la ”cancel culture” è una forma di < pensiero unico – pericoloso – che mina alle fondamenta la credibilità stessa delle istituzioni e della diplomazia >.

Così ha messo in guardia il Pontefice: < La diplomazia multilaterale attraversa da tempo una crisi di fiducia, dovuta a una ridotta credibilità dei sistemi sociali, governativi e intergovernativi. Importanti risoluzioni sono spesso prese senza un vero negoziato nel quale tutti i Paesi abbiano voce in capitolo >. < Tale squilibrio – ha proseguito il Pontefice – genera disaffezione verso gli organismi internazionali da parte di molti Stati; e indebolisce nel suo complesso il sistema multilaterale, rendendolo sempre meno efficace nell’affrontare le sfide globali >.

Il tema del colonialismo ha molte declinazioni e significati, non solo dal punto di vista della dottrina della Chiesa, tanto da meritare l’apertura di un terzo ordine di considerazioni concernente la storicità del diritto, contrapposta all’universalità di alcuni principi e all’esigenza, altrettanto universale, nello spazio e nel tempo, del rispetto dei diritti umani fondamentali.

Lo spunto decisivo lo offre ancora una volta il viaggio del Sommo Pontefice e la sua scelta di visitare l’ex Ermineskin Residential School di Maskwacìs, dove, secondo il Centro nazionale per la verità e la riconciliazione (NCTR), numerosi studenti sono deceduti a causa di sovraffollamento e malattie.

Oggi questo Centro è sostanzialmente un archivio, con una colossale banca dati dove sono raccolti tutti i risultati delle ricerche della ben più importante TRC: la Truth and Reconciliation Commission of Canada che è stata una commissione per la verità e la riconciliazione attiva dal 2008 al 2015, organizzata da parte dell’Indian Residential Schools Settlement Agreement.

La Commissione canadese per la verità e la riconciliazione (TRC) è stata nominata in modo simile alle commissioni con lo stesso nome in Cile nel 1990 e in Sudafrica nel 1996 istituite a seguito della riaffermazione di regimi democratici in quei paesi e alla conseguente emersione di un bisogno di tutelare di nuovo i diritti umani, in particolare quelli alla verità  e alla conoscenza, finalizzato alla riconciliazione (lo stesso avvenne nella Contea di Greensboro negli Stati Uniti, Isole Salomone, Liberia, Perù, Sierra Leone, Timor Est), alla riconciliazione ed unità (Figi, Ghana), alla giustizia (Kenya) alla giustizia e riconciliazione (Marocco). In Salvador e Panama si è parlato di una commissione per la verità, senza altre specificazioni, in Argentina, il compito ufficiale della commissione riguardava le persone scomparse; in Guatemala, il chiarimento storico.

La TRC canadese è stata istituita ufficialmente il 1 giugno 2008, pochi mesi dopo il voto del 13 settembre 2007, alle Nazioni Unite, con la schiacciante maggioranza di 144 favorevoli (4 contrari, 11 astenuti) della  Dichiarazione sui diritti dei popoli indigeni ( UNDRIP ).

Tale dichiarazione < sottolinea i diritti dei popoli indigeni di mantenere e rafforzare le proprie istituzioni, culture e tradizioni e di perseguire il loro sviluppo in linea con i propri bisogni e aspirazioni; proibisce la discriminazione contro i popoli indigeni; promuove la loro piena ed effettiva partecipazione a tutte le questioni che li riguardano e il loro diritto a rimanere distinti e perseguire le proprie visioni di sviluppo economico e sociale >

Si stabilisce il diritto dei popoli indigeni di proteggere in autonomia il loro patrimonio culturale e gli altri aspetti della loro cultura e tradizione al fine di preservare la loro identità di minoranze tutelate.

All’interno degli Stati nei quali vivono hanno il diritto di partecipare alla vita pubblica per favorire la democrazia, il multiculturalismo, la tolleranza religiosa e il decentramento.

Nel caso del Canada l’istituzione della TRC aveva in particolare lo scopo di documentare la storia e gli impatti duraturi del sistema scolastico residenziale canadese indiano sugli studenti indigeni e sulle loro famiglie. Ha fornito ai sopravvissuti alle scuole residenziali l’opportunità di condividere le loro esperienze durante incontri pubblici e privati ​​tenuti in tutto il paese. La TRC sottolinea che ha la priorità di mostrare l’impatto delle scuole residenziali ai canadesi che sono stati tenuti all’oscuro di queste questioni. 

Nel giugno 2015, la TRC ha pubblicato una sintesi dei suoi risultati insieme a 94 ” inviti all’azione ” riguardanti la riconciliazione tra canadesi e popoli indigeni. La commissione si è ufficialmente conclusa nel dicembre 2015 con la pubblicazione di un rapporto finale in più volumi che ha concluso che il sistema scolastico equivaleva a un genocidio culturale .

Questi tribunali della verità hanno, come sopra accennato, un valore di enorme rilievo proprio nell’affermazione dei diritti umani, da un lato per riaffermare la storicità del diritto, in questo caso da collocare nel contesto coloniale, dall’altro lato si contrappone, invece, l’universalità di alcuni principi e l’esigenza, altrettanto universale, nello spazio e nel tempo, di rispetto dei diritti umani fondamentali.

Anzitutto perché consentono di sottoporre a vaglio e critica ogni comportamento di policy of cancelling, ethnic cleansing or genocide, che sono espressione di barbarie criminale in ogni tempo, secondo il principio universale di rispetto della dignità umana, dell’integrità, inviolabilità nonché indisponibilità della persona. 

In secondo luogo, perché si può attuare, attraverso la c.d. “giuridicizzazione della storia”, sia una scelta di opportuni ripensamenti, in chiave politica, sia una ricerca di forme di giustizia, seppure tardiva, consistenti in riparazioni, risarcimenti o semplici operazioni di ricordo.

Infine, per avviare una riflessione sull’uso pubblico della memoria come un’arma, unita alla preghiera e alla fede cristiana.

Naturalmente non è possibile esaurire qui l’intera discussione e occorrerà un seguito di ulteriori articoli, intanto non si può tacere sul presupposto logico e storico di tutti questi ordini di considerazioni, quel “paradigma di verità”, sul quale Stefano Rodotà ci ha lasciato pagine, queste si, memorabili: < Il diritto conosce i limiti che nascono dalla consapevolezza del suo essere un artificio, si che ha costruito sistemi di regole e tecniche per l’avvicinamento alla verità piuttosto che strumenti che pretendano di comunicare verità indiscutibili. […] Non pretende, soprattutto, di identificare la verità giudiziaria con quella storica >.

Anzi. < Le critiche degli storici non sono soltanto opportune nel segnalare i rischi per tutti di una “verità di Stato”, che può divenire strumento per la legittimazione di un’etica di Stato, o altro ancora. Sono rafforzate da molti altri elementi, a cominciare da quelli tratti dall’esperienza dei paesi che già hanno introdotto il reato di negazionismo >.

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