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Il linguaggio dell’appartenenza. Un viaggio tra identità e inclusione nella scuola- The Language of Belonging: Exploring Identity and Inclusion in Education

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Tempo di lettura: 10 minuti
di emigrazione e di matrimoni

Il linguaggio dell’appartenenza – Un viaggio tra identità e inclusione nella scuola

Benvenuta Carmelina e grazie per essere con noi oggi.

Grazie per l’invito Gianni, è un piacere essere qui.

Cosa puoi dirci delle tue esperienze personali a scuola? Ad esempio, parlavi una o più lingue quando hai iniziato a frequentarla?

Sono cresciuta parlando sia l’inglese che l’italiano, anche se da bambina non le percepivo come due lingue distinte. A casa, passare dall’una all’altra era il nostro modo di comunicare. Solo con l’inizio della scuola mi sono resa conto che non tutti facevano lo stesso. Quando mescolavo le due o pronunciavo qualcosa in modo diverso attiravo l’attenzione. Ricordo che delle volte mi prendevano in giro perché dicevo cose “sbagliate”, anche se per me era tutto assolutamente naturale. Non capivo che ciò che facevo, cioè passare da una lingua all’altra, era in realtà piuttosto comune in molte famiglie bilingui. All’epoca non sapevo nemmeno che si si chiamasse “code-switching” (alternanza linguistica a seconda del contesto) e imparai che dovevo adattarmi in base al luogo in cui mi trovavo e alle persone con cui ero.

Quali sono state le tue esperienze con i bambini del posto? Ti hanno accettata come una di loro?

Negli anni ’60 e ’70, le scuole britanniche erano molto meno multiculturali rispetto a oggi. I bambini provenienti da altri Paesi erano rari e spesso percepiti come qualcosa di insolito dai loro coetanei. Parlare una lingua diversa in aggiunta all’inglese ti faceva notare, che fosse per il tuo nome, l’accento o persino il cibo che portavi da casa per pranzo. C’era pochissima comprensione di cosa significasse crescere tra lingue e culture diverse. Gli insegnanti non erano formati per sostenere gli alunni bilingui, e l’idea di utilizzare la seconda lingua di un bambino come una risorsa semplicemente non esisteva. Ci si aspettava che imparassi e ottenessi risultati come tutti gli altri, e a volte venivi persino punito o etichettato come un problema da correggere.

In che modo queste esperienze hanno influenzato il tuo modo di affrontare il ruolo di insegnante?

Crescere bilingue mi ha reso profondamente consapevole di cosa si prova a chiedersi se la propria lingua e la propria identità siano davvero accettate in certi contesti. Ricordo di essermi spesso trattenuta, incerta se il mio modo di esporre sarebbe stato accolto, soprattutto a scuola. Quell’esperienza è rimasta con me e ancora oggi guilda il mio approccio all’insegnamento. Cerco di creare ambienti in cui gli studenti si sentano liberi di portare ogni parte di sé, senza doverne lasciare indietro nessuna. Per me inclusione significa molto più che supportare l’aspetto linguistico. Vuol dire prestare attenzione a tutti i modi in cui gli studenti si esprimono, inclusi i silenzi, le difficoltà, e il modo in cui danno significato alle cose attraverso tutte le lingue che conoscono, perfino i dialetti.

Puoi descrivere brevemente il tuo percorso e come si è sviluppata la tua carriera a livello internazionale?

Certo. Ho iniziato la mia carriera in Italia, dove per un breve periodo ho insegnato inglese come lingua straniera. Quell’esperienza iniziale mi ha avvicinato al mondo dell’educazione e mi ha spinto a cercare contesti più ampi e diversificati. Lavorare in scuole internazionali mi ha offerto l’occasione di confrontarmi con approcci pedagogici differenti, sostenuti da solide basi scientifiche. Questo percorso mi ha permesso di sviluppare uno stile d’insegnamento flessibile e attento, capace di adattarsi a contesti multiculturali e alle esigenze specifiche di ogni studente.

Quali sono alcune delle principali differenze che hai osservato tra il sistema educativo italiano e le scuole internazionali o britanniche?

In Italia, l’approccio educativo tende a porre una forte enfasi sulla struttura, sulla grammatica e sulla correttezza formale, tutti aspetti fondamentali nell’apprendimento linguistico. Al contrario, le scuole britanniche e internazionali spesso danno priorità alla comunicazione, alla creatività e all’autonomia dello studente, creando spazi per l’espressione personale, la collaborazione e il pensiero critico. Il mio obiettivo è quello di coniugare i punti di forza di entrambi, unendo una solida base linguistica a un coinvolgimento attivo e significativo da parte degli studenti.

Qual è la tua opinione sul divario generazionale nell’apprendimento delle lingue oggi?

Oggi l’apprendimento delle lingue presenta differenze significative tra le generazioni. I più giovani tendono ad acquisire l’inglese in modo informale e immediato, soprattutto grazie alla tecnologia. Sviluppano una buona scioltezza comunicativa, ma talvolta con qualche lacuna nelle competenze formali. Al contrario, gli adulti spesso possiedono basi grammaticali più solide, ma possono mostrare minore sicurezza nella lingua parlata.

 Essendo di origine italiana e maltese, nata e cresciuta in Inghilterra e spesso definita “oriunda”, come ha influenzato questa esperienza la tua identità e le tue idee?

Essendo di origini italiane e maltesi, nata e cresciuta in Inghilterra, spesso mi sono sentita sospesa tra mondi diversi. Non è tanto l’identità in sé a essere confusa, quanto piuttosto la rigidità della società, fatta di stereotipi, supposizioni e aspettative che ti fa sentire di non appartenere completamente a nessun luogo. Le persone cercano spesso di incasellarti in categorie precise basate sulla nazionalità o sul background. Questa esperienza mi ha insegnato a rifiutare etichette limitanti, un messaggio che condivido spesso con i miei studenti per aiutarli a celebrare pienamente se stessi nel percorso di apprendimento.

Pensi che ci sia ancora una visione distorta del bilinguismo e del biculturalismo?

Assolutamente sì. Il bilinguismo, e più in generale il multilinguismo, sono spesso fraintesi. Invece di essere riconosciuti come una componente naturale della vita di molte persone, vengono trattati come abilità da valutare oppure ostacoli da gestire. Milioni di individui si muovono con naturalezza tra lingue e culture diverse, ognuna legata a una parte della loro identità. Il vero problema è che i sistemi educativi  e la società continuano a considerare la diversità linguistica come qualcosa da controllare, anziché accettarla e valorizzarla come risorsa.

Quali sono, secondo te, i fattori che rallentano il raggiungimento di una vera inclusione in Italia e come possono scuole e società favorirla?

Le leggi e le politiche sono fondamentali. Stabiliscono standard e tutelano i diritti delle persone. Tuttavia, troppo spesso l’inclusione nelle scuole appare come un compito aggiuntivo, qualcosa di separato dalla didattica quotidiana e dalla realtà vissuta. Diventa una questione di gestione di progetti specifici, piuttosto che un cambiamento profondo nel modo in cui vediamo e valorizziamo le persone con le loro storie ed esperienze. Il senso di appartenenza non dovrebbe essere qualcosa da conquistare ogni giorno, ma un diritto garantito in ogni istituto scolastico e nella società tutta.

Qual è stata la tua esperienza con i genitori italiani, in Italia e all’estero, nell’adattarsi ai sistemi educativi internazionali?

I genitori italiani sono molto coinvolti nell’istruzione dei figli e spesso ripongono fiducia in percorsi scolastici strutturati e orientati agli esami. Tuttavia, molti stanno anche riconoscendo il valore di approcci più innovativi che mettono al centro  competenze trasversali, utili per orientarsi in contesti in continua trasformazione. L’adattamento ai nuovi modelli può qualche volta generare incertezza, ma quando le famiglie vedono riconosciute la lingua e la cultura d’origine come risorse, si crea un clima di fiducia. Questo è fondamentale, perché oggi ottenere un titolo significa acquisire non solo una preparazione più ampia, ma anche competenze spendibili in un mercato del lavoro sempre più dinamico.

 Infine, quale messaggio vorrebbe lasciare a educatori, genitori e decisori politici?

È  tempo di ripensare il modo in cui affrontiamo lingua e identità nell’educazione. Il multilinguismo non va considerato un problema da risolvere, ma una risorsa preziosa da valorizzare. La vera inclusione va oltre politiche o soluzioni temporanee. Significa creare ambienti in cui ogni individuo, sia in Italia che all’estero,  si senta riconosciuto, valorizzato e supportato, anche dalle istituzioni. Per preparare davvero i giovani al mondo in cui vivono, le scuole devono abbracciare questa diversità . Il vero rischio è restare legati a metodi superati, non solo impreparati ad affrontare cambiamenti inevitabili, ma anche incapaci di rispondere ai disagi che i giovani vivono oggi.

 Breve biografia:


Carmelina Micallef è un’educatrice bilingue con esperienza internazionale e fondatrice di www.speakersofenglishconnect.com, una piattaforma online che offre soluzioni linguistiche personalizzate per studenti ed educatori. Considera la lingua un ponte tra culture e promuove un’educazione inclusiva che valorizza identità personale e patrimonio culturale. In questa intervista con Dailycases, Carmelina affronta le sfide spesso invisibili degli oriundi italiani, il senso di appartenenza e l’importanza del multilinguismo per una vera integrazione. È anche autrice di La Prigione Dorata (italiano) e Nine Lives for Ruby (inglese), disponibili su Amazon.

The Language of Belonging: Exploring Identity and Inclusion in Education.

Welcome Carmelina, and thank you for joining us today.

Thank you for inviting me Gianni, it’s a pleasure to be here.

What can you tell us about your own experiences at school? For example, did you speak one or more languages when you started school?

I grew up speaking both English and Italian, though as a child, I didn’t really think of them as separate languages. At home, switching between them was just how we spoke. It wasn’t until I started school that I noticed not everyone did this. When I mixed the two or pronounced something differently, it stood out. I remember being teased for saying things “wrong,” even though it all felt completely natural to me. I didn’t realise that what I was doing, moving between two languages, was actually quite common in many bilingual families. I didn’t know it was called code-switching back then and just learned I had to adjust depending on where I was and who I was with.

What were your own experiences with the native children? Did they accept you as one of them?

Back in the 60’s and 70’s, British schools were far less multicultural than they are now. Children from other countries were rare and often seen as unusual by their peers. Simply speaking a language other than English made you stand out, whether it was because of your name, your accent, or even the food you brought for lunch. There was little understanding of what it meant to grow up between languages and cultures. Teachers weren’t trained to support bilingual learners, and the idea of using a child’s home language as a resource didn’t exist. You were expected to learn and perform like everyone else, sometimes punished or simply labelled as a problem that needed fixing.

How did these experiences impact how you took on the role of teaching?

Growing up bilingual made me very aware of how it feels to wonder if your language and your identity really belong in certain places. I remember holding back, unsure if my way of speaking would be accepted, especially at school. That experience stayed with me and still drives my teaching today. I work to create spaces where students feel free to bring their whole selves, without leaving parts behind. For me, inclusion means more than supporting language, it means paying attention to all the ways students express themselves, including their silences, struggles, and how they shape meaning in all the languages they carry, including their dialects.

Can you briefly describe your background and how your career developed internationally?

C: Yes, I began my career in Italy, briefly teaching English as a foreign language. Over time, my experience in international schools has exposed me to a range of pedagogical approaches and evidence-based practices, allowing me to develop a more adaptable teaching style.

What are some of the key differences you’ve observed between the Italian education system and the International or British schools?

In Italy, the educational approach tends to place strong emphasis on structure, grammar, and formal accuracy, all essential aspects of language learning. In contrast, British and international schools often prioritize communication, creativity, and learner autonomy, creating space for self-expression, collaboration, and critical thinking. I aim to bring together the strengths of both, combining a solid linguistic foundation with active and meaningful engagement.

How do you perceive the generational gap in language learning today?

Language learning today clearly varies across generations. Younger people absorb English informally through digital media, gaining fluency but sometimes lacking formal skills. Older learners often have stronger grammatical foundations but may struggle with confidence in speaking.

As someone of Italian and Maltese descent born and raised abroad, often referred to as an “oriundo”, how has that experience shaped your identity and ideas?

Being of Italian and Maltese descent and growing up abroad, I’ve often felt caught between different worlds. It’s not that identity itself is confusing, but rather how rigid society can be through stereotypes, assumptions, and expectations that makes you feel like you don’t fully belong anywhere. People often try to fit you into neat categories based on nationality or background. This experience has taught me to reject limiting labels, an approach I share with students to help them celebrate their whole selves in learning.

So would you say that bilingualism and biculturalism are often misunderstood?

Absolutely. Bilingualism, and multilingualism are often misunderstood. Rather than being seen as a natural part of people’s lives, they’re treated like skills to test or challenges to manage. Millions of people move effortlessly between languages and cultures, each connected to different parts of their identity. The real issue is that education systems and society continue to view linguistic diversity as a problem to manage, rather than something to accept.

In your view, what holds back true inclusion in Italy, and how can schools and society move forward?

Laws and policies are important. They set standards and protect people’s rights. But too often, inclusion in schools feels like an added task, something separate from daily teaching and everyday realities. It becomes about checking boxes or managing special programs, rather than changing how we see and value people and their identities. Belonging shouldn’t be something individuals have to earn, but guaranteed in every classroom and community.

What has been your experience with Italian parents, both in Italy and abroad, adapting to international educational systems?

In my experience working with Italian parents, there’s a strong and deeply rooted respect for academic achievement and formal assessments. Values that are often shaped by their own educational experiences and cultural expectations. At times, this can clash with the more holistic student-centred approaches in international education. However, in recent years, many parents have begun to recognise the importance of creativity, emotional wellbeing, and collaborative learning alongside academic success. When families feel supported and see their child’s home language and culture as strengths rather than barriers, it creates the conditions for real growth.

Finally, what message would you like to leave for educators, parents and policymakers?

It’s time to rethink how we approach language and identity in education. Multilingualism should not be viewed as a problem to fix, but as a strength to celebrate. True inclusion goes beyond policies and short-term solutions. It means creating environments where every individual, both in Italy and abroad, feels recognized, valued and supported, including by institutions. To prepare young people for the world they live in, schools must evolve and adapt. The real risk is refusing to let go of outdated methods, leaving us not only unprepared to face inevitable changes, but also unable to respond to the real challenges young people face today.

Short Bio:

Carmelina Micallef is a bilingual educator with international experience and the founder of www.speakersofenglishconnect.com, an online platform providing personalized language solutions for students and educators. She views language as a link between cultures and promotes inclusive education that values personal identity and cultural heritage. In this interview with Dailycases, Carmelina discusses the often invisible challenges faced by Italian descendants abroad, the sense of belonging, and the importance of multilingualism for true integration. She is also the author of “La Prigione Dorata (Italian) and “Nine Lives for Ruby (English), available on Amazon.

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